diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 4 - 2005

Tesi di Laurea

Virginia Woolf: The Years e Three Guineas. Il rapporto tra politica e poetica nei due testi compagni

* Tesi di laurea in lingua e letteratura  inglese presso l’Università di Torino, relatrice Dott.ssa Anna Brawer.

 

 

Ci sono momenti che per me hanno il valore di un’iniziazione e sono quei momenti nei quali ricevo parole necessarie per il tempo interiore ma anche storico che sto vivendo. Parole che non mi infastidiscono anche se svelano alcuni miei limiti perché non si sovrappongono a quello che vivo ma lo indicano, lo svelano dando voce a quei luoghi della realtà spesso non nominabili. Parole che non placano l’inquietudine dell’essere ma accompagnano la realtà dandone cenni illuminanti, lasciandosi toccare dalla vita interna delle cose e dal loro linguaggio spesso non direttamente percepibile.[1]

Così è stato per i testi di Virginia Woolf, che nel modificare attraverso la  creatività significati ormai stabili perché entrati a far parte dell’immaginario comune, mi hanno permesso di ritrovare tutto ciò che la comunicazione umana spesso trascura o semplicemente lascia da parte, tornando su aspetti abbandonati della realtà per i quali è necessario porsi in ascolto anzichè operare distinzioni e separazioni, analizzare, compiere astrazioni.

Lavorando sul rapporto tra politica e poetica nei due testi compagni The Years e Three Guineas, testi della scrittrice tra i meno visionari, mi sono resa conto come in un periodo difficile e delicato come gli anni Trenta inglesi, Virginia Woolf sia riuscita a riportarne la complessità attraverso una prosa che per forza di cose doveva prendere in considerazione i fatti storico-politici che le si dispiegavano dinanzi ma che non ha mai assunto la forma della propaganda, mantenendo quella tensione creativa di cui anche la politica attuale, nella sua crisi e sterilità, avrebbe bisogno.

Con maestria la Woolf è riuscita a mantenere viva quell’area tra realtà e visione, facts and vision, che va messa a fuoco se si ritiene che la scrittura non sia semplice mezzo propagandistico, avente come fini esterni lo scopo e l’agire, bensì luogo dove già avviene qualcosa; luogo dell’accadere, potremmo dire, accadere di fatti che l’intelligenza umana molto probabilmente non aveva preventivato e che irrompono destabilizzando i nostri ideali morali, le nostre rappresentazioni spesso sganciate dall’esperienza o l’irruenza ideologica che oltre a ridurre la parola a mera propaganda, ne elimina qualsiasi forza nascosta facendone un contenuto, un idolo, qualcosa di consumabile.[2]

Colei che è stata definita “l’animale meno politico dai tempi di Aristotele in poi”, forse perchè reticente ad allearsi con un preciso movimento politico o organizzazione, ha saputo sviluppare, attraverso “l’arma del pensiero”, anziché quella del combattere o del predicare, un’estetica della resistenza a tutti gli assolutismi così come all’artificialità di tutte le ideologie, per intraprendere un discorso che indagasse i fondamenti di quella cultura in cui lei stessa era inserita; modalità, questa, necessaria per lasciare intravedere nuovi barlumi per il mutamento dell’esistente, per una sua ricreazione.

La Woolf, ben più lucidamente di quanto le si volesse riconoscere, rifiutando facili slogan, riuscì, attraverso la sua prosa complessa e poliedrica, a cogliere come liberali, conservatori, laburisti – opposizione e governo – fossero tutti legati a quell’unico sistema di prevaricazione che schiaccia la vita degli uomini e delle donne facendo tacere la verità sotto una massa di menzogne e forme varie di dominio. E lei sapeva che per denunciare questo non sarebbe bastato predicare pubblicamente modelli alternativi alla maniera degli uomini del suo tempo, bensì era necessario lavorare scavando nel profondo, degli individui così come della società, cercando ogni volta la parola giusta sotto la quale c’è sempre almeno un significato, parola evanescente e leggera in superficie ma compatta e fulgida quando se ne trova il cuore.

Non posso che essere debitrice alla scrittrice per la rinuncia agli stereotipi, ai luoghi comuni che avrebbero permesso di creare con me lettrice (richiedendo a entrambe uno sforzo minore) una facile complicità, ma che sicuramente non mi avrebbero fatto assaporare il lato nascosto delle cose, quel lato che lo sguardo della scrittrice recava con sé e che viene escluso nel linguaggio strumentale dove il senso è controllato e non lascia più spazio alla rivelazione, al richiamo involontario, alla visione onirica, ai sensi. Perché “la coerenza spesso non lascia aperte fessure nelle quali possa inserirsi qualcosa d’altro rispetto a ciò che è previsto come sensato”.[3]

Tell all the truth but tell it slant.[4] Così recita un verso di Emily Dickinson che mi ha sempre affascinata perchè parla di una verità da dirsi in modo sbieco, intendendo la via storta non come “un rovesciamento dialettico del negativo nel positivo ma come un possibile inizio in un processo a molteplici direzioni”.[5] Processo che “stia in rapporto a un presente inteso come occasione e non come realizzazione di un progetto”[6] evitando di fare delle cose semplici oggetti fuori da sé. Dire la verità in modo sbieco mi sembra possa tener conto anche “del nostro parlare abituale, imperfetto, sempre alla ricerca, ansioso di dire qualcosa che gli sfugge ma rivelatore nel farci cogliere momenti di luce”[7], quei momenti d’essere che Virginia vedeva come attimi nei quali la realtà sembra offrirsi pienamente, a prescindere dalla nostra volontà. Perché quando siamo schiavi di “uno sguardo troppo lucido sul discorso, come se lo vedessimo dall’esterno, manca quella accettazione fiduciosa nei silenzi, che permette di attendere e di gustare possibili momenti di intensità”.[8]

E’ interessante notare come l’ironia, la risata siano elementi essenziali per chi, come Woolf, attraverso la scrittura, sta cercando di proporre valori e significati differenti rispetto a quelli che hanno prodotto la barbarie. Ironia forse adatta proprio a una scrittura in transito, capace di “liberare le parole dalla loro natura sedentaria, destabilizzando significati comunemente accettati, alla ricerca di una forma differente, una frase differente al fine di cogliere una pluralità di realtà differenti. “Scrittura – citando Rossana Bonadei – come tentativo di prendere il largo, lasciandosi alle spalle proprio quell’oikos d’origine con tutte le sue trame tradizionali, in cerca di una propria dimora, un altrove rispetto a cui reimmaginare “io” ritessendolo dentro a nuove e libere trame”.[9] Una scrittura e per noi un percorso di lettura continuamente attraversati da nuovi incroci e rimandi, messa in discussione di assunti, la cui motivazione sembra essere quella di rappresentare non tanto il territorio quanto i suoi confini aprendoci l’accesso al mare, svelandoci la potenzialità di un’altra realtà che preme per venire alla luce. Una realtà fatta di piccole storie individuali che la grande Storia sommerge e che la scrittura ha il compito di ripescare; lasciar parlare altri nel testo diventa infatti un modo per far riecheggiare quelle storie, mettendo in atto la non centralità dell’io.

La Woolf sembra saper riconoscere il fascino del momento in cui una cosa trapassa nell’altra, dell’incessante metamorfosi del mondo naturale che è l’essenza stessa della vita, la quale consiste proprio in un continuo superamento di confini. Confini tra i colori, ad esempio, che con il loro tramutarsi nelle differenti sfumature trovano ampio spazio negli interludi di The Years.

 

Virginia Woolf riconobbe intorno a lei un sistema sociale e politico votati al decadimento e alla distruzione di ogni impulso creativo. I pilastri di questo sistema erano: patriarcato, proprietà privata, dominio e infauste distinzioni e separazioni tra gli individui. E il patriarcato rappresentava il pilastro centrale, punto di confluenza delle diverse politiche, quella pubblica così come quella privata secondo il celebre motto del femminismo degli anni Sessanta che anche “il personale è politico”, che la mancanza di libertà nella sfera privata porta necessariamente alla mancanza di libertà in quella pubblica e che la povertà dei sentimenti, la mancanza di empatia sono un primo segno di lacerazione, di guerra.

Ella sviluppò una critica radicale a quel fascismo inconscio introiettato da ciascuno rivelando la continuità tra la tirannia dello stato patriarcale e quella dello stato fascista. E la Woolf decostruisce tutto questo sulla pagina senza scatti d’ira o didatticismo bensì mantenendo “the human voice at its natural speaking level”[10], per utilizzare una frase che torna più volte in The Years. Tanto che il romanzo “may be said to be written on aesthetic principles that are the opposite of fascist”[11], come afferma Margaret Comstock; il testo, infatti, non presenta alcun eroe o figura centrale attorno a cui svolgere l’azione scoraggiando lo stesso lettore “to march in step after leaders”.[12]

La voce dell’autrice è discreta e riservata, la sua prosa per lo più scandita dalle conversazioni dei suoi personaggi. L’individuale lascia spazio al corale, ad una comune ricerca di senso in un testo segnato da numerose ripetizioni, in cui la stessa pratica narrativa rifiuta qualunque legame con l’autoritarismo e le gerarchie.

The Years, oscillando tra narrativa e saggio, dà spazio alle voci invisibili, ai rumori, ai silenzi, al rimosso, al taciuto in un’orchestrazione che non è sempre armonica, ma che sollecita al dubbio e invita alla speranza per un ordine differente. Un ordine diverso che nel testo è veicolato attraverso una forma che rifiuta qualunque totalitarismo e che apre invece a una ricerca perpetua delle differenze; differenze che non vanno vissute in termini di gerarchia ergendo barricate tra gli individui.

E anche la forma di Three Guineas è legata a un’estetica della differenza che approccia “l’altro” senza la volontà di assimilarlo, cancellarlo o sottometterlo. Pamela L. Caughie sottolinea come la pluralità delle voci, il cedere la parola a qualcun altro all’interno dell’opera (“Let us then ask someone else – it is Mary Kingsley – to speak for us”[13]) aiutino Woolf a “not to find the law” ma “to trace the laws, to find the connections, and to remake them over and over again”.[14] L’impiego che Woolf fa della forma epistolare può essere letta proprio come una sfida al tono esortativo e unilaterale del pamphlet politico. L’uso retorico della forma epistolare suggerisce infatti scambio, dialogo, in un processo in cui il lettore non si riduce a semplice ricettacolo ma viene coinvolto nella produzione del testo. Il testo è scandito da segni e parole talvolta confusi, da intermezzi, parentesi, deviazioni, testimoni di un ragionare che apparentemente perde il filo senza in realtà perderlo mai. In politica sappiamo che il balbettio senza senso genera di solito silenzio e passività; non è il caso di Three Guineas che quando sembra dire di meno o arrestarsi del tutto nel suo fluire è perché si è di fronte a qualcosa di importante che va esplorato e meditato o semplicemente siamo di fronte a un silenzio che rivendica il suo spazio (il silenzio di quelle tante donne che non si sono rivoltate) e che non va riempito di parole né di interpretazioni, consapevole che “non si inventano parole per conto di chi tace”.[15] I frequenti puntini di sospensione non sono che un invito al silenzio e al raccoglimento, un rifiuto di gabbie concettuali onnicomprensive, a favore della parzialità, di chi considera la parte anziché il tutto.

 

Mi colpisce la leggerezza emanata dalla penna della Woolf, una leggerezza d’essere che contrasta con la volgarità rumorosa dei fatti, della violenza quotidiana di tutti i tempi. Mi colpisce poi come la sua prosa possa rappresentare le contraddizioni dell’esistente in modo musicale ed armonico. Prosa che trasforma la realtà attraverso continue disarticolazioni e dislocamenti; oscillando lei stessa, tra centro e margine, in un moto continuo che dissipa quello che è diventato cliché o le proprie abitudini mentali. Perché quando il pensiero non segue più la logica binaria, eccede ogni confine, rompe i bordi, non si lascia codificare. Da qui la propensione per il multiplo, la differenza rispetto all’uniformità, le disposizioni mobili rispetto ai sistemi.

La Woolf seppe manifestare il suo disaccordo nei confronti del fascismo e della guerra senza sottrarsi alla responsabilità per quei numerosi disastri. Così che la separazione, il suo proporre l’”Outsiders Society” non autorizzavano a cancellare l’implicazione delle donne nel sistema. Rosi Braidotti, nel suo Soggetto nomade, esprime bene tutto questo quando, proprio a proposito di Virginia Woolf scrive: “Virginia Woolf scelse una posizione in transito: stava su un ponte a guardare il mondo impazzito del patriarcato – gli uomini colti, gli uomini di potere, i baroni della guerra – andare verso il compimento del suo innato desiderio di morte. Scrisse il suo splendido Tre ghinee alla vigilia della seconda guerra mondiale e oggi […] penso a lei molto intensamente. Ancora una volta, come è già accaduto nel passato, ho molta paura e sento un’indicibile tristezza pensando a questo mondo genocida. […] Virginia Woolf lo guardava da lontano, come sospesa a mezz’aria, ex-statica – coinvolta e tuttavia esterna, radicalmente altra e pur tuttavia ligia figlia di patriarchi. Coinvolta in maniera periferica, legata marginalmente, non del tutto in accordo con ciò che vedeva e tuttavia sufficientemente vicina alla causa comune dell’umanità da assumersi la responsabilità per tutto quel gran disastro e osare pronunciare le parole: “Non ci siamo, questo non è il modo di fare le cose”.[16] E credo sia così ancora oggi: in quanto donne non possiamo pensarci in un altro mondo; ciò che è possibile fare è significarlo diversamente, ripensarlo, rinominarlo, attraverso la produzione di nuovi atti e nuove parole. Atti e parole consapevoli della propria relatività, capaci di dar conto di una pluralità di esperienze diverse anziché di dominare o rappresentare l’esistente attraverso una serie di astrazioni maneggiabili solo da specialisti. Concetti e parole che rimandino a un vissuto (così da non rimanere vuoti e sterili) e che accolgano la differenza quale pratica generatrice di senso.

Non è sufficiente che le donne siano contro la guerra o il potere, schierarsi non basta; è necessario cambiare il modo in cui il potere si produce passando sopra le differenze e soffocandole. Se la donna non dà vita, per via della sua differenza, ad autorevolezza e sapere, il suo sforzo nel contrastare il potere non è che vano e poco proficuo. Certo ciò richiede fatica, uno sforzo di pensiero continuo perchè ogni volta è necessario ripensare pratiche differenti adatte al nuovo contesto. Ma è in questa decentralità e continuo rinnovamento che risiede la forza di tale politica.

Il porre l’accento su una politica dei margini, sulla complessità del soggetto, sul rifiuto di una verità unica e certa a favore di una pluralità di significati che diano senso al nostro percorso, hanno suggerito ad alcuni critici uno stretto legame tra il testo woolfiano e il post-modernismo, intendendo questo ultimo non tanto da un punto di vista temporale (ciò che segue o si oppone al modernismo) quanto da un punto di vista ideologico, filosofico ed estetico; una struttura del pensare e del sentire capace insomma di rendere conto della parzialità e della relatività delle nostre ideologie e dei nostri costrutti mentali. Ciononostante non credo sia possibile classificare Woolf e la sua opera come tipicamente postmoderne producendo un’altra restrizione, nè mi sono sentita di analizzare i suoi testi proponendo il postmoderno come strumento di analisi più indicato.

Il suo dar vita in modo prolifico a nuove forme, nuove parole, nuovi stati d’animo così come la sua teoria narrativa dai molteplici universi decentrati non prescindono mai dalla ricerca per una qualche unità, per un’entità che armonizzi i differenti livelli dell’esistenza. E interrogarsi sull’esistenza di un’unità, di un pattern è indice di chi non vuole navigare nella frammentazione. Del resto la Woolf stessa in una lettera a Stephen Spender dell’Aprile 1937 diceva a proposito di The Years: “What I meant I think was to […] compose into one vast many-sided group at the end; and then shift the stress from present to future; and show the old fabric insensibly changing without death or violence into the future – suggesting that there is no break, but a continuous development, possibly a recurrence of some pattern; of which of course we actors are ignorant. And the future was gradually to dawn”.[17]

La realtà, la vita sono continuamente interrogate e analizzate al fine di trovare una terza via che possa “[to] rub out divisions as if they were chalk marks only […] to overflow boundaries and make unity out of multiplicity”[18]; lucidità e spirito critico per denunciare qualunque forma di dominio da parte di gruppi, classi su altri e per continuare a interrogarsi sull’uso e sulla natura del potere, della violenza e dell’autorità all’interno della nostra società.

 

Giunto il momento di concludere la stesura della mia tesi, ho sentito di trovarmi ancora in una posizione di attesa. Forse perché l’attesa costituisce un buon metodo per contemplare questioni difficili da dipanare, tollerare il carico di dubbi, quesiti, senza cedere inevitabilmente al desiderio di una soluzione.

Ho allora riletto alcune righe nelle ultime pagine di Three Guineas: “Nor does the old word freedom serve, for it was not freedom in the sense of license that they wanted; they wanted, like Antigone, not to break the laws, but to find the law”.[19] Trovare la legge non scritta, quella del cuore, “that should regulate certain instincts, passions, mental and physical desires”.[20] Legge che permetta all’umanità di fare dei passi in avanti, di progredire; legge che però, scontrandosi con quelle inique dello Stato può portare spesso a delle conseguenze tragiche, esigere il sacrificio di innumerevoli Antigoni, che oggi come ieri continuano a seppellire fratelli, figli, padri, compagni stroncati dalla violenza degli uomini.

Eppure credo che questa sia la sfida; non possiamo dimenticare quelle leggi, “laws [that] have to be discovered afresh by successive generations, largely by their own efforts of reason and imagination”.[21] Perchè quelle leggi nascono dalla concretezza della vita stessa, “dalla sua spesso bruciante realtà, là dove i problemi e gli interrogativi si intrecciano ai desideri, alle speranze, alle paure e diventano destino, storia concreta di uomini e donne, del loro amare, del loro patire e del loro morire”.[22]

E credo che Woolf attraverso una scrittura alimentata dalla continua ricerca di nuovi spazi, nuovi modi, nuove idee attorno ai quali confrontarsi e costruirsi, ci abbia recato testimonianza di queste leggi non scritte; senza tuttavia farne degli idoli da contrapporre alle già esistenti norme positive, ma facendo diventare norme, nuove norme più giuste, quelle voci del cuore capaci di conciliare la fede nell’universale col rispetto delle diversità.

Tutto ciò attraverso una prosa aliena da qualunque propaganda politica tanto che alla fine si scopre di aver imparato tanto da Antigone quanto da Creonte: “when the curtain falls we sympathize, it may be noted, even with Creon himself. This result, to the propagandist undesiderable, would seem to be due to the fact that Sophocles (even in a translation) uses freely all the faculties that can be possessed by a writer; and suggests, therefore, that if we use art to propagate political opinions, we must force the artist to clip and cabin his gift to do us a cheap and passing service. Literature will suffer the same mutilation that the mule has suffered; and there will be no more horses”.[23] Non credo che in questo caso la letteratura sia stata mutilata anzi penso che la Woolf ci abbia recato testimonianza di un io capace di dis-identificarsi, dis-locarsi, evitando l’arroccamento sui propri assoluti e aprendosi ogni volta a nuove modalità di conoscenza. Un io che collocandosi fuori dal sistema concettuale dominante ha acquisito un punto di vista eccentrico, ironico, distante, capace di mettere in questione la realtà sociale data senza scadere nella mera propaganda politica.

“Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, […] magari fosse possibile un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…”.[24]

[1]              Sono profondamente debitrice, per le acquisizioni di cui sopra e per altre che permeano il mio scritto, al testo, per me fondamentale, di Chiara Zamboni, Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Napoli, Liguori Editore, 2001

[2]              Si veda ancora Chiara Zamboni, Parole non consumate, op. cit.

[3]              Ibidem, pag. 38

[4]              Emily Dickinson, Tell all the truth but tell it slant in Thomas H. Johnson (edited by), The Complete Poems of Emily Dickinson, London, Faber and Faber, 1975, pag. 355

[5]              Chiara Zamboni, Parole non consumate, op. cit., pag. 88

[6]              Ibidem, pag. 88

[7]              Ibidem, pag. 24

[8]              Ibidem, pag. 143

[9]              Rossana Bonadei, Disarticolando “Io”: Virginia Woolf e le stanze della scrittura in Oriana Palusci (a cura di), La tipografia nel salotto: Saggi su Virginia Woolf, Torino, Tirrenia Stampatori, 1999, pag. 32

[10]            Virginia Woolf, The Years, Pan Books LTD, 1948, pag. 120 (trad. di Giulio De Angelis, Milano, Garzanti Editore, 1982: ” la voce umana al suo timbro naturale”)

[11]         Margaret Comstock, The Loudspeaker and the Human Voice: Politics and the Form of The Years in Bulletin of the New York Public Library 80, 2 (Winter 1977), pag. 254

[12]            Virginia Woolf, The Years, Pan Books, op. cit., pag. 309 (trad. di Giulio De Angelis: “marciare al passo dietro un capopartito”)

[13]            Virginia Woolf, Three Guineas, London, Penguin Books, 1993, pag. 118 (trad. di Adriana Bottini, Milano, Feltrinelli, 2000: “Proviamo a chiedere a qualcun altro, a Mary Kingsley, di parlare per noi”)

[14]            Pamela L. Caughie, Virginia Woolf and Postmodernism: Literature in Quest and question of Itself, Urbana, University of Illinois Press, 1991, pag. 137

[15]         Luisa Muraro, Introduzione a Virginia Woolf, Le tre ghinee, Milano, Feltrinelli, 2000, pag. 14

[16]            Rosi Braidotti, Soggetto nomade, Roma, Donzelli Editore, 1995, pag. 104

[17]            Virginia Woolf, The Letters of Virginia Woolf in Jeri Johnson, Introduction to Virginia Woolf, The Years, London, Penguin Books, 1998, pag. XXXIII (trad. mia: “Ciò che intendevo, penso, era creare un gruppo vasto e multiforme alla fine e poi spostare l’accento dal presente al futuro. E mostrare la vecchia struttura della società trasformarsi in futuro, impercettibilmente, senza morte né violenza, suggerendo come non ci sia rottura bensì un continuo sviluppo, possibilmente il ritornare di un qualche disegno; disegno che noi attori di sicuro ignoriamo. E il futuro a poco a poco si faceva chiaro”)

[18]         Virginia Woolf, Three Guineas, op. cit., pag. 271 (trad. di Adriana Bottini: “[di cancellare] le divisioni come fossero semplici righe tracciate con il gesso […] di creare l’unità dalla molteplicità”)

[19]         Ibidem, pag. 266 (trad. di Adriana Bottini: “Neppure la vecchia parola libertà serve, perché non era la libertà, nel senso della licenza, che quelle figlie volevano; volevano, come Antigone, non violare le leggi, ma trovare la Legge”)

[20]            Ibidem, pag. 319 (trad. mia: “che dovrebbe regolare certi istinti, certe passioni, certi desideri fisici e intellettuali”)

[21]            Ibidem, pagg. 319-320 (trad. di Adriana Bottini: “leggi [che] vanno scoperte ogni volta da ogni nuova generazione con uno sforzo della ragione e della fantasia”)

[22]            Claudio Magris, Chi scrive le non scritte leggi degli dei? in Claudio Magris, Utopia e disincanto, Milano, Garzanti Editore, 2001, pag. 240

[23]         Virginia Woolf, Three Guineas, op. cit., pag. 303 (trad. di Adriana Bottini: “quando cala la tela proviamo simpatia persino per Creonte. Questo risultato, che non può piacere a chi ha come scopo la propaganda ideologica, è dovuta  al fatto che Sofocle usa liberamente di tutte le facoltà dello scrittore e ci fa capire, persino in traduzione, che se si vuole usare l’arte per diffondere opinioni politiche, si costringe l’artista a mutilare e a imprigionare i suoi doni per renderci uno scadente ed effimero servizio. La letteratura subirà la medesima mutilazione che è stata inferta al mulo. E non nasceranno più cavalli”)

[24]         Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1993, pagg. 134-135