diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 7 - 2008

Insegnare Filosofia

Studiare sugli appunti o sul libro?

Questa  domanda attraversa abbastanza frequentemente la quotidianità scolastica delle studentesse e degli studenti del liceo in cui lavoro, quotidianità contrassegnata prevalentemente, soprattutto in alcuni periodi, dalle ansie da performance che tormentano i nostri allievi e ancor più le nostre allieve. Questa stessa domanda se la faceva l’altro ieri anche mio figlio, liceale sedicenne, iscritto ad una delle tante sperimentazioni che nella scuola superiore da decenni spuntano come funghi in autunno un po’qui un po’là, ma i cui risultati, positivi o negativi, nessuno si è mai preso la briga di vagliare seriamente, per raccogliere eventuali indicazioni e impostare finalmente una revisione sostanziale dei curricola.

La domanda è apparentemente stravagante ma presenta un chiarissimo nesso con la funzione del manuale, che come scrive Francesca Doria dovrebbe “attraverso il suo stesso definirsi come libro che sta tra le mani” rimandare “al legame non astratto che il pensiero intrattiene, anche quando tenta di celarlo, con la vita, con la profondità delle nostre esistenze irrimediabilmente sessuate, attraversate da una differenza non codificabile.”

Dovrebbe, ma molto spesso non lo fa.

Eppure io penso che si debba “approfittare dei manuali”, che non si debba rinunciare ad utilizzare questo strumento.

La classe che ho incontrato nel primo anno della mia “carriera” di insegnante (1973) era fatta di bambine e i bambini di una prima elementare che ho dovuto accompagnare in quella esaltante avventura che è imparare a leggere: ricordo ancora la loro emozione (e la mia) quando uno dopo l’altro cominciarono ad impadronirsi di quella straordinaria possibilità che la comunicazione scritta dischiude.

Ho lavorato nella scuola elementare per 11 anni, poi ho “risalito gli ordini e i gradi” passando per la scuola media, le scuole professionali, gli istituti tecnici dove insegnavo italiano e storia, fino ad approdare, 8 anni fa,  all’insegnamento della filosofia in un liceo scientifico. Un bel viaggio!

Il mio rapporto con i libri di testo si è modificato man mano che il mio ruolo di “mediatrice” tra quelle pagine e miei allievi cambiava: dall’insegnare a leggere e scrivere a bambine e bambini, all’offrire gli strumenti base per la decodificazioni di testi complessi ad adolescenti di vario tipo.

Quello che mi ha colpito in questi anni è che a fronte del fatto che il libro sta diventando un oggetto sempre più alieno nella vita quotidiana degli adolescenti, che la pratica (e il piacere) della lettura fatica a trovare spazi in giornate sempre troppo piene (gli studenti del mio liceo, lamentano continuamente la ‘mancanza di tempo’), i manuali scolastici diventano ogni anno più ponderosi, articolati, specialistici: “difficili”

Di qui la domanda: studio sugli appunti, quasi sempre scritti in fretta, in 50 minuti di lezione frontale, molto spesso parole chiave affastellate, senza connettivi né legami sintattici, e quindi spesso con poco senso, oppure sul libro?

Questa domanda potrebbe essere tradotta così: se devo memorizzare in fretta tante nozioni (indispensabili per esempio per affrontare i famigerati “test a crocetta”) meglio gli appunti, gli schemi, per essere moderni diremmo le slides.

Se voglio imparare a comunicare ciò che è accaduto per me, nel confronto con la complessità degli argomenti che sto apprendendo, se voglio raccontare ciò che il contatto tra i miei bisogni conoscitivi e i contenuti di studio ha provocato in me, allora ho bisogno di una lingua più ricca, più rigorosa, una lingua che sia testimone adeguata della mia curiosità, della mia ricerca, in definitiva del mio desiderio autentico di conoscenza e di verità.

Ma questa lingua non si impara studiando sugli appunti.

E dunque torniamo al punto: la lettura, che però occupa un posto residuale nelle giornate degli adolescenti.

Per questo il manuale mi pare uno strumento, a cui per il momento non è possibile rinunciare, una possibilità di confronto con la parola scritta, che sta diventando sempre più rarefatto.

Le proposte editoriali si sprecano, qualche manuale è peggio, qualcuno è meglio; non è detto che quelli che presentano il capitolo o addirittura i capitoli “sulla differenza” siano meglio.

Qualche collega in questi anni ha percorso la strada faticosa e, secondo me, ammirevole di costruirlo man mano, con il contributo di alunne/i. Personalmente non mi sono mai sentita in grado di affrontare simile impresa, se non quando insegnavo alle elementari, ma ovviamente lì la questione era molto diversa.

Nella mia pratica quotidiana mi sono barcamenata, facendo più o meno quello che racconta di sé Diana Sartori all’inizio del suo intervento “Il volto della filosofia”, che, lei dice “non è la risposta al problema”. Eppure secondo me, in parte lo è.

Non ho mai trovato il manuale ‘giusto’, quello che può essere affidato semplicemente con il ‘studiate da pag. a pag.’né tra quelli che mi sono trovata in dotazione, né tra quelli che ho scelto.

Ma il manuale per me è rimasto uno strumento: un testo usato, forzato, ‘tradotto’, criticato, arricchito di fotocopie rubate ad altri testi, ‘premasticato’ (direbbe Delfina Luisardi), insomma piegato alle esigenze della classe e mie, utilizzandolo in maniera diversa a seconda delle classi che avevo davanti.

Il manuale (nelle sue varie componenti) io lo considero una specie di palestra, in cui ciascuna ragazza e ciascun ragazzo può cominciare a confrontarsi con un linguaggio più complesso, ad appropriarsi di una lingua in cui il rigore del concetto allarga enormemente le possibilità comunicative: una lingua ‘rischiosa’ perché,  anche al di là dei contenuti che veicola,  facilmente può rimanere estranea, alienante, addirittura ostile, provocando una sorta di impotenza linguistica, che a volte si traduce in afasia, a volte in mnemonica e sterile ripetizione.  Come molto spesso accade.

Per condurre le ragazze e i ragazzi ad abitare veramente e ‘comodamente’ quella lingua , perché possano usufruire appieno della sua ricchezza per dire (scrivere) ‘di sé’, mentre dicono del mondo, c’è bisogno di molta pazienza, di molto tempo, di molta cura, di molto ascolto. C’è bisogno di mediazione, che è fatta anche di quelle pratiche che Diana descrive. Nel momento dello studio individuale sul manuale (che non ha la povertà e lo schematismo obbligato degli appunti) io credo che le parole possano prendere vita, e diventare proprie, se prima, in presenza e nella relazione, quelle parole sono state scambiate, analizzate, attraversate insieme.

Riprendendo ancora il pensiero di Diana Sartori,  penso che “il nuovo volto che la filosofia può mostrare una volta si sia riconosciuta la sua barbuta storia”, non possa, nella scuola media superiore, non essere correlato al volto di chi si propone di ‘insegnarla’, quel volto che “non può che essere quello singolare ed esposto di chi di volta in volta ci mette il suo”.

Nessun manuale può sostituire quel volto (io direi quel corpo), quell’esposizione che è inevitabilmente l’uscita dalla neutralità, il riconoscimento della differenza, della mia e di quella delle altre/i,  premessa indispensabile per aprirsi alla ricerca che è prima di tutto confronto.

E tuttavia nessun volto e parola detta, può sostituire la parola scritta, letta, meditata in un tempo solitario nel quale incontrare di volta in volta la mia personale (e provvisoria) collocazione rispetto all’altra/o. Nei nostri anni in cui alla parola scritta è offerto così poco spazio e attenzione anche quella del manuale può diventare preziosa.

Avete mai guardato i manuali dei ragazzi e soprattutto quelli delle  ragazze?. Ce ne sono certi che restano puliti, intonsi, pronti per essere rivenduti come nuovi al mercatino dell’usato, se l’editore non cambia la copertina!

Ma poi ci sono quelli “vissuti” sottolineati, scarabocchiati, pieni di note e pensieri a margine: a me quelli fanno tenerezza…..