diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 9 - 2010

Perdere il mondo

Quando il reale e il delirio si toccano

 Il mio intervento si propone di lavorare a partire dal persuasivo e affascinante saggio di Wanda Tommasi, La soglia, contenuto nel testo Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza tra reale e irreale[1], per sviluppare alcune riflessione riguardo l’immaginazione, il delirio e la politica, tenendo in considerazione la mia conoscenza del pensiero di María Zambrano, in riferimento a queste tematiche.

Immaginazione e politica esce dall’officina di Diotima come prodotto di cui godere. Si tratta di un libro formato da più articoli[2] che argomentano sinergicamente gli spazi tra la realtà e l’immaginazione, attraverso una modalità pensante che è al contempo convergente e divergente.

È un’opera coraggiosa perché non ha timore di esprimere pensieri che si discostano dall’assunto comune e, proprio perché si situa nello scarto tra il reale e l’irreale, la percepisco vicina alla mia esperienza. Tale vicinanza risponde al desiderio che nutro di essere contagiata da un’energia, che provocando, mi invita a riflettere di nuovo e diversamente sulla realtà. Il godimento che ho in mente è legato al piacere che nasce da un desiderio di cui vedo una traducibilità politica, perché c’è in gioco il patire il mondo. Nel rapporto tra me, il mondo e gli altri, nelle relazioni che si vengono fiduciosamente a creare nella condivisione dell’esperienza quotidiana, ogni scelta che compio e ogni giudizio che formulo diventano politica. Nel sostenere questo, condivido l’idea della giovane María Zambrano, che vedeva la politica come un atteggiamento di fronte alla vita, mosso dal desiderio di imprimere (ma senza volontarismi esasperati) una direzione all’esistenza.

Il godimento nutrito dal desiderio di politica muove ad un’azione simbolica, la quale provoca sempre uno slittamento, uno spostamento e un approfondimento che aderisce in modo altro nei confronti di ciò che accade.

Non si tratta, a mio avviso, di intervenire sulla vita, mossi dal piacere di possederla per consumarla: godimento, questo, tutto chiuso nella dimensione solipsistica dell’ego. Non si tratta di aderire alla realtà per fondersi con essa, senza possibilità di soggettivizzazione, bensì di mettere in atto una strategia che sappia giocarsi positivamente tra il fuori e il dentro, tra la realtà esterna e la sfera intimistica, trovando, in questo andirivieni, una linea che tocca in modo diverso l’esperienza, ricreando un immaginario sempre disponibile ad essere scoperto.

Immaginazione e politica ci stimola ad inventare un nuovo desiderio di politica, invita a compiere azioni simboliche che anelano ad una nuova percezione dello spazio e del tempo.

Il verbo inventare[3] presenta tre accezioni diverse. Il primo significato rimanda a immaginare come sinonimo di creare, il secondo a inventare di sana pianta, ex novo, approfittando dell’immaginazione, di ciò che essa mette a disposizione come un sovrappiù di creazione, l’ultimo significato fa riferimento a trovare, raggiungere la cosa, giungere ad essa al momento giusto e quindi anche svelarla. L’invenzione è quindi compromessa con l’immaginazione e conseguentemente con la creazione.

Nietzsche, in Al di là del bene e del male, scrive: “Anche nel bel mezzo delle più strane esperienze interiori continuiamo ad agire allo stesso modo: plasmiamo immaginosamente la maggior parte di quella esperienza e difficilmente possiamo essere costretti a non assistere come “inventori” a qualsiasi evento”[4]. Il modo attraverso cui possiamo plasmare l’esperienza è il linguaggio, con le parole possiamo trasformare la realtà, modificandone la struttura e l’essenza.

Il libro di Diotima, occorre precisarlo, parte dalla lingua materna, lingua che gioca con le possibilità simboliche del linguaggio. La lingua dell’infanzia, senza perdere il contatto con la realtà, ha in sé l’innata risorsa di aprire un passaggio verso l’immaginario, inteso come un altro registro del quotidiano vivere che stimola a non adattarsi e appiattirsi sul già dato. Il cambiamento dell’immaginario avviene se si lavora sulle parole, e il lavoro del linguaggio è sempre un lavoro di pensiero. La modificazione tuttavia non avviene se la realtà si presenta come qualcosa di statico e mortifero fuori di noi, come voleva Cartesio o il materialismo. Se il mondo non viene prima di tutto sentito, patito e guardato diversamente, le narrazioni che proponiamo non hanno efficacia. Le parole diventano vuote e il linguaggio uno strumento soltanto operativo. Sono molti i termini che hanno perso il loro significato vitale: inseriti in un contesto predeterminato, è venuta a meno la loro autentica efficacia, per privilegiare una certa loro funzionalità all’interno del sistema in cui sono inseriti. Il loro senso è contenuto nel giro chiuso e ripetitivo dei nostri pensieri normalizzati.

Per avvertire la presenza della realtà occorre (ce lo suggerisce anche Nietzsche) assistere ad essa come evento e raccontarla con parole nuove che mettano in gioco la creatività dell’immaginazione.

Entra in gioco una soggettività che è, parafrasando Nelly Sachs, “una ferita nei campi della consuetudine”, una lacerazione nel cristallizzato delirio di una coscienza narcisista, che si spende nel potere, nel controllo, nel dominio. La soggettività che accoglie la realtà crea una discontinuità che minaccia l’identità.

La condivisione di un nuovo simbolico prefigura uno spazio di libertà, in cui le relazioni possono ritornare fluide, intense e vitali, perché le parole comunicate vengono riconosciute da noi e allo stesso tempo rilanciate per riconoscere gli altri. Tale disposizione, che nasce da un bisogno di condivisione simbolica che cerca di de-lirare rispetto ad un linguaggio ormai logoro e usurato, può diventare cifra di trasformazione. Creare pensiero significa scoprire, per mezzo dell’invenzione di pratiche nuove, una maniera per creare passaggi che mettano in comunicazione l’esperienza con la tessitura della vita.

Le pratiche, di cui sentiamo l’urgenza e la necessità, si devono alimentare del passaggio tra il potenziale e l’atto, tra reale e irreale; la loro vita risiede in una ambiguità[5], che assomiglia alla situazione del sogno, in cui gli elementi non sono né precisi né definiti, ma sempre a disposizione per essere inventati. Solo così le pratiche possono diventare momenti di conoscenza personale, lavoro interiore, che non si converte in verità assoluta. Le pratiche possono essere inventate da un soggetto che attende, in un fiducioso abbandono, un modo di donarsi della realtà. Colui che attende non si prefigura qualcosa di determinato, bensì si mostra fiducioso che qualcosa prima o dopo possa avvenire.

In questa attesa, non c’è l’abbandono del sé, della propria soggettività, c’è il venire meno dell’attenzione dell’io, ma non della relazione che si è creata tra il sé, la realtà e gli altri.

Il soggetto che attende, patisce e sente ciò che gli accade. Da questo sentire potranno nascere nuove pratiche che saranno aperte, non si opporranno alla trasformazione, chiudendosi su se stesse per appellarsi alla ripetitività del già dato, poiché il loro scopo non è conservare, ma raccontare un altro racconto.

La politica ha bisogno di uno spazio e di un tempo immaginativo nuovo che dovrà diventare dirompente perché ne va del nostro vivere.

Il saggio di Wanda Tommasi, La soglia, è la scrittura di un gesto politico, perché sceglie di dare ospitalità alle contraddizioni dell’esistenza. Lo scritto si interroga sulla possibilità di tenere insieme sia la realtà con le sue leggi di necessità, sia ciò che è irriducibile ad essa.

Scommettendo sulla possibilità simbolica della lingua materna, lingua che parte dall’originario impasto di parole e cose, mostra quelli che sono gli sconfinamenti, non solo psicotici, oltre la soglia della percezione della realtà condivisa. Wanda mostra una logica del delirio, in tutte le sue “gradazioni”, dal sentimento di estraneità che si vive quando ci troviamo alienati rispetto ad una realtà che perde così legittimazione, fino al delirio paranoico che sostituisce la realtà con un’altra in cui si crede fermamente, tanto da considerarla vera e certa.

In questo viaggio, durante l’andata, Tommasi sosta attentamente nel delirio paranoico di Schreber[6] e in quello di persecuzione di Malina[7], il romanzo di Bachmann; nella via del ritorno individua quelle che sono le mediazioni, i passaggi della soglia, di cui soprattutto le donne sono maestre, che permettono la manifestazione nel reale di quella che è l’esperienza delirante.

I ponti individuati sono vie di accesso a un nuovo simbolico.

Nella mappa descritta, la presenza decentrata del soggetto, nel tessuto del reale, e la fiducia nelle relazioni che giustifica anche il falso che ci viene offerto dagli elementi affettivi di cui necessitiamo, sono “elementi” cifranti per intraprendere un viaggio sulla soglia.

Il saggio di Wanda mi impegna a confrontarmi con il tema del delirio, tematica che sto studiando nel pensiero di María Zambrano e con cui vorrei interagire per proporre alcune riflessioni.

La filosofa spagnola scrive in Nota di un metodo, che in ogni essere esiste il passaggio in cui si può intravedere l’infinità dell’abisso senza esserne divorato[8]. Intravedere, e non vedere intenzionalmente, perché lo sguardo orientato verso l’abisso, può distruggerne l’immensa profondità, oppure può materializzarla al punto darle un corpo concreto, scindendola in modo permanente dalla realtà. Zambrano direbbe che in quest’ultimo caso, le viscere, il nostro sentire irriducibile, le passioni più recondite, prendono consistenza, vendicandosi: il passato urta su un presente da cui rifiuta di congedarsi. Situarsi sul passaggio significa predisporsi ad accogliere le dimensioni temporali in maniera che il passato, senza paralizzarci, non venga eluso, il futuro non sia idealizzato, rischiando di sacrificare la vita a ciò che deve ancora accadere, e il presente venga vissuto come tempo del mio accadere soggettivo.Se il passato non viene rielaborato, nelle sue “rovine”, diventa difficile vivere l’accadere soggettivo, perché, pur essendo impossibile conoscere fino in fondo se stessi, non si riesce a ripartire, con metron– musicale, il peso del passato nel presente. Zambrano afferma che nell’oltrepassare due tempi, due unità di tempo, si produce un delirio[9], che è sempre uno sconfinamento in un altrove. “Ogni notte si inizia un delirio prima che venga giorno, nell’adolescenza che è tutta un delirare, in ogni crisi, in ogni limite da superare c’è un vago delirio”[10]. Delira chi sta completamente fuori dalla realtà, perché sta fuori dal tempo vivibile, che è abitabile e ci avvolge; ma delira anche chi vive sotto l’oppressione di un tempo pieno che, imprigionandoci, diviene atemporalità aporosa come nei sogni, che diventano fantasmi dell’essere. Se, come suggerisce Zambrano, in ogni soggettività esiste il passaggio significa che c’è un limite, una soglia, e un particolare movimento che corrisponde all’oscillazione. Il passaggio è il fondo che persiste nel soggetto, custodendo la speranza di aprire le porte di un altro tempo.

Il tempo discontinuo, non isocronico, misura il passaggio desiderante di andata e ritorno da quei “sconfinamenti oltre la soglia”, di cui parla Wanda Tommasi.

Nel muoversi dell’essere umano è l’interruzione del già dato la condizione di continuità del suo procedere. Se l’essere umano si lascia attraversare dall’imprevisto, da ciò che letteralmente non vede in anticipo, troverà la capacità di illuminarlo di verità contestuale, e il suo sarà un guadagno su cui fare credito. Zambrano in un dattiloscritto del 1955, intitolato Sobre el tempo[11], afferma che il movimento dell’essere dell’uomo nasce dall’attraversamento del vuoto (spazio che non è ancora occupato da qualcosa), e in questo transitare si danno due modi di procedere apparentemente antitetici: un sostenersi nel vuoto, opponendogli resistenza, e l’andare tra il fuori e il dentro: il cosiddetto movimento pendolare. L’essere umano è per Zambrano una creatura di confine, liminare, che rincontra il reale in un passaggio incessante dal fuori al dentro, e viceversa. Se la realtà fosse totalmente interiorizzata, l’uomo vivrebbe un sogno senza immagini, se la realtà fosse completamente esteriorità, vivrebbe nella pura e trasparente intelligenza. Il vuoto è la resistenza che permette all’essere umano la ricreazione nel passaggio di un movimento oscillante.

Nello spaesamento del vuoto qualcosa attende di diventare parola pensante.

Annarosa Buttarelli nel suo scritto, Politica dell’altro mondo[12], in Immaginazione politica, si rifà alla frase di Clarice Lispector: “Il mondo indipendeva da me”[13], per argomentare la percezione che il realismo di stampo femminile ha nei confronti della realtà. Buttarelli sostiene che tale dichiarazione mostra una relativa indipendenza della realtà dal nostro pensiero. La realtà non è né assolutamente indipendente dal soggetto, altrimenti si rischierebbe di leggerla solamente con la fantasia, né dipendente dal nostro modo di pensare, perché questo provocherebbe un agire volontaristico e, spesso violento, su di essa.

“Perciò- dice Buttarelli- impariamo che siamo in relazione con la realtà che “indipende” da noi”[14].

In questa relativa indipendenza, è l’immaginazione che traccia “linee di fuga” che sono essenzialmente deliri: linee che escono dal seminato, dalla porzione di terreno delimitata (compresa tra due solchi), e in questo deviare, si delinea un cammino che può diventare fertile. In questo caso il delirio può inventare qualcosa di completamente nuovo, oppure può raggiungere e svelare qualcosa di non conosciuto, per rimetterlo in gioco nella realtà. La linea che de-lira è flessibile nel suo procedere, perché il delirio è sempre un altro sentiero, si delineano delle modificazioni, degli slanci o delle cadute.

Deleuze[15] sostiene che su queste linee possono avvenire delle pluralità di divenire, che hanno un ritmo diverso dalla storia della linea fissa.

A mio modo di vedere questa linea di fuga può condurre verso l’imprevedibile: il delirio non possiede caratterizzazioni definite, danza tra gli intervalli, tradendo in continuazione ciò che cerca di trattenerlo, da qui il suo aspetto anche demoniaco, come sostiene Zambrano, che scrive:

“Il daimon non è altro che la cifra della situazione in cui si trova spontaneamente ogni vita umana, ogni uomo: lo stare fuori di sé, l’essere alienato. E l’alienato delira”[16].

Il tradimento da parte del delirio consiste nell’andare oltre il limite, nel creare un varco nella “normalità”, intrattenendo con la realtà un dialogo che invita la soggettività ad accogliere l’esperienza che de-lira, senza abolirla.

Questo è il compito del logos[17] che raccoglie: sa trattare con il delirio, senza annullarlo.

L’esperienza delirante allora diverrà quel di più di simbolico che permette al soggetto di fluidificare i vissuti. Si stabilisce una contiguità, una tangenza tra esperienza reale e delirio, e in questo incontro molta importanza assumono le pratiche, intese come “luoghi” di illuminazione, dove le pluralità in divenire si ricreano. Wanda Tommasi parla di vie d’uscita, e nomina per prima la scrittura, come possibilità di rielaborare i vissuti, nella forma del frammento, che consente al soggetto di non perdersi del tutto.

Anche in Zambrano il delirio, come esperienza esistenziale, viene rielaborato in una scrittura che lo trasforma in destino (Delirio e destino[18]), in cui l’essere umano è chiamato a farsi in tempi e spazi ritmati da cadenze diverse. Delirio e destino è un’autobiografia in cui Zambrano racconta la propria vita in terza persona. Vi sono narrati i frammenti della sua storia personale: dall’infanzia alla rivelazione dell’esilio. La scrittura è una meditazione narrata, il cui contenuto delle diverse esperienze è scritto utilizzando il frammento. Wanda lo dice chiaramente: il frammento aiuta a far sì che ciò che intimorisce si rimpicciolisca, permettendo, nella miniaturizzazione, un confronto con esso e la conseguente rielaborazione meditata e mediata.

Tuttavia nella vicinanza tra reale e irreale si annidano anche dei rischi. Tommasi descrive questi pericoli. Può accadere infatti che la linea di fuga si concretizzi nell’evidenza del nucleo di verità che porta con sé, in questo caso viene meno la fiducia nella realtà stessa, e il delirio si assolutizza generando mostri, gli stessi prodotti dalla ragione quando diventa autoreferenziale.

Si tratta- dice Wanda- dei deliri paranoici che rimpiazzano la realtà, partorendone un’altra che tentano a tutti i costi di proteggere. Nella maggior parte di questi casi, la persuasione, il sentimento, i sensi, la logica, operano invano: questi deliri sono impervi alla modificazione. È come se la linea di fuga si materializzasse: il delirio prende così consistenza letterale, impedendo uno slittamento metonimico nella realtà. Il delirio diventa la nuova prescrizione normalizzata e il soggetto non fa che adeguarsi alla norma.

Vorrei descrivere i casi di delirio più trattati dalla letteratura psicologica e psicanalitica (i casi clinici di Boisen, Perceval, Schreber) appoggiandomi alla lettura che ne fa Hillman, in La vana fuga dagli dei[19].  Hillman sostiene che i tre casi abbiano in comune, come tratti caratterizzanti generali, l’universalismo, l’alterità dell’idea e il letteralismo. Il delirio diviene patologico quando gli si attribuisce un valore universale (delirio di grandezza o megalomania), svela qualcosa di assolutamente nuovo (l’idea sopraggiunge senza preavviso e con forza dall’esterno, investendo il soggetto che così le conferisce un’autorità suprema) e quando il suo significato è colto in modo letterale. Anche Wanda si sofferma sulla letteralità con cui viene colto il contenuto delirante, sostenendo, come nel caso di Schereber, che la nuova interpretazione di “ogni significante, anche il più banale e assurdo- avviene- nella prospettiva di una rifondazione del senso a partire dal collasso del simbolico”[20].

Nell’analizzare il caso Perceval, anch’egli afflitto da delirio paranoico, Hillman nota come il malato sia consapevole che l’uscita dalla psicosi dipenda dal contatto e dalla com-presenza dell’elemento figurato, immaginativo, con la realtà del quotidiano.

Il collasso del simbolico è la causa del delirio di Perceval, tanto che egli scrive: “Ho il sospetto che molte idee deliranti (…) consistano nello scambiare una forma di discorso figurata o poetica per un discorso letterale … lo spirito parla poeticamente, ma l’uomo agisce letteralmente”[21].

L’intuizione di Perceval è efficace anche quando la leggiamo in un contesto che non sia quello della malattia. Nel delirio c’è sempre un nucleo di ragione che il pensiero cerca di liberare facendolo slittare metonimicamente nell’esperienza.

Il pensiero liberante è soprattutto quello immaginativo che diviene mediazione tra il reale e l’irreale. L’immaginazione permette di deviare sia rispetto all’orizzontalità di una normalità statica, regolare, e quindi prevedibile e attesa, sia rispetto alla normalità idealizzata, quella che si avvicina ad un parametro ideale, o ad un’immagine precostituita, che diviene icona. La normalità va ricreata nell’enormità immaginativa che non ricusa l’erranza del delirio.

L’immaginazione che creando, permette di seguirla nella trasformazione, non delegittima la realtà a favore della fantasia che- come afferma Zambrano- si materializza nel fantasma che imprigiona. Zambrano in più luoghi parla del fantasma, ma è soprattutto in un testo del 1959, Miti e fantasmi: la pittura[22] che la filosofa dà un contributo originale a questo tema.

I fantasmi di María non sono irreali, nascono dalla fantasia, in un labile contatto con il reale. Sono “realtà sognata” e nascono dalla realtà stessa. I fantasmi per Zambrano vivono nell’ombra, perché un tempo troppo frettoloso non ha permesso loro di nascere del tutto, e una coscienza troppo abbagliante non gli ha patiti, ascoltati abbastanza. Quando il fantasma si ripresenta, ritornando a distanza di tempo con “rancore e anelito”, chiede di potersi manifestare e di essere sottratto al fluire temporale. L’unico atteggiamento adeguato al fantasma è per Zambrano quello “contemplativo”: intravedere, indugiando, il fondo oscuro in cui il fantasma si agita. Il soggetto prende così tempo e allo stesso modo offre il tempo al fantasma di apparire, in un istante. Il soggetto che intravede, contemplando l’abisso, dona al fantasma il vuoto di un istante, in cui può darsi la modificazione.

L’atteggiamento contemplativo è quello del distacco, in cui si dà una pausa, un sospiro e una nuova respirazione. Zambrano sostiene che la respirazione è l’elemento fisiologico del delirio, segnale primo e ultimo della vita, che marca un peculiare ritmo, in ogni individuo.

La respirazione è il limite in cui in cui si esprimono i bisogni reali del soggetto.

Respirare è porsi sulla soglia e percepire ciò che si fa sentire. Si respira, oltre che nella scrittura, nelle relazioni, basate sulla fiducia, nell’arte, nella religione, nell’amore creatore che non rende schiavi, e soprattutto si respira con speranza. Il respiro deve farsi politico, perché si può respirare anche all’unisono, quando sentiamo il bisogno simbolico di condividere pensieri e pratiche, a cui anima e corpo partecipano.

L’intero testo di Diotima sembra suggerire questo.

Partecipare politicamente immaginando un’altra polis significa creare un’apertura simbolica nel reale, impedendo che si verifichi il divide et impera dell’“opinione” mediatica, che porta inevitabilmente all’isolamento, al gregarismo, al mimetismo, alla violenza, e all’arte di governare in modo paranoico. La paranoia, Wanda avverte, è un rischio per la politica: può prendere i connotati del delirio di grandezza e/o di quello di riferimento, ossia l’idea che tutto ciò che accade abbia un preciso colpevole, che di volta in volta, assume un volto nuovo:l’immigrato, lo zingaro, l’omosessuale.

Nell’orfanità di politica che vive la società attuale, solo il pensiero che sa accogliere nel suo sviluppo un pensiero libero e immaginativo, può dare luogo ad una nuova comprensione dell’essere umano. In questo viaggio di ricreazione ci deve accompagnare la speranza originaria: la coscienza esce fuori di sé, conscia, come afferma Zambrano, che “ogni delirio è figlio della speranza”.

 

 

[1]              Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009.

 

[2]              All’interno del testo si possono leggere i seguenti interventi: Luisa Muraro, La schivata, Chiara Zamboni, Immaginazione giocosa e l’altra faccia del mondo, Cristina Faccincani, La realtà è sempre anche dell’altro, Marina Terragni, C’è politica all’Esselunga, Wanda Tommasi, La soglia, Katharina Rutschky, La realtà cifrata, Annarosa Buttarelli, Politica dell’altro mondo.

[3]              Cfr., G. Didi- Huberman, L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, a cura di Riccardo Panettoni e Gianluca Solla, traduzione italiana di Enrica Manfredotti, p.29.

 

[4]              F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano 1986, cit., p.91.

[5]              Riguardo alla figura dell’ambiguità si veda il testo di Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori, Napoli 2009, pp.43-44.

[6]              Schreber, Presidente della Corte d’Appelo di Dresda, scrive tra il 1900 e il 1902, le Memorie di un malato di nervi, testimonianza della sua psicosi paranoica.

 

[7]              I. Bachmann, Malina, tr. it. di Maria Grazia Manucci, Adelphi, Milano 1973.

 

[8]              M. Zambrano, Note di un metodo, a cura di Stefania Tarantino, Filema, Napoli 2003, cit., p.117.

 

[9]              “Il delirio trae il suo nome da una metafora contadina, dall’atto del de-lirare, dell’otrepassare la lira, porzione di terreno compresa tra due solchi”, R. Bodei, Le logiche del delirio. Ragione, affetti, follia, Laterza, Bari 2000, cit., p.VII.

 

[10]            M. Zambrano, Delirio, esperanza, razón, cit., p. 166.

[11]            M. Zambrano, M-30: Sobre el tempo, Roma, agosto 1957, pagine dattiloscritte contenenti “El movimiento pendular” e la “Constitución del ombre”,conservate presso la Fondazione María Zambrano.

 

[12]            A. Buttarelli, Politica dell’altro mondo, in Immaginazione e politica, cfr., pp. 119-120

 

[13]            C. Lispector, La passione secondo G. H., tr. it. di Adelina Aletti, La Rosa, Torino 1982, p.164.

 

[14]            A. Buttarelli, Politica dell’altro mondo, cit., p.120.

[15]            Cfr., G. Deleuze, C. Carnet, Conversazioni, tr. it. di Giampiero Comolli, Ombre corte, Verona 2006, p.47.

 

[16]            M. Zambrano, L’uomo e il divino, tr. it. di Giovanni Ferraro, introduzione di Vincenzo Vitello, Edizioni Lavoro, Roma 2002, cit., p.204.

 

[17]            Il termine logica assume il significato che ne dà Bodei quando scrive: “Non occorre farsi impressionare dalla solennità acquisita da termini quali logos o logica, in quanto leghein rinvia alle operazioni del raccogliere, sceverare, ordinare”, in Le logiche del delirio, cit., p.VII.

 

[18]            M. Zambrano, Delirio e destino, tr. it. di Rosella Prezzo e Samantha Marcelli, Raffaello Cortina, Milano 2000.

[19]            J. Hillman, La vana fuga dagli dei, tr. it. di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2005, cfr., pp.19-44.

 

[20]            W. Tommasi, La soglia, cit., p.83.

 

[21]            In Hillman, La vana fuga dagli dei, cit., p.28.

[22]            M. Zambrano, Miti e fantasmi: la pittura, in Luoghi della pittura, edizione italiana a cura di Rosella Prezzo, Medusa, Milano 2002, pp.53-57.