diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 4 - 2005

Pratiche Politiche

Presentazione dei materiali dal seminario politico

 

I tre testi qui raccolti descrivono da angolature diverse l’esperienza del seminario politico, che si è tenuto nel gennaio e febbraio 2005 alla facoltà di lettere e filosofia dell’università di Verona.

Il seminario politico è nato durante la guerra nel Kossovo: gli studenti della facoltà avevano invitato i docenti a discutere con loro della guerra lungo tutta una giornata e alcuni volevano proseguire la riflessione comune su questioni del presente per leggerle politicamente. In particolare Laura Sebastio me lo aveva chiesto, sapendo che potevamo mettere a frutto in questa comprensione del presente l’esperienza della politica delle donne che sia io che lei avevamo.

Da allora ogni anno ci si incontra nello stesso periodo una volta alla settimana in gennaio e febbraio su temi che variano. Ne ricordo alcuni: i linguaggi del presente, la legge, eros nello spazio pubblico, la città.

Il seminario è caratterizzato da una partecipazione libera e legata al desiderio di scambiare problemi, riflessioni, esperienze, a partire da sé e con uno sguardo alla contemporaneità, da leggere e da comprendere.

Questo seminario nasce dalla scommessa che l’università non sia solo un luogo per seguire lezioni, dare esami, prepararsi al lavoro, ma anche uno spazio per ragionare assieme agli altri del senso politico di quello che stiamo vivendo. L’università come luogo per pensare a quello che avviene e a quel che facciamo e studiamo. In questo senso non abbiamo voluto chiedere per esso dei crediti, ovvero il riconoscimento ufficiale del valore formativo del seminario. Abbiamo preferito che risultasse a prima vista inutile, perché una certa inutilità è molto più utile al pensiero di tutto ciò che è finalizzato al conseguimento di uno scopo e ad un riconoscimento ufficiale.

Partecipano a questo seminario studentesse e studenti che vi si accostano ogni anno per la prima volta, perché se ne è sparsa la voce. Altri che seguono da un anno all’altro. E ancora chi si è laureato da un po’. Ma anche un bel po’ di donne e uomini di altre età che ne hanno sentito parlare e che sono interessati a tale spazio, anche se il loro rapporto con l’università è limitato a questo. In genere si tratta di un numero che varia dalle venti alle trenta persone.

I tre scritti che seguono sono di una docente di matematica che abita in Svizzera e che è andata in pensione – Monica – di una studentessa di filosofia che ha studiato a Milano prima di spostarsi a Verona per via di Diotima – Daniela – e di Giacomo, laureato a Bologna e alla ricerca di un lavoro e di se stesso.

Il tono da loro scelto è stato volutamente poetico e poco descrittivo.

 

 

 

Il seminario politico

 

Un luogo in cui si ascolta, un luogo in cui la parola non cade nel vuoto. Un seminario, cioè un luogo in cui si spargono semi, come dice Monica. Semi parole, che mettono radici. E chissà quali piante diventeranno. In ogni caso diventeranno.

Un luogo in cui parlando della tua esperienza parli anche della mia. E quando poi mi ascolti, riconosci con meraviglia la tua voce.

Un luogo in cui, a dispetto dei tavoli rettangolari, si sta in circolo. E ci si guarda. E io capisco che tu mi riguardi, anche quando non ti capisco. E quello che avviene dentro il circolo riguarda anche il fuori, e viceversa.

Un luogo in cui si sente che tutto è relativo, cioè che tutto sta in relazione. Ed è un gran sollievo. E anche un bel grattacapo. Finisce il comodo e angosciante tempo dell’isolamento: i tuoi bisogni e i tuoi desideri si toccano con i miei. Interferiscono. Scompaginano il mio testo, lo aprono al contesto.

Un luogo che accoglie le pause e le confusioni del discorso, i suoi lenti avvicinamenti. Un luogo in cui alla fine risulta che a volte non c’è niente da dire. E altre volte non c’è niente da fare.

Un luogo a cui si arriva anche da lontano, sentendo che qualcosa di vitale viene giocato. Quindi un luogo che fa spostare, fisicamente e interiormente. Un luogo in cui ci si espone, ma senza mettersi in mostra. Un luogo esigente. Un luogo politico. Più politico di un parlamento. Un parlascoltamento? Un parlaspostamento? Un luogo libero dalla nevrosi del dover decidere. E senza separazioni in camera e senato: le età diverse comunicano e si insegnano reciprocamente. Uomini e donne. Più donne che uomini. Percorsi e vissuti completamente diversi che si raccontano, si riconoscono e si sconcertano.

Un luogo pubblico in cui Vanni può dire che il desiderio è una forza che lo trasforma. E Giulia può dire che l’importante per lei è essere Giulia completamente. E Giacomo può dire che tenere finalmente conto dei suoi bisogni più concreti e autentici sarebbe una grande rivoluzione. E Luisella può parlare del suo temporaneo ritiro dal mondo, e dei frutti sconosciuti che porta. E Greta può dire di desiderare l’impossibile. E via dicendo ascoltando scoprendo.

Un incontro di direzioni molteplici, anche divergenti: tu vai a nord, io vado a sud, loro vanno a est. Insieme facciamo la bussola, che può sempre servire. E comunque lungo il cammino spesso ci si perde; l’anticamera del trovarsi?

Uno spazio, un tempo. Da custodire con cura in quest’epoca che fagocita spazi e tempi. Un luogo per ricordarsi che l’altro (l’altra, gli altri, le altre, l’Altro, l’Altra…) è la parte più profonda di noi.

Giacomo Mambriani

 

Domande del desiderio

A margine di un seminario politico

 

Cosa rende politico un luogo dove quasi niente di premeditato, poco di organizzato, ancor meno di precostituito e di strumentale funge da elemento volontaristico in chi lo abita?

Per quanto pertinente a un ragionare su nessi logici di causa, la domanda allude alla passione politica, rilancia interrogazioni che hanno la leggerezza profonda dell’aforisma kafkiano: è soltanto un esame, chi non risponde alle domande l’ha superato.

Il desiderio non risponde alle domande, le pone.

Quel poco o niente, quella “mancanza di” apre brecce e orizzonti non ingombrati dove il vuoto è mezzo di trasporto. In esso eccedere è possibile, come possibile è ricreare e ricrearsi con un gioco di spola intessuto sull’orlo degli eventi.

Qualcosa accade e accade solo quel qualcosa di compreso: un barlume di vero accende singolarità guadagnate con atti simbolici in relazione.

Si svolge in questa atmosfera il seminario politico che, da sette anni, ruota attorno a Chiara Zamboni, la cui docenza di filosofia del linguaggio, all’università di Verona, anima ed è a sua volta animata dalla libera partecipazione di uomini e donne che, in tale circostanza, sanno (di) giocare sul serio.

Nato nel maggio ’99 per il bisogno avvertito da alcune/i studenti di riflettere sulla guerra in Kossovo, il seminario ha assunto nel corso del tempo visibilità sempre più mirata, mettendo a tema proposte condivise nell’affrontare il disagio della mutezza.

Gli incontri seminariali sono così divenuti occasioni di fare politica secondo modalità scaturite dalle libere associazioni, articolate in presenza, poste qui e ora.

Immagini e parole, sensi e narrazioni si esprimono in un linguaggio che è politico non per ciò che dice, ma perché lo dice. Il parlarsi assume i tratti dell’ascolto e della risonanza, elude le certezze e lascia fluire movimenti di liberazione del significante senza dimenticare il mondo.

Sono gli elementi dello scambio e del fiorire a dare valenza politica al seminario. Non temi di indirizzo ideologico alla moda lo sospendono sulla cresta dell’onda, a cavalcare il vertice di un potere consono ai regimi di verità costituiti. Fuori forse meglio al cuore dell’altro, esso si mostra condizione di possibilità di nuove forme di politica, librandosi sulla linea del riflusso che la corrente dispiega. Cresta invisibile che sta nel profondo, ciò che del seminario irrita e ciò che di esso è irrinunciabile si avvicendano per la loro prossimità che non li assimila. Frutti dello scambio, le insorgenze d’essere lì, nel seminario, riportano alla lettera “seminario” le allegorie disperse nell’humus delle esperienze, a tentare le parole per dirle.

La politica non è mai sganciata dal percorso personale; rilancia il non-concluso, l’esistenziale; mostra piuttosto di stare all’interno delle difficoltà. E forse proprio, ma non solo per questo, il seminario risulta immediatamente politico.

Durante i sei incontri che hanno delimitato quello di questo anno si è abbandonata, diversamente dai precedenti, la modalità di usare contributi esterni per rintracciare le forme simboliche dell’agire. Contributi esterni in due eccezioni: sia per la forma di testimonianza resa da chi, invitato a narrarne, viveva l’esperienza in contesti istituzionali, di gruppo, di aggregazione nei luoghi diffusi del sociale che non erano l’università, sia per l’aver fatto riferimento autoriale a testi letterari, saggistici da leggere o rileggere in chiave politica.

L’immediatezza politica del seminario odierno è giocata altresì sul riscontro che il movimento simbolico tra “fuori-dentro” circola tra i partecipanti – loro sì testi viventi – secondo l’orientamento di essere, esserci “dentro-fuori” a sé e ad altro in praesentia di relazione.

La presenzialità comporta e la dimensione del radicamento e l’erranza del desiderio. Espone a contraddizione, la cui chiave fa agire senza risolvere. Con un’ulteriore indicativa sfumatura.

Ogni osservazione, a partire dalla differenza generazionale e dalla relazione di differenza sessuale che il seminario permette, passa in prevalenza per il filtro delle genealogie parentali.

Come pure il nodo del bisogno-desiderio, articolato anch’esso nel gruppo seminariale, s’instaura nel luogo d’interrogazione di quelle due differenze. E ciò è tanto più interessante in quanto l’interrogazione è luogo sopraggiunto, non prescelto.

L’incedere della politica del simbolico assume le movenze dell’andare in bilico. Le ricadute cui è soggetto sortiscono cunei che aprono – e si aprono a – altri percorsi. Cadendo e risalendo si avanza con gli imprescindibili gerundi del fare e disfare le cose. Questa parvenza radica un dato teorico della linguistica strutturale: la relazione partecipativa. Si tratta, in poche parole, di un assioma che scrive A¹B con il tratto seguente: A¹A + nonA.

Ancora quel procedere salta in una notazione non meno pericolante, guadagnata e rischiata nel seminario e al seminario rimasta aperta. Impasse preziosa per le mediazioni dell’operare politico, essa si delinea nell’asimmetrico rapporto tra singolarità e istituzione. Singolarità che dà creazione e che occorre salvare. Quando i suoi elementi vengono abbattuti dall’istituzione occorre, da parte di quest’ultima, un passo indietro e, al contempo, occorre un visibile spessore di quegli elementi. Giacché quanto più l’istituzione fa – e spesso lo fa su bisogni non richiesti, con il linguaggio-codice dei diritti, quale opera di legittimazione degli assetti di poteri costituiti – tanto più getta la singolarità nella solitudine.

Quella tra istituzione e singolarità somiglia a una danza assai poco armoniosa. Piace vederla una pantomima buffa e di-vertente. La distanza minima tra le due resta pur sempre incolmabile: l’una mima a ritroso le mosse dell’altra. La politica perde di vitalità, la sua linfa si esaurisce se si inscrive unicamente nel controllo esercitato dalla messa a punto di modelli universali e normalizzanti. L’ordine simbolico viene confuso con l’ordine sociale, il senso della libertà perso in una concezione di libertà incapace di comprendere la non-libertà, allorquando l’istituzione perde contatto con l’energia sotterranea dei singoli bisogni che i desideri rigenerano.

Laddove, nel seminario, il bisogno di politica non rifugge il desiderio di poesia.

 

Monica

 

L’identità dell’alterità

 

 

Il seminario politico è un luogo di scambio e condivisione in cui ci si mette in gioco scoprendo il nostro somigliarci ma anche la propria unicità, quel piccolo nucleo nascosto che viene tirato dagli altri, in modo che, a sprazzi, venga alla luce

Questo nucleo è politico?

Il nostro percorso personale non è mai slegato dalla politica perché la nostra vita ha a che fare on gli altri. Ma davvero tutto può essere detto di quel piccolo nucleo segreto? Il rischio che esiste quando si cerca di dividere nettamente la propria esistenza privata dalla politica è quello di chiudersi in un pieno di sé, e in questo luogo soffocante, ma accogliente, perdere contatto col mondo. Forse la tensione non va risolta ma vissuta perché viverla è già un fatto politico.

Quest’anno al seminario si sono ritrovate donne e uomini per ripensare la propria differenza sessuale e generazionale. Cercare una definizione per il seminario politico non è facile, ma ho trovato significativa l’espressione di Monica che definiva il seminario come luogo di semi. Ad un primo sguardo frettoloso questi semi risultano uguali l’uno all’altro, ma se osserviamo più attentamente scopriamo che quel seme ha una piccola gobbetta che l’altro non ha. Quando lo pianteremo sarà il nostro seme speciale, unico, lo aiuteremo a crescere, ma forse, se glielo permetteremo sarà lui a farci crescere e ci sorreggerà mentre noi lo sorreggeremo. Spesso il piccolo seme ci griderà piano, ci parlerà in silenzio, un silenzio non muto ma pieno di germogli di parola, sarà lo spazio necessario per la vita delle parole in modo che non si accatastino una sull’altra. Il seme sarà pieno di ciò che ancora non c’è, di possibilità nuove, ma piene di rischio. Ormai non sarà più nostro, non lo possederemo ma ci terremo insieme, io sarà sua e lui sarà mio. Siamo noi i piccoli semi. La creatività sta nella singolarità, ma non per questo bisogna perdere di vista l’intero seminato. Ma potrò davvero raccontare me stessa e il io semino? Posso davvero renderlo pubblico? E’ veramente un fatto politico? Ci sono due occhi, uno che guarda al privato e l’altro che guarda al pubblico, o gli sguardi si intrecciano e si intersecano? Forse entrambe le cose, un oscillamento tra intreccio e separazione.

Accettare i propri limiti vuol dire fare un gesto politico perché solo così ci apriamo agli altri, capirsi dipendenti vuol dire fidarsi degli altri. Il verbo “dipendere” non va associato all’idea di gerarchia, ma sta a significare: “essere bisognose/i dei e delle altre”. Anche la parola “fiducia” non va intesa come cieca obbedienza, non bisogna dimenticarsi di mantenere uno sguardo lucido e concentrato. Accettare i propri limiti è forse una delle più grandi ricchezze perché ci permette di ascoltare gli altri senza riempirci di noi. Se non ci si crede onnipotenti tutto questo è possibile, perché l’amore egoistico è proprio questo gonfiarci di noi.

Un giorno un amico mi ha detto che la relazione con la sua compagna era diventata un bozzolo chiuso. L’espressione che ha usato è molto efficace: “io ero chiuso in lei e lei era chiusa in me”. Nel suo racconto c’era un’ambivalenza di sentimenti: da una parte il piacere di stare così vicini, dall’altra la paura di perdere il contatto col mondo esterno. Si ripresenta così la tensione tra pubblico e privato. Mi sono così ricordata la frase di Natalia[1]: “La mia relazione con Vanni è politica perché ha a che fare con gli altri”. L’aspetto conglobante può proteggere, ma anche ammazzare la relazione perché questa si nutre nella differenza, un vuoto incolmabile. La relazione muore nel reciproco mangiarsi. Il prendersi cura di sé è amore per gli altri, il lavarsi è aver voglia di stare a contatto con altra gente. La relazione con la madre gioca qui un ruolo fondamentale. E’ il dono materno dell’amore e della capcità d’amare. E’ mia madre che si è presa cura di me. Lei non solo è mediatrice per me, ma anche per mio padre che sembra quasi chiedere l’autorità materna per mangiare.

Non so quanto egoismo ci sia nell’amore di sé, certo è che se ci fermiamo alla definizione di essere umano come essere egoista ci chiudiamo in una terribile gabbia. Dobbiamo capire quanto siamo disposti ad uscire dal nostro egoismo, scoprirci bisognosi è un modo per farlo. Il nostro compito è uscire dalla gabbia rompendo quel rapporto rigido per cui io non vedo l’altro e l’altro(io) non vede me(altro). Per entrare nel gioco dinamico delle relazioni. Qui nasce libertà. Ricorderò sempre quando mio nonno rimproverò la nonna, che correva qua e là per accontentare tutti, dicendole che così si sarebbe ammalata e questo non accade sempre, e solo, agli altri perché gli altri siamo noi.

Questo luogo di semi è stato un luogo di relazioni nuove, giocate in modo libero perché non rinchiusi in ruoli precostituiti. In questo testo, spesso balbettante, ho parlato di bisogni e non di desideri, ma non per dimenticanza, sono solo rimasti sottesi, ci sono anche se in silenzio; forse per la mia difficoltà a scindere nettamente il bisogno dal desiderio, forse perché un bisogno può essere un desiderio nascente.

 

Daniela

 

 

 

 

[1]              Natalia e Vanni sono partecipanti al seminario politico.