diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Ho seguito il Grande Seminario

Per dispetto. Corpi esposti, una rilettura

Would you walk forever in the light

To never learn the secret of the quiet night?

Big Thief, Change

I luoghi che abitiamo, in cui lavoriamo, in cui capita di trovarci, sono popolati da infiniti meccanismi relazionali, dove il nostro corpo va e viene da una presa di coscienza reale, è un corpo proprio ma si scambia con altri, è materiale fisico e biologico ma è anche desiderio, inconscio, sognante. Non solo norme biologiche regolano il nostro corpo, ma anche norme sociali e di potere, le quali gli conferiscono, come ben sappiamo, il suo carattere di vulnerabilità e passività.

La violenza che agisce sui corpi è la cifra più estrema del nostro essere nel mondo secondo la misura – o la dismisura – dell’esposizione. Gli esempi li conosciamo già: la violenza sui corpi delle donne, sui corpi in guerra, ma anche sui corpi medicalizzati, psichiatrizzati, incarcerati.

Con la pandemia abbiamo tutte e tutti sperimentato cosa significa essere esposte non solo al virus e ai rischi sanitari ad esso collegato, ma anche alla biopolitica: le norme di distanziamento fisico, i regimi di isolamento e l’obbligatorietà vaccinale con la relativa produzione di documenti, hanno fatto riemergere vecchie questioni, ben note al femminismo, sull’autodeterminazione dei corpi. Così, in un’epoca in cui la domanda di cura diventava sempre più urgente, abbiamo assistito tristemente al consolidarsi di quella che sembrava essere invece una risposta univoca, quella normativa-istituzionale.

Ci sono corpi che più di altri vivono l’esposizione di sé come un rischio. Le donne, ad esempio, lo sperimentano più degli uomini. Camminare per strada può diventare per molte di noi un evento allarmante. Nei luoghi di lavoro, altrettante di noi sentono le pressioni e gli sguardi del loro capo.

Ancora, i corpi esposti sono quelli delle manifestanti iraniane, delle combattenti curde, degli attivisti per il clima. Infine, dobbiamo per forza considerare che l’esposizione vissuta oggi è in larga parte anche virtuale, i nostri corpi sono anche in qualche modo legati alla tecnologia, alle immagini che circolano nei social network e agli algoritmi invisibili che profilano le nostre attività sul web. Mi chiedo come pensare tutto questo.

La vulnerabilità non è però l’unico modo in cui sperimentiamo l’essere esposti. Durante il seminario abbiamo cercato di percorrere anche altre strade, pur sempre partendo dall’eccesso di visibilità che contraddistingue certi corpi e certi eventi, e dalla loro esposizione originaria – che viene da un prima di noi, prima del nostro costituirci come soggetti nel mondo.

Il seminario accade in un tempo interessante, dove i corpi delle donne hanno acquisito molta visibilità pubblica. È già in corso da tempo, negli spazi femministi, un’analisi critica delle donne che in occidente si trovano nei luoghi di potere[1], e questa è stata un’importante occasione per riflettere con un nuovo sguardo al segno della differenza. Possiamo ancora approfittare dell’assenza? Siamo però lontane dal pensare che l’esposizione riguardi solo i luoghi di potere – luoghi non di certo sicuri, ma quantomeno privilegiati. Ripeto, donne in Medio Oriente si stanno esponendo mettendo a rischio la propria vita. Mentre, in Occidente, i corpi delle donne sono ancora luogo di battaglia politica. Inoltre, sul posto di lavoro, nelle strade, a scuola, in università, dobbiamo sempre misurarci con un’esposizione che non sempre è ricercata ma che accade.

Ci siamo fermate: sentendo il troppo “fuori”, abbiamo interrogato l’ambivalenza che il troppo fuori ritrae e porta. Molte di noi avvertono un’estraneità, o esitano nell’esporsi. L’esposizione di sé resta comunque un fatto politico.

Angela Putino leggeva l’estraneità dei corpi come il loro più intimo tratto differenziale che li rende “questi corpi qui”, ecceità inaddomesticabile, che lei rintraccia nel famoso scolio, caro a Gilles Deleuze, dell’Etica di Spinoza[2].

L’ecce è l’interruzione di questo apparato disposto sui corpi, di questo meccanismo che li trasforma da molti, numerosi e spaziati in un’aggregazione unitaria. L’ecce introduce l’estraneità, l’insaputo nel senso spinoziano: noi non sappiamo ciò che un corpo può. L’insaputo è l’essere tale di un corpo che incontra nella sua materialità stessa l’altro, un corpo sempre estraneo in rinnovarsi di qualità, di modi, di toni, di intensità, di colori[3].

Non è forse un caso che alcune di noi si siano ricordate del corpo di Angela Putino durante il ritiro per la preparazione del Grande Seminario. Un corpo sottile, che pur nella sua minutezza non cessava di esibire un eccesso, e che alla percezione appariva quasi come una stortura rispetto ai luoghi in cui si trovava.

Angela Putino ricorda che “il pensiero e la politica del femminismo hanno sempre considerato necessario non tagliare fuori l’uno dall’altro il pensiero e il corpo”[4]. C’è, in questo senso, una rinnovata necessità di muovere dalle condizioni materiali di pensiero al fine di raggiungere un tipo di libertà materiale, incarnata e non soltanto nominata astrattamente. È possibile allora intravedere, nell’eccesso di esposizione in cui siamo coinvolte che riguarda anche tutta una schiera di saperi e rappresentazioni, una zona d’obliquità dove i corpi mostrano altro, mostrano null’altro che se stessi e i loro singolari concatenamenti.

I corpi sono sempre sessuati, afferma Putino. È proprio in quei luoghi critici, in cui vige una sorta di necessità più che desiderio – vi ci ritroviamo come per forza –, è lì che affiora e lavora meglio il pensiero sessuato. Così scrive infatti Lia Cigarini:

Per produrre pensiero sessuato bisogna stare nel luogo in cui il tuo desiderio (di essere giurista, ad esempio) si scontra con delle contraddizioni. Il luogo del pensiero sessuato è dove il corpo registra una necessità, non dove ti porta il tuo desiderio[5].

Proprio quando pensiamo di essere più lontane dal nostro corpo, nelle situazioni di necessità del vissuto, registriamo un’eccedenza e lì comincia il pensiero. È interessante perché il desiderio si scopre già abitato da contraddizioni. Muove da una costrizione, che può produrre un senso di estraneità, ma orienta alla libertà. Ancora: capiamo che l’esposizione riguarda sempre una soglia, è sempre un trovarsi all’esterno e all’interno, è fuori ma è anche dentro di noi. Più che passivo, il nostro corpo si scopre allora luogo aperto dove possono accadere eventi, incontri, malattie, conoscenze. Queste esperienze fanno scoprire un corpo, e insieme un luogo, che è mio ma al contempo non è mio, preso fra i saperi e i non saperi, ma di cui in fondo non so.

Il mondo occidentale sembra ora attraversato da un eccesso di luce, un tutto pieno, che rischia di proiettare la sua stessa luce anche ad altri corpi, appropriandosi delle loro storie. Capiamo che la nostra e la storia di altre donne si incrociano in un punto, ma non sono la stessa storia. L’esposizione è allora anche ascolto e disposizione dello spazio necessario di queste altre storie. Trovare le parole, non cessare di fare lavoro simbolico e politico. Interrogarsi sui guadagni, percepire ciò che si sta muovendo pur sapendo di non poterci sottrarre mai del tutto da quel movimento.

Lucia Vantini nel suo intervento al Grande Seminario si è interrogata sull’ambivalenza che comporta l’essere corpi in mezzo ad altri. I nostri corpi esposti portano sempre la contraddizione dello stare in mezzo, dell’essere cioè corpi fra altri corpi (e fra un corpo più grande, la terra) e lo stare presso di sé. Ciò a cui sto pensando è molto simile a quando ci sentiamo per qualche motivo estranee rispetto al luogo in cui ci troviamo, percepito come non naturale, e dunque estranee anche al nostro corpo, che deve trovare il modo di far fronte a una situazione in cui non sa stare. Mi è capitato di sentire un gran bisogno di solitudine mentre partecipavo ad una manifestazione o un’assemblea concitata dove era richiesto il mio parere. In questi momenti, torna al centro l’importanza di trovare una misura. Come fare di questa estraneità un luogo di scambio?

Ci sono diverse risposte che possiamo dare a questa domanda sul non stare, non saper stare, nella legge, ad esempio, nell’istituzione, nella narrazione dominante. Ma tutte le risposte possibili ci riportano alla stessa evidenza, e cioè alla domanda sul nostro corpo, che è quella che ha dato origine al lavoro per il semimario.

C’è una tentazione all’esposizione e qualcosa che ci trattiene. La donna muta di Lia Cigarini, riletta da Lucia Vantini, fa parlare il silenzio che affiora da questa contraddizione. Silenzio e rinuncia sono le cifre di questa figura della differenza, che invece di chiudersi in sé stessa si apre all’ascolto. La donna muta è una figura che si pone in contrasto con l’irrompere della donna nella scena politica, spesso associato al grido, alle voci che sono state oppresse. Ma la donna muta di oggi non è quella di ieri. Non è in semplice antitesi, essa crea e dispone uno spazio necessario. Se c’è troppa luce non vediamo niente. La donna muta sceglie di spostare lo sguardo, di collegare punti e storie. Essa è una figura politica ma è anche l’obiezione più feconda alla politica.

Il punto della donna muta è un punto di taglio e di trasformazione. A ben guardare, la donna muta è allora non il contrario dell’essere esposti ma un diverso collocarci nello spazio. La guerriera del negativo, che nel mezzo di una battaglia decide di non resistere a tutti costi, si siede da una parte e inizia ad ascoltare quello che succede attorno a lei.

Questo tipo di libertà è difficile da ritrovare nei corpi nella guerra. I corpi delle donne sono intrappolati nella scena della guerra e resi muti da una seconda violenza, più mite ma più diffusa, e che tocca tutte noi, quella delle immagini. Le immagini che sono circolate qui in Europa dall’inizio della guerra russo-ucraina ci hanno pervaso tanto da, come emerge sin dall’inizio dell’intervento di Ida Dominijanni, impedirci di trarre senso da un sentire altro, che fosse realmente nostro. All’inizio della guerra, dinanzi al disastro, sembravamo aver finito le parole. Alcune, e tra queste anch’io che scrivo, sono rimaste in silenzio, donne mute di fronte alla riappropriazione maschile nei confronti della distruzione della specie. Quando le immagini sono così attaccate ai nostri occhi, sembra difficile fare lavoro simbolico. Portano una sorta di costrizione, anch’esse esposte o sovraesposte, ma senza misura. I corpi delle profughe, dei cadaveri ammassati – penso anche alle immagini del terremoto in Turchia, Siria e Kurdistan – che vengono esibiti da questo tipo di immagini hanno il carattere del senza-misura. Non posso più fare come se non li avessi visti.

Ma se è vero che, come dicevamo all’inizio, l’esposizione è un taglio e sospensione fra il dentro e il fuori, è possibile risignificare questo eccesso di luce, che è la sovraesposizione in cui si ritrovano corpi ed immagini.

L’esposizione del desiderio, una strada aperta e ampiamente attraversata dagli interventi di Stefania Tarantino e poi di Linda Bertelli, lo rende anch’esso, pur indagato a partire dal proprio vissuto, un fatto politico.

Stefania e Linda hanno lavorato diversamente sul desiderio, l’una preso nella sua potenza creativa – che lei guadagna dal rapporto con la madre, qui figura di andirivieni fra immaginario e simbolico – l’altra analizzandolo nel suo rischio, aprendo una questione sull’esposizione nel fallimento.

All’intervento di Linda Bertelli è collegato il tema del lavoro, di cui lei parla a partire dalla sua posizione all’interno dell’accademia, cioè il luogo dove lei svolge attività di insegnamento e di ricerca. Linda si interroga su che cosa sta succedendo al rapporto che la sua generazione ha con il lavoro: desiderato da un lato, ma in molti casi anche abbandonato (nomina qui come esempio sociologico il fenomeno delle “Grandi dimissioni”). I motivi di questa doppiezza sottostanno al modo in cui ci troviamo a fare il lavoro che desideravamo, che sono modi che non ci eravamo immaginate, che in fondo non ci piacciono. Sono infatti all’ordine del giorno le critiche sulla pervasività della concorrenza e, più in generale, delle politiche neoliberiste all’interno dei luoghi che apparentemente dovrebbero invece esserne liberi, come la scuola e l’università. L’inganno è però alla base: l’investimento affettivo forse aveva a che fare con l’imperativo di amore per il proprio lavoro del capitalismo post-fordista, di cui ora stiamo pagando il prezzo. Il fallimento si scopre così come “rinuncia a un ideale di forza”, dice Linda. Forse come obiezione a quell’imperativo che molte e molti di noi sentono come insostenibile. Linda però è ben lontana dal proporre una soluzione di fronte ad un problema che pare essere un problema esistenziale generazionale. Lascia una domanda, aperta, sull’enorme rischio che comporta l’esporsi con il proprio desiderio, che dobbiamo assumerci e su cui dobbiamo interrogarci anche quando si parla di desiderio di un lavoro.

L’intervento di Stefania Tarantino si concentra sulla maternità, pensata non come qualche cosa di astratto ma attraverso una figura ben precisa, quella di sua madre. Mettendo in luce la creatività del lavoro materno, fa risaltare il lavoro simbolico alla base della maternità, mostrando la sua eccedenza rispetto al solo lavoro riproduttivo a cui in molti discorsi la si relega. Per fare questo, sostiene Stefania, occorre sottrarre amicizia e maternità dalle maglie del concetto di lavoro. Farlo però con attenzione, aggiungo soltanto, per non contribuire alla narrazione della gratuità del dono, per cui molte donne rinunciano al proprio lavoro per la vita domestica, riproducendo ancora una volta il vecchio paradigma della divisione dei ruoli.

L’esposizione di sé, del corpo e della parola nei luoghi pubblici, ha fatto e sta contribuendo a fare la storia di molte donne. Ma è anche vero che l’esposizione ha generato rischiosi equivoci sull’uso delle parole, anch’esse iper-esposte, a volte strumentalizzate per scopi politici. L’intervento di Annarosa Buttarelli è in questo senso volto a fare chiarezza sul senso di alcuni termini con cui ci riferiamo alla legislazione sui corpi femminili. Al centro di nuovo è la parola autodeterminazione, a patto che non la si interpreti, dice Annarosa, all’interno della sfera del diritto. In questa direzione va rivisto il conflitto sulla questione dell’aborto, il quale non è da intendersi un diritto, ma una vera e propria pratica di autodeterminazione che ha a che fare “con la libera scelta circa la propria unità psicofisica, sopra la legge”, che è anche, ricorda l’autrice, il posizionamento della genealogia femminile nella storia. I diritti, in quanto prodotti storici e politici, possono essere rivisti o revocati, lo mostrano molto bene le battaglie egli attacchi alla legge 194 di cui tutt’ora si discute. Uno zambraniano posizionamento an-archico, vale a dire senza principio storico, è la proposta di una pratica che si pone al di sopra della sfera del diritto. Tenendo sempre presente che, afferma Annarosa, “non esiste un’autodeterminazione come pratica solitaria, volontaristica e autosufficiente”; è in questo senso sempre collettiva, è cioè un processo che si svolge con altre.

Sappiamo come storicamente l’esposizione nello spazio pubblico riguardi di più gli uomini, i quali ne hanno fatto il luogo dell’affermazione della propria mascolinità. Negli ultimi anni si sono sbilanciati a favore della politica delle donne anche alcuni uomini che hanno dato vita a pratiche politiche riprese dai contesti femminili di autocoscienza e del partire da sé. Questi uomini si sono fatti carico della cosiddetta questione maschile, discussa nell’intervento di Laura Colombo e Marco Deriu. Si tratta – apre così Laura il suo intervento – di una questione rimasta irrisolta negli anni, mai veramente approfondita e che ora mostra nuovamente la sua urgenza. Lia Cigarini insiste sul fatto che gli uomini faticano ad accettare la propria parzialità, a fare i conti cioè con il loro essere uomini, continuando ad universalizzare la propria posizione. Laura Colombo mostra da un lato come ci siano ancora oggi uomini attaccati alla loro ricerca di conferme, rendendo ancora attuale la nostra funzione di specchi magici e deliziosi in cui vi riflettiamo la loro immagine raddoppiata[6].  Dall’altro, indica altre vie dove viene invece portata avanti una ricerca di una pratica di scambio relazionale tra donne e uomini. È questo uno spazio visibile del presente, che Laura rintraccia nel rinnovato rapporto con la paternità negli uomini più giovani, e che Marco Deriu indica come pratica a partire dalla sua esperienza nel gruppo Maschile Plurale. In questo gruppo, di cui Marco Deriu fa parte, gli uomini hanno potuto lavorare in prossimità della violenza, dice l’autore “come qualcosa che riconosciamo e che ci è vicino”. La violenza è una questione maschile perché, sostiene, ognuno l’ha vissuta su di sé, in quanto si manifesta, in primo luogo, come violenza fra uomini. Riecheggia qui un passaggio di bell hooks che mi è rimasto in mente: “Il primo atto di violenza che il patriarcato chiede agli uomini di commettere non è la violenza contro le donne, ma piuttosto l’automutilazione della loro parte emotiva”[7]. Bisogna tuttavia ricordare che sono purtroppo sempre le donne a morire.

Il passaggio di presa di coscienza degli uomini di Maschile Plurale e di altri gruppi di autocoscienza maschile – ricordiamo anche il Gruppo Uomini di Verona – è stato possibile grazie allo scambio con le pratiche della politica delle donne, alla quale Marco Deriu si dichiara debitore. Resta aperta la domanda sulla possibilità di trovare quella stanza della tessitura (come la chiama Lia Cigarini), dove donne e uomini possano collaborare restando liberamente nella propria differenza. 

C’è una domanda che a Diotima ritorna spesso, che è quella sul senso della politica. Evidentemente questa domanda è tanto più necessaria quanto più non riusciamo a darle una risposta. La politica è, per la sua natura relazionale, più sbilanciata verso il fuori, ma non per questo è un tutto luce. Occorre spostare lo sguardo, e guardare alle zone d’ombra e di silenzio, quelle dove occorre fare spazio ad altro. Questo seminario ci è sembrato interrogare entrambe le zone, quella di luce e quella di buio.

Concludo con una sollecitazione che colgo da un passaggio di Angela Putino. L’autrice rilegge alcune immagini dal film Ecce homo, che parla dell’assedio di Sarajevo, dove, è interessante notare, nonostante l’ambientazione di guerra i corpi mostrano un’eccedenza rispetto alla narrazione realistico-informativa che li rappresenterebbe come null’altro che vittime. L’immagine della donna vestita elegante con il cappello a tesa larga e tailleur nero suggerisce invece a Putino che c’è dell’altro: “Le donne si truccano, si pettinano bene, per dispetto”, come commenta la regista.

Per dispetto. È questo il tono di quel vestito, quel cappello. È il dispetto l’angolatura da cui leggere questi corpi; questi qui e queste qui; tali quali siamo, così esposti, esposte; corpi dagli incarnati irrinunciabili, con i loro belletti, che avanzano nei loro spazi, dicendo di sé, di tutti gli incontri, di tutte le vicinanze, di tutti gli abbandoni di cui i corpi sono capaci. I corpi sono l’essere qui, la presenza; non soggetti, perciò, a rappresentazione si passano reciprocamente le loro immagini, cioè immagini di corpi.

Che cosa intende quella donna con cappello. Tesa larga e tailleur nero, che non si piega usualmente alla vicenda della guerra (…) esprime una non adattabilità alla comprensione in mucchi di quantità, in idee di sofferenza e di dolore umano, di cui lei – il suo corpo – dovrebbe diventare incarnazione?[8]

L’esposizione di sé dovrebbe conservare la traccia di quel dispetto che fa dei nostri corpi degli “incarnati irrinunciabili”, inaddomesticabili, incontenibili presenze. Diventa allora il modo con cui partecipiamo al pensiero e alla storia: il dispetto che incarnano i nostri corpi nel modo di vestire, di muoversi, di essere, il dispetto delle grida o dei silenzi rendono possibile un posizionamento nel mondo secondo ciò che di più singolare il nostro corpo esprime. Questo credo sia il punto di partenza per ogni lavoro politico.

Sembra allora che anche lasciare il posto vuoto, la rinuncia che fa la donna muta, sia l’indice che lo spazio pubblico non può contenerci interamente. Nè l’eccesso del nostro desiderio si lascerà dire dalle parole del diritto o si conformerà all’imposizione di una maternità astratta e funzionale al governo; non potrà nemmeno essere co-optato e infine negato dall’economia neoliberista. Ritorniamo con insistenza anche sulla questione maschile per mostrare come l’esposizione libera di noi stesse verso cui ci orientiamo sia una cosa diversa dal semplice mostarsi nello spazio pubblico.  
Ci rimangono da fare molte cose. Continuare ad agire nell’imprevisto, per esempio, cercando per quanto possibile di anticipare i concatenamenti, di provocarli attraverso le pratiche con cui, inaddomesticabili, attraversiamo luce e buio.


[1] Penso all’intervento di Laura Colombo, Se le donne arrivano al potere, Libreria delle donne di Milano: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/se-le-donne-arrivano-al-potere/

[2] “Nessuno ha sinora determinato ciò che un corpo può e non può […]”. Spinoza, Etica, Bompiani, Milano 2010, p. 243.

[3] Angela Putino, I corpi di mezzo. Biopolitica, differenza tra i sessi e governo della specie, a cura di Tristana Dini, Ombre corte, Verona 2011, p. 67.

[4] Ivi, p. 68

[5] Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes, Napoli 2022.

[6] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, tr. it. Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, SE, 2012, p. 47.

[7] bell hooks, La volontà di cambiare. Mascolinità e amore, trad. it. Bruna Tortorella, il Saggiatore, Torino 2022, p. 83.

[8] Angela Putino, I corpi di mezzo, p. 65.