diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 3 - 2004

Materiali Grande Seminario

Ostica matrice

Relazione tenuta al Grande seminario il 22 ottobre 2004

 

Il contributo che porto al lavoro di quest’anno, sull’agire e patire la politica, cioè sulle pratiche che sono rese dense e consistenti dai corpi sessuati, è segnato da una postura peculiare cioè quella di mettere al centro le relazioni tra donne. Quel che espongo usa infatti come fuoco quel che è accaduto e accade tra donne per leggere la realtà contemporanea, per tracciare un percorso attraverso i tempi che stiamo vivendo. Sembra un gesto scontato, questo di mettere al centro le relazioni tra donne, visto il contesto in cui ci troviamo, uno dei luoghi in cui è stato lanciato il pensiero “la politica delle donne è la politica”, ma non è così, ci sono nuovi problemi da pensare e nuove aperture. A cominciare dal fatto che di fronte a una “politica” che sembra essere regredita a politica di stati, regolata dal solo criterio della legittimazione o trasgressione delle convenzioni internazionali o interne – penso ad esempio ai dibattiti intorno alla guerra, alla posizione degli Usa, alla sovranità violata o rispettata di altri stati come l’Iraq, alla crisi della funzione mediatrice di organismi sovranazionali come l’Onu, ma penso anche ai dibattiti nazionali intorno alla riforma della Costituzione – di fronte a questa politica, la politica fatta dalle relazioni tra donne non ha una collocazione, un proprio spazio, così definiti e evidenti. Aggiungo poi che i guadagni che verranno fuori sono stati possibili in relazione con altre, naturalmente – tanto più quando si parla di pratiche che per definizione negano l’idea di un’azione o una presenza in solitaria –  e queste altre sono in particolare le donne di Matri_x, a cominciare da Tonia De Vita e Stefania Ghirardello e altre che prendono parola nei lavori che verrò citando.

 

Allora, dicevo di mettere al centro quel che è accaduto e accade tra donne. In particolare voglio sviluppare un certo tipo di relazione, quella della genealogia al presente. Con questo intendo una relazione tra donne di tempi differenti, differenti per età, ma anche e soprattutto differenti per i tempi di esperienza, per i tempi in cui sono venute formandosi. Si tratta dunque di una relazione di disparità che ha una particolarità, quella di essere segnata dal tempo. Concretamente questa relazione si dà, si è data, tra le donne che hanno iniziato, in senso forte, la rivoluzione femminista degli anni ’70 e quelle che a tale rivoluzione non hanno partecipato, non fosse che per motivi anagrafici (molte di noi in quegli anni erano nella prima infanzia). Eppure queste donne si sono incontrate, hanno costruito insieme, sono contemporanee, dove sta questa disparità temporale? Una prima risposta sta nella diversa posizione rispetto al presente. Il presente infatti non è una specie di attimo fuggente, è attraversato e reso vivente da quel che è stato fatto e quel che si intende fare, e rispetto a questo le posizioni erano diverse. Faccio un esempio tra tutti, che si addice anche a questo stesso luogo: che significa frequentare l’università, quella della fine del Novecento, dove ci sono docenti autorevoli, veri e propri punti di riferimento che brillano rispetto agli altri, per il loro modo di pensare, di intendere e praticare quell’istituzione? L’università è la stessa, ma diversa è l’esperienza che può averne una grande e una piccola. Per la grande quel modo di presenza ha un tempo lungo, è stata guadagnata, è accompagnata dal ricordo vivo e pesante di quando non era affatto così. Per la piccola, l’università che conosce per la prima volta è quella, dotata di quella forza che gliela fa vivere con gratitudine e insieme con una sorta di leggerezza. E’ questo quel che intendo per relazione di disparità rispetto al tempo dell’esperienza.

Ora, questo tratto della relazione non si è reso immediatamente comprensibile, all’inizio si è dato in modo opaco, ha finito per intralciare invece che arricchire la relazione e le sue possibilità di fare – ad esempio una diversa distribuzione di fiducia e sfiducia nell’università, ma anche di quanto fosse legittimo desiderare di farne il proprio lavoro o meno. L’osticità della relazione con la matrice – con chi ha generato il presente in cui mi trovo a vivere – è stata forte. Il problema che ci siamo poste è stato di trasformare quella asincronia, che era un fatto, nel senso che aveva tutta la consistenza ma anche l’ottusità della realtà, in una differenza vera e propria, di mettere al lavoro un elemento di quelle relazioni e di farne qualcosa.

In questi ultimi anni è circolata nella letteratura e nella politica femminista di vari paesi la cosiddetta “questione generazionale”. A noi questa formula non è piaciuta e ci è parsa insufficiente per molti motivi. Innanzitutto appiattisce le singolarità delle vite femminili e torna a trattare le donne come un soggetto collettivo, in questo caso ce ne sarebbero due, le donne della generazione precedente e quelle della generazione successiva. Inoltre ripartisce le une dalla parte del passato e le altre dalla parte del presente, mancando di registrare quanto invece siano contemporanee, come dicevo prima nell’esempio. Eravamo poi avvertite che le relazioni tra donne per essere politiche, cioè portatrici di trasformazioni di sé e del mondo, se possono nutrirsi dei mutamenti sociali, non possono però ridursi a un dato sociologico. Infine, come dirò meglio in conclusione, accade che quel che andiamo facendo e scoprendo vale e circola anche tra donne che non hanno la stessa età anagrafica.

 

Il primo passo, nel trasformare l’opacità di quell’asincronia in una differenza vera e propria, è stato constatare che il linguaggio ha una natura almeno duplice, può portare luce sulle cose, può restituire loro spessore, ma può anche svuotarle di significato, renderle invisibili. Insomma, la centralità che la politica delle donne ha dato al linguaggio non era così ovvia. Infatti, i nodi di quelle relazioni non si sono sciolte con la presa di parola tra piccole e grandi. Faccio due esempi di questo svuotamento presi dal quotidiano: da una parte, quelle discussioni interminabili tra amiche per risolvere un problema che dopo ore non lascia che delle parole a cui appigliarsi, con la sensazione che nulla sia davvero cambiato; dall’altra, quelle trasmissioni televisive in cui la presa di parola è degradata a scontro tra opinioni o gioco delle parti. Credo che questa duplicità del linguaggio stia tra la pura verbalizzazione, il puro e semplice parlare, e quel che la politica delle donne ha chiamato nominazione, che è sì una presa di parola ma che viene dopo o si accompagna al fare.

Fare quella differenza ha significato dunque prendere parola ma facendo, avendo fatto qualcosa. Questo fare consiste in due mosse: da una parte decentrare le relazioni con le più grandi, dall’altra mettere al centro, ripartire dalla realtà, dall’esperienza condivisa con altre. Insomma, si è trattato di cambiare posizione. Matri_x infatti, non designa tanto un gruppo, quanto una posizione nella realtà e nelle relazioni. E’ come un disegno: matri dice di un riconoscimento ma che avviene in una discontinuità, uno spazio – il trattino – e, soprattutto questo riconoscimento avviene a partire e essendo messo alla prova dall’incognita che la realtà presente e vissuta costituisce rispetto al già detto.

 

Faccio un altro esempio: un elemento della realtà presente che mette in relazione le donne tra loro è la centralità che il lavoro ha assunto nella vita di ognuna. Una centralità talora subita, ma anche fortemente voluta, e quasi sempre con grandi pretese e aspettative. Spesso negli scambi tra noi la fonte prima di esperienza è stata quella dei luoghi di lavoro, dei problemi e delle gioie che potevano dare. Ora il senso da dare a questa centralità non è immediatamente dato, va scoperto, come per le incognite nelle equazioni matematiche, e va messo a confronto con quel che ne ha già detto la politica delle donne. Ad esempio, questa importanza porta scompiglio e costringe a ripensare il rapporto tra emancipazione e liberazione: il lavoro non è desiderato e nemmeno consiste più nell’emanciparsi dai ruoli familiari, dall’oppressione, porta con sé un senso di libertà, di espressione di sé, e insieme pone nuovi problemi, diversi da quelli dell’essere escluse, incluse oppure estranee.

Ripartire dalla realtà significa anche che le relazioni tra donne non si nutrono di loro stesse, ma che si costituiscono per la e nella realtà che portano e, sottolineo, per il modo in cui la portano. Il presente ci dice infatti che le donne sono dappertutto – è un aspetto di quel che è stato dibattuto sotto il titolo di “femminilizzazione della società” – sono dappertutto vuol dire anche che lo sono in un modo che eccede i luoghi e le parole politiche del femminismo. L’esempio da fare è semplice, si incontrano oggi donne impegnate e esigenti nelle loro attività pubbliche, la maggioranza non si trova nei luoghi “storici” tra virgolette del femminismo, e spesso queste donne non solo sono ignare del pensiero e dell’agire politico delle donne, ma nemmeno si pongono il problema di farsene carico o di stabilire una qualche continuità. Anche qui c’è un’incognita politica da scoprire rispetto al già detto dal femminismo: è ancora possibile considerare le istituzioni in contrapposizione mortifera con il movimento vitale della società in generale? Matri_x ha cominciato a lavorarci e l’esperienza ha portato ad alcune prime constatazioni: non solo molti luoghi istituzionali, dall’istruzione alla pubblica amministrazione, non mettono una donna di fronte al dilemma di sottoporsi a un processo emancipativo per sottrarsi a un destino di esclusa, ma anzi spesso accade che proprio la differenza di cui è portatrice quella stessa donna sia, anche insidiosamente, richiesta e benvenuta per ridare vita e significato proprio a quelle istituzioni la cui tradizione sta conoscendo una crisi profonda.

 

Ora voglio sottolineare che di fronte a questo stato delle cose, al ruolo centrale della realtà e dell’esperienza e a questo essere dappertutto delle donne, si è imposto un criterio di scelta, di elezione, nelle relazioni, che non hanno dunque perso la loro importanza: il criterio si stabilisce in base al grado di realtà e di intensità con cui è vissuta da ognuna. Che cosa vuol dire questo? vuol dire che l’incontro, lo spazio politico di trasformazione si crea tra quelle che, innanzitutto, sanno amare le altre e loro stesse, con una spensieratezza – intendo qui un sentimento che va oltre la volontà politica – che è, anche questa, segno dei tempi, tempi in cui non è più legge la rivalità tra donne per cui la ragione e il senso della propria vita è il posto presso il padre o chi per esso, capo, marito o che altro – è un modo di ridire il pensiero che animava il sottosopra rosso quando parla di “fine del patriarcato”. Il cambio di posizione è così segnato da questo amore di sé e dell’altra, dunque, che genera anche un modo più sensibile di sentirsi libere: nelle relazioni si chiede e si trova un rinnovato senso del piacere. Un brevissimo esempio: spesso oggi una donna sceglie di lavorare o si trova a lavorare con un’altra, con altre, perché è meglio, molto semplicemente.

 

Arrivata a questo punto si comincia a vedere come partita da un’asincronia, l’inciampo nella relazione genealogica tra donne si faccia una pratica della differenza. Cambio di posizione per  centrarsi sull’esperienza, nello spazio di una discontinuità con le matrici del presente. Questa discontinuità è un esercizio costante, la si pratica e genera differenza ogni volta che una donna a partire dalla sua realtà diventa consapevole delle riprese e degli scarti rispetto a quel che la politica delle donne ha già detto. Sì, perché in questa pratica non si è prigioniere di un desiderio rassicurante di continuità ma nemmeno dell’illusione che, per una donna, la libertà e la sua individuazione stia dalla parte del superamento, del lasciarsi dietro le spalle, del “post”, per dirla secondo una figura del pensiero maschile.

Discontinuità fatta di riprese e di scarti – scarto inteso come movimento rispetto a un eventuale percorso già tracciato. Questa discontinuità avviene in modo insieme volontario e involontario, catturando ancora una volta la realtà delle vite delle donne e scompigliando certe concezioni edificanti. Avviene in modo volontario quando e perché si dà una lettura diffusa di testi del femminismo, avviene in modo involontario perché non esiste una trasmissione garantita delle intenzioni politiche del movimento delle donne – sia perché molte donne semplicemente non ne sanno, c’è dunque dell’oblio che circola, sia perché quando ne sanno è spesso attraverso i testi con tutti gli equivoci, anche salutari che comportano.

 

Dicevo che questa discontinuità, la pratica di questa differenza si fa per scarti e riprese. Le riprese forse si sono già rese evidenti mentre parlavo, ma le ricordo qui e le accosto agli scarti che le accompagnano.

 

 

 

Torno ancora una volta alla questione del tempo. A questo punto praticare questa differenza nella relazione tra donne può nominarsi come una pratica del divenire nelle relazioni e nella politica. Come dicevo, quelle che inizialmente hanno iniziato a riflettere su questa asincronia era tutte più o meno vicine per età anagrafica, ma poi sempre più si sono trovate con donne con tempi di esperienza diversi: quasi subito, Simonetta De Fazi e Elisabetta Cerroni, compagne di strada delle iniziatrici della rivoluzione femminista, si sono ritrovate sul lavoro che stavamo facendo, ricordando però, ogni volta che si scivolava in una deriva “generazionale”, che loro erano la prova vivente che di quello non si trattava.

Una prima conclusione è che il tempo è linfa e veleno delle relazioni e della politica: è linfa e nutrimento quando si fa sentire come divenire della realtà che chiede degli spostamenti, dei mutamenti, quando diventa una pratica della differenza nella relazione, stavolta intesa come  divenire[1]; è veleno nel momento in cui l’incognita a cui il divenire espone spaventa e mette sulle difensive, togliendo parola alle une e alle altre: le prime che si ritrovano a parlare di una realtà non poi tanto presente a se stessa, le altre che non hanno proprio parole.

Questa pratica ha alcuni punti salienti che si sono rivelati finora: un certo coraggio, anche contro se stesse, contro l’inclinazione all’attaccamento, nell’accettare la perdita di quel che non è più significativo; la fiducia nel sapere che questa perdita non pregiudica una certa singolare continuità, che si darà però in modo imprevisto, non determinabile, e solo per quel tanto che si sarà capaci di mantenere un senso vivo di sé; e soprattutto il rifiuto di stabilire un’equazione tra il divenire e il superamento, poiché si pratica la differenza, si è portatrici di trasformazione, se si è forti della memoria – una memoria peculiare, non piena, bucherellata – di quel che è già stato fatto dalla politica delle donne.

 

Concludo con la questione aperta all’inizio e cioè con il posto che, di questi tempi, può prendersi una politica basata sulle relazioni tra donne. A un primo sguardo che si affidi ai mezzi di comunicazione sembra che le donne ancora centrali nelle poste in gioco politiche siano solo quelle oppresse – di nuovo il riferimento è la guerra in Iraq e il risalto che è stato dato all’oppressione femminile per parte islamica. Ma a una considerazione più attenta e accurata si sente come questi tempi – che alcuni mettono sotto il segno dell’omologazione al modello unico di stampo occidentale e altri vedono come uno scontro senza quartiere tra civiltà – abbiano un bisogno vitale di una politica capace di accogliere e generare differenza. La politica reinventata dalle donne è stata maestra in questo, quanto alle pratiche in Italia è stata una vera e propria iniziatrice. Può continuare a farlo, se si lascia sorprendere da quel che le accade.

Riprendo alcuni degli elementi per considerarli stavolta nel quadro generale dell’attualità, dei problemi che pone in politica quell’ordine di relazioni che viene chiamato democrazia. Il vero senso di questa parola, prima che se ne trovi uno migliore, non è quella del pluralismo delle opinioni, non è quella dell’agone discorsivo, e non è nemmeno riducibile a un’insieme di “lotte per il riconoscimento” (Habermas e Taylor). E’ piuttosto l’ordine in cui le relazioni creano e ricreano continuamente differenza. Alcuni dei punti emersi qui dalle difficoltà nelle relazioni tra donne possono essere lette oltre loro stesse: per fare differenza bisogna anche riconoscere che il linguaggio, lo spazio discorsivo, non è sempre sufficiente; che talora è necessario lasciare lo spazio perché l’altra, l’altro, cambi postura o che l’altra/o se lo prenda, questo spazio; che l’incontro può e anche deve darsi a prescindere da saperi già accumulati; che ci vuole l’accortezza di non illudersi che tutto sia superabile, che occorre il coraggio di esporsi all’incognita e che serve la fiducia nel fatto che non tutto andrà perduto. Si tratta di piccole indicazioni ma, messe in contesto, di volta in volta, so, sappiamo già, che generano trasformazioni secondo un senso diverso della politica.

 

 

[1]              V. postcoloniali e Bloch (non contemporaneità) o progresso, secondo Marr.