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Scritture

Nonna Proust

Il primo incontro.

Quando per la prima volta senti la sua voce.

Apri il libro, volti le prime pagine, non ti soffermi sul titolo, e appena sulla dedica, forse non l’hai veramente letta. Continui fino alla prima pagina del primo capitolo, saltando il titolo, che non conta, arrivi alla prima frase.

Conta la prima frase soltanto.

Perché contiene tutto, il libro, l’autore, talvolta la vita intera dell’autore ma questo non lo sai ancora.

Può accadere che finito il libro, finita la lettura di tutti i libri di quell’autore, anni dopo, il caso ti metta nuovamente sotto gli occhi quella prima frase, quella di quando hai sentito la sua voce per la prima volta, e tu capisca bruscamente che era tutto là, in quella prima frase, ma che era stato necessario tutto un libro,  una intera opera, per farti esplorare tutte le strade, tutti i sentieri di quel labirinto concentrato, stilizzato, distillato nell’alambicco di quella prima frase.

 

La prima frase della Recherche: Longtemps je me suis couché de bonne heure, “Per molto tempo sono andato a letto presto”.     Essa dice, fin dalla prima parola, che  soltanto il tempo conta. Che esiste soltanto il passato, il tempo al passato. Un lungo lasso di tempo, passato a vivere in un certo modo: andando a letto presto.

O piuttosto, no: se coucher de bonheur, andare a letto felici.

Un paradiso perduto.

Il tempo passato è un paradiso perduto, dice la frase.

Dice anche che il tempo presente è il suo contrario, lo specchio del passato, diverso, forse per sempre. In questo specchio la frase dice: oggi vado a letto tardi. O forse non vado più a letto. Perché ho ben altro da fare, forse qualcosa che è poco raccomandabile, magari, che non è la vita tranquilla, ordinata, familiare e semplice delle persone che vanno a letto presto e che, il giorno dopo, si alzeranno presto, ad esempio per andare a lavorare.

No, un altro genere di vita. Una vita alla rovescia. Una vita nella quale di notte si è in piedi, una vita non necessariamente felice, anche se niente fa pensare che sia una vita disgraziata. Semplicemente un’altra vita, il contrario di quell’altra, quando si andava a letto presto. Una seconda vita per scrivere la prima.

 

C’è tutto questo, in quella frase, la prima frase di Proust, ma tu non lo sai ancora, quando la leggi per la prima volta. Quando, per la prima volta, senti quella voce che dice: “Per molto tempo sono andato a letto presto”.

(Ehi, mi sono quasi dimenticata la virgola.)

“Per molto tempo (virgola) sono andato a letto presto.”

(E’ importante la virgola.)

Come quando tua nonna (no, non la mia) ti leggeva, la sera, una favola. Diceva “C’era una volta”, e là, si fermava, e tu la sentivi fermarsi. E’ come il rumore della chiave nella serratura quando rientri in casa, quel breve silenzio subito dopo le poche note, sempre le stesse, dell’ingranaggio metallico nel quale il metallo si muove: c’è sempre un silenzio subito dopo.

Succede anche lì.

“Per molto tempo sono andato a letto presto”.

C’è necessariamente un silenzio dopo “Per molto tempo”.

Necessariamente una virgola.

 

O forse no.

Forse lui,  Proust, dopo “Per molto tempo”, non ha nemmeno bisogno della virgola per farci sentire il silenzio. E’ come le nonne, Proust (non come la mia), è magico.

Basta la sua voce.

Alcune parole da lui pronunciate, quelle parole, semplicissime, “per molto tempo sono andato a letto presto”, delle parole talmente comuni. Anche le nonne dicono parole comuni e tuttavia quando ti leggono una favola, la sera, le parole, quelle parole comuni, diventano precise, nuove fiammanti, come se fossero state create per te, inventate proprio allora per te da loro, le nonne, perché tu ti possa addormentare, perché la cosa più importante del mondo, per le nonne, la sera (per la mia no, ti ho detto che era cattiva la mia?) è che tu ti addormenti, e che tu stia bene. Con il sorriso sulle labbra, per esempio.

Addormentarsi con il sorriso sulle labbra.

Addormentarsi de bonheur, dalla felicità.

 

Le prime frasi degli scrittori sempre dicono “C’era una volta”.

Ma sono come le nonne: non sempre riescono bene. A volte quando parlano dopo tre parole vorresti già che tacessero, o che non avessero neppure cominciato a parlare. Vorresti chiudere il libro.

Ma nella vita non si può. Nella vita uno si deve accontentare della nonna che ha.

Un libro no, lui ti lascia libero, di chiuderlo, di posarlo sul ripiano della libreria, sulla mensola nel salotto di quell’amico dove l’hai trovato. Se l’hai comprato è più seccante, hai speso quattrini per niente, ma almeno puoi metterlo in biblioteca senza rimorsi, o lasciarlo per terra in bagno, non hai nessun obbligo verso di lui, l’hai pagato.

Le nonne invece sono gratuite, è per questo che non si possono scegliere. E poi sono obbligatorie, se ne hanno necessariamente due. Non sempre si può conoscerle, d’altronde a volte è meglio non conoscerle, ma in ogni caso ci sono state e non si cambiano più.

I libri invece sono delle nonne opzionali. Un giorno hai voglia di ascoltarli  e il giorno dopo no. Il giorno dopo le parole che dicono non ti parlano più. Fa lo stesso, sarà per un’altra volta. Quel giorno ti trovi un’altra nonna.

Lui, Proust, lo sapeva bene.

Diceva: ora vi racconterò una favola (“vi scriverò”, diceva) ma non sarà obbligatorio crederci. Sarà come andare dall’oculista, quando vi dice di provare certe lenti e vi chiede se sono di vostro gradimento.

Dice così Proust, ricordatelo: sarò il vostro oculista, vi porgerò le lenti con le quali guardare il mondo, e se le lenti saranno di vostro gradimento voi guarderete con me, attraverso quelle lenti. Altrimenti provate queste altre. Oppure andate da un altro oculista. Niente di male,  è  la legge della concorrenza, il cliente è libero.

Con Proust si è liberi. Parla di sé, racconta com’era per lui, prima (prima di che ?).

Per lui, prima, era così: “Per molto tempo sono andato a letto presto”.

Come se ti dicesse: vi racconterò com’era per me, e dopo sarete voi a raccontarmi com’era per voi. Sarete liberi di lasciare il libro in qualsiasi momento. Ma cercherò di invogliarvi a restare. Così fanno i grandi scrittori. Ti parlano come se tu fossi libero di scendere da cavallo in qualsiasi momento. Perciò, naturalmente, tu rimani. Si resta sempre vicini alle persone che ti lasciano libero di andar via.

 

Questa mattina, per una quantità di ragioni buone o meno, ho preso in mano il libro, il primo, “Du côté de chez…ecc”, e sono andata a sedermi in terrazza. Faceva già caldo, un’aria umidiccia nella quale vagavano insetti microscopici, ma forse era nella mia testa, una caduta di tensione, o un annuncio di scirocco.

Ho aperto il libro.

La prima frase era là.

“Per molto tempo sono andato a letto presto”, Longtemps je me suis couché de bonne heure.

Nuova fiammante, precisa.

E ho continuato, come se non sapessi che dopo quella prima frase che sgorgava dal silenzio, la seconda, la terza e le migliaia e migliaia di frasi dopo di lei avrebbero mantenuto la promessa.

O come se non avessi, prima, letto quel libro parecchie volte.

 

Un libro che è nuovo ogni volta che lo rileggi, ne conosci molti? Io no.

Allora lasciami stare adesso.

Lasciami leggere.

 

 

 

©Françoise Brun per l’originale francese

©Bianca Tarozzi per la traduzione in italiano