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Missione del cazzo, soldato Lynndie

Cosa dire, di più, dell’orrore delle torture di Abu Ghraib, delle foto di Lynndie e della bella ragazza che sfoggia il suo perfetto bianco sorriso su un cadavere martoriato? Che c’è un orrore in più, un di più di senso di orrore che mi prende a vedere che sono donne. E che c’è un senso in più che ne va cercato, se il lavoro del senso non deve abdicare di fronte all’orrore.

Lo ha detto subito Ida Dominijanni sul manifesto in un pezzo che coglie la valenza simbolica di quelle foto di Lynndie, e non per lamentare alcuna caduta di illusione sulla bontà femminile[1]. Se c’è, ben venga, purché non vada, come purtroppo anche accade nel profluvio di immagini e parole che ne sono seguite, a ingrossare il mainstream del pensiero corrente egualitario e pariopportunista che ci vede il benvenuto annuncio mortuario del femminismo e della sua differenza. Per questo un di più di fatica del senso va fatta su quelle foto, e sul di più di sgomento che muovono in donne che, come me e come Ida e come tante altre, hanno messo il femminismo al cuore del senso del proprio stare al mondo e hanno fatto sulla differenza una scommessa di senso sul mondo stesso. Dunque, dove sento che sta l’orrore in più, il di più di senso? Non sto qui a far giochi di parole, ma queste sono le parole che trovo, sta proprio in un paradossale di meno di senso, mancato senso o addirittura impossibilità di iscrizione nel senso che l’immagine di Lynndie svela con una spietatezza che si aggiunge alla spietatezza.

Non sto nemmeno qui a misurare le parole, il sentimento di quel che è politicamente corretto è davvero qui fuori luogo e per quel che voglio dire persino pericoloso: ma a una come me quel che sorge spontaneo di dire a quelle immagini di Lynndie è proprio: ma che cazzo fai? Che cazzo ti credi di fare? E lo dico non col cuore o con la rabbia o con lo schifo, ma esattamente nel senso più appropriato dell’espressione. Già altre hanno sottolineato quanto ci sia di sfida e mimesi fallica messa in scena in quelle immagini. Ma i sorrisi e il bisogno di rappresentazione mi sgomentano tanto che voglio starci sopra. C’è davvero poco da ridere, ovvio si direbbe, ma ancor meno per conto mio, e proprio per Lynndie e la sua sorridente collega. E vengo al secondo elemento di sgomento su cui anche Ida Dominijanni ha sentito il bisogno di tornare: l’apparentemente inaudita ammissione “mi sono divertita”.

Davvero questo dà da pensare, uno dice solitamente “ho eseguito ordini superiori”, la storia è piena di giustificazioni del genere da parte dei torturatori. Lei no, lei conferma, mi sono divertita. Non per escludere la peculiare perversione di Lynndie, ipotesi del tutto legittima vista la situazione, ma qualcosa avverto che la spinge con una necessità implacabile ad arrivare a tanto. La necessità non di un ordine superiore, appunto, ma di una missione ancor più profonda in cui ne va, direi, il suo senso di una identificazione che va oltre l’opportunità di ogni giustificazione. Per una donna, missione del cazzo. Per una donna, missione impossibile.

 

Mi spiego. Tra le parole maschili più lucide rispetto alla questione ho letto quelle di Slavoj Zizek, nel suo articolo tradotto anche sul manifesto. Qui la lettura che viene data della vicenda delle torture di Abu Ghraib è quella di aver rivelato il lato oscuro, il supplemento osceno, che sottostà alla legge che pur regge le democrazie occidentali e l’american way of life. E’ una tesi che ben rispecchia quanto Zizek ha sostenuto spesso, specie nel suo Il godimento come fattore politico: la legge pubblicamente condivisa è sostenuta e insieme trasgredita in senso confermante da una legge della legge nascosta e più profonda, oscena e innominabile, un codice superegoico segreto che fornisce con un dispositivo paradossale di trasgressione-ottemperanza il sostegno stesso della legge per quel che essa abbisogna di identificazione e disidentificazione. L’esempio di questa legge della legge che Zizek usa è quello del film Codice rosso, che tratta il caso di due soldati che hanno malmenato un commilitone e vengono accusati, ma la cui difesa al pubblico processo mostra come essi abbiano in effetti ottemperato ad un codice rosso segreto, non scritto ma vincolante, che imponeva esattamente quelle violenze pubblicamente vietate. L’accettazione del codice rosso, della legge oscena, è ciò che regge in realtà l’identificazione nella comunità militare, quel che non si può dire che rende chi lo accetta “uno di noi”, assicurandogli il supplemento di godimento, nell’esercizio della violenza, della comunanza identitaria. Ecco, Zizek ci dice: le torture insegnano la sostanza più segreta del nostro way of life, della nostra appartenenza, il cuore di tenebra che batte al centro della nostra democrazia e del suo ordine.

Analisi sacrosanta, basta essere andati un po’ al cinema, appunto, per essersi visti spiattellare infinite volte questo stesso dispositivo e il Bildungroman dell’eroe che deve virilmente arrivare ad apprendere e far propria la legge sotto-oltre la legge. Tra parentesi, persino una regista intelligente come Kathryn Bigelow è finita per cadere in questo genere quando nel suo film K-19 ha cercato di rovesciarne il senso mettendo al centro della vicenda un sottomarino sovietico zeppo di uomini bene intenzionati, col che si dimostra che quando una donna confonde le sue domande con quelle del comunismo finisce per non capire più nulla.

Ora, tornando al punto, non c’è dubbio che il dispositivo illustrato da Zizek, e messo tante volte narrativamente e filmicamente in scena nella nostra politicamente corretta cultura, rivesta una valenza cruciale per l’iscrizione dell’eroe del nostro mondo nella comunità socio-simbolica che può dargli identità e riconoscimento, nonché per la sopravvivenza della suddetta comunità. Resta da vedere se tale missione di identificazione, che insisto si regge su quell’osceno supplemento la cui matrice fallica è perfettamente esibita dalle comunità virili militari, sia appropriabile, accessibile ad un soggetto donna. Il che ci riporta a Lynndie e al suo assumere una missione schifosa sì, ma almeno comprensibile in questa logica.

 

Cosa succede quando una si immagina, tutto la spinge, di unirsi al corteo degli uomini, direbbe la Woolf, ed ad assumere su di sé il fardello della missione? Un altro film aveva raccontato perfettamente questa storia: Soldato Jane. Il film è orribile e tutti si erano chiesti che diavolo fosse successo a Ridley Scott. Se lo erano chiesto in particolare le donne che avendo amato Thelma e Louise vedevano in Scott un osservatore simpatetico delle vicende femminili. Lì una sempre più muscolare Demi Moore decideva di farsi marine e finiva in un incastro fatale tra una macchina militare maschilista e gli obiettivi politici di una donna politica ambiguamente impegnata nelle pari opportunità, cui si aggiungeva ovviamente il disastro della sua vita sentimentale e sessuale. Il disperato tentativo di farsi riconoscere sebbene donna, tra mille sevizie e prove virili, trovava una svolta quando esasperata e pressoché torturata finiva per urlare al suo superiore addestratore “ciucciami il cazzo!”, per poi risolversi nel momento in cui salvava costui azzoppato-castrato, per poi alfine ricevere da lui il premio della sua medaglia accompagnata da una struggente poesia su di un uccello caduto… Caspita, una vera cazzata, vien da dire e fu detto. Ma, appunto. Scott non era poi così scemo. Non è la solita missione dell’eroe, non può esserlo. Se l’eroe è una donna c’è una differenza. I corpi contano, e contano nel simbolico. Non c’è disciplina che tenga, non c’è volontà di ferro, non basta nemmeno Demi Moore, figuriamoci Lynndie England. Quella storia è un’altra. Quel percorso di identificazione non si appropria, si imita sì, ma non attacca.

 

Una può accettare la sfida fallica fin che vuole, e sputarci sangue, e prestarsi alle iniziazioni più brutali, e fare più di un uomo. Ma, appunto, di più, e non funziona. Perché l’identificazione non funziona sul di più, ma precisamente sull’identità. Su ciò che consente l’identificazione e quella leggera disidentificazione che magari poi ti fa dire: eseguivo ordini superiori. Ma lei no, lei deve dire che condivideva proprio il godimento. Quello, davvero fallico, che per lei è proprio inaccessibile. Deve mostrare che finge di evirare degli uomini con le dita a fare una finta pistola. Deve stare nella posizione del padrone. Mi sono divertita.

Missione del cazzo, Lynndie. Missione impossibile.

[1]              I due articoli di Ida Dominijanni si possono leggere ora nel nostro sito, nella sezione materiali di discussione.