diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 7 - 2008

Visioni

Matrilineare

Fa’ che non s’addimentica il tuo ridere,

tuo fiorire, tuo scorrere, tuo

far notte, tuo corpo stellato e corpo

nuvolato e minerale corpo duro

e vegetale sconosciuto corpo.

E tuo ombroso stare addistesa

tuo gonfiore ne le maree, tuo

cascare con acqua con foglia

tuo salire in ala e in stella

e in fiamma abbruciare.

sconosciuta ma’, noi ti sappiamo,

tu ci respiri addentro il respiro

tu ci dormi addentro il dormire e ti fai

cibo per noi nutrire e ti fai silenzio

per noi morire. Bella, ma’.

Tu sei bella.

(MariangelaGualtieri, Preghiera  degli animali

alla terra per ogni cucciolo d’uomo)

 

 

 

Il progetto ESPOSTA* stava prendendo forma dal nostro desiderio, mio e di Barbara, ormai già da alcuni mesi, quando a metà ottobre 2007 c’è stata la conferenza di Luce Irigaray all’Università di Verona.

Avevo già cominciato a comprendere dentro di me e poi a praticare, man mano che la comprensione e il coraggio me lo permettevano, il concetto di “acquisizione di signoria”, piano piano, una perla dietro l’altra senza accorgermi del tutto che stavamo creando una lunga collana iridescente.

Il progetto di ESPOSTA è quello di una galleria d’arte con il taglio della differenza sessuale, che sia cioè, soprattutto per le donne, un luogo dove esporsi ed esporre le proprie opere d’arte, senza dover rinunciare alla propria differenza, ma potendola giocare liberamente; un luogo dove si possano intrecciare e coltivare relazioni intorno all’arte, questo per non diventare l’ennesima vetrina, ma piuttosto ritrovare il senso del mestiere di curatrice che è per noi essenzialmente lavoro di cura (dell’opera d’arte, dell’artista ma soprattutto di quel terreno fertile di relazioni che rende possibile la creazione dell’opera).

L’abbiamo chiamata ESPOSTA perché volevamo che il nome portasse dentro di sé il senso che ha per noi questo progetto, ovvero la scommessa di esporci,

noi per prime, nello spazio pubblico, con il nostro lavoro di cura, di creazione di legami, con il nostro personale sguardo che invita a certi percorsi lo sguardo altrui.

Ho richiamato qui la conferenza di Irigaray per la risonanza che hanno avuto

per me le sue parole, il suo dire in una conferenza pubblica parole che rispondevano al mio bisogno e al mio desiderio. Mi riferisco specialmente al suo invito a lavorare a una cultura delle donne, a non entrare in una cultura che non conviene alla nostra naturalità, ma più di tutto a come rispose ad una ragazza che denunciava il suo disagio nell’ambiente e nelle istituzioni legate all’arte: “create le vostre istituzioni!”.

Questa frase mi é circolata dentro per giorni, è una frase semplice, ma come un amuleto me la porto in giro quando con Barbara torno per la terza volta in Comune, sentendomi dire ogni volta risposte diverse, quando dobbiamo affrontare l’ennesima difficoltà, quando entriamo nei luoghi del ‘potere’, che ne sono talmente intrisi da essere in qualche modo tutti uguali tra loro.[1]

E come un amuleto mi ricorda che “occorre lottare perché il principio materno non sia sostituito dalla sintesi sociale del potere costituito. Occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta a ogni voler dire per quanto distante o abnorme”[2].

Quando è venuto il momento di pensare e confrontarci sulla mostra di apertura, ovvero il primo passo che ESPOSTA avrebbe fatto nello spazio pubblico, e riguardo a come l’avrebbe fatto, abbiamo subito sentito due cose: che c’era tutta una rete di relazioni a sostenerci, e che premeva con l’urgenza di essere messa in circolo, e che c’era una questione in corso, quella de “l’ombra della madre”, che è stata tema del seminario annuale di Diotima dell’autunno del 2005 e poi dell’omonimo libro recentemente pubblicato.[3]

Questa questione ci parlava, acquistando sempre più senso come nucleo su cui organizzare una mostra che orientasse le nostre relazioni con artiste di diverse provenienze, generazioni e con percorsi differenti tra loro.

Attraversando letture, suggestioni, confronti andava delineando un orizzonte politico,  un orizzonte in cui la madre, nominata e accolta in luce ed ombra, diventa la matrice  attorno a cui si possono riorganizzare molti dei meccanismi democratici occidentali; come dice bene Ida Dominijanni Giglio: “risignificata come figura di un logos che non separa ma unisce, di un soggetto che non si chiude nell’atomismo ma si apre alla relazione, di una disparità che non si basa sulla gerarchia ma sul desiderio, di una mediazione che non fa della legge la sua protesi, di un indecidibile che segna il limite della volontà di potenza, la madre può sparigliare il gioco a somma zero della politica democratica di oggi e l’orizzonte luttuoso della fine della legge del padre.”[4]

La scommessa di ESPOSTA sta così accogliendo dentro di sé una scommessa più grande, quella appunto di portare (e tutte le questioni sul come portarla) la madre nello spazio pubblico, assieme alla fretta con cui conclude il suo testo, Né una né due: l’enigma di un eccesso nello spazio pubblico, Chiara Zamboni Robotti: la fretta di fronte ad una crescente domanda maschile alle donne e la necessità di non essere ancora una volta mutilate da una risposta che non faccia i conti con l’ombra della madre, con un oscuro che non può e non deve essere portato a piena luminosità.

Il rischio che corriamo è infatti quello che il linguaggio dominante la voglia includere, annullandone la potenza politica, il potere inquietante.[5]

Ma d’altra parte la difficoltà di portare la madre, senza scucirle di dosso l’ombra, nello spazio pubblico, è la difficoltà di farsi veicolo di un discorso “folle”, impastato di corpo e di materia, di misurarsi costantemente con l’eccedenza, l’assolutezza, l’ingombro del corpo materno, l’impaccio che questo ci crea, lo schiacciamento talvolta annichilente che soprattutto nello spazio pubblico ci impedisce di stare a nostro agio.

Tante donne subiscono l’interdizione della madre all’accesso nello spazio pubblico, altre, specie della mia generazione (ed io mi metto tra queste) sentono invece il continuo confronto con la presenza della madre reale in quello stesso spazio, e sono piuttosto alla ricerca di una propria posizione, che non debba necessariamente passare per il taglio netto, ma oscillare con un movimento di andirivieni attraverso una parete porosa e contigua.

Questo stesso tipo di movimento è quello che ci ha guidate nel lavorare tra di noi e con le artiste, un movimento di avanti ed indietro tra privato e pubblico, dove lo spazio della galleria si pone come luogo di soglia, tra protezione ed esposizione, in cui il gioco dei legami segreti si fa visibile, dove le ombre prendono forma e sostanza, dove l’intimità trova nuova apertura.

Crediamo nel luogo della galleria come uno spazio di esposizione delicata e attenta, di cura dell’opera vista come nucleo relazionale e non come oggetto di mercato, di mediazione, accesso e soprattutto di trasformazione del privato in politico.

Crediamo infatti nella forza politica dei linguaggi artistici e nella loro possibilità di rivelare lasciando in ombra, senza una necessità di totale trasparenza, nella possibilità di portare nell’opera il corpo a corpo con la madre senza doverlo mutilare, depurare e disattivare. Crediamo nella possibilità che l’arte ha di attraversare la densità dell’ombra, portando con sé frammenti di corpo, restituendone la verità e lo spessore.

In questo lavoro ci siamo rivolte ad artiste che in qualche modo secondo noi stanno in rapporto con l’oscuro materno, artiste di cui conoscevamo l’opera, i percorsi di vita, artiste con cui intrecciamo rapporti da lungo tempo e altre da poco conosciute ma di cui percepivamo la segreta alleanza con l’ombra della madre, il desiderio non del tutto celato di riattraversarne il corpo, di ritornare a quel mondo carnale arcaico senza tradurlo in “un universo di lingua e di simboli che non si radica in quel mondo, se non come qualcosa che fa buco nel ventre delle donne e al posto della loro identità”[6].

Le opere, alcune create appositamente per la mostra, altre riprese come parte di un percorso già cominciato, tracciano un andamento matrilineare, che si muove tra luci e ombre, in cui le artiste hanno scelto di lavorare con il video, la pellicola, le installazioni plastiche, ovvero linguaggi che passano attraverso il corpo, ne trasformano lo spessore ne trasportano la densità come un fagotto irrinunciabile.

“Patrilineare” è anche il titolo che abbiamo scelto per la mostra, una parola che suggerisce un andamento necessario, ma anche il tracciato di una linea, che sta tra luce ed ombra, di un continuum in cui ci collochiamo e che ci chiede di non essere taciuto.

A lungo abbiamo cercato la parola giusta, perché sappiamo che è importante “trovare, ritrovare, inventare le parole, le frasi che dicono il rapporto più arcaico e più attuale con il corpo della madre, con il nostro corpo, le frasi che traducono il legame con il suo corpo, il nostro, quello delle nostre figlie. Dobbiamo scoprire un linguaggio che non si sostituisca al corpo a corpo, come tenta di fare la lingua paterna, ma che lo accompagni, parole che non escludano il corpo, ma che parlino corpo.”[7]

E’ proprio questo “parlare corpo” che ci ha determinate nel lavoro con le artiste e le loro opere, perché ne sentivamo la necessità in un discorso sulla madre, sentivamo che non può essere che fallimentare e distruttivo il tentativo di accostarsi al suo oscuro come ad un’ombra fatta della sostanza di cui sono fatti i sogni.

L’ombra della madre ci è apparsa infatti come un alone denso e viscoso, come un residuo di corpo, che non può essere simbolizzato e smaterializzato, proprio perché è nella sua matericità e densità che troviamo nutrimento.

 

*              Lo spazio ESPOSTA è a Verona, Interrato dell’Acqua morta 13/b (www.esposta.net –  info@esposta.net)

[1]                Di questi amuleti strampalati parla Wanda Tommasi Turrini nel suo In gioco, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007, pag.172: “Tenerlo nella borsetta, anche quando vado al consiglio d’Amministrazione, mi aiuta a ricordarmi che è possibile far  intravedere un altro ordine di rapporti, in cui un pezzetto di stoffa ricamato e una caramella trovata in fondo ad una borsa contano di più delle relazioni di potere.”.

[2]               Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori riuniti, Roma 1991, pag.104..

[3]              Diotima, L’ombra della madre, cit.

[4]              Ida Dominijanni Giglio, L’impronta indecidibile, in Diotima, L’ombra della madre, cit., pag.195.

[5]              cfr. Chiara Zamboni Robotti, Né una né due: l’enigma di un eccesso nello spazio pubblico, in Diotima, L’ombra della madre, cit., pag. 17-32

[6]                Luce Irigaray, Sessi e genealogie, cit., pag. 26

[7]                Luce Irigaray, Sessi e genealogie, cit., pag.29