diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 8 - 2009

Ho Letto

Libri che ho letto quest’anno.

 

Charlotte Roche: Zone umide, Rizzoli 2008.

Christina von Braun, Bettina Mathes: Verschleierte Wirklichkeit (Realtà velata)

Verena Stefan: Fremdschläfer. Edizioni Amman, Zurigo 2007.

Andrea Günter: Vätern einen Platz geben. Aufgabe für Frauen und Männer. Christel Göttert-Verlag, Rüsselsheim 2007.

Ulrike Bail u.a. (Hg): Bibel in gerechter  Sprache. Gütersloh Verlagshaus, Gütersloh 2006.

 

 

 

Charlotte Roche: Zone umide, Rizzoli 2008.

Quest’anno, fra i libri che ho letto, figurava, e non succede spesso, un vero bestseller: Il romanzo Zone umide di Charlotte Roche. In Germania era diventato il vero libro scandalo dell’anno. La giovane autrice, conduttrice famosa di programmi televisivi, vi racconta la storia della ragazza diciottenne di nome Helen ricoverata all’ospedale perché le è capitata una fissura anale quando ha cercato di depilare le sue parti intime con un rasoio. Lo ha fatto, comunque, intenzionalmente perché aveva sperato che i  genitori divorziati si sarebbero rincontrati al letto della figlia ricoverata. All’interno di questa cornice narrativa l’autrice infrange tutti i tabù possibili che riguardano il corpo femminile. La lettrice riceve tra l’altro precise istruzioni su come masturbarsi con il pomello di una doccia oppure viene messa al corrente in che modo Helen esprima la sua protesta contro l’eccessiva igiene dell’ospedale: Helen distribuisce i suoi tamponi usati sui davanzali delle finestre e negli ascensori. La Roche vuole con ciò invitare le donne ad avere, con il proprio corpo e le sue secrezioni, che sono stati visti finora come qualcosa di ripugnante, una frequentazione voluttuosa, gioiosa e consapevole.

Una casa editrice famosa aveva rifiutato il libro in quanto troppo pornografico ma certamente si è pentita più tardi quando del libro sono state vendute 500.000 copie in breve tempo. Ma come è spiegabile un successo di queste dimensioni? E come è da considerare un libro del genere? Dorothee Markert ha commentato il libro per le pagine web www. Beziehungsweise-Weiterdenken dando un giudizio duplice. Dice che si tratta di una provocazione nei confronti della generazione delle madri del movimento femminista perché la giovane autrice considera “scopare” il suo hobby preferito e che  sperimenta di continuo uno stato di desiderio sessuale. L’autrice si presenta come una donna che considera il sesso come un gioco. Pratica delle variazioni sessuali estremamente strane senza relazioni e legami, e solo in rapporto al  proprio piacere sessuale, come se quello che una volta era denunciato, da parte delle femministe, come un adeguamento e una sottomissione ai desideri sessuali maschili, in realtà,  fosse anche una pratica sessuale di donne libere. A questo punto Dorothee Markert si pone la domanda: “Che cos’altro possono desiderare gli uomini se non questo, cioè, che le donne non si adeguino solo per necessità o per amore ai desideri maschili, come fino a oggi facevano le prostitute a pagamento, bensì che le donne dichiarano e percepiscono queste pratiche sessuali come il loro più recondito desiderio?”  E si chiede, inoltre, se la differenza sessuale non abbia finito anche nel campo della sessualità per costituire un problema fra uomo e donna. (http://www.bzw-weiterdenken.de/artikel-7-117.htm)

Anche io sono d’accordo sul fatto che il libro evidenzia un conflitto generazionale fra donne del movimento. Charlotte Roche racconta spesso, quando è in trasmissione televisiva, di sua madre che ha tirato su la figlia seguendo una educazione femminista. Di questo l’autrice è grata a sua madre. Dall’altra parte afferma anche in un talkshow, che non desidera che sua madre legga il libro. Purtroppo l’intervistatore non le ha chiesto il perché di questa sua posizione- probabilmente per lui la cosa era ovvia.. Le femministe di prima generazione hanno probabilmente la fama o di essere comunque contro un sesso gioioso o di essere convinte che questo non sia possibile fra uomini e donne.

Io stessa sarei molto curiosa di sapere se sua madre ha letto il libro ( il che sembra comunque probabile) e cosa ne hanno detto madre e figlia. Io per parte mia non ho interpretato il libro come una sottomissione o un  adeguamento della sessualità femminile ai desideri maschili. Nel libro si legge per esempio in un punto che Helen sta pensando se lavarsi i capelli o no, perché si è innamorata dell’infermiere. Decide di non farlo, perché crede che  sia meglio che lui si abitui subito al suo aspetto con i capelli unti. Questo mi piace molto. Dall’altra parte mi sono chiesta se in questa cosa come in tutto il progetto della Roche, non si evidenzi una specie di manìa femminile  di grandezza ( come ha detto recentemente Andrea Günther) poiché il happy end si svolge in seguente modo: l’infermiere si porta a casa Helen – and they lived happily ever after – ma non si capisce per niente perché sono così felici. Ciò che lui oppure gli uomini desiderano non conta per Helen.

 

Visto da questa prospettiva l’analisi di Dorothee Markert  si rivela giusta – e l’enorme successo lo prova – e rispecchia anche la speranza di molte donne giovani che la differenza sessuale non sia più qualcosa che complica le nostre vite. Non perché le donne si sottomettono ( cosa che oggi non fanno più) ma perché hanno l’illusione che gli uomini non abbiano più una propria volontà con la quale le donne si trovano a dover confliggere.

 

 

Christina von Braun, Bettina Mathes: Verschleierte Wirklichkeit (Realtà velata)

Anche la lettura del libro Realtà velata. La donna, l’Islam e l’Occidente non mi ha solo fatto piacere ma è stata anche istruttiva. Le due antropologhe Christina von Braun e Bettina Mathes indagano la storia delle reciproche interpretazioni dell’Oriente e dell’Occidente e parlano della zone intermedia, cioè della modalità con le quali i principi che regolano una parte si sono coniugati ai principi che regolano l’altra.

Non sapevo che le radici di quella missione occidentale, che consiste nell’esportare l’emancipazione delle donne occidentali in Oriente, vada tanto indietro nel tempo: Per esempio già Lord Cromer, il consule generale brittanico in Egitto nel 19. secolo, aveva portato avanti la lotta al velo delle donne egizie perché lui vedeva in questo abbigliamento tradizionale  il segno di una arretratezza della società orientale. Questa posizione comunque non gli impedì di fondare, contemporaneamente in Inghilterra, una associazione maschile contro l’introduzione del voto alle donne.

Il libro illustra in molti ambiti che la pressione occidentale per la lotta al velo è  strettamente connessa  con una storia culturale che si è posta come traguardo la scoperta e il disvelamento di tutti i segreti della vita umana, sia nelle scienze naturale che nell’arte e nella filosofia. In questo modo anche l’attuale dibattito attorno al velo appare in una nuova luce, specialmente quando si considera come nel pensiero occidentale la  femminilità fosse pensata come “natura pura” che voleva essere decifrata, radiografata e in definitiva anche sottomessa. Si capisce da sé che la messa a nudo di un corpo femminile divenne il compito obbligatorio di una cultura che aveva scelto come simbolo dell’atteggiamento illuminista una Marianne a seno scoperto sulle barricate della rivoluzione.

 

Ch. Von Braun und B. Mathes dimostrano chiaramente che l’occidente critica spesso, rimproverando l’Oriente, se stesso. Nei matrimoni combinati di alcune culture mussulmane l’occidente critica il proprio passato di matrimoni di interesse mentre nella separazione dei sessi per motivi religiosi si critica la propria tradizione culturale borghese delle sfere separate. Ma il problema è che tali proiezioni restino in superficie, cioè al livello di sintomi, e impediscono un accesso realistico alle culture orientali.

Una conseguenza di questa ambiguità è il gesto un po’ compassionevole e condiscendente con il quale da secoli molte donne occidentali si relazionano con le donne mussulmane. Lo sguardo sulle supposte sofferenze delle donne straniere ha permesso da sempre alle donne occidentali di considerare la propria situazione molto più sopportabile. Questo si riscontra molto bene nelle testimonianze lasciate da parte di donne viaggiatrici nell’Oriente del 19. secolo. Il simbolo della donna non emancipata con il velo suggerisce un’assenza di personalità e una interscambiabilità delle donne mussulmane, che rende quasi impossibile vedere la loro reale individualità. In questo modo il progetto occidentale, di creare un mondo illuminato che rispetta l’individuo si auto-ostacola.

Ciò che sento mancante nel libro è la constatazione che molte donne oggi riescono ad evitare questo auto-inganno. Il dialogo interculturale fra cristiane e mussulmane o fra donne tedesche e donne emigrate, soprattutto a livello locale, da tempo si muove in modo molto più  complesso  che nei mezzi di comunicazione oppure nelle conferenze interconfessionali, o in ambiti simili, dominate da uomini. Sono convinta che fra donne esista già una pratica politica nuova che riesce, almeno in parte, a superare i vecchi stereotipi.

 

 

Verena Stefan: Fremdschläfer. Edizioni Amman, Zurigo 2007.

Il terzo libro  di cui vorrei parlare su queste pagine è ancora un romanzo, cioè il libro di Verena Stefan, finora non tradotto in italiano, dal titolo “Fremdschläfer”. L’autrice è una importante figura del movimento femminista della Germania degli anni ‘70. Il suo libro La pelle cambiata pubblicato in quell’epoca si trova, si potrebbe dire, in ogni libreria femminista. È’ stato pubblicato in italiano col titolo La pelle cambiata : autobiografia di una femminista. (Verena Stefan. Trad. di Lilia Bevilacqua. – Cologno Monzese : Edizioni delle Donne, 1976.) Nel frattempo l’autrice, nata da madre svizzera e padre dei Sudeti, vive in Canada. Quando ho sentito che aveva scritto un nuovo libro inizialmente ero molto scettica perché il libro La pelle cambiata non mi era piaciuto. I passi faticosi verso la liberazione della donna, descritti in quel libro, non mi dicevano niente, forse perché appartengo a un’altra generazione.

La lettura del nuovo libro comunque mi ha sorpreso e l’ho letto tutto di seguito. Fremdschläfer è un romanzo e, come lo dice già il titolo, un’ analisi o meglio una descrizione minuta dell’ essere diversi ( Fremdschläfer nel linguaggio burocratico della svizzera significa gente che è in cerca di asilo politico e che pernotta in un alloggio diverso da quello assegnato a loro). Verena Stefan racconta i diversi e fra di loro interconnessi  stati d’animo di una persona esterna alla cultura e lingua del paese ospitante, una persona altra: la protagonista è una donna immigrata, cioè una donna svizzera come lei che vive in Canada. Inoltre parla dell’ essere altro a partire dal suo corpo, nel quale si è annidato un tumore al seno. Inoltre intende sentirsi estranea nelle relazioni e soprattutto in quelle che sono abbastanza riuscite: in questo caso nella relazione con la donna amata che non è né immigrata né ammalata di tumore, bensì una donna canadese in piena salute. Questo aspetto lo considero il più intrigante del libro perché non ci si può limitare al fatto dell’essere diversi ed estranei in sé, ma si deve parlare del fatto che la diversità porta inevitabilmente al senso di estraneità e all’alienazione ( o comunque a momenti di alienazione) fra quelli che vengono da fuori e quelli che hanno la loro origine in quel luogo. Anche quando entrambi si amano.

Verena Stefan è una eccezionale osservatrice di dettagli. Lei narra nel suo linguaggio preciso e senza fronzoli e ci fa sentire quasi presenti nel  luogo narrato, tanto che talvolta sembrano esperienze già vissute da me lettrice. L’essere in quel  luogo e essere in relazione coincidono con la vita interiore della narratrice. Per tutto il libro lei parla a se stessa come se si stesse raccontando la propria storia “Involontariamente alzi le braccia come se volessi accogliere qualcosa benevolmente.”

La vita , cioè, sarebbe allora qualcosa da raccontare a se stesse per comprenderla meglio perché gli altri non la capiscono oppure almeno non puoi essere certa che capiscono: relazione, amare, essere amati va tutto bene, anzi è necessario per superare tutto ciò ( e non solo per questo). Ma non cancella l’essere straniera ed estranea,  e non annulla la differenza.

 

 

Andrea Günter: Vätern einen Platz geben. Aufgabe für Frauen und Männer. Christel Göttert-Verlag, Rüsselsheim 2007.

Andrea Günter porta nel suo libro lo sgardo della differenza sessuale in un dibattito attualmente molto acceso: quello sui cosiddetti nuovi padri: il tema è diventato molto attuale da quando la Cancelliera Angela Merkel e la Ministra Federale della Famiglia Ursula von der Leyen hanno cominciato a modificare una serie di leggi per conciliare meglio il lavoro e la famiglia. Il loro evidente traguardo, come quello di tutta la politica delle donne in Germania, è di inserire più donne qualificate nel mondo del lavoro, anche  a causa di una penuria di forza lavoro specializzata. Per rendere possibile questo cambiamento i padri devono assumersi più compiti rispetto alla educazione dei figli.

 

Andrea Günter, comunque, fa presente, che essere padri non è una cosa che viene naturalmente, ma si tratta di un ruolo sociale che deve essere contrattato socialmente. I padri non sono semplicemente una variazione maschile delle madri perché la distanza temporale e anche eventualmente locale fra concepimento e nascita non può semplicemente essere ignorata. All’atto del concepimento entrambi, madre e padre, sono sempre presenti, ma al momento della nascita “il padre è presente solo se la madre si mette in relazione con lui” dice Andrea Günter. “La nascita non è solo un avvenimento biologico bensì un atto sociale che fonda la genitorialità. La nascita evidenzia le innumerevoli relazioni sociali ed interessi che una partoriente può creare.”

Di fronte a una politica antifemminista talvolta molto aggressiva di alcune organizzazioni di padri che insistono sul diritto dei padri portando  avanti una politica contro le madri per Andrea Günter diventa evidente che i padri oramai hanno  trovato dei mezzi per ristabilire antichi diritti paterni  procedendo su strade nuove. Infatti la retorica dell’uguaglianza – quando si afferma genericamente che i bambini hanno bisogno di entrambi i genitori – porta a una reale come anche simbolica sottomissione del femminile al maschile. Le donne che fanno consulenza alle famiglie parlano, di questi tempi, di  molti esempi concreti e in parte raccapriccianti che rendono  evidente che di fatto la distruzione dell’autorità materna è un punto centrale dell’attuale prassi, quando per esempio, come è successo in un caso, anche se estremo, il giudice ha assegnato il diritto di affidamento a un padre, che vive negli USA, mentre la madre ha solo il dovere di occuparsi dei bambini in Germania. Altro caso: quando i bambini si oppongono a incontrare il padre naturale si parte dal presupposto che le loro opinioni siano state manipolate dalle madri. Anche nei casi estremi quando si sa di certo che il padre è stato violento.

Anche se –  bisogna dire – il tentativo di interessare i padri al lavoro di cura, rafforzando i loro diritti  a spese delle donne,  non  è stato finora molto coronato dal successo. Comunque, il consenso fra le donne delle pari opportunità e fra i mezzi di comunicazione di “sinistra” è stato grande. E’ giusto che Andrea Günter non confronti nel suo libro le diverse posizioni, ma che invece porti avanti il suo discorso in modo oggettivo e privo di emozioni. Lei è convinta che le donne comunque “troveranno nuovi percorsi e nuovi modi di parlare e il modo di far valere le gravidanze e di dare testimonianza della  paternità.”

 

 

Ulrike Bail u.a. (Hg): Bibel in gerechter  Sprache. Gütersloh Verlagshaus, Gütersloh 2006.

E infine , l’anno scorso, ho ricominciato a leggere un vecchio, anzi vecchissimo libro: la Bibbia. E’ stata pubblicata poco tempo fa in una nuova traduzione in tedesco con il sottotitolo “Bibbia in una lingua adeguata”. Più di 50 scienziate e scienziati (notevolmente più donne che uomini) hanno lavorato per anni per tradurre la bibbia dall’ originale in ebraico e greco. Fra queste donne ci sono molte mie amiche e il risultato mi entusiasma a tal punto che ora riprendo in mano più spesso questo grosso volume per scoprire sempre cose nuove, anche confrontandolo con le altre traduzioni.

Diversamente dalle traduzioni tradizionali la “nuova” Bibbia (così la chiamiamo talvolta scherzosamente) rende trasparenti le proprie prospettive e i presupposti di interpretazione. Queste riflessioni derivano principalmente dalla teologia femminista e dal dialogo giudaico-cristiano. Già da tempo le donne impegnate nelle chiese sono scontente delle traduzioni tradizionali. In parte avevano già fatto delle traduzioni più adeguate di testi importanti e nel corso del tempo hanno convinto anche gli organismi decisionali della chiesa soprattutto protestante, come anche i finanziatori, che sarebbe cosa buona fare una nuova traduzione su basi scientifiche.

E’ vero che anche le traduzioni in circolazione non contengono più errori di traduzione, come quello che per secoli la apostola Junia era diventato l’apostolo Junio.La traduzione vecchia è molto vicina al testo d’origine. Ma ciò comporta che si traduce sempre la versione maschile e le donne sono sempre incluse. Nella nuova traduzione invece si parla di discepolo e discepola oppure di uomini e donne farisei, tranne quando si intende in un certo brano davvero solo uomini. Naturalmente in questo caso occorrevano approfondite ricerche storiche.. E’ vero che al processo di Gesù ci fossero anche delle donne? E’ interessante venirlo a sapere.

Nella prassi religiosa, inoltre, alcune parole sono  diventate semplicemente inutilizzabili, per esempio il continuo riferimento a Dio come signore. Anche se questa può essere la giusta traduzione letterale, nell’antichità questa parola significava tutt’altra cosa da oggi. All’epoca questo definizione si adoperava solo per coloro che effettivamente avevano potere temporale e la denominazione di Dio come signore voleva relativizzare la  pretesa di un potere temporale. Nel frattempo la parola signore è diventata l’appellativo di tutti gli uomini. Possiamo davvero pregare un signore che non si distingue più dal signor Schmidt o dal signor Rossi?  La nuova traduzione risolve questo problema proponendo per il nome ebraico  non pronunciabile di JHWH diverse perifrasi. Oltre al classico signore oppure il semplice Dio, per esempio, colei che è viva oppure l’eterno. I punti modificati sono segnalati nel testo in modo che la lettrice possa scegliere la traduzione che preferisce.

Il pubblico non ecclesiastico ha accolto generalmente la nuova traduzione in modo perlopiù negativo. Molte recensioni hanno trovato assurdo già lo stesso progetto. In questo modo si è visto che negli ultimi tempi si è aperta una profonda frattura fra il pensiero omologato dei mezzi di comunicazione e la pratica religiosa e spirituale nuova, introdotta dalle donne nelle chiese e alle quale le donne hanno saputo avvicinare molti uomini.  Comunque, il successo di La bibbia in una lingua adeguata parla per sé: dopo sole poche settimane era arrivata alla sua terza edizione e dappertutto si lavora a partire dai testi nuovi.