diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 4 - 2005

Taglio del presente

La maternità tra realtà e desiderio

* Relazione al Convegno Nazionale Crisi della natalità e nuovi modelli riproduttivi (Università di Verona, 1 aprile 2004). Il saggio sarà pubblicato in un libro collettaneo curato da Paola Di Nicola

 

Siamo tutti consapevoli, credo, del carattere multidimensionale del fenomeno della iponatalità in Italia e in altri paesi occidentali: qualsiasi lettura di tale fenomeno deve tenerne ragionevolmente conto, e risulta quindi complessa, soprattutto quando il generare meno da fatto si trasforma in problema, per il quale si cercano soluzioni, strategie sociali, educative e politiche.

Il mio contributo si propone di evidenziare alcuni aspetti,  o meglio, di cercare di cogliere il senso di questo dato, scommettendo su una prospettiva interpretativa che parta dalle donne, da ciò che possono pensarne, dirne, come coloro che determinano il fenomeno stesso e sono titolari di quell’esperienza di vita che ad esso ha portato e sta portando.

Un primo elemento da sottolineare infatti, è il relativo silenzio delle dirette interessate su questo tema, la scarsità delle ricerche sulle ultime generazioni femminili miranti a dar voce alla loro soggettività sul tema del procreare, ma anche lo scarsissimo ascolto prestato dalla politica istituzionale, dalla cultura alta e dai media, anche lì dove le donne, in varie forme (anche solo attraverso i loro comportamenti e la voce del loro corpo) hanno parlato. Come se la cosa non le riguardasse.

E, come accade per diversi fenomeni sociali, si continuano a produrre letture, interpretazioni, politiche, a prescindere da ciò che i soggetti sentono, pensano e sanno.

Invito dunque a interrogare seriamente il relativo silenzio femminile sulla crescita zero, guardando ad esso non come a un’assenza, a un vuoto, ma come  a un’obiezione che non trova spazio e parola per dirsi, forse anche a causa di un troppo pieno di parole maschili, che all’esperienza, ai desideri, alla verità profonda delle donne non corrispondono.

Già i comportamenti parlano, se sappiamo ascoltarli. Le pratiche femminili di limitazione della fecondità, in particolare negli ultimi decenni, si possono accogliere in una lettura complessa, un primo elemento della quale è riconoscere che le donne decidono tendenzialmente per il no. Perché, in fondo, e lo sappiamo anche se tendiamo a dimenticarcene, i figli di per sé verrebbero, data la possibilità biologica di averne: bisogna decidere di non averli, e questo è un fatto relativamente nuovo del genere umano almeno nelle proporzioni attuali.

Chi ha il compito di produrre pensiero e simbolico, elaborazione culturale, nella nostra società, chi ha il compito di elaborare decisioni e strategie politiche, non può dimenticare che la mediazione di una donna è decisiva per mettere al mondo, dal punto di vista non solo biologico (almeno fino ad ora), ma  anche di quel complesso processo psichico, affettivo, relazionale, culturale, esistenziale, che è l’entrare nel progetto della nascita, della genitorialità, e di starvi.

Si dimentica la prima grande asimmetria tra i sessi, che consiste nel fatto che un uomo ha bisogno di una donna – di un corpo femminile, non riducibile a contenitore biologico o a oggetto sessuale, ma da intendere e da vivere come complessità incarnata di storia, parola, vissuti, energia desiderante, mente, anima –  non solo per venire al mondo, ma anche per generare.

E’ forse la rimozione di questa asimmetria che spiega l’eccesso di parola maschile sulla nascita o non nascita, e il tentativo costante, anche se variabile nel tempo e nello spazio, di controllare il corpo femminile nella sua potenza/potenzialità generativa, oggi  riducendolo al terreno di un agire razionale, e  pretendendo dalle donne una progressione lineare, priva di scarti e incertezze, tra desiderio, scelta, decisione sull’”oggetto-figlio”. Una presa di parola e di iniziativa maschile troppo spesso unidirezionale, senza vero ascolto della realtà dalla parte dei soggetti in gioco.

Le politiche di controllo della sessualità/fecondità femminile, sia quelle incentivanti la limitazione delle nascite, sia quelle pronatalistiche, hanno sempre conosciuto scacchi sui tempi lunghi, e le scienze demografiche rischiano errori non secondari per il fatto di non assumere nel proprio quadro interpretativo l’ipotesi della libertà femminile: come rivela il recente rapporto Onu sulla popolazione mondiale, che ha evidenziato una crescita molto più lenta del previsto e del temuto, e perfino ipotizzato l’attestarsi del tasso globale ai livelli occidentali entro il 2050. Scacchi ed errori che avvengono ogni qualvolta non si fanno i conti fino in fondo con l’impasto soggettivo, spesso ambivalente ed enigmatico, e certo non linearmente governabile, di libertà e necessità, di inconscio e razionalità, di bisogno e desiderio, di illusioni e aspettative, vero motore dell’agire individuale e sociale. Due fenomeni del nostro tempo, entrambi, pur nelle loro specificità, fonte di preoccupazione politica e scientifica[1], ce lo confermano, quando ci rivolgiamo ad essi con domande riduttive e semplificate quali: come arrestare la diminuzione delle nascite nel mondo occidentale e in particolare in alcuni paesi come il nostro, e come arrestare il flusso continuo delle migrazioni planetarie che rischia di sconvolgere gli equilibri mondiali? Come mettere sotto controllo corpi-menti di donne e uomini spinti dal desiderio e dalla necessità? Fenomeni imprevisti, che segnalano un’eccedenza, quasi l’impossibilità di un addomesticamento.

Ci sono problemi che non si possono risolvere se non con uno sguardo che vada al cuore di una verità profonda, e forse ci sono problemi per i quali non esiste nell’oggi una soluzione, un programma, ma per i quali, parafrasando Edgar Morin (2003: 16-17), vale la pena di cominciare a costruire un percorso e di aspettare che le trasformazioni stesse portino la chiave per una soluzione, dando nel frattempo un senso, un senso positivo e non distruttivo, a ciò che accade mentre accade, ma anche tenendo continuamente presente la faccia in ombra di ciò che avviene: e non cessando di ricercare e di dire il cambiamento soggettivo dei processi di mutamenti in atto, il senso che prendono o possono prendere per le persone.

E’ quanto tento di fare in questo contributo.

 

 

  1. Sapienza e libertà femminile

 

 

Mi preme anzitutto considerare la discesa del tasso di natalità in Italia riferendola alla scala planetaria. Il fenomeno riguarda quasi tutto il mondo, e paesi tra loro molto diversi come Brasile, Thailandia, Iran, paesi del Magreb, sono passati in pochissimi decenni da una media di 5-6 figli a una di 2-3. Certo hanno influito sviluppo scientifico-tecnologico, benessere economico, innalzamento dell’istruzione femminile e lavoro extradomestico delle donne, ma molto più un evento storico che in Italia abbiamo chiamato rivoluzione femminile e fine del patriarcato, evento simbolico  registrato non solo in Occidente, ma, in altri modi, anche in società e culture diverse dalla modernità occidentale, perché idee che stanno a cuore alle donne, come la cura della vita e della convivenza, la soggettività come corpo pensante, l’inaccettabilità culturale del controllo sul corpo femminile fecondo, sono circolate in molte parti del mondo, come dieci anni fa hanno dimostrato il Forum Mondiale di Pechino e quello di Huairou.

Forse allora va ridiscussa l’interpretazione continuista, secondo la quale il fenomeno sarebbe iniziato e avanzato ininterrottamente, pur con fasi differentemente caratterizzate anche dal punto di vista territoriale, da più di un secolo a questa parte. Senza smentire questa lettura, vedo tuttavia un elemento di discontinuità, di periodizzazione, proprio nelle grandi trasformazioni del mondo femminile degli ultimi decenni, a partire dalle quali si ridefinisce profondamente anche il senso del far nascere, del mettere al mondo, si ridefiniscono i rapporti tra i sessi a cominciare dalle strutture di parentela, e probabilmente nulla è più come prima.

Con le parole di Luce Irigaray (1989: 28-29), abbiamo imparato – e abbiamo insegnato alle nostre figlie – a mettere al mondo “qualcosa di diverso dai figli, generiamo qualcosa che non è il bambino: amore, desiderio, linguaggio, arte, società, politica, religione, ecc.”, e la creatività femminile, fedele alla capacità del corpo di una donna di essere due con o senza maternità (M. Rivera, 1996), si sta dispiegando a tutto campo, dando alla luce non solo figli, ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere e modificare l’esistenza individuale e collettiva in una direzione umanamente più ricca (A. Rich, 1977:288).

Ma forse gli uomini colti (V.Woolf, 1975) di questo non si sono del tutto accorti, e sono rimasti in una logica continuista, se oggi ancora una volta, pur essendo loro stessi gli artefici diretti o indiretti della situazione a cui siamo approdati, o gli eredi di chi negli ultimi anni ha costruito l’Italia così com’è, si rivolgono alle donne per far quadrare i conti della vita associata, preoccupati del Pil, delle pensioni, dell’invecchiamento della popolazione, della scarsa competitività dell’azienda-Italia, e intanto legiferano in modo apparentemente contradditorio sui tagli allo stato sociale, sull’incentivazone a fare più figli con risibili misure pecuniarie, sulla riduzione dei servizi dell’infanzia, sull’eliminazione del tempo pieno scolastico, su una fecondazione assistita mortificante il desiderio di procreare, e soprattutto sulla flessibilizzazione/precarizzazione del lavoro, che sconvolge con il suo portato di instabilità e insicurezza qualsiasi ragionevole progetto di continuazione della vita.

Per prima cosa ritengo che la legittima preoccupazione per il futuro delle/degli italiani andrebbe declinata non più solo su scala nazionale, ma guardando al mondo più vasto su cui misurare crescita, benessere e  felicità umana: uno sguardo planetario non misurato unicamente sulle opportunità di competizione economica e politica a scala globale per pochi, ma invece attento alle interdipendenze, consapevole del valore, per tutti, delle possibilità di sicurezza, di crescita economica, civile e culturale delle tante diverse società del nostro pianeta, della necessità di difendere le risorse naturali e la salute della biosfera per favorire vita e sviluppo, beni da concepire come solidali e indivisibili da un lato all’altro del mondo[2].

Se ci collochiamo in questa prospettiva, allora diventa più facile vedere una sapienza femminile nella riduzione delle nascite.

E tuttavia questo ci aiuterebbe a capire solo un aspetto, ma non l’unico, dei complessi comportamenti femminili legati al far nascere o meno, perché, anche se nel nostro mondo tecnologicamente avanzato e caratterizzato dall’autonomia femminile si parla di maternità sempre più consapevole, non si può dimenticare che ci sono donne che non vogliono figli, donne che li vogliono a ogni costo e a ogni età, altre che li adottano, altre ancora che dopo averli avuti li abbandonano. E molte ne vogliono uno soltanto, accettando, con consapevolezza e senso di responsabilità, possibilità e limiti del proprio progetto generativo. Per noi della generazione che ha prodotto e registrato grandi cambiamenti nelle vite femminili (e non solo) è viva la coscienza che tali trasformazioni non sono a senso unico, né i loro esiti scontati o governabili volontaristicamente. La trasmissione intergenerazionale di consapevolezza e autonomia femminile non è un processo pianificabile, e richiede sempre lo scatto individuale e soggettivo della presa di coscienza, che può significare anche uno scostamento libero, soprattutto delle più giovani, rispetto alla nostra generazione, nell’inventarsi le proprie biografie e nel ricercarne il senso. Le strade della libertà femminile sono molteplici e varie e le strategie multiple.

Nell’ormai lontano 1997 la rivista “Via Dogana”, periodico della Libreria delle donne di Milano, titolava un suo numero Culle semivuote, sottotitolo Che cosa ci sta capitando?, tentando di leggere e interpellare la realtà e il desiderio femminili di maternità a partire da sé, da donne, come abbiamo imparato a fare con il femminismo dell’autocoscienza.

Culle semivuote significa intanto quel circa 1,2 figli che le italiane continuano a generare. Perché il desiderio di maternità non si è spento con l’emancipazione, l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, lo studio e la formazione più lunghi, qualificati e migliori, la partecipazione alla vita sociale, alla cultura, al volontariato, l’abitudine a viaggiare, a tessere e coltivare relazioni e amicizie. E non si spegne neppure oggi, in tempi di grande disordine economico, sociale e politico, come testimoniano se interpellate molte donne, giovani e meno giovani, che raramente e non senza contraddizioni espellono dal proprio immaginario e dall’elaborazione di un assai articolato progetto di vita l’evento della maternità.

Tale desiderio si è però qualificato, diventando probabilmente più esigente. Non a qualsiasi costo. Il che significa intanto, alla lettera, impagabilità del gesto femminile del mettere al mondo, impossibilità della sua riduzione a merce di scambio nel mercato economico e politico. E ancora, significa impossibilità di una sua riduzione all’astrattezza dei linguaggi della politica e delle scienze, alle loro categorie mentali.

Ascoltandoci tra donne, si capisce che, con un minimo di autonomia, desideriamo un figlio “non in maniera astratta e assoluta, ma come parte di un progetto di vita, in combinazione con altri impegni e amori, nel contesto in cui ci troviamo a vivere, con quello che offre, con quello che nega. E così ci regoliamo rispetto al diventare o non diventare madri” (L. Muraro, 2003). Perché per una donna la genitorialità è un’esperienza globale e persistente, che la ridefinisce in profondità nel corpo, nei gesti, nelle emozioni, nelle fantasie, nel pensiero, nelle relazioni, e la immette in un ordine di responsabilità entro il quale il bene proprio, il bene dei figli e quello della convivenza collettiva sono  tendenzialmente vissuti come solidali e congiunti, in un progetto di vita fortemente sostenuto da un’attenzione relazionale e in cui dunque poco si può disporre in modo settoriale o sequenziale. E’ quello che, con un altro linguaggio, Carmine Ventimiglia (1996) ha nominato come “trasversalità dell’interesse materno”, quella circolarità/interdipendenza mentale, affettiva, comportamentale, di senso, tra ambiti diversi della quotidianità e delle traiettorie di vita, che rappresenta il modo femminile di stare nella maternità, nelle relazioni e nelle cose del mondo, ben diversa dalle pratiche dissociative paterne e dalle strategie rettilinee e sequenziali del fare maschili. Una trasversalità materna a tutto campo – che tuttavia oggi non si assolutizza nelle vite femminili come in alcune epoche del passato, e non è priva di conflitti e ambivalenze – senza la quale non solo l’apporto di altri adulti della famiglia, a cominciare dal padre, risulterebbe problematico, ma anche il ricorso a risorse esterne quali i servizi, e il loro utilizzo “sufficientemente buono”, non sarebbero pensabili. E neppure sarebbe possibile quel lavoro di mediazione femminile – che io chiamo opera di civiltà – che può fare della famiglia un bene soglia tra privato e pubblico, un nodo di interscambio continuo e positivo tra individui e società (P. Di Nicola, 2002).

Forse questo è vero soprattutto oggi, quando la maternità non è più un destino, ma sempre più una scelta consapevole, maturata in un orizzonte autoriflessivo, non subordinata – come spesso, certo non sempre, avveniva nel passato – al desiderio del partner o alle aspettative sociali, una scelta tuttavia che le donne si trovano a gestire troppo spesso in solitudine. Riprenderò più avanti questo punto, a mio avviso cruciale.

 

 

  1. Concepire e mettere al mondo il desiderio

 

 

Avanzo intanto l’ipotesi che il venir meno della disponibilità assoluta delle donne a procreare, e il qualificarsi del desiderio di maternità in una direzione più consapevole ed esigente, nonché la sua complessa traduzione in scelta reale, riguardino in primo luogo  e in modo molto problematico il rapporto tra i sessi, in riferimento alla società più vasta, con le sue forme, le sue priorità, e all’interno della coppia, e con esso vadano a scontrarsi.

E oggi il problema mi pare non tanto e non solo come misurare tra loro realtà e desiderio, consentendo a quest’ultimo di trovare le strade per realizzarsi, quanto anzitutto poter concepire e far nascere il desiderio di maternità. “Secondo me la sola condizione necessaria per avere un figlio è la voglia di averlo, è primario il desiderio”, dice efficacemente Giovanna, una delle trentenni intervistate da Marina Piazza (2003: 101). Ma, a differenza delle vite femminili della mia generazione protese con slancio ideale e ottimistico verso l’emancipazione, oggi gli scenari culturali, lavorativi, di coppia, e le aspettative reciproche uomo-donna sono cambiati, mentre al contempo l’emancipazione femminile per le giovani donne non è un’aspirazione, ma è la realtà in cui sono nate e cresciute. E le giovani donne emancipate, un gran numero delle quali vorrebbe figli, anche se non precocemente, in realtà non riescono a farli, prese come sono tra necessità-desiderio di istruirsi e di lavorare, precarietà dei lavori, scarso sostegno sociale, difficoltà di coppia, ecc. E mettono a tacere, in modi diversi e personali, il desiderio di maternità, non lasciandolo venire alla luce. Non vanno sottovalutate poi le pressioni contradditorie provenienti dal contesto socio-culturale e politico. Troppi sono i messaggi e le pulsioni di cui sono investite socialmente, il cui contenuto tendono a interiorizzare in termini di eccesso di doveri e eccesso di illusioni: femminilità e carriera, autonomia e amore, figli e indipendenza, successo e solitudine. Semmai oggi il loro compito è come scegliere tra molteplici possibilità che si sono dischiuse, come non farsi schiacciare dall’immaginario di poter far tutto, come passare da una fantasia più o meno astratta di figlio al desiderio di averlo, e saper valutare le proprie scelte secondo un ordine personale di priorità e di rilevanza corrispondente al proprio poter essere più vero. Perché dunque questa voglia affiori, si faccia strada tra altri desideri e si consolidi, entrando a far parte della propria prospettiva di vita non per obbligo ma per scelta, non per forza ma per amore, sono necessarie condizioni favorenti: in capo alle quali metterei la maturazione della propria libertà femminile, libertà relazionale che tiene conto di vincoli e risorse, di sé e dell’altro da sé, l’autorizzarsi ad uscire dagli schemi programmatori con cui la nostra società confida di securizzare ogni decisione umana, a svincolarsi dal principio di prestazione di cui le aspettative sociali investono anche il far nascere e crescere inducendo un senso di inadeguatezza in chi decide di generare (L. Cipollone, 2000), e ad assumere invece, in prima persona ma non da sole, la responsabilità, il rischio, l’imprevisto, ma anche la creatività, la bellezza e la grandezza del mettere al mondo un figlio, di entrare in un progetto di vita che trascende la propria singolarità.

Esistono fattori oggettivi e strutturali che ostacolano il formarsi di un desiderio di maternità o il passaggio dal desiderio alla realtà del divenire madre, fattori comunque connessi alle forme ancora prevalentemente maschili dell’organizzazione sociale, forme ritagliate sul maschio adulto libero da compiti di cura e sull’ideale individualistico dell’autonomia intesa come autosufficienza. Il difficile accesso alle  risorse economiche, la penuria di servizi, l’insicurezza e la “durezza” del lavoro (divenuto altamente competitivo, onnipervasivo, caratterizzato da continue trasformazioni), che richiede tempo, risorse cognitive ed energie psichiche elevate, sono certo elementi strutturali da considerare, insieme con l’organizzazione dei tempi e della vita sociale quotidiana che aggrava la fatica e la  solitudine di chi è genitore specie nei grandi centri.

Pensiamo soltanto a uno dei problemi legati alle trasformazioni sociali e del mondo del lavoro. Proprio la decade 30-40 anni, l’età che in generale oggi coincide con il progetto di genitorialità da parte di donne e uomini, è diventata cruciale per l’ingresso nel mondo del lavoro, per l’acquisizione di una posizione lavorativa soddisfacente e magari per la possibilità di uno sviluppo di carriera, elementi questi di relativa stabilizzazione personale e di coppia che consentono di guardare a un futuro a lungo termine con una certa fiducia. Proprio in questo decennio del ciclo di vita si gioca per gli individui la partita rispetto al mercato del lavoro, l’ingresso nel quale è ritardato per i motivi ormai noti (lunga scolarità e adolescenza protratta, saturazione del mercato del lavoro, ecc.) e l’uscita dal quale si profila già per i quarantenni spesso in modo irreversibile.

Ma questa è anche l’età in cui la fertilità, in particolare femminile, tende a declinare, e allora spetta all’orologio biologico dettare le condizioni a che la moratoria riproduttiva diventi definitiva rinuncia a procreare.

D’altronde oggi per una donna è fondamentale la realizzazione economica e professionale, non solo per un senso di sé fortemente legato ad un’immagine femminile multidimensionale e creativa, ma anche per accedere ad un’autonomia personale indispensabile ad affrontare un mondo relazionale segnato dalla fragilità dei legami -motivo del nostro vacillare tra “dolce sogno e orribile incubo” (Z. Bauman, 2003: VI) – e una vita di coppia sempre più reversibile ed esposta al rischio, subordinata com’è alla scelta sentimentale-affettiva, al desiderio reciproco, alle possibilità di autorealizzazione, e sempre meno al contratto economico tra uomo e donna o a sistemi di alleanza matrimoniale. Le difficoltà e l’instabilità dei rapporti di coppia sono sotto gli occhi di tutti, confermate dalle statistiche sul calo dei matrimoni, sull’aumento di separazioni e divorzi, sulla crescita delle/dei single.

E l’autonomia economica, e ancor più l’indipendenza mentale e simbolica, vengono vissute come necessarie da una donna proprio per poter decidere di sciogliere un legame se divenuto per lei insostenibile e poterlo fare con una certa tranquillità quando ci sono figli. E’ noto che la decisione di sciogliere il matrimonio o un legame stabile di coppia è assunta quasi sempre dalla donna, meno noti sono forse i motivi profondi, che rimandano alla differenza sessuale, a come si esprime nell’esperienza concreta di donne e uomini. Le donne sono più sensibili alla comunicazione affettiva profonda e alla condivisione di significati e di valori, e quando sentono di aver dato molto nella relazione ricevendo poco in cambio, e percepiscono che gli uomini non sanno tener vivo l’amore, si allontanano. E’ su questo terreno che si esprime prevalentemente oggi il conflitto tra i sessi, per il momento senza la capacità, da entrambe le parti, di fare, di questo, un conflitto relazionale, ossia non distruttivo, ma compatibile con l’amicizia, la collaborazione, l’amore, e capace di indurre modificazioni di sé in relazione all’altro, all’altra, con la possibilità di trovare una misura alta di civiltà nel rapporto tra i sessi. Sul versante femminile si comincia ad esprimere preoccupazione e riflessione su questa carenza di misura, a partire dal rapporto di coppia ma anche toccando i rapporti nei luoghi di lavoro: secondo Lia Cigarini (2004), avvocata civilista da lunghi anni impegnata nel diritto matrimoniale e nella politica della differenza, è utile ammettere che oggi “uomini e donne non si sopportano”, e da qui partire per un’ulteriore elaborazione. Secondo la sua esperienza, il conflitto, aperto dalle donne all’interno della coppia, mantenuto da loro invece sordo e tacitato nei luoghi di lavoro, si esprime spesso da parte femminile come “voglia di stravincere”, appoggiandosi al  linguaggio maschile dei diritti e con ricadute non desiderabili nel rapporto con i figli, in particolare nella relazione tra figli e padre, figura troppo spesso estromessa dalla partner in nome di competenze materne assolute (mentre gli uomini tendono ad evitare le ragioni profonde del conflitto di coppia, spesso a fuggire dalle responsabilità familiari, a cadere nella depressione, ad attestarsi su posizioni vendicative o al più rivendicative sui figli). E’ ancora carente la messa in gioco di una differenza maschile e femminile libera, in cui donne e uomini possano confrontarsi, scambiare, anche confliggere, a partire dalla propria parzialità, accettando di modificarsi nello scambio tra loro e trovando mediazioni all’altezza di una nuova civiltà che l’uscita di entrambi sessi dalla gabbia storica dei ruoli e dagli archetipi dell’identità maschile e femminile, può già rendere possibile.

D’altronde in generale il lavoro femminile oggi non è quasi più una scelta, ma il doppio reddito diventa sempre più una necessità per la costruzione di una famiglia e per la sua sopravvivenza economica. Ed è risaputo che la presenza di un lavoro femminile forte, insieme a livelli di istruzione alti, rappresenta una condizione importante per la decisione femminile di generare, perché consente la condivisione delle responsabilità di cura dei figli all’interno della coppia, una negoziazione del lavoro domestico e dei compiti familiari tra madri e padri e un sufficiente coinvolgimento di questi ultimi (A. L. Fadiga Zanatta, 2002). Nei paesi nord-europei, ad esempio, dove, pur in presenza di un forte impegno lavorativo extradomestico femminile, i compiti familiari sono più condivisi non solo per la presenza di servizi e di una organizzazione sociale familiy-friendly ma anche per una distribuzione maggiore all’interno della coppia, i tassi di natalità non sono scesi come in altri paesi, ad esempio l’Italia e la Spagna, e questo a prescindere dallo stato civile delle donne (sposate ma anche nubili)[3].

Ma non va trascurato che, per concepire il desiderio di procreare, per una donna non sembrano essere prevalenti i motivi e le condizioni di carattere materiale, la sicurezza economica, la garanzia di reti di aiuto nella gestione della quotidianità. Mi pare invece che prevalga l’esigenza di sentirsi accolte nella proprie interezza e complessità, anche ambivalente e contraddittoria, in un abbraccio intelligente, sensibile e amoroso che va al di là della coppia e si proietta sul proprio rapporto con il contesto sociale e con il mondo: un rapporto di fiducia per quello che lei può portare di nuovo, umano, possibilmente felice, compreso il suo desiderio di una creatura; un rapporto di reciproca attesa che chiede anzitutto il riconoscimento di che cosa significa oggi il passaggio dall’essere donna a un altro possibile che è il diventare madre senza che questo la risolva o la definisca in senso esclusivo, e ancora, di quale può essere il senso non solo individuale ma sociale dell’impossibilità di imporle o vietarle di diventarlo effettivamente. In altre parole, il senso della sua libertà, di cui lei oggi è incinta, ma che sembra non aver ancora un posto simbolico nel mondo attuale, che al massimo le chiede di includersi partecipando alle imprese maschili, compresa quella di garantire in nome dell’uomo la continuità della specie (o delle pensioni).

E per quanto riguarda il partner, mi sembra auspicabile per una donna non solo la sua condivisione nell’impegno domestico-familiare, ma soprattutto la sintonizzazione affettiva e simbolica e la valorizzazione di quello che ella è, con la sua complessità, con i suoi molteplici desideri di realizzazione, con la sua capacità di combinare insieme anche creativamente istanze diverse senza perdere la sua visione relazionale delle cose e della vita. E’ interessante quanto nota nella sua Prefazione Natalia Aspesi a partire dalla ricerca di Cinzia Sasso (2002) su storie di donne che hanno avuto successo nella professione e nella vita senza rinunciare a figli e famiglia. Nel riconoscere i grandi e rapidi cambiamenti del mondo femminile, declinati secondo una  notevole varietà di profili e percorsi biografici, Aspesi ammira la capacità di negoziazione di queste donne, certo privilegiate, all’interno della coppia, anche rispetto al timing dello sviluppo di carriera di entrambi e alla conciliazione degli impegni lavorativi con la cura dei figli, ma si sorprende “quasi con commozione” anche del cambiamento dei loro partner, “i mariti, i compagni, i fidanzati, gli amanti”, uomini che, a differenza di quanto avrebbero fatto quelli di ieri, le sostengono e le incoraggiano essendo disposti anche a fare dei passi indietro rispetto alle proprie priorità, “ le apprezzano, ne sono orgogliosi, le amano, proprio perché sono così”.  Per questa via il desiderio può trovare la sua strada: quando lo scambio tra due soggettività desideranti mette in movimento anche inconsciamente dimensioni affettive dell’esperienza che altrimenti sarebbero rimaste mute, e apre a un centro di gravità che attrae, tra gioia e inquietudine. Allora il desiderio può, anche passivamente ma in fedeltà a sé, volgere i passi verso il punto di attrazione, ed evolvere in rappresentazione mentale, parola, creazione.

 

Ma vorrei ritornare sulla rottura del patto tra i sessi, quel patto che, in una struttura di subordinazione e di complementarietà femminile, nel patriarcato che abbiamo conosciuto aveva garantito per secoli la riproduzione, la discendenza maschile: è un elemento da sottoporre alla comune riflessione quando si parla di famiglia, tenendo conto delle dinamiche relazionali interne tra i diversi individui che la costituiscono e dell’intreccio delle relazioni con l’esterno, perché ritengo sia  troppo poco pensato.

Quel patto si è rotto sia a livello micro, di rapporti tra singoli donne e uomini in particolare all’interno della coppia e delle famiglie, sia a livello macro, nelle relazioni sociali e politiche tra i due sessi. Con un continuum tra i due piani, non solo esito della presa di coscienza femminile-femminista della non separabilità tra personale e politico, ma anche risultato del fatto che oggi le donne sono ovunque, e il nostro mondo non è più separato tra sfera pubblica maschile e sfera privata femminile. La rottura di quel patto ha evidenziato quel qualcosa di oscuro, enigmatico, fatto di distanza e di misconoscenza, che c’è nel rapporto tra i sessi, di solito nominato come difficoltà di comunicazione, di comprensione, di condivisione di valori tra uomini e donne.

E le donne si stanno sottraendo alle regole maschili e al rapporto con gli uomini anche attraverso il calo delle nascite e l’investimento maggiore, rispetto al passato, su dimensioni realizzative e autorealizzative come studio, cultura, professione, cura delle relazioni, che del resto hanno una valenza generativa di mondo e di incremento di civiltà potenzialmente per tutti. Se prendiamo ad esempio il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, correlato a quello della denatalità, ci accorgiamo che rispetto ad esso i conti della vita ancora tornano (meno forse le attese economiche dell’Italia futura), perché solo una percentuale molto bassa di anziani vive in istituto, la maggior parte vive in famiglia: il che significa che noi donne, anche quelle impegnate nel lavoro e in altre attività, non smettiamo di prenderci cura di chi ha bisogno, di trovare senso e piacere, pur nella fatica, nel curare il padre o la madre vecchia come lei ha fatto a suo tempo con noi. E continuiamo a compiere, anche in condizioni avverse e con scarsa visibilità, il quotidiano lavoro di tessitura delle relazioni e di donazione di qualità e di senso alla vita, fattore di ricchezza, di agio e garanzia di continuità dell’esistenza per donne e uomini. Ma il mondo maschile stenta a prenderne atto e a ridefinirsi accettando di farsi influenzare positivamente dalla differenza femminile e di trarre insegnamento dai valori che stanno più a cuore alle donne: nei rapporti sentimentali e familiari, come nella politica, nel fare legame sociale, lavoro, economia e cultura. Tanto che, è lecito pensarlo, se la nostra società si orientasse secondo desideri e misure più rispondenti alle donne, probabilmente il problema di cui stiamo discutendo non si porrebbe, o certamente non nei termini di emergenza epocale con cui viene posto.

Mi sembra che proprio all’interno delle famiglie, ambito  primario della relazione tra i sessi, si stia affermando non solo il primato del singolo individuo (dei suoi diritti, dei suoi bisogni) sull’insieme dei rapporti, in un’ottica di atomizzazione e di scarsa interdipendenza, ma soprattutto l’indebolirsi della relazione uomo-donna, sempre più incapace di risolversi in vincolo stabile di coppia come elemento fondante il compito del fare famiglia. La scelta, più femminile che maschile, di fare coppia senza coabitare, oppure di convivere senza sposarsi, o ancora, di ritardare la procreazione o addirittura di non procreare, mi sembra attestare realisticamente lo stato non certo appagante dei rapporti tra i sessi. E si sta facendo visibile una trasmissione intergenerazionale della problematicità del rapporto di coppia, che almeno in parte influisce sul formarsi del desiderio di maternità delle giovani donne, spesso oscillanti tra voglia e paura, tra speranza e rifiuto di un vincolo sufficientemente stabile: una condizione, questa, che rischia di paralizzare sul nascere il desiderio di mettere al mondo.[4]

Se soprattutto le donne si sono sottratte alla forma tradizionale (e idealizzata dall’uomo) del rapporto tra i sessi, quello della complementarietà amorosa e della reciprocità a senso unico (della donna verso l’uomo), mi sembra prevalere oggi un antagonismo pressante, spesso latente, all’interno della coppia, insieme allo scorrere più parallelo che convergente delle biografie e dei mondi simbolici dei due partner[5]. Al punto da rendere legittimo pensare che il rapporto fondante la famiglia non è più quello tra uomo e donna, ma il rapporto con i figli, il vincolo genitore-figlio/i (G.Rossi, 2003: 34, 36).

 

Dicono che la nostra è l’epoca delle passioni tristi (M. Benasayeg, G. Schmit, 2004), un tempo caratterizzato da un clima culturale e psicologico di senso di smarrimento, di impotenza, di infelicità, illusoriamente contrastato dalla ricerca razionale del risultato e dalla massima finalizzazione utilitaristica degli atti umani. Ma – e sembra un paradosso pensando al grado di libertà di cui disponiamo nelle nostre società, anche libertà di seguire e coltivare le proprie passioni – forse sarebbe preferibile parlare di mancanza di passioni tout-court, di tendenza diffusa a proteggersi da coinvolgimenti emotivi e simbolici troppo profondi e complessi, a non lasciarsi toccare, per paura della sofferenza, dall’accadere del mondo, ad allontanare da sé incontri, visioni ed eventi troppo impegnativi e spiazzanti per il precario equilibrio nel quale possiamo attestarci.

Mi sembra, questo, un tempo di anoressia immaginativa, sentimentale, ma anche sessuale: più maschile che femminile, più degli adulti maturi che dei giovani. E non a caso cresce la pubblicistica e la manualistica sulla vita sentimentale e sessuale, e aumenta il ricorso ai consigli degli esperti e ai rimedi farmacologici: perché di emozioni e di sesso nella nostra società si parla e si mostra molto, ma in realtà non si può dire che emozioni e sesso non patiscano forme distorte di sublimazione attraverso l’investimento libidico su oggetti succedanei, una sorta di rimozione personale e interpersonale, slegati come sono dall’energia desiderante, che non trova rispondenza nell’altro/a. Nel complesso le relazioni umane si vivono a metà, in una sorta di mancanza di fiducia (e di desiderio), ma se questa tendenza tocca anche le relazioni amorose tra uomo e donna, come di fatto accade, qual’è il risultato? Intanto, che anche la sessualità ne risente, perché, se vissuta nella sua complessità, essa è sempre aprirsi all’imprevedibilità del flusso emotivo-relazionale e accettare di calarsi nell’oscurità di sé e dell’altro. Non a caso crescono le coppie, anche stabili, che limitano fortemente i rapporti sessuali attestandosi su relazioni parziali, rispondenti più al bisogno di compagnia, di scambio amicale o di solidarietà quotidiana. Ma certo limitando l’incontro sessuale i bambini non vengono. E in tempi come il nostro di faticosa riscrittura del patto tra uomini e donne, si comincia a legittimare la normalità dell’astinenza sessuale, in crescita, senza interrogare sufficientemente il fenomeno: forse per aggirare il conflitto tra i sessi, facendogli mancare il terreno principe dello scontro (S. Giorgi, 2000: 88).

Anche il rinvio del momento di procreare, di creare una famiglia, si inscrive in questo contesto, pur senza escludere altri fattori: entrambi, uomini e donne, anche quando fanno coppia, procrastinano questo momento, che necessita di affidabilità relazionale e di sintonia emotivo-affettiva, a volte fino a un punto di non ritorno, non smettendo nel frattempo di desiderare e di alimentare le reciproche aspettative, ma anche di mettersi reciprocamente alla prova come partner affidabili, senza tuttavia esporsi troppo.

Non a caso crescono negli anni i single, le coppie senza figli, i nuclei monogenitoriali, anche in un paese come il nostro, connotato da una grande centralità della famiglia.

La difficoltà delle relazioni parentali, intergenerazionali, all’interno delle famiglie mi sembra rimandare più a una difficoltà di rapporto uomo-donna, come coppia sessuale e amorosa, a intensa comunicazione, che non a una problematicità relazionale tra madre-padre/figli, sulla quale peraltro può influire. Si può fare coppia senza figli in un gioco amoroso di cui si accettano piaceri e rischi, con un certo equilibrio, forse proprio perché quell’equilibrio non è messo in pericolo dalla presenza di figli e dalla necessità di mettere in gioco la propria identità più profonda e la profondità della stessa relazione di coppia. Oppure si tende a fare coppia con i figli, da parte di ciascun genitore, eludendo il nodo problematico della relazione uomo-donna.

E’ comunque sotto gli occhi di tutti la tendenza, non solo italiana, alla divisione per sesso nelle forme variegate della socialità extradomestica: sempre più donne e uomini privilegiano rapporti unisex nel tempo libero e negli ambienti di lavoro, all’interno dei quali esiste spesso un conflitto sordo ma reale. Per non parlare della politica maschile, incistata nella sua ripetitiva concezione strumentale e incapace di mettere al centro il sapere e l’intelligenza di ciò che è a fondamento della vita (la materia umana, le relazioni, la dipendenza, la mediazione), nella quale il conflitto tra i sessi non esplode forse solo perché le donne se ne tengono lontane, preferendo costruire sfera pubblica altrove.

E, d’altra parte, cresce nel mondo occidentale una cultura chidlfree, anche rivendicativa, che non esclude la coppia, ma esclude appunto il procreare (l’associazione “No kidding” è stata creata vent’anni fa negli Usa e si è diffusa anche nel nord-Europa)

Già da decenni le donne hanno conquistato la libertà di tener distinta sessualità e procreazione (e la diminuzione delle nascite, come quella degli aborti, lo conferma), ma hanno anche maturato un sentire che rende difficile l’inverso, ossia scindere maternità da sessualità nel senso più pregnante del termine, perché per una donna intelletto, sentimento, sessualità sono aree meno distinte di quanto lo siano nell’uomo. Per loro, per noi, (a parte quelle che decidono di generare come single e di costruire la coppia madre-figlio/a, ma in Italia, a differenza di altri paesi, non sono molte) non è desiderabile una procreazione priva di una sessualità amorosa, di quel coinvolgimento di corpo, cuore e  mente, che viene dalla sintonia e fiducia nel partner, dal piacere e dall’amore per la esperienza condivisa che si sta vivendo e si spera di continuare a vivere in futuro, un intreccio che consente un investimento profondo e l’apertura necessaria a che il desiderio di maternità venga concepito, coltivato, e si traduca in realtà. Spesso tale investimento si viene a perdere proprio dopo la prima maternità, e ci si ferma al primo figlio, oltre che per i motivi oggettivi e strutturali già detti[6], anche perché la prova di realtà di una vita a tre scatena conflitti intraindividuali e relazionali spesso preesistenti e irrisolti, rende difficile un nuovo assetto di coppia, e induce sentimenti di delusione più frequenti nella donna che nel partner, modifica l’immagine del partner-uomo ora nelle nuove vesti di un padre non sempre all’altezza delle aspettative femminili, spesso emotivamente e simbolicamente distante dalla nuova costellazione familiare  e non di rado vissuto dalla madre come il “secondo bambino” da accudire (o viceversa, l’immagine di una partner-donna, ora madre, non più disponibile solo per lui, e che non raramente fa valere oltre misura il suo potere sui figli).

E non va ignorata l’asimmetria nella riorganizzazione psichica e simbolica, oltre che in quella della vita pratico-materiale, tra donna e uomo nell’esperienza dell’essere genitore, in particolare in occasione della nascita del primo figlio/figlia. Come nota Stern (1995: 40) sulla base del suo lavoro clinico centrato sui sistemi relazionali e rappresentazionali della genitorialità, esiste una sfasatura e una differenza nel modo di elaborare il diventare padre/madre:”Anzitutto il mondo delle rappresentazioni del padre spesso viene scosso meno violentemente dalla nascita del piccolo, e il lavoro di riorganizzazione di reti multiple di schemi si realizza in un tempo più lungo. I padri spesso dicono che lo spostamento irreversibile del centro di gravità da figlio del proprio padre a padre del proprio figlio può anche non avvenire fino a quando il bambino è più grande. Questa sospensione, per così dire, può far sì che i neogenitori non siano in sintonia fra loro come genitori, il che è una potenziale fonte di conflitto”.

Se si esce dallo schema diffuso dell’uguglianza-parità tra i due sessi e dalla categoria univoca e indifferenziata di “genitori”, per tematizzare e interrogare invece le diverse posizioni di madre e padre, se si accetta di far lavorare simbolicamente l’asimmetria uomo/donna, ci si accorge anche che oggi sta mutando il senso del diventare/essere padre. Pietropolli Charmet (2000) individua la genesi attuale del desiderio maschile di paternità nella relazione sentimentale e passionale con una donna: “il nuovo padre nasce sull’onda del sogno materno della donna che ama”. E’ la relazione d’amore con la compagna il luogo in cui origina il desiderio di avere e di accudire un figlio, è la donna che ama che lo guarisce dal “narcisismo” maschile e lo predispone ad assumere il ruolo inevitabilmente anche masochistico di padre. Questa “fecondazione femminile” della mente dell’uomo segna secondo Charmet anche tutta la relazione successiva con il figlio, la figlia, relazione che tende oggi a connotarsi anche per il padre secondo valori femminili-materni, a orientarsi secondo codici di maggior intimità, più affettivi e meno normativi, in un processo di cui non possiamo prevedere ancora l’esito per le biografie individuali e le ricadute in termini sociali. Si può tuttavia intuire qualcosa che del resto sta sotto gli occhi di tutti: quando il sogno d’amore si incrina o finisce tra in due partner, gli uomini-padri stentano a riorientarsi sulla nuova realtà, mostrano di avere meno strumenti per ridefinire autonomamente il rapporto con i figli, e alimentano in sé un senso di sconfitta e di perdita che spesso si traduce in depressione e/o in voglia di rivalsa anche violenta nei confronti della compagna. E’ come se venisse a cadere irrimediabilmente non solo il centro sui cui si è costruita la loro nuova identità di padri, ma anche la nuova possibile base di ridefinizione di sé come uomini. Dunque la fragilità dei (nuovi) padri (M. Deriu, 2004) rivela qualcosa di essenziale anche dell’attuale fragilità maschile, di un’identità frantumata dai grandi cambiamenti dell’ultimo secolo e degli ultimi anni, che stenta a trovare un proprio autonomo, ma non separato, ordine di autoridefinizione e di senso. In questo processo in atto, segnato dall’incrinarsi delle genealogie maschili in molti ambiti della vita individuale e collettiva e dal generale disorientamento degli uomini (evidente, anche se oggi in parte mimetizzato nella ripresa di modelli virilistici o nella riscoperta di valori forti e di visioni fondamentalistiche), vedo da un lato le ragioni della paura femminile a coinvolgersi in un progetto impegnativo quale quello del condividere con un uomo vita e procreazione, dall’altro lato la necessità e l’urgenza di un percorso psicologico e simbolico di individuazione maschile (di sé come uomini prima ancora che come padri) nella  relazione con le specifiche  donne della propria vita, e più in generale rispetto al mondo femminile.  E’ difficile ma non impossibile per un uomo[7] intraprendere un percorso di autonomizzazione dall’altra da sé in senso complesso, di uscita dalla dipendenza da una donna, dalle donne, non riconosciuta ma agíta, ed entrare in un vero rapporto di scambio. Ma molti uomini adulti, anche giovani, continuano a vivere con paura l’autonomia femminile, di cui non comprendono né le ragioni né i desideri, e si sentono defraudati di qualcosa che hanno già da tempo perso: la legittimazione a costruire la propria identità e il proprio senso di potere sul possesso e il controllo dell’altra e delle sue opere (bambini, cure, ascolto, sostegno, lingua delle emozioni e delle relazioni). A ben vedere, questa individuazione è un compito evolutivo nuovo e inedito per gli uomini, che non hanno avuto finora bisogno, nel corso della storia culturale e sociale da loro costruita parlando in nome di entrambi i sessi (V. Seidler, 1992), di individuarsi nella propria differenza maschile, da sempre pensata, teorizzata, agita e normata come identità umana tout-court.

In questa prospettiva si può ripensare anche un fenomeno circoscritto eppure significativo: il nuovo fenomeno della ipofertilità e della sterilità, più maschile che femminile, ancora non del tutto spiegabile dalla razionalità medico-scientifica, che ne ha evidenziato alcune generiche cause (inquinamento, stress) senza  soffermarsi troppo sul suo aspetto di sintomo di una virilità che non ha ancora fatto i conti con la libertà femminile, di uno stato dei rapporti tra uomini e donne che definirei, quello sì, abbastanza sterile: “quello che si tende ad oscurare è proprio il nesso – meglio, l’esplosiva coincidenza – tra desiderio sessuale che cala e infertilità che cresce in un’economia relazionale di coppia dove sempre più spesso la sessualità risulta una casella vuota” (S. Giorgi, 2000: 87).

Anche alla luce di queste considerazioni, di un desiderio femminile più impegnativo ed esigente, che non scinde maternità da sessualità in senso profondo, e si nutre di un sentimento di responsabilità e di cura entro e oltre il singolo nucleo familiare, e alla luce di una difficoltà maschile a starvi sia nella sfera privata che in quella pubblica, andrebbe riletto il fenomeno della iponatalità, senza attribuirlo tout-court all’egoismo o al narcisismo delle nuove generazioni, che non va tuttavia escluso, o alla loro incapacità di scegliere in un mondo ormai caratterizzato dalla biografia della scelta e dalla società del rischio (U. Beck, 2000).

E forse la difficoltà del desiderio di maternità a prendere forma e la tendenza a dilazionarne la nascita a volte oltre il tempo necessario, vanno lette anche nella loro valenza positiva: le giovani donne sembrano saper fare il lavorio interiore, non sempre consapevole, che consente di seminare, coltivare e nutrire un desiderio così impegnativo e irreversibile, senza trasformarlo in soddisfazione immediata, come la nostra cultura della velocità e del consumo vorrebbe. “Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare”(Z. Bauman, 2003: 17). Ma quando il tempo della maturazione è giunto, sanno anche sottrarsi alla logica della partita doppia, della contrattazione mercantile, della programmazione rigida e razionale, e allora si autorizzano a creare all’interno delle proprie vite, spesso dense di attività e di interessi, di incertezze e di aspirazioni, di ostacoli e di opportunità, lo spazio psicologico, simbolico e materiale necessario ad accogliere la/il bambina/o desiderata/o, senza eccessive ansie per il futuro e non raramente navigando a vista. Mi sembra che in tal modo, pur nelle grandi differenze che le separano dalle generazioni precedenti, queste donne sappiano rinnovare il gesto femminile di fiducia e di abbondanza non calcolata – ma non gratuito[8] – che è il mettere al mondo e crescere un figlio, una figlia.

E tuttavia è un gesto che rischia la solitudine e l’inabissamento, se non viene accolto e rilanciato.

Non è in gioco solo la disponibilità del singolo uomo, il compagno, a maturare con sufficiente autonomia il desiderio di generare sintonizzandosi con il desiderio dell’altra, e la sua capacità di esperire come valore fondante la sua identità il generare e il prendersi cura della nuova vita e di chi l’ha messa al mondo, ricambiando il dono. Molto più, è in gioco un’intera cultura, che, pur in cambiamento, non sa ancora ripensarsi mettendo al centro le esperienze più elementari della condizione umana, la nascita, la morte, l’amore insieme alla sofferenza, la fragilità e la mancanza, la disparità che non si può colmare, il bisogno che abbiamo degli altri, di altro, l’utilità dell’inutile che è l’utilità della vita, della creazione, del desiderio, del godimento che non consuma e non si consuma nell’oggetto. Una cultura che enfatizza l’infanzia, i suoi diritti, la sua preziosità di bene raro e “patrimonio pubblico” della società, e intanto occulta l’opera materna e l’opera femminile di civiltà, sostituendola con la legge, le tecniche, il sapere degli esperti e misurandone la potenza mai disgiunta dalla fragilità con il metro di una perfezione astratta. Che non sa rilanciare e mettere all’opera (in pensiero, parole e azioni) la ricchezza di vita e di  linguaggio ricevuta all’inizio della nostra esistenza, nella relazione materna, e sostituire all’uso del potere e della forza  un ordine amoroso non escludente.

Forse da qui va ripresa la riflessione, che inevitabilmente chiama in causa anche lo stato della nostra civiltà nel passaggio storico che stiamo vivendo, e che dipende anche da ciascuno, ciascuna di noi in relazione ad altri, altre, orientare in direzioni più sensate e vivibili per tutti.

Irigaray (1982) ci ha parlato della nascita come esperienza inaugurale del passaggio da sé all’apertura all’altro; dell’aria, quel respiro e spazio tra chi genera e la creatura, e tra chi nasce e il mondo come si offre, che non va dimenticato perché la vita prenda inizio: il distacco necessario affinchè vi sia presenza e apertura all’offerta del mondo. Che ci sia quel respiro dipende da noi, così come la qualità dell’offerta del mondo.

 

 

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[1]              Due fenomeni, questi, di frequente interconnessi nel dibattito politico sul declino demografico italiano e europeo, almeno da parte di chi paventa cambiamenti radicali del tessuto storico-culturale occidentale, fino al suo possibile tramonto, dovuto all’avanzare inarrestabile di altre culture: c’è chi, in una fantasiosa prospettiva millenaristica alimentata da una visione dicotomica bene/male, arriva perfino a ipotizzare la scomparsa della specie umana sul pianeta, nell’ipotesi di uno stabilizzarsi nei nostri paesi di immigrati di altre culture, che, pur caratterizzati ora da un’alta fecondità, assumerebbero successivamente i modelli  di  fecondità occidentali. Mi sembrano, queste, posizioni catastrofiste che ribadiscono, con segno contrario rispetto alle precedenti, lo schema previsionale e interpretativo lineare caro al pensiero maschile, che non tiene conto del gioco libero della differenza sessuale. Esse sono rivelatrici  non solo di radicale sfiducia nelle potenzialità di incontro/scambio/contaminazione tra culture diverse, ma anche di disconoscimento della centralità delle donne (che infatti non vengono mai nominate)  nella regolazione delle nascite, e di sottovalutazione del loro imprevedibile e libero agire, conseguente anche al riorientamento in atto del rapporto tra i sessi.

[2]              In quest’ottica si potrebbe ad esempio arrivare a pensare in modo diverso il rapporto tra donne occidentali che fanno pochi figli e donne di paesi lontani ancora ad alta fecondità, spesso le straniere che da noi hanno compiti di cura dei nostri figli e anziani, delle nostre case, i nostri beni più grandi. Penso all’importanza degli scambi informali tra donne, ma anche a scambi politici e culturali già esistenti in forza di iniziative femminili che hanno coinvolto anche  istituzioni locali (v. ad es. Il bagaglio invisibile, 2004): scambi non necessariamente disuguali e basati sullo sfruttamento a senso unico come invece alcune osservatrici rilevano (Ehrenreich, Russell Hochschild, 2004 ), ma in cui si può cominciare a  mettere autorevolmente in comune e a scambiare il senso della propria libertà non disgiunto dal valore dei legami, il prezzo dell’autonomia e dell’emancipazione commisurato alla capacità di tener conto dell’altro, di altro, in una sorta di bilancio che non è a somma zero (G. Longobardi, 2004). Noi occidentali emancipate potremmo mostrare a donne di culture lontane i benefici del controllo della fecondità e la libertà guadagnata nelle relazioni con l’altro sesso, ma anche lasciarci interrogare dai loro modelli culturali sui costi indesiderati della nostra emancipazione, che spesso ci fa arretrare rispetto alle storiche competenze femminili sulla vita e ci induce a cancellare la nostra differenza sessuale, ad omologarci alle misure maschili del fare famiglia, società, lavoro, cultura. Infine in questo scambio potremmo mostrare gratitudine a donne di altri mondi che sanno stare nella necessità (povertà, sradicamento, precarietà ecc.) senza perdere l’amore per la vita che continua,  la fiducia di mettere al mondo, e la disponibilità a prendersi cura di chi nasce, i propri figli ma anche i nostri.

[3]              D’altra parte non va dimenticato che in quasi tutti i paesi occidentali la condivisione del lavoro domestico e dei compiti di cura è ancora fortemente sbilanciata a sfavore delle donne. Vent’anni fa, ricordano Ehrenreich e Russell Hochschild (2004: 92) “Della famiglia media facevano già parte due adulti in perfetta salute, un uomo e una donna, e c’era la speranza che dopo qualche schermaglia iniziale avrebbero imparato a dividersi educatamente le incombenze domestiche”. Nonostante il femminismo, aggiungono le autrici, “una ventina d’anni più tardi, però, la famiglia media risulta ancor ben lontana dall’aver conseguito quell’obiettivo”, in particolare, aggiungo io, quando ci sono figli: e sono le donne e non gli uomini a dover conciliare sempre vita familiare e vita professionale. Per quanto riguarda l’Italia, anche da indagini recenti risulta che i mariti italiani sono i meno collaborativi d’Europa.

[4]              Da un lavoro seminariale con le mie studentesse della laurea specialistica in Scienze Pedagogiche, quasi tutte tra i venticinque e i trentacinque anni, è emerso questo aspetto nella discussione sul tema della denatalità affrontato a partire da sé. La maggior parte di chi ha preso la parola ha indicato nella propria esperienza di figlia di una coppia molto conflittuale o separata l’ostacolo più rilevante alla disponibilità di pensarsi madre. Credo che motivazione analoghe frenino il desiderio di paternità di  giovani uomini.

[5]              Analoga considerazione avanza Luigi Pati (1998 b: 42). “I due adulti conviventi o coniugati sembrano procedere lungo binari paralleli, secondo una logica affettiva di tipo contrattuale, non già sotto il segno di un progetto di coppia e di famiglia teso al cambiamento e alla variazione, alla ricerca e all’accettazione del nuovo”. Non concordo tuttavia sulle conclusioni dell’autore, secondo le quali questa tendenza rivelerebbe la caduta di valori etico-religiosi e una mentalità sottoposta alla discrezionalità soggettiva. Quando nella famiglia dominata dall’ordine patriarcale le donne generavano, e più per destino sociale che per scelta, sotto il segno di valori etico-religiosi che non consideravano né la loro libertà né la loro dignità di soggetti, in realtà la convergenza dei due mondi paralleli (che pure esistevano) veniva fatta da loro, a senso unico, più per forza che per amore (o, detto altrimenti, “ per amore di pace”). Oggi piuttosto è uscito allo scoperto il fatto (e il valore) che l’incontro è movimento di entrambi i partner, e questa condivisione crea eventualmente i presupposti per un’autentica apertura all’alterità del figlio/a che chiede di venire alla luce, in una dimensione che trascende entrambi e di entrambi postula la trasformazione in altro da sé.

[6]              Motivi, questi, da non sottovalutare. Da indagini recenti (v. tra l’altro  ricerca Istat-Cnel sui dati del censimento 2001) risulta che è in crescita il numero delle coppie senza figli, che  una percentuale significativa di donne desidererebbe il secondo figlio, ma già dopo il primo perde il lavoro irreversibilmente o ha difficoltà a conciliare famiglia e impegno lavorativo, anche per mancanza di servizi per l’infanzia. Il lavoro risulta più penalizzante per la donna anche quando è flessibile, part-time, perché meno garantito e protetto. In generale si nota il persistere dello svantaggio femminile nel lavoro, non solo perché in tutte le regioni italiane il tasso d’occupazione femminile è inferiore a quello maschile di almeno 20 punti, ma anche perché i lavori delle donne sono molto più precari. Colpisce inoltre che  i congedi parentali continuino ad essere usufruiti dai padri in misura minima, segno di una differenza maschile che stenta a ridefinirsi. In generale faticano a prodursi quei cambiamenti culturali e socio-economici (culture aziendali) che potrebbero rendere efficaci le politiche di conciliazione e il sistema dei congedi parentali già esistenti (G. Rossi, 2003).

[7]              Uomini piuttosto giovani stanno già tentando questa strada, tenendosi allo scambio e al confronto con  donne che hanno elaborato pratiche, ricerca e pensiero a partire da sé, ma anche condividendo tra uomini la scommessa di nuovi significati della differenza maschile. Si vedano ad es. il percorso della Commissione “Relazioni e confronto tra generi e generazioni” istituita dal Ministero delle Pari Opportunità (documentato in “Adultità”, 2, 2000, e in  “Tuttestorie”, 7, 2001),  i lavori di Marco Deriu, e il numero 6, 2004 della rivista “Pedagogika”.

[8]              Chiara Zamboni (2001: 129) riconcettualizza la nascita come dono non gratuito della madre: “L’inizio della vita è sotto il segno dell’abbondanza e il dono della parola è quello che reca con sé il contrassegno umano. Il linguaggio dominante non riconosce questo. Esso interpreta in modo interessato e non innocente l’atto di mettere al mondo come un gesto non tanto di abbondanza, quanto un gesto gratuito, che non crea vincolo. La madre che apre alla vita e alla parola lo farebbe gratuitamente, per un istinto materno-sacrificale, nel quale essa si annullerebbe. Nell’annullarsi di lei, la nuova vita sarebbe allora a disposizione della società. Non porterebbe con sé il segno della relazione con la madre. In questa prospettiva ogni individuo verrebbe al mondo come unico e libero da legami”. Nella cultura occidentale moderna è particolarmente evidente la dimenticanza del vincolo proveniente dalla relazione materna, dallo squilibrio positivo della nascita: basti pensare alla concezione di individuo come autosufficiente e autogenerato, e di libertà individuale come diritto e non come riconoscimento dei  vincoli che ci legano al mondo, tantomeno il vincolo della gratitudine.