diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 9 - 2010

Lingua dell'altro

La bolla comunicativa

Stiamo vivendo un grande cambiamento del mondo che riguarda le donne: mai come oggi sono dappertutto e dappertutto parlano. Sono uscite dalla loro secolare mutezza e partecipano alla vita della lingua a tutti i livelli. Prima erano la sostanza muta su cui si erigeva il discorso, il logos, maschile per eccellenza. Ora entrano e escono dalle case, sono e parlano nelle scuole, nei giardini, nelle aziende, nelle case editrici, scrivono libri, vincono premi. Ora l’altra ha voce e parole. Ma questo non coincide per nulla con il fatto che ciò che dice una donna venga ascoltato, che le sue parole abbiano un peso. Il cambiamento in corso è anche un processo pieno di ambiguità: l’entrata delle donne nel mondo paga in molti casi il prezzo dell’omologazione e siamo in una transizione storica molto difficile.

Assumere la differenza femminile come punto di leva è una scommessa politica. Noi crediamo che questo  coinvolgimento femminile nelle pratiche linguistiche, che è una situazione inedita in queste proporzioni (donne eccezionali ci sono sempre state), delinei un terreno nuovo di rapporto con la lingua. Ciò vale sia per donne che per uomini e si presenta come una promessa e una potenzialità di risposte al travaglio che stiamo vivendo. Una scommessa politica tutta da giocare in comune, donne e uomini nello scambio, per ridare peso e senso alla parola sulla scena pubblica. Non una celebrazione rituale.

Nell’invito abbiamo messo in evidenza una contraddizione del presente. Da una parte sappiamo, perché ne siamo parte, che nella società si intensificano gli scambi vivi tra donne e uomini, anche di diverse generazioni, e si tentano pratiche linguistiche diverse. D’altra parte vediamo ogni giorno che nel discorso pubblico corrente, soprattutto attraverso la televisione e i  giornali, domina una logica oppositiva. Alla realtà viene offerto uno specchio deformante che la restituisce alterata e alimenta la formazione di schieramenti fra loro contrapposti, che non orientano con le parole il cambiamento in corso. Con effetti di disorientamento e perdita di credibilità della parola.

 

Per mostrare la situazione di difficoltà che stiamo attraversando, mi è venuta in mente l’immagine della bolla comunicativa, in analogia con la bolla finanziaria che abbiamo imparato a riconoscere di recente in economia. Lì abbiamo potuto vedere, quando è crollata la new economy, un sistema completamente avulso dalla realtà, dall’economia reale, in cui però tutto si teneva, aveva la parvenza di razionalità, competenza, presa sul reale. A livello di narrazioni, negli ultimi venti anni avevano continuato a presentarci quel tipo di economia neoliberista come unico mondo possibile; poi all’improvviso la bolla finanziaria è scoppiata, abbiamo visto il crollo di Wall Street e la realtà è apparsa per quello che è. Ma anche questo non basta. È appena cominciata una lotta sulle parole, perché lo squarcio di consapevolezza che si è aperto non venga immediatamente richiuso, perché della bolla finanziaria si traggano le dovute conseguenze.

In modo analogo, anche nella bolla comunicativa tutto si tiene nel suo processo di distorsione della realtà e quello che avvertiamo sempre più forte è un disagio profondo. In uno dei nostri incontri è emersa la sofferenza che patiamo di persona e l’abbiamo voluta nominare nell’invito dicendo che “diventa difficile il dare credito a ciò che ascoltiamo, ma anche, in una sorta di processo di straniamento, a ciò che noi stessi diciamo.”.

 

Questo convegno, organizzato dal Gruppo di riflessione La lingua dell’altro e dalla redazione di Per amore del mondo, rivista on line di Diotima, è in continuità con precedenti iniziative della comunità filosofica femminile dell’Università di Verona. Il Seminario del 2007 di Diotima aveva già aperto il confronto sul tema della lingua “Per una sofferenza di un mondo vissuto e percepito sempre più irreale, finto… “Viviamo – dicevano – come al di là dello specchio di Alice, dove le cose che conosciamo sono raddoppiate all’infinito e non riusciamo più a toccarle con mano, viverle semplicemente e intensamente.”. In quel seminario Individuavano come risorsa la lingua materna che “come ci ha aperto immediatamente un mondo da piccoli, così ci può ora riallacciare al reale nella sua intensità.”. Senza nascondersi la complessità della questione, indicata dal pensiero di Meneghello che ha indirizzato quella ricerca: “La lingua materna dà accesso immediato all’autentica sfera della realtà ma anche alla follia”.

 

Nella nostra ricerca sulla Lingua dell’altro ci rifacciamo a un’idea più ampia di lingua, a un coinvolgimento di tutti i nostri sensi nella comunicazione, e su questo vorrei offrirvi non una teoria ma un paio di suggestioni. La prima è di Cristina Faccincani, psicanalista, che nella sua relazione a quel seminario di Diotima, dal titolo “Udir con gli occhi” ha sottolineato il forte legame tra sguardo e parola. Per lei uno sguardo che è contemporaneamente ascolto è una condizione essenziale per l’accesso al linguaggio. È la condizione – dice – per la quale il comprendere/capire precede il sapere, dato che il capire veicola in modo più diretto l’impronta dell’essere in relazione. All’opposto, quando lo sguardo non è ascolto, quando il sapere già sostituisce il capire, l’accesso al linguaggio porta l’impronta sia dell’isolamento sia della confusione tra soggetti.

La seconda suggestione viene da Françoise Dolto. In Tout est langage, quando parla della comunicazione intrapsichica, ci fa presente “l’attenzione larga” della creatura piccola. Per una creatura piccola tutto è significante di lingua. Tutto quello che succede attorno a lei e che osserva. Vi riflette sopra. Una creatura piccola riflette e ascolta meglio quando non guarda la persona che parla, quando ha le mani occupate in altre cose, sfoglia una giornalino o gioca.

 

GESTI POLITICI AFFIDATI ALLE PAROLE

 

Organizzare questo incontro è per noi un gesto politico, per riconsiderare le condizioni della presa di parola oggi e per uscire dallo stallo. C’è un flusso continuo di parole che invade lo spazio pubblico, ma c’è pochissima forza politica della parola, cioè della sua capacità trasformatrice, che è ciò che di più prezioso a me viene dalla mia esperienza politica del femminismo. Ho in mente alcuni gesti politici precisi e efficaci, affidati alla fragilità delle parole, che in questi mesi hanno avuto la forza di aprire crepe, produrre crolli nella bolla comunicativa. Ne ho in mente in particolare due che mi hanno dato la fiducia che se ne possano produrre ancora: la presa di parola delle maestre dal cuore della vita quotidiana, la presa di parola di Veronica Lario dal cuore stesso del potere.

Le maestre, nei mesi scorsi, hanno trovato un linguaggio che ha saputo parlare a genitori di destra e di sinistra, che ha superato le barriere delle contrapposizioni. Con la sola forza delle loro parole hanno sconfitto idee che avevano dalla loro potenti amplificazioni. I dati delle preiscrizioni hanno mostrato chiaramente che solo il 2% delle famiglie in Italia ha scelto il “maestro unico”. Le famiglie hanno creduto alle maestre e non alla televisione. A mio modo di vedere, e anche per quello che so per la mia esperienza di insegnante, il passaggio che permette alle maestre di trovare un linguaggio capace di parlare con semplicità di cose immense è l’aver dato un posto all’altro, in questo caso all’infanzia. Sapere che c’è, con la sua lingua, con la sua comprensione delle cose. Tenerlo presente.

L’altro gesto politico dirompente affidato alle parole è quello di Veronica Lario. Ha aperto una falla che sento può trasformarsi in una voragine. Dal profondo di una ferita ha trovato parole che hanno spostato l’ordine del discorso, che hanno mostrato la faccia corruttrice del potere in Italia, il livello da basso impero a cui è arrivato. Ha avuto un’efficacia anche immediata: le candidature delle veline sono state immediatamente ritirate.

In questa ricerca di un nuovo rapporto con la lingua ho in mente anche altre esperienze positive. Hanno a che fare con la commistione di linguaggi, con il linguaggio dell’arte, con quello dei documentari, con quello poetico.  Penso alla fortuna che in questo momento stanno avendo alcuni documentari che offrono una lettura della realtà, mantenendo una certa indipendenza dal sistema massmediale. Manuela Vigorita, in una scambio di mail per questo convegno, mi faceva presente il linguaggio del documentario “Processo per stupro” di Loredana Rotondo. Notava che “quel lavoro è molto ricordato per l’argomento. Ma la cosa vincente e coinvolgente che lasciò tutti senza fiato è il modo di raccontare quello che è accaduto. Non c’era alcuna voce che spiegasse, denunciasse, avesse l’ultima parola o la parola somma su tutto. Non c’era un io ma neppure una voce oggettivante (io la chiamo il Dio della televisione che prende parola e la porge come parola vera e indiscutibile, come in quasi tutti i documentari, soprattutto d’epoca). C’era uno sguardo che notava, annotava, creava sospensioni, lasciava a chi guarda la libertà di indignarsi, giudicare, partecipare emotivamente senza anticipare nulla e senza concludere.”

Penso anche all’arte. Per fare un piccolo esempio giorni fa sono andata all’inaugurazione della mostra “Il sindacato, il lavoro” aperta nella sede centrale del sindacato. La CGIL ha chiesto di rappresentare il lavoro a una trentina tra artisti e artiste. Ha sentito il bisogno di uscire dal proprio linguaggio, di farsi guardare, di far posto ad altre rappresentazioni del lavoro, come quelle che possono venire dal mondo dell’arte.

 

BLOCCHI MENTALI

 

Proprio per queste esperienze positive che corrono per la società, possiamo trovarci qui oggi a pensare insieme quali sono le condizioni e gli ostacoli per agire una libertà di parola che vada oltre l’incultura politica corrente.

Una precisazione sulla libertà di parola. Non certo la intendiamo in senso liberale o nella direzione di un esasperato spirito critico, che si sta spingendo fino a rasentare il nichilismo. Nel libro collettivo Lingua bene comune la libertà di parola viene nominata riferendosi ad Hanna Arendt e Luisa Muraro. Entrambe la mettono in relazione a Nuovi inizi. L’una come “volontà che le parole e le cose accadano e sanciscano nuovi inizi”.

L’altra, Luisa Muraro, nel Dio delle donne, rimette in evidenza il legame tra la libertà e la vita e ne accentua il carattere relazionale e intraumano: essere gli uni per gli altri la possibilità di un nuovo inizio. Per lei la libertà è “poterci fare tremore e speranza assieme gli uni agli altri. A condizione però che la libertà faccia il ‘lavoro del negativo’ perché è a questa condizione che nei rapporti  tra esseri umani non prevale, con la finzione dell’armonia, la sostanza di un dominio neutro e impersonale.”.

 

Vorrei ora indicare e soffermarmi su alcuni ostacoli che ci impediscono di prenderci un’effettiva libertà di parola. Annovero tra questi una serie di strutture linguistico-relazionali che ci vengono dal passato e che sentiamo, che io sento, come strumenti ormai inservibili, fino a essere trappole. Ne illustro alcuni tramite materiali presi da giornali quotidiani di questi giorni.

 

La bipolarità

La logica binaria e oppositiva, è per me la principale di queste strutture/trappola. È il logos maschile che era pensato in una logica per opposti, in cui, peraltro, una parte è quasi sempre supposta migliore dell’altra: uomo-donna, natura-cultura, bene-male, destra-sinistra, vero-falso, egoismo-solidarietà, e via e via. Il dibattito pubblico segue questo schema, con detentori della verità che si affrontano. Uno dà il crisma di verità a una sua affermazione, l’altro dice che non è vero, e così via. Ciò che si perde di vista è la realtà, ciò che soccombe è la possibilità di dare risposte anche provvisorie e imperfette ai problemi che la realtà pone.

Anni fa pubblicammo su “Via Dogana” (71), il caso della scuola Agnesi che non poté realizzare una piccola proposta a favore di un gruppo di ragazze islamiche. Dovettero desistere sotto il fuoco incrociato di giornali di destra e di sinistra, che criticavano l’iniziativa con argomentazioni opposte.

Più di recente ho sentito a Radio Popolare un dibattito sulla questione – per fortuna ora caduta – della denuncia da parte dei medici di stranieri irregolari. A un certo punto l’intervistatrice domanda alla dottoressa cosa ne pensasse del fatto che viene considerato un argomento razzista dire che, se gli stranieri evitano gli ospedali per paura di essere denunciati, si possono diffondere in Italia malattie già debellate. La dottoressa è imbarazzata, ma risponde che lei usa quell’argomento, che lo ritiene valido.

Sono rimasta sorpresa nel sentire accusare di razzismo quell’argomento che anch’io consideravo valido e quello scambio di battute mi ha fatto pensare che tra le bipolarità che presiedono il discorso c’è anche quella che considera in opposizione per sé-per gli altri. Come se il per sé, inteso come egoismo, sarebbe di destra, mentre il per gli altri, inteso come solidarietà sarebbe di sinistra. Vengo da un percorso, il femminismo, che ha fatto del per sé la leva di tutto e molto abbiamo criticato l’oblativismo femminile.

Credo che sia uno degli aspetti su cui soffermarci bene oggi. Nelle esperienze quotidiane i due aspetti non sono scissi e forse considerare più a fondo ciò che ci muove e nell’argomentare dare più spazio a quella parte che può dire “lo faccio per me” “è anche interesse mio”, “lo faccio perché mi piace”, permette di andare oltre la retorica del buonismo. È una comune pratica, soprattutto di donne, tenere insieme per sé e per gli altri. Ci occorrono categorie linguistiche che rendano dicibile il congiungimento di questi due poli.

 

L’arroganza della posizione giusta

Un’altra trappola nell’ambito del discorso pubblico è l’arroganza della posizione giusta. Ho trovato su L’Unità uno sfogo, che potrebbe essere anche il mio, e che fa vedere la dinamica di autocensura da cui fuoriuscire. “AnnoZero non mi è piaciuto”. (Unità 20-04-09) (si riferisce alla puntata sul terremoto). Francesco Piccolo sostiene che in quella puntata “c’era una forma evidente di violenza, di arroganza, tipiche delle persone che si sentono dalla parte giusta (e qualche volta lo sono). Aggiunge che “queste cose, però, sono molto difficili da dire, perché stai dicendo la stessa cosa che dice il tuo nemico… E quello che ti piace per davvero non conta più.”

 

Il posto da fare all’altro e ai cattivi sentimenti

Sempre tratto dai giornali vorrei mostrarvi quello che me è un fallimento comunicativo, mentre per l’autrice, Dijana Pavlovic, attrice rom e mediatrice culturale, è la denuncia di campagne mediatiche dell’odio di cui sono vittime le persone giovani. Nell’articolo “Se la scuola non cancella i pregiudizi” (L’Unità 03-04-09) Dijana Pavlovic racconta di essere stata invitata a parlare in una scuola superiore. L’aula era piena e finché i discorsi sul razzismo erano in generale studenti e studentesse stavano ad ascoltare. Quando ha cominciato a parlare lei, hanno cominciato a interromperla tirando fuori “i soliti luoghi comuni: il cellulare rubato, gli stupri, i bambini rubati ecc.” Le sue parole sugli ultimi regolamenti repressivi per i campi rom non trovavano ascolto. Poi una ragazza, che dice di essere una scout, interviene perché con il suo gruppo era andata in un campo per capire. Dice: “Io sono andata nel campo con l’idea che i Rom li odio tutti. Quando sono uscita non ho cambiato del tutto idea ma ci ho parlato e ho detto: ragioniamoci. Però ho visto nel campo una persona con la macchina grossa che faceva vedere a tutti che ha un navigatore”. L’autrice replica con la domanda se ai Rom è proibito avere le macchine e i navigatori.  Di lì in poi la comunicazione diventa sempre più difficile.

Questa per me è l’ennesima ripetizione del solito schema che finisce nel fallimento comunicativo. Pure la mediatrice culturale aveva avuto un’occasione, quando la ragazza dice “ragioniamoci”. Forse lì poteva aprire una strada. Forse poteva dire: “ Quel Rom che si vanta della macchina grossa sbaglia. Pensa di acquistare importanza esibendo i simboli del consumo di oggi”. Forse ammettendo qualcosa del negativo portato dall’altra si sarebbe creato uno spazio per comunicare e fare degli spostamenti.

Perso che si possano inventare altre strategie comunicative. Si può cogliere il possibile snodo che permette di entrare in comunicazione se c’è un punto di vista diverso, se c’è un’altra cornice comunicativa. Su questo problema spero che vengano contributi oggi.

 

POSSIAMO COMINCIARE DALLA LINGUA,

MA POSSIAMO ANCHE COMINCIARE DALLE RELAZIONI

 

Diana Sartori in un suo testo recente, che è tra quelli alla base di questo convegno, “Lei non sa chi sono io”, fa presente che sul linguaggio corrono come due mito paralleli: uno maschile e uno femminile. “Da un lato (maschile) delle teorie della comunicazione che tendono a cercare il luogo della traducibilità perfetta, dell’identità ritrovata della lingua comune, dall’altro un mito femminile che fa leva non sull’ideale di una lingua trasparente in quanto perfettamente adeguata, ma sul sogno dell’identificazione, quasi un sogno di superfluità delle parole, di un’intesa intima, al limite muta, perché non sono le parole a entrare in rapporto, ma noi stesse oltre le parole”.

A riprova del mito femminile porta la frequenza e la sofferenza dei conflitti tra donne: prima si condivideva il piacere dell’intesa, poi le parole dell’altra sono piene di asperità. E spesso le relazioni si rompono e ognuna va per la sua strada.

Se in effetti, riportare l’attenzione sull’esperienza quotidiana del linguaggio, sulle pratiche linguistiche, e mettere al centro l’esperienza del primo apprendimento dalla madre aiuta a dissolvere i miti della comunicazione ideale, Diana avverte di stare attente a non alimentare l’altro mito e invita a essere prosaiche.

Sostiene che “ci si parla e ci si incontra sempre “solo” in pratica, non in teoria o in modo ideale, e quel che vi avviene non è applicazione di alcunché di teorico, ideale o puro, ma sempre e necessariamente una pratica spuria, dove continui sono gli intoppi, i malintesi, le mancate comprensioni, e dove anche i meccanismi di correzione metacomunicativi sono esse stesse comuni pratiche: mi hai capito o no? forse non mi sono spiegata…, cosa intendevi? Volevo dire… questo significa che… ora capisco…”

 

Oggi c’è una realtà di società femminile estesa, come forse non c’è mai stata, per lo meno nella modernità. Lo sappiamo anche perché abbiamo contribuito a crearla. Ci si parla e si entra in relazione tra donne in pubblico e questo merita di essere guardato più da vicino, per potenziarlo nell’ipotesi che in un sistema relazionale, modificando una parte, si modifichi tutto il resto. Sento il bisogno di maggiore articolazione, di superare una sorta di corpo a corpo tra donne, di trovare pratiche di mediazione più fini.

Non entro sul mito maschile, sarà, spero, qualcuno degli uomini presenti a farlo.