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per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Femminismo ed ecologia

Intervista a Mariateresa Muraca sul Movimento di Donne Contadine in Brasile

Chiara: (introduzione) Non è una narrazione oggettiva quella che chiediamo a Mariateresa, è un sapere che lei ha della sua esperienza e delle relazioni che intrattiene con le persone dello stato di Santa Caterina del Brasile. Magari visto che al momento stai facendo questa esperienza nel Brasile del nord possiamo ampliare il discorso anche a quella zona, oltre i testi. L’idea comunque non è quella di ricostruire oggettivamente l’esperienza delle donne del Brasile, secondo un approccio sociologico, ma far parlare chi ha esperienza di quelle realtà tenendo conto delle diverse intensità di esperienza. Dal racconto di un’esperienza si può trarre molto di più rispetto a una ricostruzione sociologica, economicista o teologica. L’intervista ad una donna che porta un sapere formalizzabile e anche non formalizzabile è molto più interessante di un’esperienza oggettivata. Abbiamo impostato in questo modo anche l’intervista ad Antonietta Potente che abbiamo fatto l’anno scorso e pubblicata in “Per amore del mondo”. E alla fine dell’intervista abbiamo aggiunto anche quello che abbiamo guadagnato da essa, che cosa ci ha spostato rispetto alle nostre preconoscenze, pregiudizi o pre-saperi che avevamo, e questo lo poniamo come scopo anche per questa volta.

Caterina: Una delle cose che mi è venuta spontanea leggendo Educazione e movimenti sociali. Un’etnografia collaborativa con il Movimento di Donne Contadine a Santa Catarina (Brasile) è stato il confronto con il racconto di Antonietta della comunità Aymara di cui ci ha raccontato. La mia sensazione rispetto al Movimento di Donne Contadine (in portoghese Movimento de Mulheres Camponesas – MMC) è che l’approccio alla concezione della natura non sia così diversa dalla nostra come schema di base, mentre quella degli Aymara lo è.

Prendendo cioè come riferimento i quattro schemi elaborati dall’antropologo ambientale francese Philippe Descola in Oltre natura e cultura, il rapporto tra l’umano e la natura nella cultura occidentale è chiamato “Naturalismo”. Tra noi e il mondo naturale (animale, vegetale, minerale) c’è una diversità di “anima”, cioè abbiamo anime diverse, ma siamo fatti tutti della stessa materia. Viene data preponderanza all’anima, cioè è l’anima la cosa importante, e questo fonda il modello antropocentrico europeo. Da ciò che hai descritto nel libro mi sembra che anche per loro la concezione di base sia il Naturalismo, perché nel rapporto con piante, i semi, gli animali, l’orto, non mi è sembrato di percepire una trascendenza insita. C’è una trascendenza nel rapporto tra le persone e questi enti, ma queste cose “in sé” restano “oggettive”. Volevo chiederti se sei d’accordo con questa interpretazione, se corrisponde alla tua esperienza o no.

Mariateresa: Il contesto in cui ho vissuto è molto diverso da quello in cui ha vissuto Antonietta. Non era una comunità indigena per esempio, ma tendenzialmente eurodiscendente, anche se è un contesto in cui si sono incontrate persone di diverse provenienze. È un contesto che ha alla base una storia violenta, perché quando sono arrivate le famiglie immigrate dall’Europa, gli antenati e le antenate delle donne che ho conosciuto, sono arrivate in una cornice caratterizzata dall’espulsione di chi abitava già quelle terre, di imposizione di un altro modello di convivenza, di lavoro della terra e di rapporto con la terra. Le donne che hanno ereditato questo insieme di relazioni non le hanno messe in discussione del tutto. Tant’è che io questo tema ho tentato di aprirlo nel corso della ricerca, di porlo come questione. Mi sembrava un aspetto importante visto che il Movimento, nel frattempo, è diventato nazionale; quindi, riunisce donne di varie parti del Brasile, con diverse storie e anche all’interno di rapporti asimmetrici.

 Anche io avevo percepito nelle parole di Antonietta una differenza rispetto al nostro modo di vedere la natura, che con le donne del Movimento non ho osservato. Il loro rapporto con la natura è innanzitutto mediato dal fatto che sono agricoltrici: lavorano con la terra, dalla terra ricavano da vivere, non solo per la sussistenza ma anche per generare reddito. Quello che secondo me è rilevante di questa esperienza è che sono state e sono capaci costantemente, a partire dalle loro pratiche, di mettere in discussione il modello in cui sono, la visione dominante di sfruttamento della terra per ricavarne profitto a ogni costo. Stanno lavorando in un’altra direzione, e molto interessante. Stanno sviluppando una visione sicuramente controcorrente, alternativa e critica. Nonostante le contraddizioni dovute al fatto che sono arrivate come dominatrici. Si scontrano tante narrazioni in quei luoghi. Ad esempio, nel libro cito la narrazione del pionierismo, secondo cui gli europei sarebbero arrivati a portare la civiltà e il progresso anche nell’agricoltura. Questa narrazione le donne del Movimento l’hanno ereditata e non l’hanno messa in discussione fino in fondo. Ma sono state capaci di metterne in discussione una dimensione: la concezione “sviluppista”, che vede nella natura esclusivamente una fonte di profitto. Questo l’ho sentito, l’ho visto e l’ho osservato, grazie alla situazione privilegiata di familiarità, vicinanza e fiducia che sentivano nei miei confronti e io nei loro, e che sento tutt’ora. E a partire da qui ho cercato di aprire delle domande. Penso che sia anche questa la bellezza della ricerca: aprire nuove domande.

Annamaria: Sono s’accordo sulla differenza rispetto al nostro rapporto con la natura e anche rispetto alle visioni della natura della comunità indigena Aymara che emergono dalle narrazioni di Antonietta sul contesto in cui è vissuta in Bolivia partecipandolo dall’interno. Leggendo il tuo libro e il tuo articolo sulla mistica ho notato anche in queste donne non un atteggiamento oggettivante rispetto alla natura, anzi al contrario si sente un flusso di affettività, un coinvolgimento anche affettivo, non solo operativo, di lavoro, tanto meno strumentale finalizzato a un profitto. C’è uno sguardo amoroso, che diventa molto visibile nella mistica, perché non solo i semi, i prodotti, ma anche gli arnesi, il loro mondo quotidiano vengono resi visibili e investiti di una sacralità. Comunque, molto distanti dai nostri mondi. Invece rispetto al contesto di Antonietta vedo una differenza ma non così radicale.

Mariateresa: quando ascoltavo Antonietta, sentivo quel contesto incomparabile con quello che avevo vissuto e conosciuto. È difficile fare delle comparazioni, perché si rischia di ridurre a un insieme tratti ciò che si sta cercando di avvicinare. Comunque, l’investimento affettivo è molto presente. Io non avevo mai riflettuto, per esempio, sul fatto che tutta la nostra vita dipende dai semi; è una cosa semplice ma io non ci avevo mai pensato prima di incontrare il Movimento. C’è un legame molto forte tra la vita e i semi, sono ciò che ci costituisce; quello che mangiamo influisce molto sul nostro umore, sulla nostra salute, quindi c’è un investimento affettivo anche nella consapevolezza che noi siamo fatti di quello che produciamo e mangiamo. Non c’è una contrapposizione, né tanto meno una visione strumentale.

Poi c’è il tema della genealogia, molto presente per le donne del Movimento: se hanno in parte ereditato il discorso del pionierismo, ne hanno anche proposto una lettura completamente diversa, riconoscendo l’importanza delle antenate e delle donne che hanno aperto la strada nelle loro lotte. Da loro hanno recuperato la pratica dell’auto-produzione dei semi, che la Rivoluzione Verde aveva bollato come tradizionale, non efficiente, perché bisogna produrre per guadagnare. Ma l’hanno risignificata in una direzione politica, in un’ottica di autonomia e sovranità alimentare: se siamo fatti di semi, non possiamo accettare che due multinazionali abbiano il monopolio dei semi a livello mondiale e che noi ne siamo totalmente dipendenti.

Giulia: Nel tuo libro metti in luce come centrale, per le donne del movimento, l’orto. Meno viene detto, invece, su come è concepito e significato il rapporto con gli animali. Vorrei farti una domanda su questo tema. Ciò che racconti sugli animali è soprattutto connesso alla Rivoluzione Verde, ovvero al fatto che anche nell’allevamento, così come è avvenuto nell’ambito dell’agricoltura per quanto riguarda i semi, è stata applicata una riduzione della biodiversità. Si è quindi facilitata l’introduzione di razze ibride a scapito di quelle locali, per i suini; inoltre è stata imposta la predominanza di allevamento di vacche da latte. Insomma, ho avuto l’impressione che si affrontasse la questione degli animali per lo più considerandoli come dei prodotti e ho trovato questo aspetto un po’ problematico.  Nonostante ciò, emerge un diverso approccio al mondo animale quando racconti che Lucimar, in quanto donna, nel vedere l’uomo che sparge insetticidi organici nell’orto, pensa al topolino che passerà di lì e sarà colpito dal veleno. Dunque, potresti dirci qualcosa in più su come viene inteso e agito il rapporto con gli animali?

Mariateresa: Sul rapporto con gli animali mi sono state comunicate visioni diverse dalle donne e dalle famiglie con cui ho vissuto. C’è però un punto problematico comune, che è proprio l’imposizione dell’allevamento di vacche da latte in seguito alla Rivoluzione Verde.  La mungitura, pratica di cui si occupano prevalentemente le donne, richiede infatti la loro presenza costante e per questo viene vissuta come una limitazione, del tempo di vita e anche rispetto alla partecipazione al Movimento. Alcune hanno deciso di superare questo tipo di vincolo, attraverso la riorganizzazione familiare. Magari preferiscono tenere una sola vacca e produrre latte esclusivamente per il consumo della famiglia: questo contribuisce sicuramente a creare un rapporto diverso con l’animale. Se poi grazie a questa sola vacca vengono prodotti formaggi da vendere, quell’animale diventa anche il simbolo della possibilità, per la donna, di avere un’entrata specificamente sua (non dell’intera famiglia). Comunque, non c’è una visione condivisa all’interno del Movimento sulla relazione col mondo animale ma disposizioni e vissuti personali. In Zenaide, per esempio, ho sempre visto un atteggiamento di amicizia verso i suoi animaletti.

Chiara: Per iniziare mi riferisco al lavoro di Lucia Bertell, che era impegnata a dare espressione alle pratiche del lavoro contadino di donne appartenenti ad alcune associazioni nella provincia di Verona. Anche loro molto attente a preservare i semi locali, che si rigenerano, contro i semi di produzione industriale, che aumentano la produttività, ma a scapito della rigenerazione dei semi. Ora, quello che ho osservato nei racconti di queste donne impegnate in agricoltura per un nuovo stile di vita è che a loro manca un movimento politico vero e proprio che le sorregga. Manca sia a Verona sia in genere in Italia, nonostante i tentativi di Legambiente di dare un segno politico a queste esperienze. Me ne rendo conto proprio confrontando tutto questo con quello che tu descrivi del Movimento delle Donne Contadine in Brasile, sostenuto da una autoconsapevolezza politica molto forte, che passa attraverso la critica allo sfruttamento capitalista della terra, che implica poi un modo di vivere olistico e così via. Cosa potresti aggiungere a questo?

Ho un’altra questione. Faccio riferimento all’articolo che hai pubblicato in “Per amore del mondo” e che riguarda la “mistica”, un momento di festa e aggregazione politica. Mi rendo conto che proprio nella pratica della mistica, che tu descrivi, è presente una vera e propria cosmovisione. Anche Antonietta Potente ha parlato di cosmovisione nell’intervista che abbiamo pubblicato in “Per amore del mondo” n. 17 (2020), ma non si tratta della stessa cosmovisione. D’altra parte, non cerchiamo le somiglianze, ma di capire entrambe le esperienze. Ora tu descrivi la struttura della “mistica” come una vera e propria pratica collettiva, potremmo dire rituale, a cui contribuiscono diversi elementi. Nello spazio celebrativo vengono portati e mostrati i frutti del lavoro (gli ortaggi e così via), assieme ai semi, cioè i prodotti più importanti dell’agroagricoltura. Si tratta di elementi vitali e fertili. Ma assieme ad essi vengono portati o semplicemente nominati elementi storico-genealogici. La bandiera, i nomi delle donne fondamentali da un punto di vista genealogico per le presenti, e così via. È un incrocio di storia e natura proprio nello spazio della “mistica”, come luogo disposto in un certo modo. In questo testo tu fai riferimento agli scritti di Ivonne Gebara per parlare di una spiritualità che coinvolge tutti gli elementi presenti nella pratica “mistica”, in modo che essi appartengano ad una cosmovisione. È importante che nella pratica della mistica i frutti, gli ortaggi, i semi stiano assieme a figure storiche presenti o nominate, perché c’è una inclinazione culturale a parlare della natura in quanto natura e della storia in quanto storia, ma molto meno di come si incrocino e convivano.

Oltre a ciò, la parola “mistica” rimanda a mistero, a ciò che non sappiamo, di cui non si può parlare, ma che vive nel quotidiano. Non si tratta di trascendenza. Attraversando i testi di Gebara, tu mostri che è la stessa materialità della vita quotidiana a custodire la possibilità di qualcosa che è potenzialmente sorgivo. Occorre coglierlo e rilanciarlo. Ha somiglianze con la concezione cristiana dello spirito, ma in una forma molto più materialista. Si potrebbe dire che in queste esperienze c’è una forma di materialismo spirituale.

Mariateresa: Il Movimento delle Donne Contadine è arrivato all’agroecologia dopo un percorso. Perché all’inizio era incentrato soprattutto sulla lotta per i diritti – i diritti previdenziali, di visibilità e riconoscimento professionale, di formazione, etc. È dagli inizi del Duemila che questa questione è diventata essenziale. Sicuramente il percorso precedente ha fatto sì che questo risultasse un passaggio politico. L’agroecologia oggi è il grande nucleo che articola tutte le lotte del Movimento. Contemporaneamente lo pone in relazione ad altri movimenti nel Brasile e nel mondo.

Un aspetto su cui ho riflettuto assieme al mio compagno, che è agronomo, dopo il mio rientro dal Brasile, è che in Italia si parla di moltiplicazione di semi contadini, tuttavia, in genere questi semi non vengono ripiantati. È come se piuttosto li si collezionasse. Vengono recuperati e magari anche donati, senza che questo diventi la base per altre pratiche agricole.

Invece è del tutto diversa l’esperienza nel Movimento delle Donne Contadine. I semi si scambiano ma perché sia possibile veramente fare scelte diverse rispetto al sistema dominante, in modo da ridurre la dipendenza dal mercato, in un’ottica di sovranità e sicurezza alimentare. Non si tratta solo di sussistenza, si tratta di affermare il principio che i semi, da cui noi dipendiamo, devono essere in mano a chi produce cibo e non possono essere in mano a delle multinazionali. Certo con i semi locali i raccolti possono essere meno abbondanti e i profitti minori, però sono più sicuri. Ci sono donne come Miriam, che hanno recuperato dei semi locali di grano, che erano praticamente scomparsi. E hanno osservato che, in condizioni sfavorevoli, per esempio nei periodi di grande siccità, sono più resistenti.

Anche la pratica dell’orto è importante. Ed è una pratica politica più propriamente femminista. Perché? Tradizionalmente alle donne veniva lasciato il pezzetto di terra più brutto per fare l’orto per la famiglia. Le donne del Movimento, invece, hanno cominciato a destinare all’orto la parte migliore della terra. Insisto su questo aspetto nel libro, perché ridando centralità all’orto, si fa ordine simbolico: si afferma la centralità di ciò da cui dipende la vita delle persone, anche se, chiaramente, l’eccedenza può essere messa in commercio e generare reddito. A partire da questa pratica, inoltre, le donne iniziano una serie di negoziazioni in famiglia. Aprono conflitti, rendono possibili altri spazi di libertà e anche altre forme di relazione.

Caterina: ci sono delle piccole realtà che fanno un’attività anche politica in questo senso. Ad esempio, io faccio l’orto biologico d’estate in montagna e compro i semi da questa associazione che si trova a Roma, è una cooperativa che si chiama “Cercatori di Semi”. Loro recuperano i semi antichi italiani, le varietà, ma anche semi esteri da diversi Paesi. Si comprano, a dei prezzi bassissimi, ma si riproducono, sono fertili. Sul loro sito c’è sia la presentazione delle piante che la spiegazione del perché è importante la biodiversità dei semi, che il discorso politico sulle api, sul recuperare gli spazi alla natura selvatica – che non è inutile ma serve agli animali. Insomma, non è agli stessi livelli del Movimento delle Donne Contadine, ma qualcosa c’è.

Mariateresa: Secondo me l’esperienza più interessante in Italia sono i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), che promuovono l’incontro tra chi produce e chi consuma, perché mettono in discussione la Grande Distribuzione e anche il tipo di educazione al consumo implicita nella Grande Distribuzione. Per esempio, siamo educati dalla grande Distribuzione a ricercare un certo tipo di prodotto in base a standard estetici, che possiamo compare le quantità che desideriamo, indipendentemente dalle stagioni e anche senza interrogarci sul come è stato prodotto il cibo. I GAS si sono un po’ indeboliti, ma quando ho iniziato a farne parte, erano veramente un movimento forte, che generava altre relazioni e un altro tipo di educazione.

Annamaria: Al massimo si rimanda nelle mani dei singoli e delle singole questa scelta, che può essere sì una scelta politica ma non è sufficiente. Anche Catherine Walsh sottolinea la dimensione non individualistica, ma collettiva, politica, delle relazioni con la terra e con i viventi.

Mariateresa: Le scelte personali sono importanti,cambiare il proprio stile di vita è importante, ma, se non si mettono in discussione le rappresentazioni e le pratiche in senso più ampio, diventa illusorio e limitato. Si innesca poi un sentimento di colpa, quando invece sono il sistema e le sue narrazioni che bisogna cercare di scardinare, compresa appunto l’idea che le scelte dei singoli da sole possono cambiare la situazione.

Annamaria: è quello verso cui spingono oggi le multinazionali, il mercato, al massimofare delle buone scelte ma individuali. Invece è importante partire da sé, ma la rivoluzione non avviene individualmente. Si parte dalla propria esperienza, ma occorre decostruire le narrazioni e fare altre narrazioni. Un conflitto nel simbolico che parte da sé ma è collettivo.

Chiara: E la “mistica”?

Mariateresa: Devo dire che per me la “mistica” è l’aspetto più importante del Movimento di Donne Contadine. E nel libro ho cercato di dargli uno spazio simbolico centrale. Per me, dopo quarant’anni, il Movimento è ancora vivo perché è “mistico”. È stato difficile trattare la mistica attraverso la scrittura, perché non è legata a una comprensione intellettuale, ma alla condivisione e all’esserci nei momenti e attraverso i gesti in cui viene alimentata, che sono momenti e gesti comunitari. Non a caso si dedica uno spazio alla mistica in tutti gli incontri che si realizzano a diversi livelli. La mistica può essere considerata la risposta alla domanda “Perché partecipi al Movimento?”. È una risposta di senso che viene costantemente rinnovata e che rivela una spiritualità legata alla partecipazione, ma che nasce proprio dalla materialità del lavoro delle donne. Un lavoro che ha un certo orientamento. Il senso della partecipazione si nutre di piacere – perché c’è molto piacere nell’esserci e nel partecipare – ma anche di impegno, conflitti e persino resistenza. Negli spazi dedicati alla mistica si scambiano semi, frutta e piante, ma si condividono anche contraddizioni, contrasti e difficoltà.

Una delle pratiche mistiche più frequenti nel Movimento è il fare memoria delle donne che ci hanno preceduto, in diverse parti del mondo. Sia a livello locale che internazionale. Con questo gesto pubblico si esprime gratitudine nei confronti di queste donne, nella consapevolezza che partecipiamo e lottiamo – e il conflitto a volte diventa veramente forte – perché altre donne hanno aperto la strada. Si tratta di un elemento molto potente.

Chiara: Vale la pena che tu descriva questi aspetti della mistica, in modo che chi legge capisca il contesto preciso di questa pratica.

Mariateresa: All’inizio mi ponevo la domanda “Che cos’è la mistica?”, però dopo mi sono resa conto che anch’io la stavo vivendo, perché anch’io partecipavo al Movimento. All’incontro di celebrazione dei 25 anni del Movimento di Donne Contadine, alla mia domanda “Che cos’è la mistica?”, Giustina ha risposto così: “Noi siamo qui già da tre giorni, stiamo insieme, donne di tutte le età, anche donne non giovanissime, lavoriamo, cuciniamo e dormiamo in modo semplice, senza comodità, perché qualcosa ci muove”. E mi sono resa conto che quella dimensione non mi era più estranea, attraversava anche me. La mistica nasce dalla condivisione, dall’esserci in prima persona con le altre e dall’alimentare il senso della partecipazione.

Annamaria: Quanto è importante la condivisione del quotidiano, cosa che anche Antonietta ha fatto per molti anni con la famiglia che l’ha ospitata, quanto importante è per esserci, con una consapevolezza sempre crescente e profonda, in un mondo molto diverso dal nostro,  e per entrarci non con uno sguardo colonizzatore, ovviamente, al contrario anche per trarne dei guadagni, ad esempio poter vedere con altri occhi il proprio mondo da cui si viene, grazie appunto a quello che abbiamo potuto vivere e vedere altrove. Quanto importante è vivere insieme, esserci con corpo, mente, cuore, e quanto invece è inattingibile una certa dimensione di profondità?

Mariateresa: Per me è essenziale, non riesco a concepire un altro modo di fare ricerca. E questo ha anche dei risvolti negativi perché esige molto dal nostro corpo. Alla fine dei sei mesi, in cui avevo cambiato casa ogni settimana, ero decentrata in un modo che a volte era anche difficile da gestire. Mi portavo dietro tutte le mie cose, entravo ogni volta in un contesto familiare completamente diverso dal precedente, non avevo libertà di scegliere cosa mangiare, cosa ascoltare, a quali eventi partecipare, perché comunque ero lì e mi esponevo a tutto quello che succedeva. Questo richiede molta fatica e molta disponibilità. Ma per me è l’unico modo di fare ricerca, soprattutto in contesti lontani. E poi è vero che impari con tutta te stessa quando convivi. Perciò trovo che sia proprio sbagliato per esempio basare una ricerca solo sulla raccolta di interviste – e infatti lo sconsiglio anche ai miei studenti e alle mie studentesse. Piuttosto trascorri una giornata insieme, una settimana insieme. Le interviste che ho fatto nascevano da questa relazione e hanno aiutato anche a rafforzare la fiducia con le donne che mi accoglievano. Quindi diventavano un momento bello per loro, oltre che utile per me, perché le persone tendenzialmente amano raccontarsi. Fuori da questa rete di relazioni, non avrei fatto delle interviste, non avrei neanche saputo come interpretarle. E poi a volte le domande, nonostante la nostra volontà e vigilanza, sono fatte proprio in modo da generare un certo tipo di risposta.

Veramente ho imparato con tutto il corpo e tutta la sensibilità, e poi ho fatto esperienza della mia vulnerabilità perché comunque ero ospite. E questa condizione in cui loro si prendevano cura di me ha creato un’altra forma di relazione rispetto a quella che poteva esserci tra ricercatrici e soggetti della ricerca. Si è creata una relazione politica, basata su un’amicizia profonda, che nasceva dal fatto di essere diventata un po’ parte della famiglia, in alcuni casi di essere riconosciuta come figlia, perché le cose che hanno fatto per me sono le cose che fanno per le loro figlie e i loro figli.

Annamaria: Senza paternalismi o maternalismi però. Pensavo per contrasto alla nostra esperienza di ricerca in Brasile, in cui ogni tanto, in situazioni informali soprattutto, veniva fuori questa vena paternalistica o maternalistica nei nostri confronti.

Mariateresa: Io ho percepito una cura materna nei miei confronti.

Annamaria: Ma questa è una cosa diversa.

Mariateresa: Per esempio quando sono ritornata dopo la conclusione della scrittura della tesi, per restituire il testo finale, hanno fatto quello che fanno quando tornano i loro figli, hanno cucinato delle cose speciali, hanno fatto festa per il mio ritorno. Ma in una relazione che non ha mai smesso di essere politica, perché io ero lì per imparare e pur venendo dall’altra parte del mondo condivido le stesse lotte. E poi condividere la quotidianità aiuta a superare una serie di barriere, perché se devi stare due ore con una persona puoi mettere all’opera narrazioni auto-edificanti o narrazioni edificanti per il Movimento, però se ci stai per un tempo più lungo non riesci a reggere questa fatica cognitiva ed emerge molto altro. Tutto questo senza pensare che si arrivi a una trasparenza totale, perché non è possibile: c’è sempre una zona di opacità.

Poi è molto importante darsi degli strumenti. Per me il diario era lo strumento per eccellenza: tutti i giorni alla sera, dedicavo, a seconda del livello di stanchezza, un tempo piuttosto lungo alla scrittura del diario, perché aiuta a riprendere l’esperienza, altrimenti molte cose restano a un livello solamente inconscio. Invece portare alla consapevolezza vissuti ed emozioni è una via fondamentale per la conoscenza della realtà.

Giulia: Nel testo dici che l’agroecologia si distingue da una concezione commerciale di agricoltura biologica finalizzata ad intercettare le esigenze dei clienti più consapevoli. Possiamo individuare la politica come elemento che differenzia l’agroecologico dal biologico?

Caterina: Aggiungerei un commento alla domanda di Giulia. Pensi che questo tipo di dinamica abbia a che fare con il rovesciamento del rapporto tra “produzione” e “riproduzione”? Lo legheresti a questo tipo di orizzonte?

Il rapporto tra “produzione” e “riproduzione” anche nelle teorie ecologiste e femministe recenti è stato lavorato nel senso che nella prospettiva femminista, soprattutto a partire dalla questione del lavoro domestico, si riconosce che nel quadro patriarcale e capitalista è dato più valore al lavoro “produttivo” che a quello “riproduttivo”. La produzione è intesa come creazione di qualcosa di nuovo, invenzione, e la produzione per il mercato, mentre la riproduzione è il prendersi cura, l’alimentazione, il sostentamento, l’insegnamento, l’educazione e anche la riproduzione fisica nel senso dei figli. Quindi il rovesciamento di valore tra questi due ambiti. Mi è venuto in mente quando parlavi della centralità dell’orto, che prima veniva usato il pezzo di terreno peggiore mentre poi viene messo al centro.

Chiara: questa è una domanda diversa rispetto a quella di Giulia, perché lei chiedeva se la commercializzazione è diversa perché la politica è lo spartiacque. Sono due problemi diversi.

Giulia: la seconda domanda era riguardo alla mistica. Quando nel libro parli della preparazione della mistica, racconti che vengono nominate come presenti alla celebrazione alcune donne morte in quanto hanno dato un contributo importante al Movimento. Aggiungi anche che sono considerate presenti, allo stesso tempo, le aspirazioni di chi deve ancora venire. E utilizzi il termine “compresenza” tratto dal lessico di Aldo Capiti.

Per Capitini (2022) sentire la compresenza dei vivi e dei morti significa essere fedeli alla memoria e anche ai luoghi di chi non c’è più, farsi custodi di presenze, sentirsi intimamente uniti a tutti gli esseri. Questo aspetto credo abbia a che fare con l’ecologia. Sentire la compresenza non è forse l’anima del pensare ecologicamente? Infatti, pensare e agire in senso ecologico significa tener presente anche coloro che sono invisibili (gli insetti, gli animali, le generazioni future, le tradizioni o gli insegnamenti che vengono dal passato ecc.). Io ho trovato la questione della compresenza inerente all’ecologia perché è un modo di pensare che allarga e accoglie anche coloro che non ci sono, o ci sono ma non si vedono. Che cosa ne pensi?

Chiara: Quello che ha detto Giulia sulla compresenza è importante. Effettivamente sentire la compresenza corrisponde alla dimensione ecologista che è relazionale e queste donne lo sentono tantissimo. Siamo in una struttura relazionale profonda con ciò che vediamo e con ciò che non vediamo, per differenza.

Mariateresa: Rispetto alla questione della differenza tra biologico e agroecologico, quando ho scritto la tesi e poi il libro, in Italia non si parlava come oggi di “agroecologia” ma di produzione biologica. Cominciare a usare questa parola anche in Italia è stato un passo politico importante secondo me. È una parola che non ha a che fare solo con la produzione del cibo, ha a che fare con un altro legame con gli esseri viventi e con la terra, altre relazioni sociali. Nel Movimento, per esempio, si dice che l’agroecologia non è compatibile con rapporti di dominazione degli uomini rispetto alle donne all’interno delle famiglie. Quindi non può essere ridotta semplicemente a delle tecniche di produzione. A volte quando rientravo in Italia, mi chiedevano “Ma l’agroecologia in cosa si differenzia dalla permacultura?”. La permacultura è un metodo di coltivazione. L’agroecologia è molto di più, è una pratica politica. Non la chiamerei una “proposta” perché non è predefinita, ma si sperimenta in relazione con le altre e con gli altri. Quindi in questo senso per me sono due livelli diversi. La produzione biologica ha finito con l’essere legata molto di più a quello di cui stavamo parlando prima: il sistema ha in qualche modo assorbito la richiesta di cambiamento, che veniva mossa attraverso conflitti e pratiche, proponendo delle linee di prodotti biologici o motivando verso delle scelte individuali, che però non cambiano alle radici il problema. Secondo me è questa la differenza.

Per quanto riguarda la domanda di Caterina, io non parlerei di rovesciamento tra riproduzione e produzione. Per me è stato molto utile leggere Ina Praetorius per capire cosa fanno le donne del Movimento. Fanno ordine simbolico: innanzitutto mostrano che tra produzione e riproduzione non c’è contrapposizione e soprattutto che il riconoscimento dell’importanza delle attività di cura non può tradursi in scelte limitanti per la libertà delle donne. Ci ricordano che occorre dare centralità a ciò che è essenziale per la vita ma che l’essenziale comprende anche la commercializzazione dei prodotti, perché è importante anche avere la propria indipendenza e sicurezza economica. Per esempio, si è visto che anche grazie a questo le donne sono riuscite anche a rompere delle relazioni oppressive, mentre prima le dovevano mantenere necessariamente, perché, per una serie di leggi che ancora resistono nell’ambiente rurale, potevano ritrovarsi senza niente. Mi viene in mentre una frase di Lourdes che riporto in una parte del libro “Non c’è niente di più bello che vendere ciò che io produco per me stessa, perché in questo modo non voglio bene solo a me ma voglio bene al mondo”.

Annamaria: Questo mi ricorda un articolo di Oriella Savoldi di anni fa, dal titolo La giacca fallata, mi sembra: parlava di cura dei singoli capi da parte di alcune lavoratrici, le più consapevoli, di una ditta di abbigliamento, perché a differenza dei manager che non andavano troppo per il sottile, loro avevano l’idea di produrre bene un capo di vestiario pensando alle persone che l’avrebbero indossato e al loro star bene.

Chiara: Prima che tu risponda all’altra domanda di Giulia sulla mistica, vorrei fare un’aggiunta a quello che ha detto Caterina. La grande differenza tra il femminismo marxista, che pone al centro la distinzione tra produzione e riproduzione, e il femminismo materialista, è che quest’ultimo pone al centro la vita, la vita materiale. Il lavoro, invece di essere definito come produzione e riproduzione, viene pensato in rapporto ad un vivere complessivamente in modo equilibrato e giusto.

Mariateresa: Per quanto riguarda la compresenza, per me questa parola è stata significativa per comprendere la mistica. Ho sentito una risonanza tra la “compresenza” di cui parla Capitini e ciò che accade quando la mistica viene celebrata in momenti e gesti concreti. Si fa memoria delle donne che ci hanno permesso di partecipare alla lotta, ma non nel senso di un semplice ricordare, quanto del tenerle insieme senza una separazione temporale. Ciò vale anche per coloro che devono ancora venire. Non intendo un anticipare il futuro o avere una visione progettuale della lotta, ma un agire molto centrato sul presente, sapendo che nel presente ci sono dimensioni misteriose che non sono riconducibili solo a ciò che vediamo. Di fatto, credo che possa sorgere il rischio di allontanarsi dal qui ed ora, quando si proiettano nella dimensione futura i cambiamenti che vorremmo nella realtà oggi. Mentre molte persone che hanno letto la mia tesi di dottorato, da cui nasce il libro, hanno notato che il presente è la dimensione centrale nella mia lettura del Movimento, ovvero l’interesse per le pratiche trasformative che mettiamo in atto oggi.

Vittoria: Hai detto che il movimento è organizzato e che le donne intrattengono rapporti con altri movimenti e anche dialogano con le istituzioni. In un passaggio del libro leggiamo addirittura che: “Il protagonismo delle donne nella politica istituzionale è stato un obiettivo essenziale del MMC/SC fin dalla sua fondazione” (p. 136). Il Movimento non nasce né agisce isolato, c’è l’elemento della mistica della relazione ma allo stesso tempo agisce nella piena consapevolezza di far parte di un mondo globalizzato, capitalizzato. Mi sembra di capire che, così come fra la politica di movimento e la politica istituzionale, esiste un rapporto fra micro e macro, fra piccola e grande distribuzione. Il dialogo con il potere costituito mi sembra una novità di questi movimenti di donne, che non temono i cosiddetti “poteri forti”; c’è una spinta che va oltre, che supera la comunità rurale, una volontà di cambiare le cose su larga scala. Che tipo di restituzione fanno queste donne rispetto alla loro esperienza nel passaggio fra le due politiche? Secondo te questo tipo di dialogo può aprire la possibilità per un cambio radicale nel futuro della grande produzione, o magari lo sta già facendo?

Mariateresa: Quello del Movimento è lo spazio della politica prima. Il Movimento non è impegnato direttamente nella politica istituzionale. Effettivamente però succede che alcune donne del Movimento decidano di coinvolgersi su questo piano, perlopiù a livello locale. E hanno il sostegno delle altre donne. Non ho mai osservato la percezione di un fallimento o di un tradimento rispetto alla scelta di una donna per esempio di candidarsi, perché comunque lo spazio fondamentale della politica rimane il Movimento. L’intelligenza politica che si guadagna negli spazi del Movimento è incommensurabile e orienta anche in un mondo ostile come quello della politica istituzionale, permettendo di non essere schiacciate dal potere che lì viene esercitato.

Questo vale anche per le donne che vivono altre forme di oppressione: per esempio, Rosa è stata eletta nel consiglio municipale pur essendo percepita come donna nera e contadina, quindi – secondo il senso comune – ignorante, ed è riuscita a stare in questo spazio con la lucidità data dal Movimento. Non in un rapporto di inferiorità o di dipendenza, perché delle relazioni significative l’hanno guidata.

C’è poi un elemento problematico da notare: il Movimento prende posizione a seconda dei tipi di governo. Al momento in cui ho fatto la ricerca c’era al governo il partito dei lavoratori (PT), storicamente nato dai movimenti sociali. In quel momento, si è come ridimensionata la capacità critica rispetto alle politiche governative. C’era da una parte la possibilità di incidere maggiormente sulla realtà, ma dall’altra si è ridotta la portata critica propria dei movimenti. Poi c’è stato l’impeachment, il governo di Temer e quello di Bolsonaro, e lì è si è verificata una situazione di conflitto e contrapposizione frontale, era impossibile qualsiasi tipo di dialogo. Adesso vedremo con la nuova stagione. Io sono molto fiduciosa. 

Vittoria: Dici che il dialogo è impossibile perché non vengono ascoltate? 

Mariateresa: Non vengono ascoltate, ma sono anche loro a non voler dialogare. Come si fa a dialogare con Bolsonaro?

Chiara: Quello che stai dicendo è che non c’è un rapporto di contrattazione tra movimento in generale e istituzioni, bensì che alcune donne con l’appoggio di altre con cui sono in relazione, entrano nelle istituzioni, non perdendo di vista quello che le ha mosse.

Mariateresa: Certo, di contrattazione non si può parlare. Ma, al di là delle scelte di queste donne, diciamo che ci sono state fasi in cui i movimenti hanno avuto più ascolto, sono stati chiamati a intervenire e a collaborare. Ciò ha aperto alcune possibilità, però d’altro canto ha causato anche delle problematicità. Si è parlato molto a questo proposito di ONGizzazione, sottolineando con questo una perdita di autonomia da parte dei movimenti. A me sembra che sia stata meno forte per il Movimento delle Donne Contadine rispetto ad altri movimenti come il Movimento dei Sem Terra. Poi con il governo di Bolsonaro non è stato più possibile dialogare. E credo che, anche in questa nuova fase, non si tornerà più alla relazione tra movimenti e istituzioni che caratterizzava il periodo precedente al governo Bolsonaro.

Annamaria: oltre al riferimento a Praetorius e al Movimento delle Donne Contadine, che ci aiuta a superare la dicotomia produttivo/riproduttivo, vorrei farti una domanda sul dualismo natura/cultura, ancora molto presente nel discorso pubblico e nel simbolico corrente, talvolta anche nostro (senza volerlo). A livello di pensiero siamo consapevoli della centralità della dimensione relazionale, che supera il dualismo. Ma io mi riferisco alle parole che adoperiamo, al linguaggio, che vanno rinnovati: anche qui ad esempio ci viene spontaneo usare il termine “natura”. Nel libro che tu hai curato, L’altra intercultura. Visioni e pratiche politico-pedagogiche da Abya Yala al mondo, nel suo saggio Catherine Walsh, per esempio, come altre e altri, prende le distanze critiche da questo dualismo e spiega bene che  questo dualismo elude la relazione tra mondi fisici, umani, spirituali ecc.. Perché noi abbiamo ancora delle remore a superare questo dualismo, perché continuiamo – io stessa per prima – a parlare di natura e cultura, natura e società, che è un retaggio della cultura occidentale, che pure critichiamo. Può l’ecofemminismo andare oltre, grazie anche ad apporti di altre visioni, non solo criticarlo un po’ astrattamente, ma modificare in profondità il simbolico? I saggi che ho letto in questo libro, non solo quello di Walsh ma anche quello, ad esempio di Lopez Intzin,che parla di senti-pensare e parla di vita piena, di buona vita che sa accogliere anche il dolore, mi mostrano un guadagno che vorrei avere anch’io.

È possibile, prendendo le distanze critiche in modo profondo da questo dualismo fondamentale nella nostra cultura che abbiamo poi portato in altre culture, in altri mondi, è possibile anche cambiare le parole, il simbolico? Cosa pensi?

Mariateresa: È una domanda che resta aperta. Posso dire che per me il pensiero latino-americano è molto fertile in questo senso, perché sottolinea che la contrapposizione natura-cultura è la contrapposizione fondamentale della modernità occidentale, tutto il resto è venuto dopo. Alcuni popoli e alcune pratiche sonostati associati alla natura, per cui è stata legittimata la dominazione, l’oppressione, la marginalizzazione. Per me è molto importante imparare da queste altre parti del mondo, che sono state associate alla natura e quindi escluse, osservare i modi in cui pensano. Però sicuramente è importante stare nelle relazioni, in una relazione contestuale, altrimenti trovo che ci sia sempre il rischio di reificare certe visioni e quindi di creare nuove contrapposizioni, di fare il processo contrario, per cui prima sono state tutto il male e adesso diventano tutto il bene. Per me è importante stare in relazione con le persone con cui faccio ricerca piuttosto che decostruire a un livello intellettuale o astratto. Alla tua domanda è impossibile dare una risposta definitiva perché è una domanda aperta, che ci interroga, però posso dire che il pensiero decoloniale mi aiuta, e in questo senso anche i gruppi, le persone, le comunità che hanno resistito, che si sono ostinati a vivere nonostante tutti i tentativi di annichilimento culturale, fisico, simbolico.

Chiara: Posso valorizzare il discorso di Mariateresa, dicendo che è la relazione per differenza ad essere oggi fondamentale e al centro del nuovo paradigma ecologico.  L’ecologia è relazione di differenza. Personalmente non riesco più a ragionare secondo il dualismo natura-cultura in quanto è superato dal paradigma relazionale. Quello che diceva Giulia a partire dal testo di Capitini era molto interessante perché mostrava una relazione sia con il visibile che con l’invisibile. Questo è in sintonia con il movimento delle donne che ha proposto la relazione differenziale, che non ha a che fare con il dualismo natura-cultura. A questo accennava anche Caterina quando scriveva del luogo, nell’ultimo libro di Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni. Una struttura relazionale per differenza, invece c’è una tendenza a pensare a una struttura relazionale per somiglianza. Ciò ci aiuta a portare una critica a quelle posizioni che azzerano le differenze del vivente dicendo ad esempio che siamo tutti omogenei nella specie animale. La cultura ecologista è già totalmente oltre a questo, e anche noi che partecipiamo a questo gruppo.

Pensiamo anche alla teologia della liberazione. Certo c’è un debito da parte dei movimenti latino-americani nei confronti della teologia della liberazione, in cui è stata elaborata la dialettica oppresso-oppressore. Tuttavia, il Movimento delle Donne Contadine aggira questo schema oppresso-oppressore proprio perché fa proprio, rifondandolo a partire da sé, il principio femminista che al centro della politica c’è la relazione tra donne. Aggira di fatto questo schema, non perché sia guidato dall’intenzione di decolonizzare il proprio agire. In realtà lo decolonizza in concreto proprio perché segue la strada della relazione. Sia ecologia sia femminismo, hanno, se pure in modo diverso, la dimensione relazionale al centro del loro pensiero.

Mariateresa: È vero, questi movimenti nascono dalla storia della teologia della liberazione, a cui sono debitori. Ma il Movimento delle Donne Contadine ha fatto un passo a lato differente, per cui occupa una posizione contraddittoria in questa realtà.

Caterina: Avrei un’altra domanda riguardo a questo, nel senso che mi aveva colpita quando tu parlavi della questione della differenza sessuale e anche della discriminazione, e dicevi che è un aspetto che non viene “preso in carico” fino in fondo dal Movimento o comunque dalle donne che parlano di sovvertire la realtà, la società, con l’approccio all’agroecologia, però poi quando si parla del rapporto tra uomini e donne c’è una sorta di cecità, un punto oscuro che non è interrogato completamente o, almeno, consapevolmente.  Diciamo da un punto di vista teorico? Se così si può dire. Poi viene “agito” nelle singolarità delle situazioni, tu parli di queste donne che ricostruiscono altre relazioni all’interno della famiglia, cambiano i rapporti di potere, alcune di separano da soggetti violenti; quindi, c’è una pratica su questo ma è come se non ci fosse un investimento teorico. La cosa che mi è venuta da pensare è che ciò che non viene interrogato fino in fondo è questa scissione – a cui poi tu facevi riferimento riguardo a Ina Praetorius – tra un Primo e un Secondo. Mi chiedevo se a questo ambito di cecità non appartenga anche l’approccio antropocentrico che mi sembra di aver un po’ percepito in questa relazione. Tu prima rispondendo alla mia domanda dicevi che le donne hanno approcci diversi con la natura ma rimane centrale la questione che loro si occupano di produrre alimenti, rimane questo tipo di mediazione. Volevo chiederti se secondo te questo è un punto, se entrare nella questione della produzione anche a partire dalla separazione tra umano e non umano (o animale, vegetale) è un punto cieco un po’ come prendere in carico la questione della discriminazione sessuale oppure no. È una cosa che fa problema…

Mariateresa: hai detto molte cose, cerco di interloquire con alcune di queste. Una questione è che il femminismo, la parola “femminismo”, non funziona per tutte all’interno del Movimento, è una cosa che viene detta chiaramente ed è condivisa anche con altri movimenti. Quello che per me è essenziale, che ho voluto mettere in luce, è che è un movimento di donne che mette al centro l’esperienza delle donne, in cui ciascuna – per usare le parole di Carla Lonzi – cerca risonanza di sé nell’altra. Questo per me fa di questo movimento un movimento femminista, che loro adottino questa parola o no.

Un’altra questione, che trovo problematica ma che riguarda in generale i movimenti femministi in Brasile, è che a volte la posizione femminista si impoverisce un po’ sul tema della denuncia della violenza sulle donne. Questa cosa l’ho scritta perché mi faceva problema. Trovo comunque che il Movimento nella pratica non esaurisca la sua azione in un semplice contrasto alla violenza sulle donne.  Fa ordine, rimette al centro le pratiche che sostengono la vita, ha creato e pratica un altro modo di fare agricoltura. Per me di fatto è molto più incisivo, non si limita ad adottare una posizione solo difensiva o di denuncia.

Poi però c’è un’altra questione: il Movimento tendenzialmente fa pensiero ma non si preoccupa di produrre teoria, non gli interessa. Fa pratica e fa pensiero. Chi fa teoria sono le persone che studiano il Movimento e io sono entrata in conflitto con l’interpretazione prevalente sul Movimento di Donne Contadine. Questa interpretazione è che sia un movimento essenzialista. Noi sappiamo benissimo che questa è una critica che viene mossa in generale al femminismo della differenza, ma ho cercato di metterla in discussione. Innanzitutto, perché le donne che hanno partecipato alla ricerca non hanno una visione complementare dei sessi. Ho usato l’espressione “essenzialismo contraddittorio” perché, pur a volte facendo riferimento a dei caratteri considerati propri delle donne, scombinano costantemente queste rappresentazioni nelle pratiche discorsive.

Perciò uno dei contributi teorici che ho voluto portare con questa ricerca è stato affermare che il Movimento di Donne Contadine non è un movimento essenzialista ma un movimento in cui il pensiero della differenza apre a nuove possibilità esistenziali e nuove forme di relazione, suggerendo allo stesso tempo che questa posizione venga esplicitamente assunta dal Movimento. Questa è stata la mia proposta. Perché corrisponde a ciò che ho sentito nelle loro pratiche discorsive, sia a livello personale e soggettivo, che a livello delle letture e dei materiali prodotti dal Movimento.

In questo discorso sono entrata in conflitto con le interpretazioni prevalenti sul Movimento, in dialogo con le femministe che si definiscono “accademiche”. E qui voglio mettere in risalto un aspetto che cito spesso: il femminismo italiano è un femminismo – passatemi il termine – “di movimento” e non “accademico”. Nasce dalle pratiche politiche, diversamente dal femminismo accademico brasiliano che nasce soprattutto dall’importazione di teorie statunitensi o francesi, che forniscono degli “occhiali” che non sono proprio adatti a leggere quelle realtà.

Chiara: sì perché noi facciamo pensiero, non teoria. È per questo che usiamo questa distinzione.

Mariateresa: Penso che questo sia un problema più generale del Brasile: c’è una distorsione molto grave, perché si limita la comprensione della realtà a ciò che quelle teorie sono in grado cogliere. Quindi si arriva a piegare la realtà per farla corrispondere a certe categorie. Non si avanza con il pensiero, si riconferma un’egemonia culturale e allo stesso tempo non si capisce quello che succede: è molto drammatico.

Annamaria: È quello che abbiamo esperito noi del gruppo di ricerca italiano in cinque anni di scambio con le accademiche brasiliane con cui abbiamo lavorato nel progetto.

Mariateresa: L’altro punto che dicevi, Caterina, invece non mi è chiaro.

Caterina: forse posso provare a riformularlo, mi ero segnata una citazione dal tuo libro: “Il femminismo, infatti, nel momento in cui fa emergere il conflitto tra i sessi, introduce una frattura nella raffigurazione omogenea della classe sfruttata e, per questo, provoca un atteggiamento sospettoso sia da parte di altri movimenti sia, molte volte, all’interno dello stesso MMC. Al femminismo, infatti, vengono attribuite connotazioni separatiste e individualiste, che sono in contrasto con il convincimento dell’indispensabilità di una lotta comune per il diritto alla terra, all’autodeterminazione e alla sopravvivenza delle comunità contadine” (pp. 147-148).

Nella pratica, nel pensiero – e non nella teoria – la differenza sessuale viene affrontata, ma non da un punto di vista di linguaggio, di classe sfruttata. L’impressione che ho avuto è che tu dica che anche se questa cosa non c’è visibilmente, si sente. È così?

Mariateresa: Bisogna innanzitutto tenere a mente che la parola “femminismo” non è fatta propria da tutte le donne del Movimento. Le femministe accademiche brasiliane sostengono che questo è dovuto al fatto che il Movimento ha un’origine cattolica. Io credo invece che sia riconducibile piuttosto alla sua radice socialista, che fa sì che qualsiasi conflitto che crea delle fratture nella classe degli oppressi venga vissuto in modo problematico. Poi di fatto nella vita delle donne ciò significa aprire un conflitto con il proprio compagno e questo non è facile per tutte. Però, per quello che mi riguarda, il Movimento di Donne Contadine è chiaramente un movimento femminista, che nasce e si nutre dell’esperienza delle donne, mettendo al centro le relazioni tra donne. Rispetto il fatto che non tutte non usino questa parola, però per me lo è.

Chiara: Ora che siamo in conclusione, vorresti parlare di quel che stai imparando nel Nord del Brasile in questo periodo?

Mariateresa: Sono appena arrivata a Belém, in Amazzonia. I prossimi mesi saranno cruciali per la mia ricerca e non vedo l’ora di ritornare. È stato molto bello per me partecipare alla campagna politica per le elezioni presidenziali, nell’autunno del 2022, perché è stata l’occasione di incontrare donne, movimenti, persone con esperienze molto diverse da quelle che ho avuto nel Sud del Brasile e che immagino che Annamaria abbia avuto nel Nord-Est del Brasile, nel Piauí. Ho molto apprezzato anche che le persone che ho incontrato nelle università del Pará siano molto più impegnate a pensare a partire dal contesto in cui vivono, rispetto a persone che ho incontrato in università di altre regioni del Brasile. Mi sembra che importino molto meno modelli di lettura della realtà da altre parti del mondo. La preoccupazione di pensare in contesto non implica rifiutare altre prospettive, ma valorizzare il fatto di partire dall’esperienza e non dalla teoria per studiare, leggere e capire la realtà. In questo senso, il rapporto con i movimenti è fondamentale.

Apprezzo anche il modo di muoversi di alcune di queste persone all’interno dell’università, riguardo alla distinzione tra politica prima e politica istituzionale. Penso, ad esempio, ad Adriane Lima, professoressa alla UFPA (Università Federale del Pará), per me ora come una sorella maggiore: vedo in lei e in altre un radicamento nella politica prima anche per stare nel mondo universitario. Con legami di senso e potremmo dire “ordinati” – relazioni sensate che danno un orientamento per stare in un ambiente come quello universitario, forse un po’ meno ostile di quello italiano, ma che comunque rimane un luogo di potere. È una cosa che mi ha colpita molto: osservare persone che studiano e fanno ricerca, impegnandosi a capire la realtà a partire dai propri riferimenti e in relazione, anche di convivenza, con i movimenti.

L’idea che guida la mia ricerca è di lavorare con le comunità di donne che fanno parte della rete di movimenti “Xingú vivo per sempre”. Lo Xingú è un grande fiume amazzonico, che è stato deviato per costruire la quarta centrale idroelettrica più grande al mondo, Belo Monte. In seguito alla conclusione della costruzione della diga, il movimento si è svincolato dalla contrapposizione alla grande opera e continua a portare avanti letture, pratiche e lotte ecologiste, anche in relazione ad altri movimenti, che ad esempio lottano contro le miniere.

Chiara: Ci sono nuclei di donne che agiscono politicamente contro la minerazione?

Mariateresa: Ancora non so se ci sono movimenti di sole donne, però anche nei movimenti misti c’è la pratica delle donne di riunirsi tra loro e leggere insieme la realtà. Rispetto al Movimento delle Donne di Santa Catarina nel Sud del Brasile, qui il conflitto è molto più acceso e violento. Inoltre, il contesto del Pará è molto più vasto rispetto a quello di Santa Catarina. Non so se riuscirò a fare un’esperienza di convivenza così intesa. Però l’idea che mi guida è quella di avvicinarmi alle donne dei movimenti.

Guadagni

Caterina Diotto

Ci sono molte cose che mi colpiscono dell’esperienza con il movimento delle Donne Contadine in Brasile di cui ci ha raccontato, attraverso i suoi libri e nell’intervista, Mariateresa. Ma sono in particolare tre i temi che ritengo più significativi.

Il primo tema ha a che fare con il desiderio, anzi con il riconoscimento di una forte politica del desiderio, per riprendere Lia Cigarini[1]. Ciò che emerge dalle pratiche dell’MMC è un attraversamento continuo, voluto e pedagogico, degli ambiti scissi dalla cultura di impianto europeo e capitalista. Vengono così rese visibili e attraversate politicamente le interconnessioni tra diversi campi del sapere, tra il personale e il collettivo, tra la dimensione “domestica” della vita e le strutture economiche nazionali e internazionali. Ed è questa riappropriazione delle connessioni, e quindi della capacità di agire su di esse, a fare da fondamento per la politica. Scrive Mariateresa:

Dalle parole delle donne coinvolte nella ricerca emerge che la motivazione principale della partecipazione risiede nel gusto stesso di esserci, di agire in prima persona senza delegare o lasciarsi rappresentare, di imparare, cercare e creare nuovi strumenti di supporto alla vita delle donne, di incontrarsi, conoscere altre persone e altri ambienti, pensare la propria felicità non egoisticamente ma come qualcosa di profondamente intrecciato ad altre e altri, ai contesti, alla natura, al cosmo. Il desiderio di politica non è determinato da condizioni oggettive, è un di più rispetto alla necessità.[2]

La centralità nelle pratiche del Movimento della discussione, delle domande, dell’apprendimento collaborativo, della partecipazione, creano non solo un atteggiamento critico verso la realtà ma anche un desiderio di creazione che lega queste pratiche direttamente alla mistica, alla dimensione trascendente. La creazione di simbolico, di pratiche agroecologiche e politiche, di relazioni diviene un dare corpo al mondo profondamente legato al senso dell’esserci qui e ora, per sé e insieme, di ciascuna e ciascuno.

Il secondo aspetto che mi ha colpita, specialmente da un punto di vista ecofemminista, è che sia stata l’adesione alla Via Campesina, all’agroecologia, a partire dagli anni 2000 ad aver aperto un altro ordine di realtà nella critica del movimento. Prima, secondo ciò che scrive Mariateresa, il Movimento si occupava per lo più di diritti previdenziali delle donne e giustizia distributiva, ma senza una vera e propria rottura con il sistema vigente. Dal momento dell’adesione all’agroecologia invece, la critica – e con essa la creazione di alternative – si è fatta radicale.

Il fatto che sia stata la presa in carico della riflessione sul rapporto con la terra e specialmente con la produzione alimentare a fare da perno, mi ricorda la spinta rivoluzionaria della deep ecology (o Ecosofia T) proposta da Arne Næss[3]. La deep ecology prende l’avvio proprio dal riconoscere e dal farsi carico delle relazioni che compongono il nostro io in relazione con altro, gli ambienti in cui viviamo, i contesti in cui agiamo, il cibo di cui ci nutriamo e così via. Riconoscere la compartecipazione al nostro “io” di queste relazioni, uscendo da un concetto di identità indipendente e slegata dal mondo, vuol dire aprire uno spazio critico e creativo nei confronti di tutti quei dispositivi simbolici ed economici che diamo per scontati. Il consumo di carne, come viene prodotto il cibo, come viene coltivato, chi possiede i mezzi di produzione o i semi… sono elementi fondanti di una società. Il lavoro agroecologico dell’MMC in questo ambito – e con esso il lavoro di altri movimenti in altri luoghi, come quello di Navdanya in India – sta creando un modello diverso di transizione ecologica, decentrato e collettivo, rispetto a quello “globalizzato” che prende piede in tanti luoghi del mondo (compresa l’Italia), spesso tecnicista, neoliberale, accentrato e imposto dall’alto, senza rispetto per le comunità e i saperi tradizionali.

Infine, una riflessione rispetto alla comunità Aymara di cui ci aveva parlato Antonietta Potente[4]: il Movimento delle Donne Contadine risulta più vicino a noi perché l’impianto simbolico e concettuale, come sottolineato da Mariateresa, è ancora fortemente influenzato dal modello eurocentrico dei colonizzatori. La cosmovisione Aymara aveva invece degli elementi di differenza radicale. Con l’esperienza dell’MMC da un lato c’è quindi una comunità di concetti che ci permette di “tradurre” le loro invenzioni politiche con più facilità nei nostri contesti europei e italiani. Dall’altro, ci fa toccare con mano l’esistenza di un altro sistema sociopolitico, diverso e critico nei confronti del modello neoliberale, capitalista e patriarcale in cui viviamo, che muove tuttavia da quelle stesse condizioni di partenza. In questo senso la sua portata politica per noi che leggiamo si sente particolarmente forte, e riempie di speranza.

Vittoria Ferri 

La terra: il luogo della politica[5]

È davvero non indifferente che al centro della pratica e della lotta delle Donne Contadine di Santa Catarina ci sia qualcosa che, pur lontano da noi geograficamente, sentiamo che ci riguarda in quanto ecofemministe, e che ci ha portato ad intervistare Mariateresa. In un’epoca permeata dall’ecoansia o, all’estremo opposto, dallo scetticismo climatico, volgere lo sguardo altrove sembra portare un nuovo respiro, un nuovo orizzonte verso cui porsi in ascolto, per cercare non tanto una soluzione ma orientamenti possibili.

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Mariateresa è stato per me l’incrocio tra terra e storia che emerge sia nel libro sia dalla discussione. Sappiamo come la cultura occidentale, nominando la terra, ne faccia un oggetto di sapere o di azioni più o meno volte a dominarla. Così reificata ma allo stesso tempo svuotata di contenuti, la terra risulta a completa disposizione dell’uomo, che può farne quello che vuole cercando di trarne il massimo profitto. A Verona ne è un doloroso esempio la terra della Valpolicella impoverita dalle monoculture di viti.

Dall’altra parte, vi è anche una tendenza a mistificare la terra, chiamata con la T maiuscola, a pensarla cioè come un tutto accogliente e trascendente, ma privo di risvolti politici. È questo il caso di forme di pensiero a mio avviso molto astratte, che rievocano tra le altre cose il vecchio paradigma della madre natura.

Se già Antonietta Potente nella sua ricerca ci aveva invitato a pensare alla relazione con la terra secondo una reciprocità della cura, per l’MMC la terra in maniera simile non è materia inerte ma luogo concreto: del lavoro agricolo, di relazione con presenti e assenti. La terra non è più un oggetto: è piuttosto uno strumento – si piantano i semi, si coltiva, si scambia – che trae il suo funzionamento dalla relazione primaria che è, per queste donne, la politica. Il bisogno di sussistenza e di sopravvivenza, dunque di un guadagno, non sovrasta l’orientamento di senso in cui si radica il movimento.

Ecco che, a rispondere alla domanda di senso interviene, accanto alla materialità, la storia: il rapporto con le antenate, la mistica, la relazione fra queste donne nei gruppi di discussione.

La terra è strumento ma è al contempo un luogo d’incontro, è storia ed è, infine, politica.

La discussione con Mariateresa è stata infatti un’occasione per ripensare ai molteplici rapporti in cui siamo coinvolte, alle macchine sociali e culturali che ci muovono, ma in una prospettiva di cambiamento e di apertura.

Anche nelle proposte di soluzioni alla questione ecologista, troppo spesso cadiamo nella trappola binaria tra la scelta individuale e l’imposizione istituzionale. L’organizzazione di questi movimenti, che comprende una serie di incroci socioculturali e politici differenti per certi versi dal mondo europeo, ci invita invece a riformulare e correggere la domanda. L’ecologia, e l’agroecologia, si manifestano qui come pratica attiva di gruppi di persone – in questo caso di donne, elemento, secondo noi, non casuale – che si coordinano fra loro e trovano una strada altra rispetto a quella del mercato della grande distribuzione. È dunque una forma di organizzazione collettiva, che coinvolge più spazi – dall’orto, luogo di cui le donne estromesse dall’agricoltura si sono riappropriate, alle scuole, alle assemblee.

Se è vero che queste donne agiscono in una dimensione di comunità locali, accade anche che il movimento intrattenga dialoghi con i luoghi impervi della politica istituzionale, senza che ciò sia avvertito come una minaccia. Il Movimento riesce a non perdere la sua originalità e il suo desiderio. In questo mi sembra stia una sua ulteriore forza, nonché la spinta da cui è possibile ripensare il nostro modo di vivere, di coltivare, di alimentarci e di consumare.

C’è un altro aspetto dell’incrocio fra storia e politica: e cioè che queste pratiche, trasformando le relazioni di potere in atto, anticipano – come scrive Mariateresa riprendendo Maria Grazia Contini – sul piano dei possibili effetti non immediatamente realizzabili per le nostre condizioni ma domani forse sì[6].

Queste donne utilizzano, si è detto, un altro strumento importante: la discussione, vale a dire il dialogo in cui ha luogo il coordinamento ma anche il conflitto. Questo bisogno di logos che accompagna la relazione con la terra è forse l’indice, segnalato da Lucia Vantini durante una sua conferenza, di una nuova e ritrovata interazione fra umano e non umano; di una possibile, aggiungo io, occasione di trasformazione della realtà, che in alcuni luoghi del mondo è già all’opera.

Anna Maria Piussi

Una metodologia di ricerca fertile e trasformativa

Partecipando all’intervista a Maria Teresa il fuoco della mia attenzione ruotava, all’inizio quasi inconsciamente, poi con domande esplicite, attorno alla questione della metodologia della ricerca. Questo è uno dei punti più rilevanti che riconosco come guadagno dell’intervista. Certo ha a che fare con il mio interesse per il tema, coltivato in tanti anni di lavoro all’università. Ma molto più con la sorprendente  libertà, oltre che intelligenza politica e costante vigilanza metodologica, con cui Maria Teresa ha creato e ricreato il suo percorso di ricerca in sintonia con il suo desiderio-bisogno di esserci pienamente nella realtà oggetto di studio, fino a coinvolgersi in una convivenza itinerante (luoghi, case ecc.) nella vita anche quotidiana delle donne del MMC soggetti della ricerca, e di coinvolgerle in senso partecipativo, come co-ricercatrici, contribuendo in tal modo a processi trasformativi di produzione condivisa di sapere.  In questo sta anche il portato politico della metodologia.

Ho sempre diffidato della distinzione tra teorici e pratici, tra chi fa ricerca e si assume il compito di ordinare i risultati in una teoria, e chi, non di rado anche nelle etnografie più avvertite, viene chiamato a partecipare alla ricerca come pratico, informatore esperto delle pratiche oggetto di studio. Dal libro di Maria Teresa e dalla sua intervista emerge chiaramente come la compresenza, lo stare in una dimensione relazionale, sia stato un elemento fondamentale, per quanto impegnativo, della sua metodologia. Le ha permesso di rilevare che le donne soggetti della ricerca non si limitano alla pratica, ma pensano a partire da sé in relazioni di differenza, dialogano, discutono e creano saperi, di cui nutrono ricorsivamente la pratica, anche se non producono teorie. Saperi incarnati, radicati nell’esperienza, nelle pratiche e nei movimenti quotidiani della vita, fecondati da multiple, dinamiche (e talvolta conflittuali) relazioni tra loro, con la terra, con tutti gli esseri, visibili e invisibili, con altri movimenti sociali, con la stessa ricercatrice ecc. e aperti a una costante ricerca di senso e al cambiamento politico. Un sentire-pensare ecologicamente a partire da sé e in relazione significativa e orientante tra donne come centro della politica, che mi sembra anche la cifra della postura di Maria Teresa nella ricerca, e offre guadagni imprevisti e preziosi. Uno dei guadagni, ad esempio, è l’aver riconosciuto per esperienza vissuta che il corpo, il corpo senziente nella sua interezza, è il primo strumento di ricerca. Nell’immersione profonda in una realtà, esso infatti registra, anche inconsciamente, vissuti, emozioni positive e negative, conoscenze tacite, segnali, a cui ritornare riflessivamente, con consapevolezza. Se poi, come ha fatto Maria Teresa, il corpo si sposta in una convivenza itinerante, da un luogo all’altro, da una casa a un’altra per un tempo sufficientemente disteso, allora può emergere una pluralità di prospettive che consentono di cogliere i fenomeni e le loro connessioni in modo complesso.

Maria Teresa ci ha sottolineato più volte l’importanza delle relazioni con le donne protagoniste della ricerca, ma ci ha anche messo in guardia dal considerarle ingenuamente come immediate e facili. Anche da questo punto di vista  il campo della ricerca va assunto nella sua complessità: gli ostacoli, i disaccordi con le donne partecipanti vanno assunti come occasioni fertili  per prendere coscienza di sé, per vedere da dove viene  e da che cosa è nutrito il proprio sguardo di ricercatrice, presupposto , questo, di necessarie modificazioni, in sintonia con quel  desiderio di imparare dalle altre, anche contrattando, che ha alimentato la sua ricerca in una direzione dialogica e trasformativa.

Infine, non ho potuto non notare tra le condizioni da lei sottolineate come la disponibilità all’impegno, alla fatica (anche fisica), gli elementi fecondanti l’indagine etnografica: la vicinanza, la familiarità, la fiducia, la gratitudine, l’amicizia, e non ultimo il piacere. Elementi che si scambiano perché possano essere generativi, come i semi scambiati che vengono ripiantati per germogliare.  E contribuiscono alla bellezza della ricerca: aprire nuove domande.

Giulia Testi

Un punto che voglio valorizzare del lavoro di Mariateresa è l’individuazione dell’orto come centro di riordino simbolico da parte delle donne del movimento. In particolare, il riconoscimento della relazione di dipendenza dalla terra, ma una terra considerata nel suo generare in modo creativo.

Le pratiche degli orti, scrive Mariateresa, permettono di fare ordine e individuare, dandogli un valore primo, ciò che è essenziale per la vita: il cibo, la cura, il nutrimento giusto, non avvelenato, del corpo; di quello umano, animale e del suolo, mettendo in risalto la relazione di scambio tra questi. Anche noi possiamo tenere presente questo “fare ordine” quando ci viene data l’illusione che possiamo dare per scontato il sostentamento, che spesso invece non è salutare e proviene da luoghi lontani o da sfruttamento. Se pensiamo che oggi la tendenza è quella a farsi recapitare la spesa e la cena direttamente a casa, ordinandole online, è chiaro che la produzione dei cibi, dalla cura della pianta al tempo della cucina, diventa qualcosa di distaccato, lontano e scontato. Mettere al centro l’orto è allora anche un riconoscersi dipendenti dalla materialità dell’esistenza, e, nel caso del MMC, di un più ampio partecipare alla vita insieme agli elementi naturali. Questa dipendenza può essere guardata allora non come limitante, ma come esperienza autentica dell’essere presenti nel mondo e di apprendimento trasformativo condiviso, anche con il mondo vegetale e animale. Inoltre, permette di riscoprire l’aspetto di creatività come parte del modo di darsi della natura: la discontinuità tra i semi dei vari luoghi del mondo, l’importanza della varietà nell’accostamento di piante e ortaggi nel campo, gli alberi nativi di ogni regione, valorizzando le differenze.

Il libro di Mariateresa mi ha fatto riflettere anche su come il grande mercato capitalista di impronta maschile si inserisca nel medesimo circuito in cui si inserisce anche l’agroecologia praticata dalle donne del movimento contadino, ma dandone una connotazione opposta. Quello che intendo non riguarda semplicemente alcune contrapposizioni di questi approcci, che erano già chiare prima della lettura del testo (come quella produzione globale vs produzione locale, ad esempio). Piuttosto il discorso riguarda l’intero processo e i legami tra un elemento e l’altro del circuito di cui queste contrapposizioni sono parte.

Per me è emerso più chiaramente come i due modelli, contadino-femminile e capitalista-maschile, partecipino con consapevolezza al circolo di relazioni ecologiche, ma l’uno secondo la cura della prosperità della vita, l’altro portando con sé una trama perversa e sinistra.

Ora ho più chiaro come il modello dominante non è che non tenga conto delle relazioni, che sappiamo essere centrali per il pensiero e le pratiche femminili, bensì ormai faccia leva anch’esso su queste, sulla circolarità tra terra-nutrimento-ambiente-salute, però truccando il gioco e sfruttando gli effetti nefasti di questo trucco. Infatti, è proprio da tali concatenazioni che trae il massimo del vantaggio. L’uso massiccio della chimica organica, delle armi e l’imposizione di un unico sapere sono anch’essi portati avanti oggi conoscendo le interconnessioni tra gli elementi primari a cui la politica delle donne contadine vuole prendere parte in modo virtuoso, in vista anche di una redistribuzione dei guadagni.

Il movimento delle donne contadine (ma anche altri) agisce a partire dalla cura degli elementi vitali (piante, acqua, suolo…), allineandosi alle esigenze della terra, dell’ambiente e degli umani senza forzature, lavorando per un contesto salutare, sostenuto dalla attenzione per la diversità (dei semi, dei luoghi e delle conoscenze) e dalla coltivazione di piante medicinali. Il sistema dominante si è imposto sull’agricoltura, invece, a partire dall’ambito militare. Sappiamo infatti che proprio dal contesto bellico ha preso il via l’uso degli insetticidi, erbicidi, veleni. Questo impulso mortifero si è fatto strada anche attraverso la standardizzazione dei saperi e della varietà insita al mondo vivente (monocolture, selezione dei semi, trasformazione di questi in modo che non possano rigenerarsi), fino alla compromissione della salute dell’ambiente e dei suoi abitanti. Sappiamo anche che spesso le stesse multinazionali incaricate di distribuire questi prodotti sono case farmaceutiche. Un ulteriore ricavo proviene loro, dunque, dalla proliferazione di nuove malattie.[7] Il culmine di questo processo è il deperimento dell’ecosistema in molte delle sue componenti accompagnato dal conflitto sociale.

Ho pensato allora che non basti essere consapevoli dei processi e della relazionalità del tessuto in cui siamo immersi ma ciò che conta di più è il significato e il valore che diamo a questi intrecci.

Un ulteriore passo che mi ha permesso di fare il dialogo con Mariateresa, poi, è quello di portare il tema della “compresenza” (che lei ha ripreso da Aldo Capitini per parlare della mistica) nel discorso ecologico. Più di tutto mi ha fornito un termine preciso per mostrare, quando parlo di ecologia, le presenze che già sentivo essere parte importante in riferimento a questo tema, ma a cui non sapevo come alludere. Grazie ai suoi racconti sulla mistica delle donne contadine in Brasile, ho potuto percorrere un passaggio dall’ambito della politica tra donne a quello del legame con un territorio. Voglio portare un esempio: nella difesa del campo appartenente alla mia famiglia dall’invito alla lottizzazione da parte del comune, rientrano non solo la mia contrarietà verso la progressiva cementificazione e urbanizzazione delle aree ancora verdi e la costruzione di nuove strade sebbene non necessaria, ma anche il tenere conto degli elementi invisibili che costituiscono questo campo. Penso ai piccoli insetti e animali che vivono nel suolo, agli uccelli che vi hanno nidificato e torneranno a primavera, ma anche al sapere concreto delle persone che vi hanno lavorato, al nutrimento che i frutti ci hanno dato, alla amicizia tra noi e i ciliegi, ai gatti e cani che hanno corso e giocato in questo campo mappandone il territorio.  I ricordi, le conoscenze tramandate, l’intreccio di storie di un luogo hanno generato esperienza significativa di apprendimento condiviso nella reciprocità, per cui non esiste il campo in sé, slegato da queste storie. Questi elementi, che possono essere consapevoli o inconsci, sono protagonisti delle nostre relazioni con la terra e si fanno sentire forte quando dobbiamo difenderla. Ecco come la “compresenza”, cioè la presenza di più soggetti viventi, non viventi, non più viventi o non ancora viventi, è qualcosa di significativo e attinente al discorso sull’ecologia.

Chiara Zamboni

Continuo a pensare alla pratica delle donne contadine del Sud del Brasile, che Mariateresa ci ha presentato nell’intervista e che porta un nome speciale, strano per un contesto dichiaratamente politico come il loro: la mistica.

È una pratica che mi sembra tutta da pensare in una prospettiva ecologista femminista. Innanzitutto, è costituita da legami viventi e vissuti tra le donne e la Terra. Agli incontri della mistica queste donne portano con sé il meglio di quello che hanno avuto coltivando i loro pezzi di terra. Lo fanno vedere e si scambiano conoscenze, scacchi, intenzioni. Gli ortaggi, i frutti, e la conoscenza di quel che è essenziale per il terreno sono dunque parte costitutiva dell’azione politica della mistica. Le coltivazioni servono sì per il sostentamento della famiglia, ma rappresentano anche il risultato dell’intreccio tra la fertilità della terra e il loro personale lavoro. Lo scambio delle sementi, che si rigenerano e che loro conoscono per esperienza, non è un gesto genericamente politico contro le grandi multinazionali, che impongono sementi che non si rigenerano. Le loro sono sementi che resistono ai cambiamenti del clima, e quindi le considerano anche da questo punto di vista migliori.

In più è una pratica esplicitamente iniziata dalle donne in relazione politica tra loro. La possiamo considerare femminista – anche se non adoperano abitualmente questo termine – perché riguarda una scelta di autonomia e di libertà.

Ma perché questo nome apparentemente fuori posto, “mistica”, e in che modo rimanda al sacro? In realtà queste donne non portano mai una spiegazione. Piuttosto, come in ogni esperienza rituale, occorre parteciparvi in prima persona per comprendere la speciale qualità trascendente dell’esperienza concreta e collettiva che implicitamente suggeriscono. La dimensione sacra è solo accennata dal nome – appunto – che hanno scelto per questa esperienza relazionale.

Mi sembra che la presenza reciproca alla Terra e alle altre venga rinforzata dalla pratica, che hanno, di iniziare un incontro ricordando le donne assenti che sono state essenziali per loro. Donne di autorità che hanno fatto sì, con la loro vita, che quell’incontro sia in quel momento possibile. Sono donne conosciute un tempo, partecipi del loro movimento, o donne mai viste ma importanti pur nella loro assenza, come può essere ad esempio Rosa Luxemburg, che a volte viene concretamente nominata. Un’intera genealogia di donne assenti, che sono state vicine o molto lontane anche nel tempo. Il nominarle le chiama ad una presenza lì, pur nell’assenza. E non c’è niente di più forte, io credo, che nominare chi non c’è, ma c’era, per dare presenza a chi è lì con le altre e far sentire il movimento del tempo.

Bibliografia

Caterina Diotto, Mariateresa Muraca, Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni, Intervista ad Antonietta Potente, “Per amore del mondo”, n. 18, 2022.

Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2022.

Philippe Descola, Oltre natura e cultura, Cortina editore, Milano, 2021.

Diotima, L’irrinunciabile. Alla radice dei bisogni, Mimesis, 2023.

Mariateresa Muraca, Come un seme nella terra. La mistica del Movimento di Donne Contadine del Brasile, “Per amore del mondo”, n. 15, 2017-2018.

Mariateresa Muraca, Educazione e movimenti sociali. Un’etnografia collaborativa con il Movimento di Donne Contadine a Santa Catarina (Brasile),Mimesis, Sesto San Giovanni (Mi), 2019.

Mariateresa Muraca, L’altra intercultura. Visioni e pratiche politico-pedagogiche da Abya Yala al mondo, PensaMultimedia, Lecce, 2022.


[1] Lia Cigarini, La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes, Nocera Inferiore 2022.

[2] Mariateresa Muraca, Educazione e movimenti sociali. Un’etnografia collaborativa con il movimento delle donne contadine a Santa Catarina (Brasile), Mimesis, Milano 2019, p. 151.

[3] Arne Næss, Siamo l’aria che respiriamo. Saggi di ecologia profonda, Piano B, Prato 2021.

[4] Si veda la rubrica “Femminismo ed Ecologia” nella rivista di Diotima Per Amore del Mondo n. 18/2022.

[5] In alcune parti di questo breve testo mi sono lasciata guidare dalle riflessioni di Lucia Vantini nella sua conferenza “La coscienza della transizione ecologica” tenuta all’Università di Verona il 27 febbraio 2023.

[6] Cfr. Mariateresa Muraca, Educazione e movimenti sociali. Un’etnografia collaborativa con il Movimento di Donne Contadine a Santa Catarina (Brasile), Mimesis, Milano 2019, p. 27.

[7] Si veda anche Rachel Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano 2021 e Laura Conti, Che cos’è l’ecologia, Mazzotta, Milano 1977.