diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 6 - 2007

Per Angela

Il reale risuona di un’intima estraneità. Angela Putino commenta Simone Weil

Quando ho visto in dicembre in libreria Simone Weil. Un’intima estraneità[1] (Città Aperta, 2006) l’ho comperato subito e alla sera ho telefonato ad Angela Putino, che ne aveva tante volte annunciato l’uscita. Ci stava lavorando da tempo e con quei dattiloscritti aveva attraversato la malattia grave che l’aveva tenuta tra la vita e la morte. Mi sembrava un bel libro, le avevo detto, da centellinare frase per frase. L’avrei messo nello zaino e poi in autobus, in un bar prendendo qualcosa, a casa, qui e là me lo sarei aperto per leggerlo. Ero contenta, le dicevo, perché era un libro che coniugava tre grandi passioni comuni: Simone Weil, la matematica, Lacan. Volevo farne una recensione. La sentivo sorridere nel tono della voce. E ora che Angela è morta è molto più difficile scrivere la recensione che avevo promesso. Ed è vero però che scriverla è continuare un filo con lei. Inizio dunque dal grande spazio che Angela dedica alla matematica per capire il percorso inventivo di Simone Weil. In genere si leggono i Quaderni di Simone Weil isolando le parti che dedica alla matematica: annotazioni sulla geometria, sulla teoria delle funzioni, sulla insiemistica e il sistema dei transfiniti. Le si mette tra parentesi mentalmente e si passa alle parti più filosofiche. Nel libro Angela si comporta in modo opposto. Parte proprio dalla presenza della matematica per capire a fondo le posizioni filosofiche della Weil. Simone Weil conosceva molto bene il dibattito sulla matematica del suo tempo. Nel 1937 aveva partecipato al primo congresso del gruppo di ricerca matematica più importante allora in Francia –il gruppo Bourbaki. E questo perché suo fratello André Weil ne era uno dei fondatori. Tra sorella e fratello c’era un forte rapporto riguardo molti aspetti come l’amore per la cultura orientale, a cui André aveva introdotto la sorella, ma soprattutto la matematica, nella quale André eccelleva fin da ragazzo. Anche sulla matematica, come su altre questioni si scontravano, ma si fidavano l’uno dell’altro. Nella storia della matematica del Novecento il gruppo Bourbaki è stato importante per aver lavorato a strutture formali, in particolare nel campo della teoria delle funzioni e dei sistemi infinitari in particolare topologici, che sono legati alla teoria delle funzioni. Così attenti ai processi di formalizzazione, che Simone Weil prendeva in giro il fratello come dedito a bizantinismi. A Simone la matematica interessava come via per dare una forma al sovrannaturale. Come strada per cogliere il rapporto tra realtà e l’impossibile della realtà a partire da quel particolare sistema di pensiero che la matematica rappresenta. Quindi un rapporto con questa scienza mai fine a se stesso, dove la matematica non viene intesa come sistema convenzionale di segni, in senso nominalistico, ma implicata sempre nel movimento del mondo e orientata al reale. Ed Angela Putino la riprende esattamente a partire da questa prospettiva weiliana. Il campo privilegiato da cui parte è quello della matematica infinitaria, quella in particolare elaborata da Cantor. Non era l’unico modo per vedere come Simone Weil si riferisse alla matematica per cogliere il modo di darsi del reale. Ad esempio avrebbe potuto partire dal numero che Simone Weil adopera come mediatore tra l’uno e l’illimitato, in particolare in La Grecia e le intuizioni precristiane[2], dove per lei l’uno è Dio ed è lui a limitare. Oppure a partire dalla funzione come possibilità di relazione a variazione precisa[3]. Essa permette la relazione tra piani diversi della realtà, a cui la Weil era particolarmente attenta. Angela invece privilegia la matematica infinitaria dei numeri transfiniti di Cantor. Perché? Quello che le interessa è porre al centro della riflessione l’infinito attuale. L’infinito attuale può essere pensato come un segmento limitato nel suo inizio e nella sua fine, che può essere diviso all’infinito e dove una sua parte infinitamente piccola è ancora divisibile all’infinito. La sua bellezza sta nel fatto che è un infinito tutto dato, attuale, che contemporaneamente accetta dei limiti ben precisi. Il segmento divisibile all’infinito inizia e finisce infatti in punti definiti. Per Simone Weil era fondamentale questa accettazione del limite nell’essere infinito. Le permetteva di ragionare su qualche cosa che si apriva infinitamente, ma in modo esatto e rigoroso – segno di una dimensione sovrannaturale -, a differenza dell’infinito senza limiti, apeiron, o illimitato, che risulta essere la cifra del mondo che viviamo, con i suoi desideri indefiniti, con ansie e comportamenti sproporzionati. In particolare, secondo Angela, la Weil era interessata alla matematica transfinita di Cantor, perché Cantor aveva lavorato alla serie degli insiemi infiniti, che hanno la caratteristica di essere infiniti attuali. Essi stanno in successione tra loro creando una nuova serie. Ora la successione degli infiniti attuali parte da un primo infinito che è chiamato “aleph con 0”, cioè un primo insieme infinito attuale che non è niente, non ha nessun contenuto. È una posizione vuota. Angela sostiene che Simone Weil doveva per forza di cose essere interessata a questo primo insieme infinito attuale, che è un niente, perché più volte parla, sul piano filosofico e religioso, di quell’infinitamente piccolo, che è un niente e che apre dall’interno la necessità stessa del mondo che viviamo. Dio l’ha collocato di nascosto in questo mondo e poi se n’è andato.

Per Angela è molto importante che Simone Weil arrivi all’infinito attuale che è “aleph con 0” attraverso la teoria cantoriana del transfinito, cioè attraverso un sistema matematico, per un motivo preciso da un punto di vista filosofico. Il fatto è che altrimenti si potrebbe parlare in termini generici e un po’ romantici di un infinito attuale assoluto, che noi cercheremmo nelle nostre vite semplicemente per rendere un po’ meno mediocre la nostra esistenza. L’infinito attuale sarebbe allora sciolto da legami, senza limiti, e in un certo senso riportabile all’illimitato. Invece nella Weil viene guadagnato attraverso un sistema rigoroso di segni matematici. È questo che interessa molto ad Angela: mostrare che l’infinito attuale è postsimbolico, ovvero vi si arriva nel percorso di un attraversamento del simbolico. Angela insiste: non va mai pensato come presimbolico. A me sembra effettivamente questo un punto centrale del pensiero di Simone Weil e giustamente Angela lo mette in evidenza: è possibile accedere a quell’infinitamente piccolo, a quel niente che apre dall’interno i contesti in cui siamo, attraversando i contesti stessi, patendoli con le loro regole, con i loro linguaggi, i loro segni. È solo attraverso il linguaggio, che è la più grande possibilità e il più grande limite che abbiamo, che noi possiamo arrivare a concepire, a cogliere rigorosamente ciò che va oltre il linguaggio, e che solo il linguaggio ci fa presentire accennandovi. Altrimenti questo oltre è qualcosa di immediato, generico, fumoso. E da qui si coglie un primo passo per capire il titolo dato al libro: un’intima estraneità. Quell’infinitamente piccolo, quel niente che apre l’intreccio di legami che viviamo, facendoci presentire altro, è estraneo a tale intreccio, ma lo possiamo cogliere solo dall’interno di tale intreccio. Per questo ci è estraneo e intimo allo stesso tempo. Mi sembra molto bello che Angela Putino insista sulla caratteristica di infinito attuale, come qualcosa che è niente e attuale al medesimo tempo. E su questo ragiona molto più di quanto non faccia Simone Weil. Il granello di luce, che è tutto dato, non ha potenzialità latenti, lati oscuri e velati, per i quali possiamo arrogarci il potere di svelarlo. Per il fatto che è tutto attuale possiamo solo fargli spazio nel simbolico, non pretendendo di portarlo da una condizione latente – presimbolica – ad una manifesta. La sua esistenza è già perfettamente presente, solo che è pochissimo visibile. Tutti, afferma la Weil, ne hanno la percezione, come minimo nei momenti in cui sono attratti dalla bellezza. Solo alcuni però si adoperano perché quel punto di attrazione abbia più spazio. – La psicanalisi è un’altra strada seguita da Angela Putino per avvicinarsi a Simone Weil. Certo Freud per il concetto di pulsione, ma soprattutto Lacan. Gli scritti di Lacan rappresentano per Angela una chiave per aprire e ragionare sulla concezione di reale di Simone Weil distinta da quella di realtà. Iniziamo dalla realtà. La realtà è quella che è descritta dai linguaggi dominanti. Essi indicano sempre che cosa sia la realtà e dunque cosa prendere in considerazione del mondo che ci circonda, tralasciando il resto. Ma se vediamo il dispositivo epistemico anche dalla sponda opposta, allora sono i linguaggi dominanti che hanno bisogno e sono sostenuti dal concetto di realtà, che rappresenta il fondamento per la loro possibilità di parlare di qualcosa.

Tra simbolico dato e realtà c’è in questo senso una complementarità. Il paradigma è speculare e perciò chiuso dai due poli, che si riflettono tra di loro. Lacan direbbe: è ponendo se stesso, autoaffermandosi, che il simbolico pone la realtà, di cui esso ha necessità. Ma c’è qualcosa che sta ai limiti del simbolico e che non è simbolizzabile nei linguaggi dominanti. Simone Weil lo chiama granello di luce, attimi di verità, di giustizia, di divino. Lacan gli dà ben altri nomi: morte, orrore del non rappresentabile. Comunque, nonostante la tonalità completamente diversa delle immagini adoperate, sono momenti che non si possono simbolizzare. Impossibili al linguaggio dominante. Sono essi ad essere dell’ordine del reale. Angela non si ferma alla diversità delle tonalità adoperate da Weil e Lacan. Vede soprattutto l’elemento di svelamento della realtà che l’esperienza del reale riesce a darci. Con le parole di Weil: noi viviamo la realtà guidati da leggi di necessità dove la forza dà la misura. E viviamo come immersi in una specie di sogno rappresentato dalla forza. Gli attimi di verità e di giustizia che sperimentiamo ci pongono di fronte al mondo retto dalla forza, facendoci uscire dal sogno, cioè dall’incantamento che ci fa credere che questa sia l’unica realtà. L’esperienza del reale, sotto il cui segno si pongono gli attimi di verità e di giustizia, è l’esperienza di un niente che però ci dà uno sguardo disincantato sulla realtà che viviamo come sogno. Ce la fa vedere frammentata com’è e non presa dalla rete di un unico significato dominante. Ce la fa vedere nella sua insensatezza e nei suoi molteplici orientamenti. Meglio, semplicemente, ce la fa vedere. Come il bambino della fiaba di Andersen che mostra che il re è nudo, pur rimanendo sempre il re, ma ormai privo di quell’in più che l’immaginazione dona al potere. È da Lacan che Angela prende il termine di extimité, che traduce con estranea intimità per dire l’esperienza di una verità, che ci sorprende “luccicando”, come direbbe Lacan, ai limiti del simbolico. Questo luccichio ha a che fare con l’inconscio, anche se questo è un termine che Angela preferisce adoperare pochissimo pur rifacendosi a Lacan e Freud. Preferisce chiamarlo impersonale, usando il termine filosofico adoperato da Weil. Angela pone un’equivalenza tra l’“impersonale” e l’es della psicoanalisi freudiana. Riprende il commento di Lacan alla frase di Freud “Dove era es, deve (soll) diventare l’io” e scrive: «Il punto dell’es. Il punto di fuga dell’es. L’impersonale in Weil. (…) [La parola dell’es]: parola inappropriabile e perciò in comune. Parola della comunità senza garanzie ed eternamente solcata nei testi e nelle tradizioni da un modo straniero e intimo (…): essa è accesso ad una sconcertante sorpresa, a un intempestivo fluire di un’estraneità non addomesticabile, a un accadere che è intimo a quei luoghi e pure non contenuto nelle molte letture che li hanno scavati» (pag.152). In altre parole al centro della soggettività c’è qualcosa di totalmente impersonale. E l’andare a fondo della verità soggettiva ci fa accedere all’impersonale, che non è soggettivo. Che ha a che fare con la comunità. Si tratta di una situazione simile a quella Weil stessa descrive. Cito dalla Weil: «Come gli indù hanno visto, la grande difficoltà per cercare Dio è che lo portiamo al centro di noi stessi. Come andare verso di me? Ogni passo che compio mi conduce fuori di me. È per questo che non si può cercare Dio. Il solo procedimento è di uscire da sé e di contemplarsi dall’esterno. Allora dal di fuori, si vede al centro di sé Dio tale qual è. Uscire da sé è la rinuncia totale ad essere qualcuno, il consenso completo ad essere qualcosa»[4].

Ho riportato questo passo di Simone Weil, perché mi sembra un buon esempio di un’estranea intimità: quanto più si va verso di sé, tanto più questo implica un uscire da sé. È allora che ci si vede in una luce di verità, nell’ordine del reale. È la via per la quale l’inoltrarsi nella soggettività conduce all’impersonale. Non tanto o non semplicemente alla condizione di “stranieri a se stessi” come la formula cara a Julia Kristeva suggerirebbe, quanto ad una sperimentazione all’accesso del tutto singolare che ognuno di noi ha con l’inconscio. E l’inconscio ha un legame segreto con la comunità. Con l’impersonale. Non è mai il “mio” inconscio. Nell’accostare Simone Weil a Lacan, Angela si spinge a sostenere che Lacan ha un debito nei confronti della Weil, di cui conosceva i testi e che cita nel Libro V dei seminari. Ma quel che è più interessante vedere è come la sua conoscenza di Lacan le permetta di articolare meglio certe questioni della Weil. Lo stesso desiderio di niente, che è un tema weiliano, viene fatto risuonare in tutte le sue implicazioni attraverso il desiderio di niente proprio di Lacan. E l’effetto dal punto di vista del pensiero è simile. Ad esempio il desiderio di niente, di infinito, è circolarmente effetto di quel niente, di quell’infinito che è in gioco nelle nostre vite. Non avremmo desiderio di niente se quel niente non ci attraesse.

Perciò tale desiderio è già dimostrazione dell’esistenza di quell’infinitamente piccolo che ci attrae. Su questi temi – desiderio di niente, reale e realtà in Weil e Lacan – era intervenuta anche Hadwig Müller con un libro notevole, purtroppo non pubblicato in Italia[5]. Molto più fine tuttavia è l’attenzione di Angela ad articolare un niente, i niente, come singolarità molteplici che si guadagnano attraversando il simbolico. Postsimbolici. Ogni singolare niente è un infinito attuale, che in un determinato contesto brilla di un particolare fulgore. È in questo senso che è incarnato nel contesto. Si tratta di una idea di incarnazione molto diversa da un Uno che si incarna nel molteplice. Qui si parte direttamente dai molteplici fulgori che possiamo scoprire ad esempio in un evento, o in una certa costruzione architettonica, o in un popolo in un suo momento particolare, e così via. Infiniti attuali che non possiamo imitare ripetendoli, ma possiamo cogliere là dove avvengono sempre di nuovo. Fragili, perciò perdibili. E la loro bellezza sta anche nella loro fragilità. Stando prossima al niente, è molto facile scivolare nel nichilismo. Angela lo evita criticando proprio quel nichilismo triste che fa di ogni mancanza un non essere e di ogni presenza l’essere. Vuole sottrarre i niente molteplici – gli infiniti – a questa riduzione ontologica all’essere a al non essere. Angela prende dalla psicoanalisi anche la teoria delle pulsioni, come è stata presentata da Freud e poi articolata da Lacan a partire dal seminario IV. L’adopera in modo molto originale per leggere un altro concetto fondamentale di Simone Weil, quello di sventura. Putino interpreta il concetto di sventura come l’affidarsi senza consapevolezza alle leggi della forza, non solo subendole, ma avendo un oscuro guadagno dalla propria posizione di dominato. Che guadagno? È qui che entra in scena la teoria delle pulsioni. Sono pulsioni quelle che possiamo vedere in atto – secondo Angela – in quell’infinito indeterminato, illimitato, fondo oscuro, che Simone Weil, richiamandosi ad Anassimandro, chiama apeiron. Alla lettera “senza limiti”. Per una mossa inconscia di rimozione le pulsioni orientate all’oggetto arcaico e fondamentale vengono vissute da noi come pulsioni libere, senza oggetto.

Rimuoviamo l’oggetto e dunque le pulsioni ci si presentano come un brulicare senza orientamento, indeterminato, illimitato, inquietante. Essendo senza oggetto, a loro volta ci desoggettivizzano, dato che c’è complementarità tra soggetto e oggetto. Per questo ci fanno paura. Costituiscono quel brulicare indeterminato dell’apeiron che ci fa orrore perché fondamentalmente mette in questione la nostra soggettività. Per questo ci affidiamo facilmente alle ideologie totalitarie e alle posizioni di forza: esse governano questo brulicare dandogli una forma. In altre parole ci permettono di trovare una unità e una soggettività riconosciuta socialmente. L’angoscia di fronte alla indeterminatezza del formicolare delle pulsioni ci spinge verso narrazioni ideologiche, compatte, senza smagliature nella rete del senso. Esse ci permettono di essere inclusi in insiemi omogenei e sensati, descritti da leggi unitarie, che tagliano e rigettano quel lato oscuro dell’esperienza pulsionale, che resta estraneo all’opposizione inclusione/esclusione. È questa per Angela la condizione della sventura: accettare questa inclusione per desiderio di un senso, di una soggettivazione. E senza rendersene conto. Tanto che per lei l’uscita da questa condizione sta nella mossa del prendere consapevolezza di questo meccanismo in cui si è impigliati. Questo è possibile attraverso un pensiero mosso dal reale, dall’accadere di un infinitamente piccolo nel meccanismo di inclusione/esclusione, piccolo granello di niente che, imprevisto nel dispositivo del simbolico dato, ci fa da leva per vedere quel che avviene. E questo stesso vedere ci modifica. – Pur essendo un testo molto teorico – questo di Angela – tuttavia c’è da parte sua una grande consapevolezza di una serie di questioni tutte aperte nel dibattito contemporaneo per precisi motivi politici.

È vero infatti che parla di sventura, interpretando i testi di Weil sulla condizione operaia, sulla Germania totalitaria, tuttavia la risonanza va al dibattito contemporaneo sui meccanismi del potere che offrono processi di soggettivazione. Penso al dibattito dopo Foucault su queste questioni. Ad esempio a quel che scrive Judith Butler sulla soggettivazione come processo di assoggettamento in La vita psichica del potere. Ma al potere e alla forza, che pure sono effettivi, Angela Putino contrappone qui l’accadere dell’infinitamente piccolo, dell’infinito attuale con una nettezza e una determinazione estranea ai suoi testi precedenti su questi stessi argomenti. Contrappone cioè qualcosa che è di un ordine diverso dalla forza del potere. Così anche entra in merito direttamente sulla questione della differenza delle donne come un nodo certo teorico, ma anche fortemente politico. E lo fa a partire anche qui dal concetto di sventura. Le donne, per Angela, sono nella condizione della sventura per il fatto che la loro esperienza più intima è insignificante nel simbolico dominante. Vivono una condizione di miseria simbolica nella misura in cui il loro desiderio è quello dell’inclusione nei codici sociali. Quel che fanno e sono è insignificante nei limiti del simbolico dominanante. Sono dunque – per Angela – senza significazione propria. Presenti per il lato incluso e per altro assenti al simbolico. La loro verità è muta, afasica, senza parole. Più che descriverle come eccedenti o appartenenti al “fuori” del simbolico dominante, sono per Angela in una condizione che sta a lato della distinzione soggetto-oggetto. Per descrivere questa situazione femminile lei adopera il termine “abietto” che Kristeva ha introdotto in Poteri dell’orrore. Abietto è qualcosa che è rigettato inconsapevolmente. Molto diverso dunque da una semplice esclusione rispetto all’essere incluse nel simbolico dominante. L’esclusione infatti può essere sempre ricontrattata rispetto ai confini di ciò che è incluso e includibile. Si pensi oggi alla contrattazione sui diritti dei migranti che ha come modello quello dell’allargamento dell’area dei diritti e dunque dell’inclusione, limitando l’esclusione. Le donne stesse possono ricontrattare i diritti di inclusione – più presenza in parlamento ad esempio. Ma per Angela Putino sono si tratta di questo: tutto ciò che è rigettato è abietto, insignificante, senza decifrazione possibile. Muto. Ciò che la differenzia da Kristeva è che mentre per Kristeva l’abietto si colloca in un presimbolico, in un legame arcaico con il materno prima dell’entrata nel simbolico, per Angela invece la condizione di sventura delle donne è totalmente simbolica e può diventare rivoluzionaria con un passaggio postsimbolico. Infatti l’infinitamente attuale può essere colto nella sua singolare incarnazione. La cosa non va da sé, ma attraverso una discesa nel dolore. Così le donne possono aprire l’accesso all’infinito attuale – al granello di verità e di giustizia – solo attraversando la loro particolare incarnazione, subendo consapevolmente la sventura, cioè la loro condizione di insignificanti nel simbolico dominante. La loro miseria simbolica. È in questo modo che possono fare da ponte all’infinito attuale, ai momenti di verità intensa. Invece di ricercare l’inclusione che le renderebbe soggettività perfettamente contabili nell’insieme che include anche gli uomini, Angela invita a restare in una condizione “abietta”, di singolarità molteplici non incluse in un insieme definibile, non comprese in una numerabilità di una più una più una. Per Angela subire passivamente e attraversare consapevolmente questa condizione può far sì che le donne facciano da ponte all’infinito attuale e cioè alla consapevolezza del reale. Della verità. Se prendono questa condizione della sventura come punto simbolico di leva, come condizione di movimento, il loro essere abiette le pone più vicine alla verità. Al reale.

Mantengono la loro capacità rivoluzionaria. Con questo libro Angela continua la sua polemica già aperta con Amiche mie isteriche (1998), dove criticava il pensiero della differenza sessuale quando le sembrava che delineasse un campo di appartenenza, un terreno proprio, senza lasciarsi contaminare e trasformare dal reale. E apre anche una polemica nei confronti di tutte le forme politiche dell’inclusione che molte donne propongono e contrattano seguendo la logica del massimo dei diritti. Non posso dimenticare il testo molto bello che Angela ha presentato al grande seminario di Diotima nell’ottobre 2006, dove parlava di rivoluzione femminista. Una rivoluzione che per lei poteva prendere nuove strade inventive e di verità. Mi sembra che con questo libro lei indichi la trama attuale della rivoluzione femminista, che le stava a cuore. – Vorrei concludere portando l’attenzione sullo stile di scrittura di questo libro. Uno stile fortemente teorico. E si sa che lo stile è il modo di rivelarsi di chi scrive ed ha sempre a che fare con le scelte di contenuto del testo. In un certo modo Angela rivela lo stile e lo tematizza quando parla della verità come amica del pensiero astratto. Per Angela la verità non è un contenuto concreto. Può essere guadagnata in tante pratiche diverse. E sembra che stia raccontando di sé quando parla di una verità che si coglie a partire da una pagina schematica, da degli appunti, da qualche formula. Perché la verità – e qui cito direttamente – «è amica del pensiero astratto. E si può viaggiare con lei come verso il regno dei morti, con poche parole, quelle che Simone Weil amava, e che venivano deposte sul petto del defunto. (…) Sono le parole del passaggio»[6]. Dunque questa verità permette passaggi. Non tanto, a me sembra, ad un altro mondo, ma ad un modo diverso di stare in questo stesso mondo. Certo ad Angela non interessa ridurre tutto ad astrazione perdendo il rapporto con la realtà. Anzi, per lei l’astrazione è data piuttosto dallo scarto contemplativo, dall’ «acuirsi delle dimensioni inventive entro cui si insinua l’estaticità»[7]. Così riesce a dare degli affondo della realtà, coglierne aspetti altrimenti invisibili. Occorre invenzione creativa per restituirci la singolarità. Strada molto diversa dal ridurre il discorso al concreto, sottostando alla sua ideologia che è effetto di una diffidenza nei confronti del pensiero, della libertà e del movimento di trasformazione. La riduzione ideologica al concreto finisce per essere dettata da un nichilismo triste, che si impedisce qualsiasi invenzione e qualsiasi contemplazione estatica, tracciando le linee di un mondo chiuso su se stesso e allo stesso tempo sordamente violento. L’amore per il reale è molto diverso dal realismo dei fatti. La qualità estatica del pensiero di Angela tesse una scrittura in cui i singoli passaggi hanno risonanza poetica.

Quello che lei attribuisce a Simone Weil – di avere un pensiero poetico – lo si può ridire anche di questo suo libro.

 

 

 

 

 

 

 

[1]              Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, Città aperta, Enna 2006.

[2]              Cfr. Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, trad. it. di Margherita Harwell Pieracci e Cristina Campo, Borla, Roma 1984, pag. 222.

[3]              Cfr. ivi, pag. 216.

[4]              Simone Weil, La conaissance surnaturelle, Gallimard, Paris 1950, pag. 233.

 

[5]              Cfr. Hadwig Müller, Die Lehre vom Umbewußten und der Glaube an Gott. Ein Gespräch zwischen Psychoanalyse und Glauben. Jacques Lacan und Simone Weil, Patmos, Düsseldorf 1983.

[6]              Angela Putino, Simone Weil. Un’estranea intimità, cit., pp. 109 – 110.

[7]                                                                                                                                                           Cfr. ivi, pag. 45 [7]