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per amore del mondo Numero 8 - 2009

Il Punto di Leva

Il punto di leva

 

E così pure il miracolo, lo si chiede e lo si ottiene, poiché la continuità possiede interstizi che non la interrompono, il miracolo è la nota che sta tra due note musicali, è il numero che sta tra il numero uno e il numero due. E’ solo questione di avere bisogno e si ha.”      (Clarice Lispector)
 
“non è per nulla superstizioso, anzi è realistico cercare quel che non si può né prevedere né predire, esser pronti ad accogliere, aspettarsi, dei ‘miracoli’ nel campo politico. E quanto più la bilancia pende verso la catastrofe, tanto più l’atto compiuto in libertà appare miracoloso; la salvezza, infatti, non è affatto automatica: automatico è il processo che conduce alla catastrofe, e che deve quindi sembrare in ogni caso inarrestabile.” (Hannah Arendt)

 

Il peso del mondo non è lieve e ci sono tempi nei quali si fa fortemente sentire: allora pare appesantirsi e si può sentirlo calare sul cuore, abbattendoci a terra, al punto che sembra minacciare di schiacciare ogni nostra possibilità di movimento e di cambiamento.

“Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo!” diceva Archimede.

Sì, ma c’è poi un punto d’appoggio? E qual è il punto di leva?

Dove applicare le forze per sollevarci e per  il sollevamento, o almeno il sollievo, del mondo?

In quale punto fare leva nella nostra vita, nel quotidiano agire, come nella pratica di quella politica che ha anche tra i suoi nomi l’amore del mondo?

Questa è stata la domanda che ci siamo fatte e abbiamo proposto ad altre.

Quelle che seguono sono alcune risposte: alcune delle riposte che si possono dare perché le risposte possono essere tante, fortunatamente tantissime e se non infinite certo più di quante si possano numerare, prevedere, persino immaginare. Questo è il punto, e il primo punto di leva.

Non che ci sia sempre, questo no. O almeno non nel senso che tutto sia possibile, che ogni cosa sia in nostro potere di cambiarla. Ci sono le cose che non si possono cambiare in quanto da esse non si può prescindere. C’è la necessità, naturalmente, quella della nostra condizione, come la mortalità, la differenza, la singolarità, la finitezza, la corporeità, o ancora la malattia, il tempo, l’ordine ineluttabile delle cose, quel che non può mai dipendere da noi ma sempre dipende da altro, da altri, il dato. Da quelle condizioni si può prescindere solo fantasticamente, nell’immaginazione, e questo può avere effetti reali, sì, ma sovente pericolosi e a volte nefasti, comunque a prezzo di una perdita di realtà. E’ l’amaro insegnamento della storia politica del secolo scorso, ma è anche più ordinariamente quel che testimonia il sapore amaro in bocca di quando capita di risvegliarsi dalla vita come sognata dove impercettibilmente, quanto inesorabilmente, si scivola quando acconsentiamo a dimenticare qualcuna di quelle condizioni che è dato ignorare, ma che non ci ignorano.

Al fondo, propriamente, sono queste condizioni imprescindibili il punto d’appoggio per fare leva quando vengano realisticamente assunte. Nel senso che la libera assunzione di tali condizioni libera altro: la libertà stessa, innanzitutto, che necessariamente si lega al riconoscimento di quella necessità, ma anche libera il movimento di ciò che sul perno di quelle condizioni può incardinarsi e far aprire una porta.

Perché una porta si possa aprire occorre che ci sia un cardine, perché qualcosa si muova occorre che qualcosa stia fermo, per fare leva che ci sia un punto d’appoggio.

Certo, si potrebbe obiettare, ma bisogna che una porta ci sia e non solo un muro[1].

Giusto, e ce ne sono di duri muri. E di teste spaccate sui muri, che siano questi innalzati immobili dalla forza della necessità o tirati su a far da costrizione con il contingente uso della mera forza.  Il dolore può venire dalla durezza della necessità o dalla sventura della costrizione e della violenza e dolore resta, ma le due circostanze si differenziano per ciò che concerne il senso del patire e il suo innescare quel movente dell’agire che è l’obiezione al dolore e il levarsi del sentimento dell’ingiustizia, da sempre potenti punti di leva.

Qui la domanda Unde malum?, per quanto non nell’accezione tradizionale, assume un valore discriminante: diverso è stare sotto il giogo della necessità e sotto un giogo imposto dalla forza contingente, per quanto brutalmente reale. E la forza ha sempre cura di ammantarsi della necessità, dell’armatura catafratta di ciò che è e non può essere altrimenti. Il vecchio motto stoico raccomandava di distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, solo che poi andava a finire che ben poco da noi dipendeva per via della forza della necessità. Ma spesso quel che capita è invece che si tratta della mera forza che si vuole necessaria. Col che la raccomandazione stoica si fa ancor più raccomandabile.

Tanto più che l’odierno intricarsi di libertà e necessità è reso ancor più arduo da discernere in un presente dove sembra che tutto dipenda da noi e insieme niente dipenda noi.

L’ideologia corrente prospetta la più grande libertà di scegliere, esalta e anzi ordina la scelta, c’è una sorta di tirannia della scelta, come la ha definita Renata Salecl, che produce un’ansia crescente[2]. Si potrebbe forse anche accoglierla come sentimento che riporta a quell’angoscia che Kierkegaard avvertiva sempre legata alla umana condizione della libertà, ma c’è da dubitare che di ciò davvero si tratti. Più che di un sentimento del possibile quel sentire angoscioso sembra dibattersi tra i poli opposti del senso di onnipotenza e del senso di totale impotenza.

Sentimenti contraddittori che addirittura possono mettere nel blocco di un double bind: sono libera quindi devo assumere la libertà, eppure nulla pare poter cambiare, è uno scegliere ordinato e anzi pre-ordinato, cui fa da controbilanciamento il sentimento di non poter viceversa mutare nulla nella sostanza, altrettanto debilitante: insomma scegli per non scegliere…

Questa specie di paralizzante doppio vincolo è anche la doppia negazione del principio della leva. Che cosa è infatti una leva e come funziona? Fisicamente è una macchina semplice formata da due bracci (potenza e resistenza) solidali che possono ruotare attorno ad un fulcro. La condizione di equilibrio di una leva è che la somma dei due momenti delle forze applicate è zero. Ma ancor più perché una leva si possa dare occorre innanzitutto che ci siano la possibilità del movimento, il legame che consente la rotazione e un fulcro, un punto fermo. Per dirla con le parole di un filosofo affascinato dalle leve: qualcosa deve stare fermo perché qualcos’altro si possa muovere facendovi perno[3]. Come è indispensabile che movimento si possa dare, così lo è che qualcosa si mantenga fermo, se tutto si muove nulla fa da punto d’appoggio e non c’è leva[4].

Quel doppio legame paradossale dice invece contemporaneamente che tutto è immobile negando ogni libertà di muovere, scegliere, agire, esercitare una forza, e che tutto è mobile e modificabile non essendoci nulla di fermo e stabile. Tanto l’idea che tutto sia determinato e inesorabilmente necessitato impedendo la nostra libertà, quanto l’idea di una sovrabbondanza di libertà che prospetta la piena disponibilità della realtà sono parimenti paralizzanti e vanificano ogni azione di leva.

Si tratta di due idee che si sono storicamente combattute in innumerevoli scontri sotto variabili insegne le più recenti delle quali lo hanno fatto dalle speculari posizioni di un medesimo piano di riflessione: quello della costruzione simbolica e sociale della realtà e della soggettività. Da un lato c’è lo specchio abbacinante, ipnotico, infrangibile e perfettamente lucido sul quale appare impossibile incidere o trovare appiglio di leva, dall’altro lato una mera superficie di rifrazione di qualsivoglia cangiante immagine, schermo fantasmagorico di un immaginario fantasmatico che offre ancor meno possibilità di presa sostanziale. Se per un lungo periodo la visione dell’onnipotenza dell’ordine socio-simbolico è stata predominante prendendosi gioco di ogni ingenua pretesa di attraversare lo specchio, come per magia è improvvisamente parso che Alice fosse ormai passata al di là dello specchio ritrovandosi, ovviamente, nel Paese delle Meraviglie.

Davvero un gioco di specchi il cui paralizzante effetto diventa ancor più diabolico quando le due prospettive speculari, come al presente, sembrano vigere entrambe con la loro doppia ingiunzione dove onnipotenza e impotenza si rovesciano l’una nell’altra.

Allora forse c’è un vantaggio nel tornare a pensare nei termini della più semplice potenza, del gioco delle forze e anche di quella macchina semplice che è la leva. E il vantaggio è appunto ciò che fa il fascino delle leve. Sebbene, infatti,  esistano anche leve svantaggiose e indifferenti naturalmente ciò che ha colpito da tempo immemorabile la mente umana sono state le leve vantaggiose, quelle che offrono la possibilità di aumentare l’efficacia della nostra forza, di equilibrare mediante la leva un peso grande e uno piccolo, che consentono di sollevare un grande peso con l’esercizio di una piccola forza.

La nostra storia ha un debito enorme con la leva, non solo dal punto di vista dello sviluppo della tecnica, ma anche da quello della storia della nostra libertà alla quale ha sempre suggerito una potente ispirazione. Simone Weil era letteralmente ossessionata dalla bilancia, simbolo non per caso della giustizia, e particolarmente dall’idea di quella leva che è la bilancia a bracci disuguali[5]: “ ‘Mediante il dharma il debole prescrive ordini al forte’. Come mediante la bilancia a bracci disuguali il grammo prevale sul chilo. Mediante la lettura di questo simbolismo, l’anima cessa di essere schiacciata dalla continua lettura della forza nella materia.”[6].

L’immagine della forza, le icone del potere, l’armatura dell’ordine esistente opprimono l’anima, la debilitano e possono atterrare la sua libertà ancor prima che si levi, schiacciandola sotto il peso dell’immutabilità, dell’inesorabilità, di quel che è non può essere altrimenti. Ma un carico troppo pesante per essere sollevato non è la necessità. E la leva ricorda che un peso per quanto infinitamente grande, se è un  peso, può essere sollevato anche da un peso infinitamente piccolo, con un punto d’appoggio e un braccio proporzionato, dovesse pur essere infinitamente lungo.

E può essere che sia proprio ciò che si impone quando la passione è quella del reale: “il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa” secondo G.H.[7] . Ma certo, però il mondo deve potersi fare un altro mondo[8], la realtà aprirsi a un di più di reale: l’apertura ontologica della realtà è la condizione che dà la dimensione di quella leva infinita.

Se quella è la prospettiva, ciò tuttavia non esaurisce affatto la domanda di Simone Weil scelta per cominciare sulle “azioni che siano come leve verso una maggiore realtà. Qual è il meccanismo?”[9]. Cosa fa da punto d’appoggio? Quale può essere il punto di leva?

Ci sono state donne e uomini che in condizioni di costrizione estrema hanno saputo trovare un punto d’appoggio e un punto di leva, e farsi essi stessi punto di leva.. non solo del possibile, anche dell’impossibile. Aprendo il mondo a un altro mondo che magari nemmeno era quello per cui la leva si applicava. Una infinità di cose la libertà umana ha usato per fare leva, cercando risposte mi sono venute le parole più varie e dissonanti:

 

Il desiderio che non smette di muovere. La speranza che non muore. La necessità quando cagne. La contraddizione che no l’consente. L’amore che muove le montagne. La fede o la fiducia. La bellezza. Il bisogno. Il corpo che non sente ragioni. La follia. La fantasia. Il fare il vuoto. Il toccare il fondo. La rabbia. La vendetta. Sensi indiscutibili. Il bene. La giustizia. Il ricordo. Quello che è stato. Quello che sarà. La felicità. Io. Non in nome mio. L’arroganza. Una illusione. Il dovere. Il piacere. Io voglio. Un errore, un fraintendimento. Un piccolo pezzo di mondo, di cielo, la gallina di Saba. Il reale. La disperazione, non avere niente da perdere. Abbandonare la presa. Il sacrificio. Ogni vena del nostro corpo, come Seneca. L’irrinunciabile. Non muoversi. Dire di no. Dire di sì. La rinuncia all’ordine, alla sintesi. La verità. L’accettare il limite, la necessità, il non sapere. La decisione. La parzialità. Il non poter fare altrimenti. Il sopravvivere. L’andare avanti comunque. Il meno peggio. La costrizione. La risposta di un altro. La relazione con un altro. Un ordine, l’obbedienza. La perseveranza, la cocciutaggine, il perseverare. Il non sentire ragioni. La mia natura. Ricominciare da zero, rinascere. Cupio dissolvi, distruggere. Domani è un altro giorno. Se non si fa non esisterà. Inerzia, essere trascinati contro volontà. Scommessa, salto. Peggio di così non può andare. L’abbandono. La speranza. Ci sarà un giudice a Berlino. Dio lo vuole. Onore. Una promessa. Mia madre, mio padre, figli, altri amati. Responsabilità. Non ci si può tirare indietro. Non lo sapevo quello che facevo. Non so come ho fatto, come sia successo. Non ero io. La grazia. Così sia…

 

… puntini puntini… perché il punto d’appoggio è sempre lì dove siamo, che siamo.

E il punto di leva è imprevedibile come la libertà.

 

 

 

 

 

[1]              La cosa che mi preoccupa è che questa obiezione si sente più volte di quando sia necessario riconoscere che di un muro si tratta.

 

[2]              Renata Salecl ha anticipato che questo sarà il titolo del suo prossimo libro in conferenze pubbliche, ma il tema è già presente nel suo On Anxiety, Routledge, New York 2004. “In the Western world people are not only under the impression that there are endless possibilities to find fulfillment in life, but they are also encouraged to be some kind of self-creators, i.e., they are supposedly free to choose what they want to be. In this highly individualized society, which allegedly gives priority to the individual’s freedoms over submission to group causes, people, however, face an important anxiety provoking dilemma: ‘Who am I for myself?'”.

 

[3]              Si tratta di Ludwig Wittgenstein per il quale si può davvero dire che la leva sia un’immagine cardine.

 

[4]          Come dice un detto inglese è impossibile “to pull oneself up by one’s bootstraps”, tirarsi su coi lacci delle scarpe.

 

[5]              La leva e la bilancia hanno attirato continuamente Simone Weil, prezioso per seguire le piste di queste immagini è l’indice delle figure, immagini e parole curato da Maria Concetta Sala in appendice al vol.IV dei Quaderni. Al tema è dedicato: Peter Winch, Simone Weil. “La giusta bilancia” , Palomar, Bari 1995.

 

[6]              Simone Weil, Quaderni, vol.IV, tr.di G.Gaeta, Adelphi, Milano 1993, p.366.

 

[7]              Clarice Lispector, La passione secondo G.H., tr.di Adelia Aletti, La Rosa, Torino 1982, p.5.

 

[8]              Ricordo il titolo del secondo libro di Diotima, Mettere al mondo il mondo, La tartaruga, Milano 1990, che molto parlava del realismo femminile. Ricordo anche che allora incontrai in Teresa D’Avila quello che ora chiamerei uno straordinaria talento per l’uso della leva: il braccio infinito nel fulcro divino e la determinazione di “fare il poco che dipende da noi”.

 

[9]              Simone Weil, Quaderni I, tr. di G. Gaeta, p. 261.