diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 1 - 2003

Visibile e invisibile

Il lavoro della lettrice

I libri di Diotima più che rispondere interrogano.

Le autrici interrogano la loro esperienza, ciò che risulta loro, cosicché la scrittura arriva alla lettrice come interrogazione che la mette in causa, la chiama non alla ripetizione ma alla domanda su di sé.

Parlarne quindi è una sorta di esercizio su di sé che non ha niente di scontato, nemmeno il dove andrà (andrò) a finire. Ovvio quindi che non dirò di tutti e 12 i saggi che compongono Approfittare dell’assenza, ma solo di quelli che più mi hanno costretto a questo esercizio. Il libro, poi, si colloca in uno scenario più largo, in una costellazione che comprende anche il lavoro di “Via Dogana”, in particolare quello dell’ultimo anno, con i suoi 4 numeri (“Fanno le guerre e non sanno confliggere”, “Libertà senza emancipazione”, “L’universale nel contesto”, “Non starci per esserci”) e, ancora più indietro, “Le ereditiere”, del 1999. Con questo scenario il libro dialoga più o meno fittamente.

 

Userò innanzitutto l’introduzione di Luisa Muraro, breve e molto efficace, che mi ha detto due cose: 1) il rapporto “che sembra lacerato tra riconoscenza e voglia di tradimento” che una donna, le donne di Diotima, hanno nei confronti di una cultura di provenienza  prevalentemente maschile; 2) la caratteristica di una storia delle donne che non è quella della continuità, ma dell’intermittenza che la costituisce con una propria “storicità originale” come, lei dice, “la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci”. Luisa precisa poi che l’intermittenza non è l’oggetto del libro, ma è come una postura che permette l’intelligenza delle cose che ci interessano (e ci capitano, aggiungo io). Cercherò di dire come questa postura è declinata in modo diverso, vivo, in 3 saggi, quello della stessa Luisa, di Annarosa Buttarelli e di Ida Dominijanni, come questa postura viene diversamente chiamata e come gli esiti si tengano senza mai coincidere perché rispondono alla e della loro diversa esperienza.

Ma prima vorrei dire una cosa che risponde un po’ al 1° punto, quello dell’eredità culturale che respiriamo, perché non da oggi il problema per me si è complicato. Cosa intendo? Nulla di più e nulla di meno di quello che questo testo significa di per sé, il mio riceverlo in eredità e costringermi a pensare a quello che significa la sua esistenza. Questo è il settimo libro di Diotima, dunque parla di una storia del pensiero, di una presenza di pensiero che non posso mettere tranquillamente accanto all’altra, non ci sa proprio stare accanto, perché la buca, la taglia, la brucia nel fuoco di una marcatura differente, non la sopprime né elimina (via d’uscita illusoria), ma la risignifica a partire dall’esperienza. Questa eredità mi fa dono allora della leva per orientarmi dentro alla lacerazione fra riconoscenza e tradimento che posso vivere nei confronti dell’eredità maschile sospingendo però la contraddizione a un livello differente, perché questo dono, “questo starci o non starci” funziona se lavora dentro di me, se mi attraversa, se mi modifica. Se no casca per terra, fragorosamente. Torna lettera morta. Non basta dire “grazie tante”; la riconoscenza può essere un gesto facile, consolatorio quasi, ma se non lo è significa che ci stiamo mettendo in tasca un pericoloso oggetto d’amore. Il secondo polo della contraddizione in questo caso non è il tradimento, ma la traduzione del dono nella mia esperienza per portarlo oltre o altrove. Perché il “comune” delle donne viva, in grande, c’è bisogno dell’unicità dell’esperienza di ognuna, raccontata, messa in circolo, rilanciata, parlante e vivente.

 

E vengo all’esperienza di lettura  dei tre saggi di cui dicevo (Buttarelli, Dominijanni, Muraro) che mi hanno indicato una pista interiore risonante di un’eco molto forte: mi indicano che non devo avere paura. La chiamo indicazione e non insegnamento perché non ho ancora imparato l’assenza di paura, anzi la ritrovo spesso con volti molto diversi nella mia vita, tutte le volte che il pensare è più avanti del sentire, o così mi pare, il che per me significa che il pensiero va verso l’inefficacia, non sta alla sua prima radice che è il sentire. Di che cosa è fatta questa paura, di che cosa ho paura? La mia paura  è quella di non saper stare in presenza dell’assenza, che in Luisa si chiama “carenza”, in Annarosa “fare vuoto”, in Ida “non mancare il passaggio”.  Fra l’altro, in prima battuta anche il titolo sorprende, di solito ad assenza sono consegnati significati come non esserci, esser lontano, mancare (anche a sé, svenire)e poi, da lì, angoscia di morte: che si potesse approfittare di questo generava in me sconcerto…

Dunque prima consapevolezza e primo guadagno: la paura.

Il secondo guadagno sta nelle indicazioni per non avere paura che prendo sul serio a partire dal gesto elementare dell’aver fiducia in loro.

 

  1. I) La maestra di Socrate e mia: i titoli (come gli indici) non sono mai innocenti; nel 2000, in Donne che cambiano l’Italia, Luisa aveva scritto un testo, sempre sul Simposio di Platone, intitolato “La maestra di Socrate”. Cosa è questa aggiunta “e mia” che potrebbe essere anche e piuttosto “è mia”? Il passo in più, ora, è nel modo in cui Luisa approfitta dell’assenza di Diotima, la cui esistenza la tradizione filosofica mette in dubbio (“perché non capisce la natura stessa del desiderio femminile”), e il cui profitto consiste nel fare di Diotima la mediazione parlante del testo, il medium della sua lettura, a partire dal corpo  assente di Diotima. Il testo respira (ha il suo poro) per via di una donna forse mai esistita che vi ha lasciato la sua impronta (il segno che resta, per impressione, perché si preme “scavando”); questa impronta che dà un vuoto al testo è la cavità del testo che lo rende significante (aperto, nel vuoto, alla relazione autore/lettrice, perché risponde/corrisponde al vuoto e alla mancanza con cui si vive la differenza femminile: “il vuoto del nostro sentirci mancanti”; il sesso femminile è un sesso bucato “e per questo capace di pensare una politica dove si arriva a essere in relazione con l’altro”). Tutto il testo è allora leggibile alla luce di quell’intelligenza dell’amore (che non è pace, ma conflitto, anche interpretativo) che è “posizione che si origina con la scoperta della mancanza e la capacità di starci”. Le due cose assieme, perché dalla paura che mi può fare la scoperta della mancanza mi salva solo la pratica della relazione duale, che mi dà la capacità di starci. La politica del simbolico si riconferma e rilancia non in astratto, come un movimento che posso pensare o leggere, ma come esperienza di una pratica che tiene insieme le parole e le cose, ciò che penso e ciò che sono, e dice che il mio corpo cavo diventa parlante quando impara a stare pressò di sé, a partire da sé in relazione all’altra, in un’economia di scambio che diventa senso del mio esserci anche quando non ci sto. Solo con la politica dunque l’assenza può prendere per me un nuovo significato, spogliato della paura.

 

  1. II) Tabula rasa mette al centro la relazione fra autrice e lettrice e ci racconta qual è il gesto che rende la lettrice autrice, l’enigma del rapporto fra una donna e un testo; Annarosa dice che “si racchiude nel fatto imprevisto che lei pensa”; pensa, non importa se in “un mondo intorno scritto per la gran parte dagli uomini”, purché si faccia appunto tabula rasa (secondo l’invenzione di Carla Lonzi) non in senso distruttivo o solo negatorio ma perché diventi una “condizione interiore” (Cristina Campo, ritorna la postura) per una pratica della discontinuità, del taglio che fa vuoto (il nome dell’assenza per Annarosa) in modo che nel vuoto intravediamo che “lei pensa”. Di nuovo le parole possono fare paura (vuoto, discontinuità) e questo forse fa capire i tentativi di inclusione fatti da tante o l’esercizio della critica tutta interna alla tradizione maschile, due tentazioni presenti, anche quando e se sappiamo che restituiscono solo invidia o risentimento. Il testo registra e dà conto di queste posizioni femminili e indica lo spostamento necessario e possibile. Do fiducia a questa possibilità per la forma in cui mi viene proposta, cioè che non si tratta di una rottura (come una sospensione nel nulla) in un per sempre incluso nella progressione lineare del tempo, che ne sarebbe così confermata, ma (le parole sono di Zambrano) di una “reiterata rottura”, ossia di una pratica agita nel qui e ora, al presente e in relazione, radicata nel “farsi dell’esperienza”. Politicamente: un rendersi presente al proprio presente. La mossa di Annarosa mi mette dunque vicina a me, mi dice che anch’io lo posso fare, posso rendere parlante la mia esperienza e farmi così autrice. Senza la paura di non esserci, nella Storia per esempio, se mi rendo presente al tempo nel suo farsi. Tabula rasa crea “quel vuoto di sapere che lascia passare ciò che non sono già io”: l’apertura all’altro/a, ad altro, a quanto mi trasformerà. Questa è politica, è una pratica che dando la precedenza al sentire, a ciò che “lungamente sperimentiamo con altre”, rende il mio corpo capace di una lingua-in-relazione che non mi taglia dall’origine. Un corpo che non cerca il riempimento, che non vuole essere saturato. Che sa stare alla relazione senza contenuti.

 

III) Nella piega del presente: è come mettersi un terzo paio di occhiali. In questo testo tutto sembrava tornarmi subito, perché Ida è stata brava a rimettere in ordine molte cose che affacciandosi al presente in mille frammenti spesso mi frastornavano, mi disorientavano o mi lasciavano senza parole. Mi era piaciuto dunque perché rispondeva a un mio bisogno di mettere in ordine il sapere sugli eventi e perché mi interrogava sull’assenza declinandola come pericolo di “mancare il passaggio”. La sua prima domanda è “come fare storia di un agire politico che origina dal presente e sta al presente per modificare il presente”? La sua risposta non è la finta ricostruzione di una continuità, ma il tenere sempre aperto, con uomini e donne, il conflitto sul senso al presente là dove è subito in gioco il corpo e la sua parola; l’intermittenza si tiene strette altre parole (discontinuità, vuoto, assenza) per via della costruzione genealogica che lei dice giustamente essere “in un certo senso l’inverso della fissazione di una tradizione”. Gesto libero, gesto del desiderio, “di una sessualità che non deve difendersi dal fantasma dell’impotenza e della morte”. Il sapere dell’inconscio viene riaffermato come centrale e ci insegna non solo a non dare per guadagnato per sempre il nostro sapere al presente ma soprattutto a interrompere “il movimento della nostra ripetizione”, perché la posizione della asimmetria non diventi “diserzione dal reale”. Richiamo giusto a confliggere con gli uomini, le altre donne, ma anche tra sé e sé – a non aver paura dei “vuoti e delle forclusioni del discorso”. Le pratiche politiche vanno sempre rigiocate dunque, senza paura, per essere al cuore del mutamento, per essere il cuore del mutamento. Questa non è solo una possibilità, ma una necessità. Esserci non è uno stato che si può acquisire, è un continuo movimento che apre e riapre il presente.