diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 6 - 2007

Pratiche

De ida y vuelta. Fare un giro più lungo con la scrittura in un master on line*

* Testo pubblicato in spagnolo nella rivista Duoda n.32 (2007)

*Comunicazione  al Simposio Scientifico “Pedagogia e didattica della scrittura” Anghiari  19- 20 maggio 2006

 

Per un certo tempo ho pensato che le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, pur rappresentando una grande opportunità per l’apprendimento informale, autogestito o a distanza, non fossero in grado di competere con offerte, formali o non, di insegnamento/apprendimento in presenza. Confesso di aver anzi nutrito in proposito molte perplessità.

Quest’anno ho aderito alla proposta di tenere uno dei moduli del “Master on line en Estudios de la Diferencia sexual” del Centro de Investigación de Mujeres DUODA dell’Università di Barcelona, e, devo dire, solo per fiducia nei confronti di alcune delle organizzatrici, colleghe di quell’Università, con cui sono in relazione politica e scientifica da anni. Il Master, che ha riscosso un notevole successo in Spagna e in molti paesi ispanofoni (America Latina), è alla sua quinta edizione. E’ rivolto a donne e uomini interessati ad accostarsi a o ad approfondire il pensiero della differenza sessuale in vari ambiti di riflessione e di ricerca, e la postura simbolica desiderata e perseguita è quella del partire da sé, di tradizione femminista.

Prima di addentrarmi nella breve riflessione su questa esperienza in corso e sugli effetti da esso prodotti, ricordo un passaggio storico-simbolico solitamente trascurato. Il grande interesse sorto negli ultimi decenni attorno alla cultura autobiografica e biografica è certamente dovuto a molti fattori, tra cui la caduta delle “grandi narrazioni” che ha stimolato l’attenzione alle microstorie e alle scritture personali anche come occasioni di autoconoscenza e di autoorientamento nelle società dell’incertezza. Tuttavia non è da dimenticare l’origine non remota di questa esplosione di interesse per la  dimensione soggettiva, per le narrazioni autobiografiche, per le scritture del partire da sé, rappresentata dalle pratiche femminili-femministe di autocoscienza diffusesi per contagio dalla metà  degli anni ’60 in tutti i paesi occidentali. Pratiche che hanno rilanciato in chiave sociale e politica lo storico amore femminile per la parola e la scrittura a partire da sé e in relazione, e  che  in Italia sono confluite, tra l’altro, nell’importante esperienza delle 150 ore delle donne, provocando  una rivoluzione silenziosa ma efficace nella formazione e autoformazione  in generale.

Ritornando al master on line: la struttura del corso è relativamente semplice e apparentemente non si discosta molto dalla didattica tradizionale. Ciascun modulo mette a disposizione alcuni testi redatti da una docente, frutto del suo lavoro di ricerca, sui quali viene richiesto ai partecipanti di svolgere, in sequenza, esercizi e commenti redigendo scritture a partire da sé e dalla propria esperienza.  La docente-tutor interagisce per e-mail con ciascuna, ciascuno degli iscritti, secondo scansioni temporali prefissate ma non troppo rigide, il tutto nell’arco di circa sei-otto mesi. Il corso prevede alcuni momenti di chat, la valutazione continua e  finale, la redazione di una tesina e, in caso di valutazione positiva, l’assegnazione di crediti.

Le/i partecipanti – una quindicina di donne e due uomini, di età diverse – vivono attualmente per lo più in Spagna,  ma alcune in Argentina, in Messico, in Costa Rica, e una in Alaska. Il corso è in fase avanzata ma non è ancora concluso, e finora non le/li ho mai incontrati di persona.

Fin dall’inizio della mia interazione a distanza con loro ho colto elementi di grande novità e interesse. Nonostante la fatica di rispettare, se pur in modo flessibile, i tre appuntamenti mensili previsti per lo scambio on line (lettura degli esercizi individuali, miei commenti e risposte), è venuta emergendo fin dal primo momento una dimensione di piacere che ho sentito, se pur in modo variabile, condivisa da tutti. Rispetto all’attuale logica della didattica universitaria presenziale “mordi e fuggi”  – moduli brevi e tempi contratti – il corso ha offerto l’occasione di creare, a distanza, un contesto simile a “una stanza tutta per sé” (Woolf, 1980), uno spazio-tempo di pensiero e di parola in cui linguaggi consumati ritrovano qua e là il proprio senso originario o si aprono a nuovi sensi, grazie alla mediazione della scrittura. Una scrittura motivata e sostenuta dal desiderio di mettersi in gioco, di allargare e approfondire la propria comprensione del mondo, anche del proprio mondo interno, nello scambio tra noi: in un movimento di andata e ritorno (“de ida y vuelta”, come ha scritto una corsista)  che, partendo dai temi affrontati  nei miei testi (differenza sessuale e libertà femminile/maschile nella scuola, nel lavoro, nella maternità), e passando per le trasformazioni provocate dal loro riflettere in sintonia con il loro sentire, li riconduceva via via a contatto con la propria esperienza potenziandone gli elementi di libera intelligenza, in una circolarità non conchiusa.

Una scrittura insieme personale e relazionale, sostenuta dalla fiducia e da una corrente di intelligenza amorosa.

Sì, perché ben presto i loro testi di commento ai miei, i loro esercizi in risposta alle mie domande-stimolo, avevano preso una piega personale e autobiografica, ma al tempo stesso aperta e disponibile all’interlocuzione in relazione, e alle eventuali  trasformazioni che questa avrebbe reso possibile.

All’inizio quasi tutti e quasi subito le/i miei allievi hanno sentito il bisogno di scrivere una breve autopresentazione. Note brevi e dallo stile un po’ curriculare, ma solo in pochi casi; per lo più, invece, presentazioni di sé e della propria vita estese e vive, ricche di passaggi significativi, offerte a me che non li conoscevo e forse in primo luogo a se stesse/i. Piccole storie di vita per dare avvio alla relazione, per cominciare a trovare la propria postura nel corso. Una, quella di Maite, una giovane spagnola che ora vive in Alaska, mi ha particolarmente colpito: sia per la ricchezza delle esperienze fatte in molti luoghi del mondo in una traiettoria di vita relativamente breve, sia per la sapienza nel metterne in luce le valenze di crescita, di senso, o, al contrario, nell’individuarne gli aspetti aporetici.

Già in questa primissima fase ho sentito che queste scritture autobiografiche scaturivano da un forte bisogno di senso e di relazione: pur essendo tutte più o meno persone attive professionalmente, con livelli di istruzione alti e in alcuni casi molto alti (dottorato di ricerca, master), era riconoscibile in loro il  bisogno di riappropriazione della propria vita, in alcuni casi una domanda di riconoscimento e di conferma rispetto a vocazioni latenti o tacitate, a possibilità non ancora dischiuse. E forte mi è sembrato il desiderio di uscire dalla solitudine, di mettersi in relazione, di parlare di sé in modo pubblico, in un mondo come il nostro connotato da un tessuto sociale ed esistenziale ormai atomizzato, e forse avvertito come tale anche da soggetti come questi, dotati – direbbero i sociologi – di un consistente capitale simbolico e sociale.

Le prime movenze scritturistiche – le note autobiografiche di presentazione – mi sono parse subito un’apertura ma al tempo stesso anche un limite: rappresentavano un varco per entrare in modo  non intrusivo nel mondo di ciascuna e ciascuno dei miei interlocutori, per conoscerli un po’, ma anche un ostacolo a capire come muovermi nella traiettoria del precorso che avremmo condiviso.  Perché un ostacolo? Questi primissimi ritratti di sé, pur nella loro verità soggettiva, li avvertivo come elementi di un gioco seduttivo nei miei confronti, e un po’ segnati da compiacimento nei confronti di se stessi, autrici e autori delle proprie storie: storie quasi a tutto tondo, da prendere o lasciare, da cui farsi sedurre o no,  dentro un gioco fantasmatico a due, la cui trasformazione in gioco creativo ed evolutivo – nel senso della creatività teorizzata da Donald Winnicott –  non era scontata ma diventava a quel punto una scommessa.

Mi offrivano un materiale su cui fantasticare, a distanza, e così infatti è avvenuto. Su ognuna, ognuno di loro non ho potuto fare a meno di  lasciare libera la fantasia, nei primi tempi: cercavo di immaginarmeli fisicamente, nei loro contesti esistenziali attuali e remoti, nei loro paesaggi geografici, umani e culturali, nei loro movimenti quotidiani e nelle svolte significative del loro corso di vita.  Ricordo come i loro nomi, le loro storie, la  scelta grafica dei loro testi, lo stile comunicativo e scritturistico, seguissero quasi quotidianamente i miei pensieri: in fondo tutto questo nella prima fase, nella quale ancora ci troviamo, costituiva la materia visibile immediata delle mie interlocutrici, interlocutori, l’unica traccia a me disponibile per immaginare l’invisibile, il possibile, per aprire un incontro. Un limite interessante, in ogni caso: ha prodotto infatti uno spiazzamento cognitivo ed emotivo che mi ha obbligato a muovere  il pensiero, a cercare la giusta misura della relazione, a trovare per ciascuna, ciascuno, la cadenza adeguata dello scambio a distanza, in definitiva a lavorare sulle mediazioni di ritorno.

Mi sono velocemente ricreduta su alcuni luoghi comuni, che io stessa coltivavo da quando le tecnologie informatiche e telematiche hanno fatto irruzione nelle nostre vite: ad esempio che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione siano responsabili del raffreddamento delle relazioni umane, e che risultino limitanti lo spazio e le potenzialità della scrittura. Al contrario, senza accorgermene mi sono trovata immersa in un ambiente “caldo”, molto più caldo delle fugaci relazioni con le/gli studenti che incontriamo in presenza nelle nostre aule universitarie.

Non solo: la necessità di comunicare attraverso la scrittura, e solo quella, in un contesto didattico così particolare, mi ha fatto scoprire che l’”oralità di ritorno” (Ong, 1986) in cui siamo immersi anche in forza delle tecnologie telematiche non annulla la scrittura ma la contamina, spesso anche vivificandola. La scrittura on line per esempio, acquista modalità nuove e antiche allo stesso tempo: in primo luogo la forma dialogica, che fa di un  testo l’elemento di una tessitura frammentaria e infinita a più mani e a più menti, e contribuisce a creare un con-testo condiviso e condivisibile in modo aperto. E ancora: molti elementi “presenziali” entrano nello scambio scritto on line, tanto da potervi cogliere quasi tangibilmente la carnalità dell’oralità  (Martini, 2004: 134): il dinamismo del pensiero che si fluidifica e si elabora in situazione, in modo vivo e personale anche se frammentario e incompiuto; la vicinanza all’esperienza e al mondo emotivo di chi scrive e forse di chi legge; i passaggi introspettivi che toccano la materia del proprio io ma ne sfumano la centralità in una tessitura a più voci, in un’avventura aperta agli imprevisti; le riflessioni retrospettive che preludono, a volte, a cambiamenti di sé anche profondi, a un ritorno a sé e alla propria storia trasformati dallo scambio comunicativo con altre e altri.

Con il tempo i miei testi, che rappresentavano il materiale base del corso, sono in qualche misura usciti trasformati dalle incursioni di senso e di pensiero dei partecipanti – a volte anche caotici ma raramente immotivati – , sono stati attraversati e messi alla prova dalle loro esperienze di vita e dai loro saperi, in parte così diversi dai miei, sì da dar luogo a saperi mobili e in divenire.

Ma in modo analogo, anche i loro percorsi di conoscenza e autoconoscenza ne sono usciti modificati almeno un po’, certo per alcune di più. Via via che i loro esercizi sui miei testi procedevano, e le mie risposte-commenti entravano in sintonia con il loro voler dire più vero, a volte attraverso spiazzamenti non indolori, aumentava anche il loro interesse e la loro capacità a distanziarsi dalla rappresentazione iniziale di sé e della propria vita. Calandosi nella situazione di apprendimento condiviso e di creazione relazionale di pensiero, a contatto con le questioni da me presentate e discusse, e sentendosi autorizzate/i a narrare le proprie esperienze e riflessioni, mostravano piacere e disponibilità a interrogare la propria esperienza, la propria esistenza e i propri desideri.  I testi da loro prodotti si sono fatti via via più originali, più fedeli a sé e alla propria voce: si sono aperte crepe nel tessuto senza smagliature e un po’ convenzionale dell’inizio, varchi da cui esporsi con la scrittura a giudizi autonomi, a parole e gesti di libertà, vuoti su cui sporgersi verso un divenire possibile, un altrove forse solo intravisto, intuito o desiderato. E la loro scrittura si è fatta più esigente, più capace di misurarsi con conflitti e contraddizioni interni ed esterni, più rigorosa nel dire le proprie verità fatte di luci e ombre, e al tempo stesso sostenuta dalla scoperta del piacere dello scrivere e del farsi leggere, accompagnata dalla lievità di chi si riconosce titolare dell’esperienza narrata e della riflessione proposta.

A questo credo abbia contribuito lo stile della nostra comunicazione. Ho scelto infatti intenzionalmente come forma dello scambio scritto quel movimento del dare-ricevere-ricambiare-rilanciare che è la movenza della vera conversazione: un transito di andata e ritorno, dalla sfera del cosiddetto “privato” alla sfera del “pubblico” e viceversa,  e tra piani diversi della propria esperienza, in un movimento circolare e aperto alla trascendenza del senso; uno scambio, dunque, che non si esaurisce nell’inviare e ricevere informazioni, ma va molto oltre. La conversazione, quando è tale, non si basa  solo sulla disponibilità ad ascoltare, sulla fiducia e sul rispetto, ma anche sulla capacità di mettere a repentaglio le proprie e le altrui opinioni per la scommessa di un di più di senso. Dunque la conversazione così intesa  è anche un rischio, un’avventura, un cammino condiviso e non tutto prevedibile, in grado di cambiare almeno un po’ le nostre vite: “la conversazione cambia il modo in cui vediamo il mondo, e cambia anche il mondo”(Zeldin, 2002: 28).

E i loro testi sempre più si sono rivelati con-testi, scene vive e sensibili  disegnate da un’economia simbolica personale e relazionale insieme. Anche l’alternanza tra brani autobiografici (narrazioni di episodi esemplari, di paesaggi interiori, di personaggi significativi, di svolte importanti della propria vita ecc.) e scritture riflessivo-argomentative sembrava rispondere a necessità e ritmi interni del pensiero nel suo farsi e del corpo nel suo emozionarsi: e cominciava a riflettere una competenza simbolica[1] guadagnata o riguadagnata, una capacità di connettere esperienza e significazione, di pensare e parlare a partire da sé e non dal simulacro del sé, di dire la vita così come la si è conosciuta e così come si presenta, unita a una ricerca di senso mai conclusa: in definitiva, e certo non per tutti allo stesso modo, una scrittura della trasformazione di sé, grande o piccola che fosse.

Come se lo spazio-tempo del corso on line avesse  consentito di trovare, almeno per alcune, alcuni, quella mediazione di ritorno a sé e alla propria lingua, quella possibilità di far fare una nuova esperienza al corpo e alla mente, che la scrittura a certe condizioni sa offrire disegnando un giro più lungo.

 

 

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Cosentino Vita (cur.) (2006), Lingua bene comune, Città Aperta, Troina.

Maragliano Roberto (2004), Pedagogia dell’e-learning, Gius. Laterza & Figli, Bari.

Martini Ornella (2004), Essere studente on-line, in R. Maragliano (cur.) (2004).

Ong J.Walter (1986), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, tr. it., Il Mulino, Bologna.

Woolf Virginia (1980), Una stanza tutta per sé, tr. it., Il Saggiatore, Milano.

Zamboni Chiara (2006), Un’estranea intimità, in V. Cosentino (cur.)(2006).

Zeldin Theodore (2002), La conversazione. Di come i discorsi possano cambiarci la vita, tr. it., Sellerio, Palermo.

 

 

[1]              Competenza simbolica è espressione molto usata nel pensiero della differenza sessuale. Chiara Zamboni (2006) ne propone i significati essenziali, ricordando che essa ha a che fare con una posizione simbolica piuttosto che con il sapere: la si può insegnare facendola  sperimentare, non come si insegna un sapere. Essa non è padronanza della lingua, ma è saper abitare la lingua, che sta tra interno ed esterno di noi stessi, in libertà e in fedeltà al proprio voler dire più vero, in un rapporto vivo con le parole e con il reale, senza farsi schiacciare dal peso delle convenzioni e dei significati coatti. Conclude Zamboni, sottolineando il valore trasformativo della competenza simbolica: “La competenza simbolica, quando è guidata dal desiderio di verità e dall’amore, può essere dolorosa e rivoluzionaria al medesimo tempo” (p. 180).