diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo numero 17 – 2020

Pandemia: Attraverso i muri

Dal dissesto della pandemia

 

L’Associazione NONDASOLA gestisce l’attività del Centro Antiviolenza Casa delle Donne dal 1997, in appalto con il Comune di Reggio Emilia.

Il Centro Antiviolenza è un luogo fisico dove donne si prendono cura di altre donne in percorsi di emancipazione dalla violenza maschile. È insieme uno spazio dal quale parte e si diffonde un progetto di politica femminista: nel Centro si creano pensiero e movimento per affermare la sovranità sulle proprie esistenze. Una saletta dalle pareti lilla è lo spazio dell’Accoglienza dove la donna che ci chiede aiuto incontra le due operatrici: tre soggetti che si rispecchiano nella differenza e nella opportunità di creare una tensione trasformativa da posizioni dispari, passando attraverso la relazione tra donne che si mettono in gioco.

Questo gioco di equilibrio, nella tensione tra disparità, affidamento e ricostruzione di sé, si ripropone in contesti multipli del nostro Centro, come nella Casa Rifugio, che ospita le donne nelle situazioni più pericolose per la loro incolumità. La Casa Rifugio è un contesto abitato dalle donne, fuggite dalla violenza, spesso con le figlie e i figli, e qui approdate alla ricerca di sicurezza e di tranquillità, finalmente libere di raccontarsi, di decidere, di scegliere per sentirsi protagoniste nell’ideazione di un nuovo progetto di vita. L’area native-migranti, Lunenomadi è un altro territorio che si nutre di scambi. Attraverso colloqui personali, le migranti, italiane e non italiane, possono raccontare la propria storia, sentirsi meno sole, avere informazioni, essere affiancante nel realizzare il proprio percorso di vita nutrendosi della fecondità del confronto, della condivisione delle proprie traiettorie con quelle di altre. Nella dimensione collettiva del libero incontro, che avviene nei giorni di apertura della sede di Nondasola, donne diverse, e diverse donne insieme, possono vivere momenti di relazione diffusa e di socialità. In tutti questi contesti, la vicinanza e la comunicazione promuovono progettualità e lo sportello Orientamento al Lavoro è un’ulteriore occasione per essere al fianco delle donne accompagnandole in percorsi di ri-affermazione di sé in quell’ambito del reale che è il lavoro.

Il nostro Centro, radicato nel territorio e conosciuto come Casa delle Donne, si costituisce come soglia: qui affaccia il mondo esterno e qui, più che in altri contesti sociali, si rende visibile la disparità di potere tra soggetti maschili e femminili, perché qui viene esposta al mondo la violenza maschile nella sua più drammatica evidenza. È per questo che la parola delle donne, che NONDASOLA ha assunto come asse trasformativo del suo progetto, che rimanda ai corpi, alle esperienze e alla materialità delle esistenze in gioco, diviene simbolo di quel movimento tra dentro e fuori, interiorità e spazio pubblico che caratterizza la nostra scelta politica e si fa strumento di sensibilizzazione e di prevenzione della violenza maschile. Dal 1999 si è costituito il gruppo Prevenzione come laboratorio di formazione e insieme di progettualità che opera con le giovani e le giovanissime generazioni nelle scuole e  negli altri contesti di aggregazione giovanile per una pratica di prevenzione a partire dai corpi sessuati.

Il lavoro di rete, formalizzato nel 2006 con il Tavolo Interistituzionale di contrasto alla violenza sulle donne, così come il lavoro di Formazione, gestito da Nondasola, alimentano il sapere sul fenomeno della violenza maschile favorendo politiche sensibili e di sostegno ai percorsi di uscita dalla violenza. Il sapere che si elabora scaturisce dall’andare oltre al singolo fatto, alla singola storia per rintracciare fili comuni, nodi consolidati, ingombri che coinvolgono molti aspetti della vita delle donne. Il Centro è vissuto dalle socie di Nondasola come laboratorio di esperienza delle relazioni tra donne, come luogo della politica dove ritrovare e risignificare valori e pratiche del femminismo che sono alla base del nostro progetto, in una continua oscillazione tra pensiero di sé e sguardo sul mondo, capace di tenere insieme variabili e nuove evenienze nel solco della fedeltà al proprio radicamento.

 

  1. I corpi dimezzati

 

La pandemia irrompe nei nostri luoghi portando come prima conseguenza visibile, materiale, il dimezzamento dei corpi, dei nostri corpi, dei corpi delle donne accolte. All’inizio di marzo, in corrispondenza dell’innalzamento della curva dei contagi, abbiamo registrato un calo di richieste di aiuto. Nell’arco dei mesi successivi ad oggi si è evidenziato un andamento che vede un nesso tra i periodi di acuto dell’epidemia e la contestuale diminuzione di contatti da parte di donne che ci chiamano per la prima volta. Allo stesso modo, nei periodi di allentamento delle misure di chiusura anti-Covid, si è riscontrata una vera e propria esplosione di richieste d’aiuto, spesso in situazioni di emergenza.

Il femminismo ci insegna quanto il corpo e la corporeità siano fondamentali dentro le relazioni, quanto costituiscano presenza, pratica e strumento al contempo di identità, riconoscimento, rispecchiamento e memoria. Le misure anti-Covid mettono in crisi il libero incontro dei corpi consentendo all’interno del Centro Antiviolenza un numero ridotto di presenze, forme limitate, dimezzate di compresenza corporea, insieme a distanziamento e mascherine quali evocazioni di lacune, parzialità. Ferite di presenza che per associazione richiamano le ferite dei corpi delle donne vittime di violenza: i loro corpi, le loro vite attraversate, da dentro e da fuori, dalla pandemia della violenza maschile. Vibrazioni sottili potenziano la com-prensione tra noi operatrici e chi ci chiede aiuto: le donne accolte vivono una condizione permanente di confinamento e di precarietà. La vulnerabilità, non più carsica ma affiorata alla coscienza di tutte noi, diventa cifra di forte condivisione: la distanza dei corpi si agglutina, in forma imprevista, alla vicinanza delle nostre anime immerse nell’ incertezza.

Nella scrittura di questo testo ci siamo concesse lo spazio di un dialogo, di una messa in parola delle esperienze vissute in questi mesi, ciascuna a partire dal contesto associativo di cui fa parte [1]. Questo confronto ha disegnato posture dai contorni a volte differenti, pur nella comune e profonda adesione alle pratiche politiche e agli assunti metodologici.

 

Adriana in Accoglienza

L’assenza delle volontarie durante il primo confinamento, legata all’esigenza di un contingentamento di presenze nei locali del Centro Antiviolenza, mi ha dis-locata materialmente e il legame con l’accoglienza delle donne ha registrato una cesura. Il termine cesura non è casuale, ma legato a una sensazione forte di spaccatura, a un taglio importante rispetto alla consuetudine di una prossimità di corpi che sperimento nel mio impegno da volontaria con le donne accolte.

Da marzo a fine maggio ho vissuto divisa a metà, da una parte il mio corpo senza stress nell’agio di una casa con giardino e dall’altra il mio posizionamento di attivista e di donna che mi chiamava all’ascolto del cuore pulsante della nostra associazione, che è il Centro Antiviolenza. Questa parte di me, sottratta alla sua corporeità, ha viaggiato su un filo precario affidato alla connessione in remoto. Negli incontri settimanali dell’equipe, per me momento di vicinanza e di confronto irrinunciabile, i nostri corpi e le nostre voci, ridotte a immagini su uno schermo, ci hanno consegnate a un regime in-umano, dove non c’è stato né il favore del contesto, né l’inclinazione per fermarsi a riflettere. Un regime che ci ha viste impegnate in una resistenza cieca e ostinata. Intanto le operatrici presenti nel Centro operavano in condizioni di stress emotivo e fisico, costringendo il pensiero per non togliere energia a organizzare e a cercare di rimediare all’irrimediabile.

La maggior parte dei colloqui, ad esclusione di quelli in emergenza, avveniva al telefono, quando la presenza incarnata è prerogativa dell’accoglienza; più spesso, il dimezzamento della nostra presenza e non più la coppia di operatrici che solitamente si prende cura della donna, ma una sola impegnata nel colloquio telefonico. Gli spazi non si offrivano nella loro solita configurazione di luogo femminista aperto al territorio, ma rimandavano piuttosto a una asetticità che colpiva profondamente lo sguardo e il muoversi con confidenza negli spazi diventati vuoti, incontaminati, neutri, con la freddezza delle sedie di plastica, al posto delle poltroncine, per favorire la sanificazione.

Da giugno abbiamo ripreso a incontrare le donne in presenza, pur diminuendo il numero degli appuntamenti al Centro Antiviolenza, sostituiti in parte dai colloqui telefonici. Quando ci siamo fermate a considerare questa esperienza, che è ancora in essere, abbiamo riconosciuto come sia cambiata nello spazio del colloquio vis a vis l’alchimia dell’incontro, quanto la freddezza dei dispositivi di sicurezza (mascherine, termoscanner, gel disinfettanti, sedute distanziate nel salone e non nella stanzetta intima dei colloqui) abbia fortemente condizionato il vissuto nell’interazione con le donne accolte. Provando a raccontarci l’esperienza che stiamo vivendo, ciascuna a partire da sé, abbiamo continuato a girare intorno a questo quadro che per me potrebbe essere vagamente accostato ai dipinti di Edward Hopper: tre donne in uno spazio che non è il solito, in una sistemazione che vede i corpi il più possibile distanti, sanificati e protetti in una sorta di irrigidimento innaturale. E che cosa abbiamo rinvenuto scavando più a fondo? Mancava appunto il virus, l’aver dato parola a come viene vissuta dalle donne accolte e da noi questa entità invisibile che ha indubbiamente colonizzato il nostro immaginario. Un non detto tanto più insensato se lo si confronta con la narrazione che le donne ci hanno consegnato di una quotidiana esposizione alla violenza a causa del confinamento. Nell’accoglienza in presenza c’è stata come un’eclisse dei nostri corpi [2] viventi dentro la realtà del virus e il virus, non nominato, si è insinuato subdolamente nello spazio del colloquio come l’agente primo della rigidità dei corpi. Noi eravamo le stesse, la scena era la stessa, ma collocata in un tempo che non è lo stesso. Ci siamo rese conto di quanto il non aver previsto di condividere con le donne accolte gli echi psicologici di questo agente patogeno, perché preoccupate e attente alla violenza che segnava drammaticamente la loro quotidianità, abbia rimosso l’imprevisto che con la stessa virulenza, ma su un altro piano, mette a rischio i corpi. Potrà sembrare paradossale, eppure le riflessioni a posteriori ci rimandano il nostro posizionamento che ha di fatto eluso la potenza della Natura e di un inatteso perturbante che ha colpito l’inconscio collettivo. In questo spazio vuoto collochiamo la disarmonia tra il desiderio di vicinanza, che anima il nostro progetto, e quel germe di diffidenza che inevitabilmente ci aveva contaminate nel profondo.

Nei primi mesi della pandemia ci siamo mosse come soldatine diligenti, ligie alla nostra metodologia di accoglienza, ligie alle normative di sicurezza, perseverando nell’affiancare le donne in uscita dalla violenza, senza chiederci reciprocamente quanto il pensiero del contagio avesse già pervaso e contaminato le nostre esistenze. Abbiamo creduto che bastasse curare le ferite della violenza, come abbiamo sempre fatto, senza considerare quanto dare parola al virus avrebbe significato dare centralità alla cura dell’altra da sé e, di riflesso, alla cura di sé.  E quanto attraversare le zone in ombra sia di fatto decisivo per vivere a pieno una relazione. Interrogare l’imprevisto è molto complicato, ci pone in una traiettoria di pensiero inaudita e, tuttavia, può farci allargare le braccia per una vicinanza tra donne in un tempo che sembra sospeso, ma che in realtà lavora, incide sui corpi, opera delle lacerazioni nelle esistenze individuali e, attraverso le sconnessure di una realtà che mai prima avevamo conosciuto, ci fa vedere meglio che nessuna si salva da sola.

 

Elisa nel gruppo Orientamento al Lavoro

 

“La sproporzione che spesso si sperimenta fra i propri desideri e una realtà che sembra loro estranea e indifferente viene letta, nell’orizzonte della differenza sessuale, non come un invito alla moderazione, ma al contrario come un incitamento alla contrattazione instancabile con la realtà e al rilancio del desiderio stesso.” [3]

È in questa instancabile contrattazione che noi operatrici di orientamento al lavoro sentiamo di stare dentro quando ci mettiamo al fianco delle donne. Ogni processo di autodeterminazione non può prescindere dal fare i conti con il piano del lavoro, anche quando, per motivi culturali, biografici, sociali, si vorrebbe occupasse il margine della propria vita.  Per le donne che, a causa della violenza subìta, hanno abitato il margine a lungo, e scelgono, proprio in quel momento, di allontanarsene e risvegliare, con il tramite della relazione tra donne, il desiderio quale spostamento vitale verso il centro della propria esistenza, il lavoro e la sua ricerca si impongono con tutto il loro reale peso specifico. La relazione con l’operatrice di orientamento, allora, definisce quel perimetro in cui si apre il lavoro di contrattazione, piuttosto che cedere alla percezione del lavoro solo quale inciampo al proprio desiderio e alla rappresentazione di un sé inadeguato e incapace. Tra “ciò che non dipende da me” [4], come le logiche per lo più discriminatorie e predatorie del mercato, e ciò che dipende da me, si dà la possibilità, nello specchio della relazione, di auto-rappresentarsi nel confronto con questo reale, in modo realistico. Il confronto apre lo sguardo sui punti di luce e di ombra, sui guadagni simbolici e materiali che il lavoro offre al proprio percorso di soggettivazione, nello scacco e nella frustrazione che si vivono entrandoci. Perché si possa entrare il più possibile intera. Oggi sentiamo che anche noi operatrici siamo chiamate alla medesima azione: contrattare e misurare con la realtà pandemica la nostra pratica di relazione con le donne, “partendo dagli elementi di confusione, conflitto e ingiustizia che caratterizzano il presente” [5] per creare senso.

E quale è il dato visibile dal nostro osservatorio in questo tempo della pandemia? La drastica riduzione nell’accesso ai percorsi di orientamento al lavoro e, spesso, l’impossibilità per le donne già in percorso di continuare. Il lavoro di cura verso i/le figli/e, genitori o altri familiari e la gestione della quotidianità, trasformata dalle restrizioni imposte dallo stato di emergenza, prevalentemente in assenza di reti di sostegno formali e informali, hanno occupato uno spazio sempre più ingombrante, fino a saturarlo. L’ossigeno per pensar-si e sottrar-si a questo tutto pieno si è rarefatto fino al punto che il lavoro e la sua ricerca non hanno più trovato cittadinanza nell’immaginario e nella vita delle donne.  È stato chiesto loro di rientrare in quello spazio privato, forzatamente già a lungo frequentato, per dare il proprio contributo alla battaglia nazionale contro il Coronavirus. Un lungo continuum di violenza che sfoca, fino a renderla quasi invisibile, la prospettiva di una possibile autonomia esistenziale e materiale.

 

Alessandra nel gruppo Prevenzione

 

Questo anno scolastico ci pone la sfida di pensare l’impensato: stare accanto a giovanissim* [6], lontano dalla scuola e da amiche e amici.  Per mesi sono stati sequestrati davanti a un PC per lezioni online, dove hanno poi scelto di soggiornare per relazionarsi con amici e amiche, non tutt* allo stesso modo, non tutt* con uguali opportunità.

In questo periodo di sovrapproduzione di lezioni online, di entrata in classe/in casa con didattica a distanza, ci siamo chieste quale fatica costasse ai ragazzi e alle ragazze difendere quella stanza tutta per sé, anche materialmente. Di che cosa si parla quando una stanza tutta per sé diventa il luogo della socialità, dell’aula, del rincontrare i/le tu* amic*. Cosa si perde in questa condizione? Cosa si guadagna? Come cambia il processo creativo? È più relazionale o non è? C’è chi offusca lo sfondo, c’è chi rivendica la camera, il soggiorno o la cucina come spazio della socialità per lasciare a quella stanza, dentro le cose, il mistero dei propri pensieri. Crediamo che le stanze siano a volte custodi scrupolose e caotiche di cose dove si rivela quello che Shakespeare chiamava “the mystery within”, il mistero dentro le cose, il mistero che le abita, che le fa esistere. Il mistero di quello che siamo stat* e che non siamo più, degli oggetti che raccontano di noi, della musica che ascoltiamo, dei libri che amiamo.
Cosa succede quando il mondo, a forza e online entra in quella stanza, quando la solitudine non è più consentita, quando il luogo in cui punti il compasso per capire quanto ampio puoi disegnare il mondo, per usare una bellissima metafora di Valeria Parrella, [7] non è più il luogo del prima ma dello stare nel mondo nel qui ed ora?

 

  1. Lungo il solco dell’irrinunciabile

 

Cos’è che non è rinunciabile perché si possa imbastire una relazione con chi viene in situazione di bisogno proprio a partire da un corpo ferito e offeso? Abbiamo appreso dalle donne che la violenza che non si vede, la violenza psicologica, è quella che lascia segni più profondi, difficili da rimarginare.  Se il piano è questo può essere che, anche in assenza del corpo fisico, la violenza che parte sempre dalla differenza dei corpi e ai corpi ritorna, possa lo stesso essere assunta in tutta la sua portata simbolica? In assenza di incontri in presenza si può far sentire il nostro esserci con tutte noi stesse, il nostro essere in relazione, con spirito e corpo, semplicemente attraverso la narrazione e l’ascolto tra donne? Abbiamo affrontato la realtà nuova, consegnataci dalla pandemia, procedendo con in tasca un grumo di verità non comoda da portare, provando a starci dentro senza poterla immediatamente dire con un linguaggio riconosciuto e riconoscibile. Una sfida alta. Alcune di noi, in questa sfida, hanno ritenuto comunque irrinunciabile il colloquio in presenza. Altre, nella necessità di adeguamento alle misure anti-contagio, hanno dovuto fare i conti con la nuova realtà, muovendosi lungo una traiettoria, che a partire dal limite lo sfidasse, cercando un oltre o un non visto, un non immediatamente visibile rinvenuto nello scandagliare il limite stesso nelle sue viscere.

 

Rosalba in Ospitalità

 

Dire corpo significa fare riferimento a una dimensione di materialità corporea, uno strato di materia vivente dotata di memoria. (…) Il sé, inteso come un’entità provvista di identità, è ancorato a questa materia viva, la cui materialità è codificata e trasposta in linguaggio” [8].
Convintamente ancorate a questa lettura abbiamo scelto nel periodo di lockdown di non togliere i corpi alle relazioni delle donne in Casa Rifugio, abbiamo scelto di non mettere una distanza con quella materia viva che è identità e che proprio per questo la violenza maschile ha cercato di deformare, piegare, asservire, a volte addirittura cancellare.

Abbiamo scelto di continuare a svolgere i colloqui sempre in presenza: questo è stato l’irrinunciabile per noi operatrici di ospitalità. Essere in presenza è stato importante, eppure qualcosa di imprevisto ha attraversato questa pratica: i corpi non erano presenti nella loro spontaneità. Abbiamo dovuto adottare posizioni di distanze forzate, abbiamo dovuto mascherare i volti coprendo bocche, nasi e lasciando liberi solo gli occhi, togliendo quel tanto che le espressioni di un viso dicono nel loro silenzioso parlare. Le voci hanno subìto attutimenti e deformazioni attraverso le maschere, togliendo parte della potenza che in esse è racchiusa. L’isolamento di parte del viso ha condizionato le dinamiche dialogiche all’interno del colloquio. Riducendo le risonanze corporee che danno la conferma della qualità dell’incontro, del calore della relazione, delle sue intenzionalità, le misure antivirus hanno sottratto vitalità alle interazioni corporee di reciproca influenza, hanno affievolito le tensioni che sfuggono al controllo, quali un’espressione che esprime la paura o un segno che fa trapelare il desiderio. Tuttavia, la sfida che noi operatrici ci siamo assunte assieme alle donne ospiti è stata di non rinunciare al corpo, alla sua presenza, anche se vincolata nella sua libera espressione.
Sicuramente le donne hanno avvertito la differenza nel limite di una restrizione non scelta, sicuramente noi abbiamo sentito lo scarto, ma come questa percezione si sia rivelata a loro e a noi e cosa abbia mosso è ancora un pezzo di rielaborazione da attraversare.

L’interrogativo ulteriore che questa esperienza nella sua fatica ci lascia è se questa corporeità meno libera, così evidentemente condizionata, abbia in qualche modo accelerato nelle donne ospiti processi di consapevolezza proprio in riferimento a un corpo costretto, a un corpo oppresso, quale rappresentazione simbolica di come agisce la violenza maschile sui corpi delle donne, anche quando non materialmente agita.

 

Elisa nel gruppo Orientamento al Lavoro

 

Anche per noi, operatrici di orientamento al lavoro, l’irrinunciabile si è configurato nel preservare i colloqui in presenza. Ma, nel periodo di confinamento, nonostante la nostra disponibilità, le donne hanno interrotto i percorsi per poi riprenderli nella seconda metà di maggio. Dal momento della ripresa dei percorsi, a metà maggio, le donne ci hanno svelato come la contrattazione con la realtà del lavoro stesse assumendo i contorni di un’azione che genera spirali buie di sfiducia, impotenza, inadeguatezza e sconforto. Di fronte ai processi di digitalizzazione spinta, che stanno profondamente e irreversibilmente trasformando le modalità di ricerca attiva del lavoro, le donne ci raccontano di un gap di conoscenza e competenza non colmabile in tempi compatibili con le richieste esterne. L’aumento del numero di chi cerca lavoro, stante i tanti posti di lavoro persi, innalza il livello di competizione richiedendo un dispendio altissimo di energia, presidio e fatica.  Le donne ci raccontano della sensazione di non farcela a stare al passo, di arrivare troppo tardi, di essere troppo stanche per gareggiare in questa corsa troppo veloce.

Di fronte al dato che gli unici posti di lavoro, precarissimi, sembrano essere nei settori delle pulizie e dei servizi alla persona, dove elevato è il livello di esposizione al contagio, le donne ci raccontano di un immaginario che si restringe a tal punto da poter ospitare solo la rappresentazione del bisogno, nel depotenziamento del desiderio. Da operatrici reggere questo dato, che abbiamo tentato con parole incerte a narrare, ha significato attraversare un primo momento di immobilismo e frastornamento, quasi un’indisponibilità a farci interrogare dal presente per il rifiuto di accettare che la pandemia e le sue conseguenze stessero diventando dei tratti di permanenza del reale. Poi, il richiamo, altrettanto instancabile, del femminismo di “risvegliare il nostro potenziale di intervento nel mondo” [9] ha prevalso. Mentre scriviamo, è forte la consapevolezza della rinnovata complessità in cui ci troviamo a mettere le mani se vogliamo continuare ad essere con le donne nel loro processo di pensarsi e agire soggettività nell’ambito del lavoro, se vogliamo cercare di invertire il verso delle sue spirali buie. Oggi non abbiamo traiettorie chiare, solo intuizioni che devono misurarsi con la realtà e il suo evolversi. Cosa ci può suggerire il fatto che le donne hanno voluto sospendere i loro percorsi, durante il periodo di confinamento primaverile, per poi decidere di riprendere gli incontri in presenza da metà maggio?  Forse che la corporeità della relazione tra donne può diventare spazio di resistenza per reggere alla carica destabilizzante della virtualità, quale tratto di crescente dominanza nella ricerca lavorativa? Forse che in questo preciso momento storico in cui la contrattazione nel mercato del lavoro sembra esitare in un regime di mediazioni, che rendono superflua l’esperienza soggettiva delle donne, la pratica relazionale si offre invece come luogo di verifica della propria singolarità e del proprio desiderio? Non come dichiarazione di estraneità o impotenza nel rapporto con la realtà, quanto come possibilità di trarne forza sufficiente per non rinunciarvi.

 

Marcella in Accoglienza

 

Ricordo i primi giorni del confinamento. Varcata la soglia della Casa delle Donne avvertii uno strano, insolito ordine. Bolle di silenzio si erano introdotte tra di noi, nei nostri spazi, dando vita a un’atmosfera quasi irreale. L’ordine e il silenzio dicevano la tensione e l’apprensione che ciascuna stava fronteggiando. I colloqui previsti e possibili erano solo telefonici. In tempi normali, il colloquio telefonico è solo il primo contatto tra noi e le donne che ci chiedono aiuto: è un momento in cui si cerca di inquadrare la situazione volgendo immediatamente lo sguardo alla possibilità di fissare un colloquio in presenza. Io sono una di quelle operatrici che amano poco le telefonate, ho perlopiù un’inclinazione al contatto fisico, alla dimensione dell’abbraccio. Dalla metà di marzo ho dovuto fare i conti col telefono che, mio malgrado, per un paio di mesi è diventato l’unico medium di relazione con le donne. Avendo dovuto eleggere un luogo in cui prevalentemente trascorrere la giornata, naturalmente, mi collocai nella camera lilla, luogo in cui avvenivano i colloqui in tempi liberi dal contagio, e dove oggi è consentita la presenza di una sola persona. Lo spaesamento fu importante, fu un po’ come un dover ripartire dal vuoto, dai vuoti. Sulle pareti della camera lilla, piccola, raccolta, tale da sollecitare e favorire con le sue caratteristiche strutturali scambio di con-fidenze, prossimità di anime a partire dalla prossimità dei corpi, ci sono due quadri. Il primo quadro, grande, è colorato di tulipani stilizzati; l’altro piccolo, quadrato, reca l’immagine di una donna africana che avanza reggendo tra le mani un’asta perfettamente parallela al piano terrestre, quasi che alle due estremità, a garantirne l’orizzontalità, ci fossero due pesi identici, seppur invisibili. I due quadri offrono a chi è nella stanza due immagini fortemente evocative, che stimolano il pensiero a muoversi dal piano della necessità, del tener in equilibrio la vita, al campo libero dei desideri, colorati e differenziati dei tulipani. Ricontattato il luogo nei suoi aspetti costitutivi, mi sedetti al solito posto, di fronte alla parete che porta il quadro dei tulipani, con la finestra alla mia sinistra e la porta rigorosamente chiusa, sulla destra. Mi tornarono in mente, quale un’eco di luce, le parole di Teresa d’Avila: “Fare il poco che dipende da me” [10]. Sul tavolo il telefono, qualche foglio di carta e il bicchiere delle biro. Guardandomi intorno ed aggrappandomi alla familiarità col luogo, mi preparai al mio primo colloquio telefonico, in questa nuova condizione. Mi chiamò una signora già in percorso da alcuni mesi: una voce nota. Presi la cornetta e la riposai immediatamente sul tavolo e, senza pensarci troppo, attivai il vivavoce. La voce di Simona riempì di vita quel vuoto. Scrissi poche frasi e subito dopo poggiai la biro sul tavolo. Mi distraeva, allentava la connessione emozionale. Con fatica cercai una postura che mi consentisse di esserci, quanto più possibile intera, presente come di consueto. Il corpo di Simona non c’era e neppure quello della mia compagna di colloqui. C’ero io con la mia e la sua voce. Allora chiusi gli occhi: chi non può vedere sente nel buio. L’oscurità mi riconciliò con quell’impossibilità di presenza, con quell’ assenza di tatto visivo e reale. Io e Simona scendemmo nel buio, le nostre voci parlanti, emozionate, vicine hanno tessuto una compresenza invisibile. L’eclissi dei nostri corpi [11] lasciò spazio a risonanze profonde, di un’intensità inconsueta. Pause, silenzi, cambio di toni e di ritmo, soste su alcune parole, aperture su bordi di paesaggi interiori. Alternanze e slittamenti da un registro discorsivo, narrativo, ad un registro emotivo, evocativo. Alla fine del colloquio, io incredula per la vicinanza provata e trasmessa, Simona grata dello scambio e desiderosa di fissare un altro colloquio al telefono. Uscii dalla camera lilla, come solitamente si fa dopo un colloquio in presenza. Feci qualche passo nel corridoio, cercai un computer e ruminai parole e silenzi [12] di quel mio primo colloquio telefonico, appagata dell’aver sentito che era salva la relazione con Simona e il senso del parlarsi tra donne. Respirai fiducia, pensando che da lì in avanti, sino al ritorno in presenza, avrei potuto ritentare quella modalità con altre donne. Potevo appoggiarmi ad un’esperienza e a un sapere con radici antiche: le nostre labbra capaci di con-tattarsi nella notte, creando comprensioni difficili da dire. Ricordi di preghiere sussurrate da mia madre quando ero già a letto con gli occhi chiusi; ricordi di un’anziana signora, incontrata in un villaggio senegalese, che dalla sua cecità diceva di me cose vere.

 

Alessandra nel gruppo Prevenzione

 

Non ci siamo arrese all’idea di una realtà, quale quella del confinamento, che esilia studenti e studentesse nella categoria astratta della scuola a distanza, tradendo il dato sensibile delle singole esistenze in sofferenza, dopo che per 22 anni tanti ragazzi e ragazze, per lo più con entusiasmo, ci hanno fatto entrare nelle loro vite, nelle loro relazioni, nelle loro paure e nei loro desideri, per il tramite dei/delle loro insegnanti. Bruscamente da marzo 2020 non siamo più nelle classi e, per mantenere la promessa della cura delle relazioni e caparbiamente sfidare l’anestesia della socialità,’ abbiamo deciso di lanciare un messaggio per dire che li teniamo pensati, che vogliamo far loro un prestito di presenza nell’assenza perché insieme possiamo sentirci parte di un movimento creativo e guardarci per quello che siamo in questo tempo, “esseri arrischiati e arrischianti”, scriveva Rilke [13]. Immaginiamo come siano lontani e tuttavia fortemente desiderati gli incontri. Un bacio. Un abbraccio. Una lunga chiacchierata seduti su una panchina. Una camminata mano nella mano. Il poter cedere ad uno sguardo seduttivo. Ritornare a ballare fuori da una cameretta. Un tragitto in corriera con il cuore che batte per chi è seduto/a due fila più avanti. Sappiamo che la solitudine è diventata spesso isolamento, che le paranoie sono diventate amiche fedeli, che le insicurezze hanno guadagnato terreno. Lo sappiamo. Ma stare fuori dalle classi ci rende ancora più combattenti. Il pensiero che abbiamo consegnato loro, attraverso i canali social e un articolo su due quotidiani della città, è che insieme vorremmo tessere trame di possibilità relazionali, come è nella nostra pratica di prevenzione, e che abbiamo bisogno di creatività per non rimanere fermi e ferme ad aspettare che tutto passi, perché mentre aspettiamo già siamo. Ci piace pensare che il filo teso con ragazze e ragazzi sia come quello paziente e tenace della farfalla dal filo prezioso che, lucido e vibrante nella sua leggerezza, li raggiunga per far loro sapere che la disperazione è una condizione del pensiero che non coinvolge necessariamente il cuore, né il corpo (sensibile e desiderante).

 

3. Tra rinvenimenti e invenzioni

 

Il dissesto provocato dalla pandemia nelle nostre prassi ha inaspettatamente offerto, attraverso le sue crepe, occasioni di riscoperte e scoperte, inscrivibili nell’ordine dei rinvenimenti e delle invenzioni. Ripercorrendo i sentieri dell’etimologia delle due parole rinvenire ed inventare, incontriamo il verbo latino venire, che costituisce la parte radicale e comune dei due vocaboli. Venire, come partire, è verbo di movimento, è spostamento destinato ad un approdo, quanto meno transitorio.  Nel rinvenire la direzione del movimento sembra andare verso un dentro, verso una profondità da cui disseppellire, riportare alla luce un qualcosa, che è stato coperto e reso inerte da materia opaca depositatasi sopra nel tempo, celando e sottraendo quel qualcosa alla percezione e all’ attenzione. Inventare suggerisce l’azione di un movimento che da dentro va verso fuori, quasi a rompere un guscio, una crosta che rotta, crepata consente la nascita di un nuovo. Ci siamo rese conto che le scoperte nella modalità dell’essere in relazione con le donne, in questo tempo disordinato, si sono mosse lungo questi due assi: il rinvenimento e l’invenzione.

 

Nell’ordine dei rinvenimenti

 

Marcella in Accoglienza

 

Nel tempo del confinamento, ma anche parzialmente oggi, la necessità di incontrare le donne accolte al telefono e di condividere i loro percorsi di uscita dalla violenza attraverso il colloquio telefonico, ne ha fatto rilucere potenzialità rimaste inespresse in altri tempi. Lo scambio telefonico ha portato alla ribalta il senso dell’udito, come senso privilegiato nell’ascolto e fortemente pregno di relazionalità. Ha disvelato e risvegliato nella nostra coscienza la corporeità della voce, la sua unicità. Una voce, scrive Cavarero, “implica il corrispondersi di cavità carnose che alludono al corpo profondo, il più corporeo dei corpi (…) La voce è l’equivalente di ciò che la persona unica ha di più nascosto e più vero” [14]. La voce con il suo portato di singolarità e con tutta la sua materia corporea e relazionale [15], si offre nel colloquio telefonico con densità ed enigmaticità, guadagna centralità e autorevolezza nell’attesa, nella sosta dell’ascolto necessarie all’accoglimento e all’ospitalità dell’altra. La pratica della comunicazione telefonica ha svelato e messo in evidenza la disarmonia, a volte arrogante, che si dà nel sovrapporre la nostra voce a quella della donna accolta, frantumando la sua fatica di dire e di dirsi; ci ha sollecitate ad una postura paziente volta al saper tacere per consentire essere ai silenzi di chi si ascolta, ma anche al silenzio-vuoto dentro di noi. Costruire spazio all’ “intrasentire” [16], nella tensione di poter dar vita anche ad uno scambio “immaginale” [17]. Disporsi ad abitare le parole dell’altra, insieme all’ altra. Lasciar fiorire “parole di comunione” [18] nonostante la lontananza dei corpi. Conquistare vicinanza in un ascolto materialmente affidato al telefono, ma di fatto consegnato alla capacità di tessitura di trame profonde tra l’una e l’altra: pratica e conoscenza segreta del parlarsi tra donne, del prendersi cura tra donne.

Approfittare dell’assenza [19]. Così recitava il titolo della settima pubblicazione di Diotima. Oggi prendiamo, riadattandola, questa potente espressione in tutta la sua fecondità, per cercare di nominare quanto di imprevisto ci ha rivelato l’incrinatura, originata dalla pandemia, nelle pratiche di accoglienza. Sono pensieri, come direbbe Chiara Zamboni, ancora in forma stellare [20], guizzi da cui sviluppare nei prossimi mesi riflessioni concedendoci una postura sperimentale che vorremmo divenisse permanente. Il guadagno offertoci dall’attuale dissesto pandemico è nell’averci obbligate ad andare oltre le certezze, certezze che rischiano di trasformarsi in rigidità e ossificazioni dell’esperienza. Intermittenza, movimento, disordine come antidoti al codificato e al già dato come immutabile. Fare lievito dall’esperienza. L’ assenza dei corpi nella loro interezza, l’intermittenza tra colloqui telefonici e colloqui in presenza ci stanno consegnando l’occasione di ri-guardare le nostre pratiche, seguendo un movimento che oscilla tra il polo che evidenzia la deformazione subìta dalla nostra metodologia e il polo che stimola la ricerca di potenzialità nuove da curare, consapevolmente nel colloquio vis a vis. Come fare perché la fecondità esperita nello scambio al buio del colloquio telefonico possa essere incorporata nel colloquio in presenza? Come preservare quella misura di mistero nella conoscenza dell’altra non lasciandoci trascinare dall’insorgere di una comprensione accelerata, che a volte, inavvertitamente, sgorga dalla forza comunicativa del corporeo, della gestualità, del non verbale? Come com-prendere, con pari diritto di cittadinanza, tutti i sensi, affinandone la presenza e l’equilibrio tra loro? È possibile mutuare dalla comunicazione telefonica una postura sensibile all’ineffabile e all’invisibile dislocandola nel colloquio vis a vis, dove l’armonia nel dirsi riguarda non solo due ma tre soggetti (le due operatrici e la donna accolta)?  Un cardine della nostra metodologia d’ accoglienza, che si traduce in vincolo per poter avviare un percorso col Centro (tranne che nelle situazioni di emergenza), è il colloquio in presenza.  Il dissesto pandemico ha messo in evidenza la durezza di tale vincolo. Oggi sappiamo che, grazie all’incontro telefonico, alcune donne (anziane, ammalate, isolate), in questi mesi difficili, hanno potuto vivere col Centro una relazione significativa di sostegno all’assunzione di maggior consapevolezza della propria forza. Ricorderemo, nel senso che richiameremo al cuore [21], da qui in avanti, la fecondità venuta dall’aver dovuto ammorbidire, fessurare i bordi di pensieri e azioni costitutive della nostra pratica di accoglienza.

 

Alessandra nel gruppo Prevenzione
Il cuore del nostro progetto di prevenzione è da sempre, e oggi più che mai attuale, il raccontar-si l’esperienza vissuta e vivente a partire dal proprio sé sessuato (con un’apprensione in più per le ragazze) e far immaginare a femmine e maschi una stanza tutta per sé, quale occasione di ricerca delle parole per nominarsi a sé e per affacciarsi nel mondo, perché “dove stanno le parole non ci sono i coltelli.” [22]

Per rafforzare l’immaginario -nella fedeltà a sé e insieme interdipendenza dall’altro/a da sé nello spazio del rispetto reciproco – era nata diversi anni fa l’idea di un gioco di visualizzazione, chiamato ‘bolla’.  Una bolla che nella sua trasparenza espone e contiene, in uno spazio intimo che sta a ciascuna/o di predisporre, che permetta di essere nella propria differenza e parzialità. In una continuità di senso, e quale riflesso di una realtà di confinamento che le giovani generazioni stanno vivendo, la stanza tutta per sé ha conquistato adesso un posto di primo piano.

“Sarei forse più sola, senza la mia solitudine”, scriveva Emily Dickinson. La solitudine della stanza tutta per sé in cui coltiviamo i nostri piaceri e pensieri, in cui diventiamo produtt* della nostra arte, anche fosse solo l’arte del farci domande, serve?

Ci viene da pensare che la solitudine della stanza tutta per sé non è isolamento polare, è relazionale per poter essere trasformazione del mondo. Conoscere la stanza tutta per sé permette non solo di guardare sé ma anche di guardare agli/alle altr* da sé. Questo costituisce sostanzialmente l’essenza di una stanza tutta per sé col suo arredo a misura, inconfondibile ai propri occhi e a chi sceglie di starci vicino: “sui suoi muri dilatati e trasparenti, un lungo elenco di nomi, di date, di fatti, di volti, di parole che non mi stanco mai di scrivere, di leggere, guardare e riconoscere ogni giorno, commuovendomi ogni volta”, come ci racconta una ragazza.

Pensiamo che l’anno zero della nostra contemporaneità, con un prima e un dopo, renda attuale proporre un confronto a partire da una pressoché universale esperienza forzata di confinamento in una stanza. Come punto di partenza possibile, e non esclusivo, che, letto con gli occhiali della differenza sessuale, illumini fili di continuità o discordanze con le questioni a noi care. Tre sono le direzioni verso cui vogliamo tendere: partire da sé per raccontare il mondo; riflettere su se stess* e la propria vita per sentire le regole sociali imposte che si scontrano sui corpi come fossero campi di battaglia; stare dentro le relazioni in equilibrio tra bisogno e desiderio.

Sono spunti che condivisi e discussi insieme, forse, ci potrebbero mettere nella giusta postura e permetterci l’accettazione del reale, l’accettazione del limite non come vincolo rigido ma come misura di ciò che è essenziale nel nostro lavoro di prevenzione per poi investire la maggior parte delle risorse nella fiducia in noi, nella nostra esperienza e nelle competenze maturate in tanti anni.

Il limite, di cui la pandemia è dolorosa evidenza, ci restituisce una realtà che va avanti indipendentemente da noi, eppure noi abbiamo dalla nostra parte “l’immaginazione come apertura di varchi che restituiscono al reale la sua complessità, la molteplicità dei piani che lo compongono” [23]. Stare dentro la complessità è arte delle donne.

 

Nell’ordine delle invenzioni...

 

Serena in Lunenomadi

 

A metà marzo, disorientate come tutto il mondo intorno, ci siamo chieste come mantenere il filo con le donne migranti in relazione con noi nel momento in cui veniva a mancare quella possibilità di incontro che è la cifra stessa del nostro progetto, nato per costruire e nutrire relazioni tra donne native e migranti.

Curiosamente, questa inquietudine ha incrociato un desiderio che da tempo coltivavamo: quello di fare da megafono all’esperienza della migrazione femminile e del periglioso percorso di inter-azione culturale, che tante donne affrontano alla fine del viaggio vero e proprio, quello attraverso i confini geografici. Ci sembrava la nostra evoluzione naturale, una volta girata, e già da qualche tempo, la boa dei dieci anni di esistenza: contribuire all’emersione della voce delle donne migranti. E sapendo bene il pudore di tante rispetto alla presa di parola pubblica, tanto più quando si tratta di mostrarsi in corpo e viso, avevamo già intravisto nel mezzo radiofonico il più adatto alle nostre intenzioni.

Dunque, quale momento migliore, e altrettanto paradossale, del lockdown per dare vita a un Podcast che potesse circolare liberamente, senza il peso in tasca di un permesso di soggiorno, senza necessità di alcun permesso in assoluto per vagabondare tra Pc e telefoni e da ognuno di questi mezzi, autentico e leggero come lo immaginavamo, piroettare in altre vite in una circolazione che oggi ha varcato la soglia dei 1500 ascolti?

Quello che abbiamo fatto è stato semplice: abbiamo chiesto alle donne di inviarci un vocale whatsapp di una trentina di secondi per raccontare quello che stavano vivendo in quarantena. Abbiamo aiutato quelle che faticavano con l’italiano traducendo nella lingua di qua le loro intenzioni narrative, prosaiche o poetiche; ci siamo lasciate stupire da quelle che già masticavano abbastanza italiano per usarlo a descrivere dettagliati frammenti di vita. Abbiamo restituito a tutte il valore inestimabile di un’esperienza quotidiana che si faceva pensiero, testimonianza, micrologia saggia di un’esistenza spesso precaria, tenuta in sella con quell’ironia e quella creatività di cui siamo maestre noi donne, le migranti in particolare, per necessità ed esperienza.

Ci siamo messe in gioco anche noi, operatrici e volontarie, sperimentando insieme alle donne accolte quel partire da sé che, in questo caso, era l’unica partenza possibile per valicare l’uscio di casa. Deprivate dell’incontro corporeo, dei suoi abbracci e dei suoi odori, ci siamo rivolte alla Luna per toccarci ancora: l’abbiamo eletta speaker, ascoltatrice, in un certo qual modo operatrice, ma soprattutto notturna cornice narrativa per permettere a Lunatica, podcast femminile, di venire al mondo. A inizio aprile, dopo una gravidanza/montaggio a tempo di record, abbiamo lanciato nell’etere la prima puntata, nell’entusiasmo delle donne che hanno affidato ai quattro venti le loro voci intarsiate di accenti, che agli occhi dei figli e delle figlie, nati/e qui, si sono fatte belle di essere più italiane di loro, almeno per una volta. E come si lanciano semi in un campo aperto hanno inoltrato ad amiche e connazionali e parenti i loro carichi quotidiani, alleggeriti dall’ironia, ma anche dalla comunanza con le altre lunatiche, sorelle d’altrove mai incontrate di persona.

 

 

Marcella in Lunenomadi

 

Come fare a dare continuità all’abitare vivente nello spazio relazionale di Lunenomadi, data l’impossibilità di ritrovarsi insieme spontaneamente e liberamente? Un cardine della nostra pratica politica è il fare casa a partire da uno spazio fisico vuoto che si definisce e si nutre del co-abitare di corpi presenti nella loro piena differenza. Il tema della casa in Lunenomadi è un tema centrale: essere migranti, essere donne sollecita bisogno e desiderio di sentirsi a casa, di poter fare casa in un territorio altro dalla propria terra di origine.  Il luogo dedicato all’ abitare vivente delle Lune, per un tempo ad oggi indefinito, resterà chiuso a causa della pandemia. In questi giorni ci si sta preparando alla sperimentazione di un’esperienza di incontro, con appuntamenti on line, tra operatrici, volontarie e un gruppo di donne frequentatrici abituali dello spazio di Lunenomadi. Il desiderio è che ciascuna inviti, a turno, le altre componenti del gruppo nella propria casa. L’ospite riceverà le sue invitate a cui offrirà la colazione secondo la propria consuetudine di ospitalità familiare e culturale. All’interno e a partire, da questo momento di convivialità, aprirà allo sguardo delle altre gli angoli ritenuti sacri, i più amati della propria casa; farà respirare a chi entra i profumi vitali delle proprie stanze. L’ esperienza potrà avvenire sia nel mostrare realmente i propri ambienti, sia in un’esposizione parzialmente reale di questi: la conoscenza vera sarà consegnata al racconto. Ci si inoltrerà, in questo modo, nella scoperta dell’altra   attraverso la visione, l’ascolto, il contatto con la sua idea del fare casa, del disporre e comporre il proprio spazio [24], vuoi che questo corrisponda a un dato di realtà, vuoi che sia solo ricordo, fantasia di un luogo che non si abita, ma che fortemente si desidera: scritto nella memoria, appeso a una radice che parla di materno.

 

 

 

 

[1] Chi scrive si è fatta portavoce di scambi e riflessioni avvenute all’interno delle singole aree o gruppi di lavoro. Adriana Lusvarghi e Marcella Maggiore presentano anche scritture nate da una personale esperienza e, insieme, hanno costruito la struttura del testo in cui trovano spazio i contributi delle altre.

 

[2] Si riprende la felice espressione “eclissi dei corpi” di Delfina Luisiardi, Da cuore a cuore. Invenzioni per sopravvivere alleclissi del corpo”, Grande Seminario di Diotima, ottobre 2020, pubblicato in questo numero della rivista (n.17-2020) nella rubrica Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale.

 

[3] Wanda Tommasi, Ciò che non dipende da me. Vulnerabilità e desiderio nel soggetto contemporaneo, Liguori editore, 2016, p. 25.

 

[4] Ibidem.

[5] Maria Livia Alga e Sara Bigardi, “A chi devo la donna che sono diventata. Autoetnografia di un dissesto” in Diotima, Femminismo fuori sesto, Liguori editore, 2017, p.83.

 

[6] In un’ottica di inclusività nel testo si è preferito utilizzare l’asterisco.

 

[7] Cfr. Valeria Parrella, Almarina, Einaudi editore, 2019, p.123.

 

[8] Eleonora Missana (a cura di), Donne si diventa. Antologia del pensiero femminista, Feltrinelli, 2014, p.140.

 

 [9] Luisa Cavaliere, Lia Cigarini, C’è una bella differenza. Un dialogo, Et al. Edizioni, 2013, p. 89.

 

[10] Teresa d’Avila in Wanda Tommasi, La mistica, una cosa di tutti i giorni, in Per amore del mondo (16) 2019, https://www.diotimafilosofe.it/.

 

[11] Delfina Luisiardi, Da cuore a cuore. Invenzioni per sopravvivere alleclissi del corpo”, Grande Seminario di Diotima, ottobre 2020.

 

[12] Chiara Zamboni, Pensare in presenza, Liguori editore, 2009, cfr., pp. 49-53.

 

[13] Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi editore, 1979.

 

[14] Adriana Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale, Feltrinelli, 2003, p.10.

 

[15] Adriana Cavarero, “Risonanze” in Chiara Zamboni (a cura di) Maria Zambrano, in fedeltà alla parola vivente, Alinea Editrice, 2002, p. 48.

 

[16] Ibidem.

 

[17] Cfr. Chiara Zamboni, “Fascino del sacro e mondo immaginale”, in Id. (a cura di), Maria Zambrano, in fedeltà alla parola vivente. L’autrice esemplificando le forme della lingua viva, di quella lingua capace di generare la dimensione immaginale scrive: “…comunicare però attraverso immagini innamoranti, cioè immagini che non si rivolgono alla intelligenza calcolante, ma a quella intelligenza che si lascia guidare da amore e che accoglie in sé il nucleo non comunicabile di verità e di grazia”, p. 94.

 

[18] Ibidem. Zamboni a p. 92 riprende “Chiari del bosco” di Maria Zambrano dove si definisce il senso di “parole di comunione”: “Parola, parole non destinate, come le colombe di dopo, al sacrificio della comunicazione, attraversando vuoti e soglie, frontiere, parole senza il peso di comunicare o notificare alcunché. Parole di comunione”.

 

[19] Diotima, Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori Editore, 2002.

 

[20] Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, cit. p. 27.

 

[21] Maria Livia Alga, “Quel cerchio luminoso. Le case delle donne come contesti per una formazione a partire da sé”, in Maria Livia Alga e Rosanna Cima (a cura di), Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità, numero speciale di MeTis, pp. 3-24 (16), 2020.

 

[22] Valeria Parrella, cit. p.96.

 

[23] Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza tra reale e irreale, Liguori Editore, 2009, p. 2.

 

[24] Cfr. Chiara Zamboni, Pensare in presenza, cit., pp. 143-144. L’autrice scrive: “La casa non è semplicemente uno spazio che ci contiene – in senso newtoniano- ma entra in relazione con noi e assieme creiamo una situazione contingente e singolare”. E ancora per i nessi che ogni casa ha con la casa pensata, costruita da nostra madre e anche   per la funzione di radice, che casa e madre hanno dentro ognuno di noi, riportiamo le parole di M. Duras: “La casa dentro. La casa materiale. La prima scuola è stata mia madre stessa. Come organizzava le case. Come le puliva […] Ciò che voleva quella donna, mia madre, era dare a noi, ai suoi figli, la certezza che in nessun momento della nostra vita, qualunque cosa fosse successa, i fatti più gravi, la guerra per esempio, saremmo stati sorpresi. Dal momento che avevamo una casa e una madre, non saremmo mai stati abbandonati, travolti dalla bufera, presi alla sprovvista”, in La vita materiale, Feltrinelli, 1987, p. 55.