diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Edizione 19 - 2023

Ho Letto

Culture della maternità e narrazioni generative, le maternità sono fioriture impreviste


Quanto si può voler bene a questo mondo? 

Quanto può essere grande la relazione che ci lega all’altra o all’altro?

Può sconfinare l’universo. 

Anzi, lo sconfina. E sconfinando, se ne prende cura.

Culture della maternità e narrazioni generative(*) è una composizione corale, frutto dell’estratto vivo di una ricerca che, dal 2015 al 2021, ha raccolto suggestioni, storie, immagini, testimonianze e pensieri intorno alle pratiche di accompagnamento di madri e figl* considerati vulnerabili. È anche la proposta di decostruzione della visione coloniale delle maternità che impregna gli orizzonti di intervento, quelli istituzionali compresi.

Una ricerca condotta constatando che occupare la “posizione di chi definisce quali siano i bisogni degli altri rappresenta una forma di potere” e interrogando la connessione Natura/Potere, riconoscendola come dannosa se vista come sodalizio irrisolvibile tra categorie immutabili.

Chi ha il potere di definire che cos’è essere vulnerabili, che cos’è la cura materna, quali sono i segnali di disagio e i modi di affrontarli? In che modo può una donna definire la propria situazione a partire dal suo stesso modo di viverla, senza essere guidata dalla paura, dal bisogno o dalla vergogna? (nel libro Migliavacca, con una domanda emblematica).

Nel saggio introduttivo di Maria Livia Alga c’è la metafora della scavatrice che a mani nude corrode il mondo nella tensione di generare.

Affronta l’asperità di un terreno che inaridisce anche nella visione del “genitore falegname” (A. Gopnick) universalizzata a forza e quindi somministrata, impartita. Di quell’intensive parenting spesso lontano dall’esercizio reale della relazione tra umane ed altr* uman*. Oltretutto mai neutra rispetto al genere e quindi asimmetrica. 

Nel volume ci sono suggestioni, informazioni e input pratici per una nuova modulazione anche delle pratiche educative; uno strumento per operatori ed operatrici, cercatori e cercatrici di relazione. 

Chiunque abbia la sensibilità di spogliarsi delle posture coloniali ed entrare nel ‘registro della risonanza’, chiunque legga in questa società l’urgenza di medicare certe distorsioni indotte dall’imposizione delle dinamiche giudicanti. E riconosce l’inclinazione ad una educazione coercitiva di chi occupa posizioni di riconoscimento, accompagnamento e presa in carico delle situazioni di vulnerabilità.

È un testo che declina limpidamente non solo le suggestioni e le finalità del cerchio narrativo come metodo, ma anche la sua valenza pratica nel generare una narrativa relazionale le cui raccolte hanno una eco pedagogica.

Il cerchio è una pratica che anima il fondamento femminista del personale politico, lo lascia vivere operando uno scarto che ci permette di far coincidere il potenziale politico del proprio vissuto con la sua spendibilità effettiva.

E nel grande cerchio corale di questo libro risuona la maternità allargata che si irradia come nelle immagini di Luisa Muraro. Allargata e che si alimenta del pensiero materno, scardinando con una istanza spontanea la nozione della genitorialità spacciata per naturale. 

Quel che è dato per naturale non è immutabilmente necessario e anche la dissertazione attuale sulle libertà generative rivendicate da donne e uomini del nostro tempo lo dimostra largamente. 

Il potere generativo delle storie è un tratto del testo. Storia come suggestione prolifica che apre uno spazio di riflessione e che si traduce in immedesimazione feconda. 

Per esempio la storia di Sandra Faith Erabhor. A metà del volume, c’è il racconto della vita di Oyenwen, delle ferite che il sistema le ha inferto e ha inferto ai sui figli. Profonde, incolmabili.

È un’onda, (per mutuare le parole di Rosanna Cima)

che si infligge sulle spigolosità delle ganasce patriarcali 

per inondarsi poi libera nelle potenzialità della sensibilità femminista.

La vicenda di Oyenwen è la vicenda di una madre vulnerabilizzata dalla tratta, imbrigliata con la metodica della superstizione, reclutata col ricatto. Defraudata della sua identità. È la “storia di tutte”. Trattate dal sistema con metodiche che spesse volte pretendono di usare una cornice quadrata per collocare una geometria sconfinata.

Spostare lo sguardo da canoni condivisi, ad esempio, sul modello di ‘buona genitorialità’ assorbito dalla cultura, insegnato a scuola e dalle teorie sull’attaccamento vendute come universali è imprescindibile. Tale spostamento segna un nuovo inizio nelle pratiche educative e di incontro con altre forme di famiglia, maternità e infanzia. Adottare consapevolmente la realtà che siamo etnocentrici si traduce nell’accogliere i limiti del proprio osservare, concretamente significa dire “quel che si vede da qui”.

È qui la domanda di Rosanna Cima: 

Da quale distorsione culturale e visiva si è posseduti? 

Quando siamo nella storia dei figl* di nessun*. 

Quando tocchiamo la violenza coloniale e patriarcale sui bambini e le bambine o le madri razzializzate. 

Quando salvare è uguale a esercitare un potere coercitivo.

Siamo un cosmo di sensibilità che si incontrano, alcune volte si sfiorano, altre si intersecano. Possiamo scegliere: il filtro delle imposizioni etnocentriche o la libera espressione del proprio vivere. 

Non subordinato, liberato. Fino all’idea di una gestazione comunitaria. 

Irradiare il materno

L’ampio riconoscimento del concetto di vulnerabilità nelle teorie dell’etica della cura ci consentono di farne quell’uso definito ‘ecologico’: 

La vulnerabilità che a partire dalla sessuazione dell’essere umano, subisce così un allargamento verso l’universale. Questa dilatazione di orizzonti illumina una dimensione in cui il femminile è fonte di simbolico per tutti. E il vulnerabile perde il suo contrario: un essere umano non può definirsi invulnerabile.

È stata messa in luce da più parti la necessità di dotarsi di strumenti capaci di leggere la vulnerabilità non come una caratteristica diagnosticabile nel singolo o in una determinata situazione di vita, ma come una proprietà emergente nelle relazioni, comprese quelle tra professionisti e utenti e quelle tra professionisti e istituzioni di appartenenza. Osservare in modo più complesso l’intreccio di queste vulnerabilità consente di sviluppare uno sguardo capace di interrogare anche ciò che non sappiamo perché gli strumenti di conoscenza abituali non lo leggono, e di aprire una cornice anti-oppressiva (p.62).

Praticare e pensare il materno irradiandone l’ampio spettro relazionale e fattivo è assumere una differente postura politica.

Cura materna nel senso “irradiato” del termine: allargato alla relazione di cura, a quella concezione del maternal thinking che conferisce forma al pensiero e che impregna anche l’esercizio del ‘nostro stare nelle storie’. Ed offre una chiave di lettura rivoluzionaria della forma di potere che la posizione di colui o colei che prende in carico la vulnerabilità, porta con sé.

Agire la pratica della cura nell’ottica dell’etica che su di essa si declina è valutare illuminat*: in relazione, perché in relazione siamo nate e nati.

Stimolare l’esercizio del pensiero materno, il cui incipit biologico è solo uno dei possibili, e posizionarsi rispetto all’esperienza del mothering, ma anche al dentro di questa esperienza.

Come nella visione di Sara Ruddick, agire nel perimetro sconfinato del pensiero materno, sia di matrice biologica che adottiva, fino all’universalità del comprendervi chiunque sia nella disposizione o nella posizione di elargire cure materne, uomo o donna, che presti con costanza il proprio esercizio della cura ad un figlio anche suo, perché figlio di questo mondo.

Coltivare queste nuove prospettive, come nella visione del “genitore giardiniere” (A. Gopnick), capaci di metabolizzare l’imprevisto delle “fioriture” di modelli materni anche diversi. 

Assumersi la responsabilità di ambire ad un mondo più giusto. “Fare della cura il luogo dell’esserci” e di stare nelle storie che ascoltiamo. 

Il ripensamento della soggettività, in termini anche filosofici, istiga un ripensamento della sostanza relazionale di cui si nutre anche quel determinismo genitoriale dato per assunto e incontrovertibile disegnatore di destini che tanto può ferire quando imposto ‘ai vulnerabili’.

Con la relazione attiva possiamo consumare l’oppressione capitalistica che, nell’esercizio del suo potere, stigmatizza funzionalmente le irradiazioni del materno che esulano lo standard occidentale. Minando così anche le grandi linee del pensiero femminista, che su questo ha molto detto, scritto e battagliato.

L’etnocentrismo eccentrico come posizionamento teorico e pratico segna il limite del potere ‘professionale’, aiuta a fare un passo indietro, ad aprire uno spazio vuoto dove l’incontro è spazio-terra- terra di mezzo che permette di stare e ascoltare le esistenze, di sentire come stiamo nello sguardo di chi osserva e nel proprio quando vediamo l’altra.

Occorre un arresto generativo: per evitare di perseverare come se ci fosse un solo modo di starci a questo mondo, come se “tutto fosse come prima (prima della pandemia, delle immigrazioni, dell’emersione delle nuove sessualità)”.

Un arresto interrogato dalla domanda di Rosa, nel libro: 

Come stare nelle storie in maniera onesta?

Quali sentimenti siamo disposti a riconoscere di provare di fronte ad una madre in situazione di vulnerabilità? Se il corpo è nero, giovane venduto, quali valori di riferimento per valutarne la maternità?

La nostra sensibilità verso il pensiero materno è anche la misura del modo in cui entriamo nelle storie. In relazione nasciamo e rinasciamo relazionati ogni volta che si infittisce il reticolato di connessioni che il nostro ‘ruolo’, o più semplicemente il nostro vissuto, ci porta a tessere.

Universalizzare la pratica relazionale, senza stringerla nelle maglie di un focus eterosessuale, controllante e patriarcale significa scardinare l’assunto della famiglia nucleare, rigettare la supervisione delle sessualità. Far crollare il velo paternalistico di una visione matrimoniale e statica dell’amore. Significa liberare la maternità e il materno.

Maternità e potere

La maternità è qualcosa che ha molto a che fare con la nozione di potere: la donna si confronta con la propria capacità biologica di procreare, un confronto che a volte è molto doloroso quando quel potere è fallace per nature e anatomie. 

Arriva a scontrarsi con l’autorità quando questa vuole disporre della sua libertà di esercitare o meno il proprio potere generativo come anche della possibilità di curarne i limiti, servendosi della medicina. La donna madre si misura con il proprio potere educativo nei confronti del figlio o della figlia, figli che a loro volta si confrontano con l’autorità genitoriale. In due universi di interpretazioni e metabolizzazioni che si differenziano in base anche al sesso.

C’è una spartizione di potere tra le due figure genitoriali, che anch’essa si determina in maniera diversa in base anche alla sessualità della coppia. C’è il potere delle istituzioni e dello Stato nei confronti delle maternità ritenute vulnerabili, come anche il potere – o mancato tale – degli strumenti normativi e assistenziali di cui ci si avvale per definire e sanare le situazioni vulnerabili.

Poi c’è la capacità intima o quella invece espressa di saperlo esercitare quel potere, di sapersi riconoscere nelle situazioni di potere o in quelle in cui si subisce un potere. In ognuna di queste declinazioni c’è qualcosa che ha a che fare con i sussurri di una memoria lontanissima, che in qualche modo è la lente con cui leggiamo e decodifichiamo il mondo e che si spinge fino alle radici della nostra infanzia.

Fino alle prime parole e alle prime tessiture relazionali, travalicando anche quello che possiamo ricordare. 

La maternità è un affare collettivo. Come, d’altra parte, anche il solo vivere lo è.

* Maria Livia Alga, Rosanna Cima (a cura di), Culture della maternità e narrazioni generative, Franco Angeli, 2022. Tutte le citazioni di questo testo sono estratti del volume in questione.