diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo

Tranche de vie

Cinquant’anni

 Le amiche intorno, un po’ per festeggiare, un po’ per rincuorare. Al telefono Donatella, che aveva chiamato da Bologna il giorno del solstizio, per spartire con me quella lieve sensazione di malinconia, quasi dolce, che prende quando lo splendore dell’estate si annuncia con l’accorciarsi delle giornate, mi richiama tre giorni dopo per gli auguri. Essendo lei visionaria, magari perché artista, i numeri li vede colorati, e i cinquanta li ha sempre visti rossi, dunque intensi, passionali, forse anche un po’ uterini… Giannina, che avevo invitato per la cena, ma era già impegnata, alle mie insistenze perché trattasi di cinquantesimo, davvero?, mi chiede, certo cominciano a essere tanti, commenta, soprattutto perché tu sei sempre stata tra noi quella piccola… Nel tardo pomeriggio, Simona, che da Milano ha raggiunto Marina a Rapallo, mi dice per telefono che non mi devo proprio preoccupare, è un club raffinato quello delle cinquantenni, lei c’è dentro da oltre un anno, e se deve dire, non ci si sta davvero male. Donata chiama da Bologna alle otto e mezza di sera, e si deve accontentare della segreteria, perché sono nel pieno del ritardo nei preparativi per la cena, con il telefono che non smette di squillare, Tiziana che ha appena suonato alla porta, inaspettata, e Diana, che arrivata col regionale da Vicenza con vivande e un’ora e mezzo di anticipo, zittita sulle prime, è stata da tempo sbattuta in cucina, ad arrabattarsi con me e Chiara. Il suo augurio è affettuoso e sentenzioso, secondo il suo stile: è contenta che ci sia arrivata finalmente anch’io a rinfoltire il gruppo, anch’io tra le amiche con un piede sul baratro. Gabriele si limita per fortuna subito dopo, anche lui sulla segreteria per lo stesso motivo, a lasciare gli auguri.

Alle nove puntuali arrivano Marcella, Wanda, Emma, Nora, Ivana, Francesca. Tutte invitate all’ultimo momento, cioè soltanto qualche giorno prima. Chiara, diana e io lasciamo finalmente la cucina. Al brindisi Wanda, che è anche lei, come pure Marcella, della banda delle cinquantenni duemilaequattro, dice porgendo regolare collana di perle che a cinquant’anni qualunque donna è veramente una signora, vale a dire che si può finalmente fare davvero quello che si vuole. A sostegno e giustificazione della mia inveterata tendenza al dispendio, cito la striscia di Calvin e Hobbes – quelle frasi che, come dice Sartori, Diana per la cronaca, si tengono in fresca, per stapparle quand’è il momento – dove il bambino guarda, col suo tigrotto di pezza, dalla finestra la neve, e dice che a breve termine gli piacerebbe andare fuori a giocare; a lungo termine, però, continua, mettendo mano ai quaderni, gli piacerebbe andare bene a scuola e avere successo nella vita; ma a lunghissimo termine, conclude Calvin, sulla slitta con il fido Hobbes lungo un pendio, sa perfettamente quali sono i ricordi che contano davvero nella vita…

Dopo le undici Patricia, reduce da un convegno a Treviso, non manca di passare per Verona prima di tornare a Vicenza, per un augurio. Verso mezzanotte realizza, e un po’ non si capacita, che Francesca, con cui sta simpaticamente conversando da un po’, sia l’adolescente protagonista di un mio racconto che ha provato e riprovato, per le presentazioni. A
Parigi senza famiglia
, ci informa l’interessata, aveva la metà degli anni di adesso.

Quando PierRoberto viene a prendere Emma e a farmi gli auguri, dopo che già se ne sono andate tutte, mi dice abbracciandomi che a cinquant’anni si è ancora piuttosto giovani, e che io, nella fattispecie, sembro anche molto più piccola. La cavalleria è in fin dei conti sempre un po’ corroborante, specie a fine giornata.

E’ l’una passata quando guardo scorata la cucina e non sapendo a cosa metter mano decido di rimandare il riordino all’indomani.

Ma una cosa che ha imparato con i cinquanta, dice Chiara cominciando invece a sbrogliare il secchiaio, è che già dal giorno dopo si comincia a sentirsi subito un po’ più stanche.