diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 9 - 2010

Lingua dell'altro

Cercando parole per l’incontro

Qualcosa , nell’era della comunicazione, fa ostacolo alla comunicazione. La quantità impressionante di informazioni che ci viene quotidianamente offerta, invece di avvicinarci al mondo e alle persone che lo abitano, ha l’effetto di rendere tutto, allo stesso tempo, meno comprensibile e più minaccioso. Si ha la percezione di una non corrispondenza tra realtà e parole che tentano (o pretendono) di spiegarla. Un senso di straniamento ancora più grande ci prende quando a tradire il senso della nostra esperienza sono le nostre stesse parole.

Il fatto che il linguaggio, in un lento e progressivo scivolamento, sembri aver perso la capacità di significare la realtà in modo soddisfacente, è dovuto in gran parte allo stato di alienazione in cui viviamo. Ci siamo smarriti in mezzo al troppo: troppa gente, troppi oggetti, troppi impegni, troppo rumore, troppi pensieri. E a volte, nel bel mezzo di questo troppo pieno, si percepisce il vuoto di senso. E la solitudine. E la paura.

C’è in giro una gran fame di incontro e di contatto, che però non riesce a trovare la strada dell’appagamento. I tanti surrogati di incontro tra cui possiamo scegliere nel mercato globalizzato possono temporaneamente placare l’appetito, poi però la fame torna più forte di prima.

Come possiamo di nuovo incontrarci? Come intessere le differenze[1] nelle nostre vite e nelle nostre città? Come ridare significato ed efficacia comunicativa a ciò che ci diciamo, restituendo al linguaggio la sua forza trasformatrice?

 

Ecco, in ordine sparso, alcuni punti che mi sembrano cruciali in questo cammino:

 

   TEMPO

Lo stile “mordi e fuggi” con cui oggi vengono impostate le relazioni rende impossibile un autentico scambio tra soggetti. Le parole non hanno il tempo di risuonare, c’è spazio solo per poche battute, si resta in superficie. Per rendere davvero possibile un incontro tra persone, bisogna prima di tutto rallentare, uscendo dall’abitudine al consumo rapido, e scegliendo di dedicare più tempo ed energie all’arte delle relazioni. Bisogna saper accogliere le pause, i tempi necessari all’emersione di un pensiero originale e non stereotipato. Se no, facciamo come l’anziana signora di un racconto di Clarice Lispector: “Diede l’impressione di pensare, pensare e, con tenerezza trovare un pensiero già tutto confezionato dove poter accogliere il proprio sentimento”[2]. Quante volte ci accontentiamo di parole e pensieri convenzionali, invece di lasciare che da un incontro maturi qualcosa di nuovo, di unico e di imprevisto?

 

   CORPO

La nostra attenzione è assorbita ogni giorno da scambi linguistici disincarnati: internet, il cellulare, la tv, i giornali. Parole senza presenza fisica, private della complessità e della ricchezza di quella dimensione fondamentale dell’esistenza che, con formula molto riduttiva, chiamiamo “comunicazione non verbale”. Saper stare in presenza, riconoscere i segnali del corpo e dello sguardo altrui, fidarci delle intuizioni e della creatività del nostro: sono precondizioni importanti per una comunicazione autentica, in cui le parole, invece di rincorrersi tra loro allontanandosi dal qui e ora, raccontino le nostre esperienze, limitate e parziali, ma reali e preziose.

 

   ESPORSI

Capita di trovarsi con altre persone, in gruppo, e di percepire un’impasse, un ristagno della comunicazione (il che può accadere senza che la conversazione subisca interruzioni). A volte lo si percepisce sotto forma di tensione, altre volte di frustrazione o di noia perché non accade nulla che ci faccia sentire coinvolti. Poi improvvisamente qualcuno fa o dice qualcosa di inaspettato, esprimendo qualcosa di sé e del suo vissuto, offrendo al gruppo l’occasione di un salto di qualità. Così, da uno scambio di battute che segue schemi consueti, si passa ad uno scambio di essere, che apre all’imprevedibile e attiva nuove risorse in noi, negli altri e nelle altre. La libertà di esporsi con il proprio corpo, le proprie emozioni e le proprie parole può, così, far scaturire un flusso di energia trasformativa laddove c’era una situazione di blocco. La fiducia e la forza di fare il primo passo, accettando di trovarsi per un momento vulnerabili e soli, senza sapere se verremo compresi e accolti, è un fondamentale talento esistenziale e politico.

 

   ASCOLTO – SILENZIO

Se non abbiamo consapevolezza che alla radice del linguaggio sta il silenzio, le nostre parole diventano poca cosa; o peggio, diventano tossiche. Per poter raccontare il più sensatamente possibile la propria esperienza, comunicando pensieri o sensazioni, è necessario affinare la capacità di ascolto, di sé e di ciò che ci circonda. Se parlassimo meno e allo stesso tempo meglio, cioè restando più fedeli al nostro sentire e più attenti alle continue modificazioni del contesto in cui siamo inseriti, il mondo sarebbe un luogo più vivibile. Questo brano, tratto da una raccolta di testi degli Indiani d’America, ci racconta di una cultura in cui l’ascolto e il silenzio erano tenuti in grande considerazione, il che modificava in profondità anche il rapporto con il linguaggio:

“L’educazione al silenzio, al tacere, iniziava molto presto. Insegnavamo ai nostri bambini a sedere in silenzio e a gioirne. Noi insegnavamo loro a utilizzare i sensi, a percepire i diversi odori, a guardare quando all’apparenza non c’era nulla da vedere, e ad ascoltare con attenzione quando tutto appariva totalmente tranquillo. Un bambino che non sa sedere in silenzio, è rimasto indietro nel suo sviluppo. Un comportamento esagerato, appariscente, noi lo respingevamo come falso, e un uomo che parlava senza pause era considerato maleducato e distratto. Un discorso non veniva mai iniziato precipitosamente né condotto frettolosamente. Nessuno poneva affrettatamente una domanda, fosse stata anche molto importante, e nessuno era costretto ad una risposta. Il vero modo cortese di iniziare un discorso, era un momento di silenziosa riflessione insieme; ed anche durante i discorsi, facevamo attenzione ad ogni pausa, nella quale l’interlocutore rifletteva e pensava. Per i Dakota il silenzio era eloquente. Nella disgrazia e nel dolore, quando la malattia e la morte offuscavano la nostra vita, il silenzio era un segno di stima e di rispetto; altrettanto quando ci colpiva l’incantesimo di qualcosa di grande e degno di ammirazione. Per i Dakota il silenzio aveva una forza ben più grande della parola”[3].

 

   RINUNCIARE AL GIUDIZIO (o almeno al suo uso automatico e inconsapevole)

Il giudizio ha molto spesso una funzione difensiva, e istituisce subito una distanza tra me e un’altra persona, talvolta anche tra me e una parte di me stesso. Pensare di qualcosa o di qualcuno che “non va bene”, se da una parte ci rassicura perché implica che noi stiamo dalla parte “giusta”, dall’altra significa rendere immediatamente poco praticabile la relazione, rinunciando così al suo potenziale trasformativo. Quando qualcosa suscita il nostro fastidio, la nostra rabbia o la nostra paura è come se chiudessimo dei boccaporti mentali e cercassimo di superare il disagio emettendo una qualche forma di giudizio, del tipo: “è proprio un cretino”. Il che è più rapido e meno faticoso dell’interrogarsi su quale corda sia stata toccata dentro di noi per provocarci una simile reazione, nonché su quali passaggi esistenziali, nella storia dell’altra persona, possano aver prodotto un comportamento del genere. Inoltre, alzi la mano chi non è si è mai trovato dall’altra parte del giudizio, cioè chi non è mai passato per cretino, cattivo, disonesto, egoista… sentendo quanto questo possa essere doloroso e condizionante. E non è questione di “buonismo”, anzi, rinunciare al giudizio permetterebbe di andare alla radice dei conflitti, proprio perché vi giocheremmo una maggiore comprensione ed un più profondo rispetto. E quando ne andasse di qualcosa per noi essenziale, saremmo in grado di esprimere con forza il nostro punto di vista, ma senza preliminarmente attaccare o svalutare quello dell’altro, lasciandogli la possibilità di interagire con la nostra verità partendo dalla sua, non più negata in partenza.

[1]               “Sessi e culture: intessere le differenze. Oltre gli stereotipi per una politica dell’incontro” era il titolo di un convegno nazionale svoltosi a Parma (la mia città) nel settembre 2007.

[2]                Clarice Lispector, “Dove siete stati di notte?”, Ed. Zanzibar, Milano, 1994, pag. 33 (il racconto s’intitola “La partenza del treno”)

[3]               Recheis Käthe – Bydlinski Georg (a cura di), “Sai che gli alberi parlano? La saggezza degli Indiani d’America”, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza, 1992. L’autore del brano citato si chiama Orso In Piedi.