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per amore del mondo Numero 9 - 2010

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C’era una volta ?

C’era una volta ? 

Geetanjali Shree, Maï, une femme effacée

 

Si è detto anni fa che il patriarcato era morto. Certo in una parte del mondo, ma veramente, universalmente e mondialmente ? Non è del tutto morto nella narrazione di alcune scrittrici in cui i racconti di una volta parlano ancora di quella storia e in termini inequivocabili ; ma raccontano anche la fine di quell’epoca, il cambiamento, lento ma sicuro. Le nuove generazioni di donne e di uomini che ormai hanno rotto i ponti con il patriarcato e il dominio maschile .

Di questa memoria ancestrale, patriarcale e della coscienza di essere giovane donna in dissidio con quel mondo testimonia il romanzo di Geetanjali Shree Maï, une femme effacée (Infolio, 2008) romanzo di cui la figura centrale è lei la Mamma, Maï, in lingua hindi. Diversamente da altre scrittrici e scrittori ormai molto conosciuti a livello internazionale, Geetanjali non scrive i suoi testi narrativi in inglese, riservando la lingua « coloniale » a saggi o articoli. Anche se le storie dei suoi personaggi appartengono in varia misura alla storia postcoloniale dell’India, non è questo l’aspetto più interessante del romanzo.

In incontri recenti la scrittrice ha detto di aver voluto scrivere una storia « universale » : cioè valida in India come in altre parti del mondo, oggi. O forse ieri. Certo la famiglia raccontata nelle pagine del romanzo risveglia memorie del passato e del presente : il nonno e la nonna che detengono il dominio sulla famiglia intera, sul figlio ma soprattutto sulla nuora, Maï appunto. Tale dominio si fonda e si trasmette tramite la preferenza assoluta accordata dalla nonna ai maschi primogeniti o secondogeniti  a discapito di tutte le altre donne, la figlia, la nuora la nipote.

Questa storia ormai la conosciamo bene : quella di Maï si svolge in tempi non tanto lontani, la metà del secolo scorso ma ciò che mi sembra più interessante è l’evoluzione di tale situazione che si opera grazie alla nuova generazione, quella dei figli e precisamente, del fratello e della sorella ; è da questa coppia, dalla loro relazione e dai loro cambiamenti che la scena sarà profondamente modificata. Maï, la madre,  è il riferimento affettivo centrale per la sorella e il fratello. La loro unione è fondata sul desiderio di entrambi di sottrarla al potere che la opprime, di spingerla a ribellarsi all’ingiuria e all’umiliazione quotidiana. Non solo, il fratello è dalla parte della sorella, pur essendo più giovane è lui che sostiene la sua domanda di andare nelle migliori scuole, di partire altrove, all’estero (come lui) in Inghilterra, di non cedere alla proposte di matrimonio, di scegliere gli studi che preferisce (la Biologia e poi le Belle Arti).

 

Ma per la figlia (e questo Geetanjali Shree lo mostra con molta sensibilità e perspicacia) la lotta per la libertà passa attraverso una relazione con la madre che non è solo fatta di gesti esteriori ma di un lotta tutta interiore per non cedere alla ripetizione nella somiglianza, senza per questo cessare di sorreggerla e di accompagnarla verso l’uscita da quel modello. Uscita essenziale per entrambe. Tuttavia, Maï non è fissata una volta per tutte nel  ruolo di ombra della casa, donna cancellata, la sua docilità nasconde un fuoco che continua a bruciare dietro il velo, il pardah. La figlia che lotta per non diventare la donna che « si sacrifica » finisce per riconoscere che è proprio quella « debolezza insondabile » che le ha dato forza: « È la sua debolezza incommensurabile che mi ha dato la combattività. ». Ed è perché la madre rinuncia al proprio desiderio di tenere la figlia presso di sé e firma il foglio di iscrizione all’Università in Biologia, che la figlia può continuare gli studi contro il parere di tutti (nonni e padre).

Si potrebbe credere che questa storia sia scontata una storia di altri tempi, in un paese lontano, invece numerose considerazioni  contraddicono questa idea.  In primo luogo chi sia veramente Maï non è scontato : i figli credono di doverla far vivere, di soffiarle i loro desideri, convinti che lei sia una « conchiglia vuota » ma si renderanno conto che le cose non stanno così, e questa scoperta mi sembra decisiva: « Stavamo chiusi nel prisma delle nostre visioni personali come in una bolla di sapone, al punto che tutto quello che vedevamo ci appariva attraverso questo prisma e il colore di quella bolla. Apprezzavamo tutto quello che aveva il colore della nostra bolla. O ci obbligavamo ad apprezzare quello che avevamo colorato a nostra immagine. E quando l’immagine che rifletteva Mamma mostrava una certa ostinazione a rimanere altra, oscillavamo sulle nostre basi ». Viene così il tempo delle rivelazioni  di quell’altra che il velo impedisce di vedere : l’idea che abbia pensieri inaccessibili, l’idea di una vita, un altro nome Rajjo, tutto per lei ( e non solo quello di « Maï ») un’infanzia, una giovinezza prima di loro sembra sconvolgerli: « Era prima di me perché Mamma esisteva prima di me, e prima questo prima, e noi non avevamo, Soubodh ed io, mai pensato questo. Una sofferenza torturante. /Mamma in me si torturava » Dopo questa rivelazione niente sarà come prima: « Avevamo fatto alla mamma un posto definitivo nella nostra vita, in cui al centro stavamo noi. Ma ora non eravamo più da nessuna parte. C’era la mamma e nella sua vita non c’era più posto per noi, lei recuperava la sua vita, lei stessa al centro,  incastrando i suoi frammenti sparsi. ».

Tutti i tentativi saranno vani di « catturare Maï » ed è proprio perché lei sfuggirà che i figli e in primo luogo la figlia potranno partire, trovare una via verso una libertà nata dalla coscienza infine che la mamma non era una donna cancellata  « eravamo noi ad averne fatto una donna cancellata » Ecco cosa si dice la figlia in partenza: « Non bisogna che diventi la Mamma, del resto non è possibile, lei stessa mi ha spinta a non esserlo ; anche se lo volessi non potrei essere lei, non ho nessuna disposizione in quel senso […] bisogna che lotti contro la sua storia. […] mi batterò contro di lei, la Mamma, lei che è immortale, che è in me, che ci resterà sempre,  fuoco o cenere, lei davanti alla quel mi inginocchio, mi batterò contro di lei. »