diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 4 - 2005

Cattivi Pensieri

Caprocavolismo

Scrivere, si sa, ha i suoi rischi: ci si espone sempre all’eventualità di dire una cavolata. Considerato, poi, che esprimendo un’opinione ci si mette per ciò stesso contro l’opinione di qualcun altro, quello di incorrere nel giudizio di qualcuno che ci accuserà di dire cavolate è, più che un rischio, una certezza. Certezza ineluttabile se si tiene presente che la comunità di chi scrive e legge dedica le sue migliori energie proprio all’alto compito di dimostrare quante cavolate si annidino nell’altrui produzione scritta, evitando il più possibile di offrire il destro ad analoghe accuse.

Non c’è da stupirsi, quindi, che in forza di una legge che si potrebbe definire (se il termine non fosse così ardito come ultimamente pare) darwiniana si siano affermate nel mondo della produzione intellettuale peculiari forme di vita particolarmente adatte a sopravvivere e a fare carriera in un ambiente come quello descritto.

La prima forma di adattamento è quella che si colloca, per così dire, al vertice della catena alimentare: predatori in grado di attaccare qualsiasi altra forma intellettuale vivente senza distinzione, i quali devono temere solo l’aggressività di esemplari della propria stessa specie. L’affermazione di sé è la sola forma di affermazione che si riscontra nell’attività dei componenti di questa specie, essendo ogni loro azione volta alla distruzione sistematica di ogni affermazione da parte delle specie predate, il cui punto debole è costituito appunto dall’ingenuità e dalla buona fede con cui presumono di affermare una, quale che sia, posizione intellettuale.

Ma non ci sono solo i lupi: altre forme di vita intellettuale, più miti o meno dotate di potenziale aggressivo, hanno saputo trovare una loro nicchia ecologica di sopravvivenza che, se pure mai al riparo dalla voracità delle specie più pericolose, consente loro almeno di sfuggire all’identificazione con il ruolo della vittima designata, mediante l’evitamento di quel carattere affermativo che contraddistingue le specie predate.

La preoccupazione prima di queste forme di vita intellettuale consiste dunque nell’evitare con ogni mezzo di porsi nella condizione di subire un attacco a causa di una qualche affermazione positiva su di un qualsivoglia argomento.

Una lunga storia evolutiva e una disciplina rigorosa hanno così condotto alla selezione di intellettuali capaci di comportamenti altamente specializzati, il cui successo evolutivo si misura con la loro stessa sempre maggiore diffusione, anche se spesso concentrata in determinate aree. Pur riscontrandosi, infatti, casi di tali comportamenti nelle discipline più varie, essi manifestano maggiore frequenza nei campi della produzione saggistica di matrice umanistica, con vere e proprie punte nelle aree della scrittura di taglio critico-letterario e politico per raggiungere vette di autentico virtuosismo nell’ambito del saggio filosofico.

Definiremo i suddetti comportamenti caratteristici, nella loro accezione più generale, come caprocavolismo: comportamenti dettati, cioè, dalla strenua volontà di salvare sempre e comunque capra e cavoli.

Si intende con ciò proporre un primo strumento di classificazione per riferirsi al fenomeno nella varietà delle sue manifestazioni specifiche, che vanno da un atteggiamento complessivo nei confronti della vita intellettuale stessa (disegnando i contorni di una vera e propria scuola di pensiero) ad una peculiare propensione alla collocazione soggettiva mediana o super partes, per giungere alla tendenza ad assumere forme espressive e retoriche del tutto caratteristiche e costanti, al punto da assurgere alla costituzione di un’autentica scuola stilistica se non addirittura di un nuovo genere letterario.

Nonostante questa varietà di livelli di manifestazione, denotante la straordinaria pervasività e la capacità espansiva di tale fenomeno, è relativamente agevole individuare il caprocavolismo una volta che se ne siano enucleati i tratti essenziali, e ciò a causa proprio della regolarità e uniformità delle strutture espressive, ancor più che per l’unità di intento, spesso occultato dalle qualità mimetiche di cui sovente si dimostrano capaci le forme di vita intellettuale che lo prediligono.

Utilissima al fine del riconoscimento del caprocavolismo sarebbe dunque un’ampia analisi delle strutture argomentative, delle opzioni retoriche ricorrenti, degli stilemi che ad esso si accompagnano nei vari casi, e che costituiscono veri e propri segnali indicatori della sua presenza. E’ una ricerca sintomatologica ancora tutta da fare, ma sembra forse già possibile anticipare alcuni degli indicatori più grossolanamente evidenti.

Il primo, autentica anima del caprocavolismo, è il principio che recita “La cosa è più complessa”. Tale massima informa ogni produzione caprocavolistica e ne delinea quasi l’orizzonte programmatico. Essa sovente viene infatti avanzata in apertura di una caprocavolata, coniugandosi all’enunciazione dell’intenzione di prodigarsi in uno sforzo teso da un lato a criticare la parzialità di talune opposte posizioni, e dall’altro a superarne in una sorta di Aufhebung la limitatezza, facendo tesoro del meglio dell’una e dell’altra posizione. Il principio del “E’ più complesso” trova la sua espressione più compiuta nel cosiddetto capocavolismo critico edificante, variante matura del caprocavolismo, specie di quello filosofico, tutta permeata di buone intenzioni e malizia critica.

Ma ancor meglio che dal riconoscimento di tale struttura profonda il caprocavolismo è segnalato dalla presenza di indicatori di superficie facilmente rilevabili, sintomi di una certa propensione caprocacavolistica riscontrabili anche in fenomeni non direttamente individuabili come tali.

Si tratta di piccoli segnali linguistici dalla struttura intrinsecamente caprocavolistica, che sarebbe prezioso elencare ed analizzare: la frequenza, per fare alcuni esempi, delle forme “né-né” o “sia-sia”, o addirittura dell’aulico “et-et”. O ancora di intercalare del tipo “da una parte-d’altra parte” o “da un lato- d’altro lato” o meglio ancora “canto”. Oppure di avvertimenti quali “non bisogna peraltro dimenticare” o “non si deve scordare però” e così via. E anche la presenza di forme di autonegazione come “non si vuole con ciò sostenere” o “ciò non significa tuttavia”, qualora il caprocavolista sia incorso in un involontario sbilanciamento.

L’automoderazione tipica del caprocavolismo è inoltre, proprio perché di caprocavolismo si tratta, mai disgiunta dalla presunzione. Di converso, il difetto che il caprocavolista, specie filosofico, massimamente rifugge e stigmatizza è l’ingenuità. Il caprocavolismo critico, ne conseue, accusa i propri bersagli polemici con appellativi anch’essi denotanti una certa regolarità: ad esempio il materialismo sarà “volgare” o “piatto”, il realismo sarà “ingenuo”, l’empirismo sarà “mero”, la critica sarà “sterile”, la difesa di una posizione sarà “univoca” e comunque sempre “parziale”. Fermo restando, ad ogni buon modo, che ognuno di questi termini squalificati potrà riacquistare vigore e dignità dall’esser coniugato al suo tradizionale opposto, dal che la predilezione caprocavolistica per l’ossimoro.

Qui sta forse il residuo di grandezza del caprocavolismo e forse il suo sottile fascino: in questa sua pervicace ricerca della coincidenza degli opposti esso pare realizzare l’acme della ricerca speculativa, financo il vertice più proprio dell’avventura mistica. Esso pare rinverdire i fasti (ma ormai solo furbescamente e farsescamente) di una nobile tradizione di pensiero della quale mostra di condividere almeno una caratteristica: il caprocacavolismo, come il misticismo, conta tra le sue fila un numero sorprendente di donne.

Forse non sarà possibile individuare un preciso nesso causale tra i fenomeni del misticismo e del caprocavolismo femminili, ma probabilmente qualche rapporto c’è. E non è detto che l’ipotesi più facile, quella di una degradazione della via mistica femminile, quella di un caprocavolismo malattia senile del misticismo, sia in fondo quella più convincente.

Perché, infatti, non pensare piuttosto ad un antico storico caprocavolismo femminile che ha saputo trovare, in particolari circostanze, nel misticismo una vetta espressiva insuperata, ma momentanea? Perché non ipotizzare che come per la mistica si è parlato di “filosofia perenne”, così si possa pensare ad un “caprocavolismo perenne”, di cui le donne si sono fatte alte interpreti?

Una ipotesi di questo genere non solo troverebbe elementi di conferma nel permanere odierno di diffusi comportamenti caprocavolistici femminili ben oltre l’esaurimento della parabola mistica, e in campi più variegati, ma ben si collegherebbe all’idea inizialmente avanzata che il caprocavolismo sia da riportarsi ad una peculiare strategia di sopravvivenza di una specie (in questo caso di un sesso) esposta ai pericoli della convivenza con specie decisamente più forti e con maggiori potenzialità aggressive.

La spinta alla trascendenza che contraddistingue il misticismo, se così fosse, potrebbe risultare come l’evoluzione estrema del più elementare comportamento caprocavolistico femminile del “tirarsi fuori” senza offendere nessuno, mantenendosi superiori alle parti in gioco.

Comportamento questo che nella temperie del moderno, venuta meno la legittimazione della fiducia nella dimensione divina, è venuto ulteriormente evolvendosi in una forma forse più vicina alla motivazione originaria, proponendosi dapprima come imparzialità e giudizio super partes, e più recentemente, ormai delegittimati anche questi ultimi alibi nella nuova temperie postmoderna, quale virtù inattaccabile di comprensività e di femminile “cura”.