diotimacomunità filosofica femminile

per amore del mondo Numero 6 - 2007

Per Angela

Angela Putino: un desiderio d’infinito. La filosofia che si racconta

Io e Angela, l’una di fronte all’altra, eravamo solite parlare di filosofia fino alla ”estenuazione” , sedute ad un tavolo, sotto una finestra aperta sul mare di Napoli. Io rivolta verso il mare, in posizione di ascolto, lei di spalle, assorta nel discorso, instancabile: nonostante anch’io non rifugga dal parlare a lungo, era sempre lei a parlare, s’interrompeva solo per inforcare gli occhiali, per allungare una mano a  prendere, nella vicina libreria, un testo che mi raccomandava di leggere e che contemporaneamente mi offriva in prestito.

Grande era la sua generosità («era»: mi sembra dolorosamente inverosimile questo verbo «essere» declinato al passato) – come mi mancano quelle sue lunghissime conversazioni! –;  dimostrava generosità, soprattutto, nel dispensare idee, ma anche libri, articoli e saggi suoi e di altre. Aveva, però, un sogno ricorrente: sognava di vuotare un sacco, quello grande delle poste, e poiché spesso si arrabbiava nel ritrovare idee sue riferite da altre/i a cui ne aveva parlato, io le consigliavo di non elargire gratuitamente le sue idee, ma di preservarle, perché questo «vuotare il sacco» era un chiara allusione al senso di svuotamento che subiva  quando esprimeva le sue idee, soprattutto quelle in nuce, che avevano ancora bisogno del sostegno del suo pensiero acuto e raffinato.

Non conoscevo Simone Weil prima dell’incontro con il femminismo della Differenza; il mio orizzonte filosofico era quello fenomenologico-esistenziale.

La prima a parlarmene fu Alessandra Bocchetti che mi suggerì di leggere I Greci e Le Intuizioni Precristiane. Ma quel libro non mi disse nulla; dentro non ci ritrovai nulla, se non un ennesimo racconto ed interpretazione della Guerra di Troia. Devo dire che ne fui delusa; era intanto uscito anche il testo collettaneo di Diotima su Simone Weil.

Parlai della mia delusione ad Angela  – a chi se no? Non sono una persona che si maschera, sono sincera, ma con Angela addirittura potevo mettere a nudo me stessa con me stessa, perché lei, che nei dibattiti pubblici non consentiva nemmeno sbavature a nessuna/o e passava subito all’attacco, nel privato aveva una capacità di comprensione inaudita. Parlare con lei assumeva per me anche il carattere di una vera e propria confessione; le confessavo le mie difficoltà a stare negli schemi del potere,  il mio assurdo desiderio di fare la deputata; lo trovo solo ora assurdo: vivevo prima in dipendenza dalla politica istituzionale, i miei umori erano moto condizionati da fallimenti preavvisati, eppure rimanevo in quella costrizione.

Ritorniamo alla Weil. Erano gli anni in cui Angela studiava la Weil e scriveva su dei quaderni ininterrottamente, senza cesura, gli anni in cui fece quel viaggio nel Tibet da cui alcune temevano che non ritornasse. Ebbi il privilegio di custodire questi quaderni con l’impegno di curarli e di pubblicarli qualora non fosse tornata. Luisa, Alessandra, Chiara, Wanda mi chiedevano di convincerla a non partire. Angela era testarda e noncurante della sua salute, comunque  mi assicurò che sarebbe ritornata. Diceva: “sono abituata a non prendere cibo, perché dovrei mangiare di più proprio là? Berrò wisky”. E così fece, e riportò a casa la pelle. Io pensavo, tra me e me, che aveva proprio lo spirito dei gatti (cosa che avevo costatato in più occasioni) e che sarebbe tornata.

In quei quaderni era in nuce tutto ciò che Angela avrebbe pubblicato sulla Weil fino a Simone Weil e la Passione di Dio, ma anche di più, persino le intuizioni del suo ultimo prezioso saggio.

Angela di fronte alla mia delusione, mi consigliò di leggere la Weil partendo dagli ultimi testi, ovvero dai Cahiers, e così feci. I Cahiers  sono i testi weiliani più difficili, ma per me furono i più facili. Perché? Perché ne avevo la chiave di lettura. È stata Angela a fornirmi questa chiave, trasmettendomi, come un contagio, la sua passione per l’infinito, passione condivisa, ma che era rimasta sepolta dentro di me a lungo.

Il mio amore  per la filosofia è un amore infantile, quasi connaturato.

Ricordo che, piccolissima, giocavo con il pensiero, seduta sulla grande sedia a dondolo di mia nonna; giocavo all’astrazione, partivo da me ed astraevo me da me, chiedendomi: se io non ci fossi? E poi per successive astrazioni: c’è il mondo, e se non ci fosse il mondo? C’è l’Universo, e se non ci fosse l’Universo? C’è il nulla. Per me questo nulla aveva il carattere dell’essere; c’è il nulla – pensavo – e lì, infatti, vi collocavo proprio il vero essere, quel Dio di cui i grandi mi parlavano e che io desideravo vedere, contemplare, noncurante della morte.

Angela, ecco, ha riportato a me quella bambina che si era  smarrita: a lungo avevano agito su di me Pirandello, letto a 10 Anni, Dostoevskij in una lunghissima influenza, l’esistenzialismo ai tempi del Liceo, Marx, Hegel, la Fenomenologia, l’Antipsichiatria all’Università, prima del mio incontro con il femminismo.

La mia passione per l’infinito non sarebbe potuta rinascere se non attraverso la mediazione di un’altra donna, una grande filosofa come Angela, nella lettura di un’altra  grande filosofa donna come Simone Weil.

I miei primi e brevi  saggi sulla Weil (La Politica: un Desiderio d’Infinito, La concezione dell’azione in Simon Weil. La Politica come aspirazione al Bene.)[1]  sono contemporanei al testo di Angela  Simone Weil  e la Passione di Dio, il mio testo Il lavoro e la Grazia.[2] invece è stato pubblicato un po’ dopo di quel suo testo e prima di Simone Weil. Un’intima estraneità. Durante la stesura del mio ultimo libro già ascoltavo le riflessioni di Angela, che si spingeva ad analizzare l’infinito attraverso Cantor .

Ho avuto il privilegio di ascoltare Angela per ore intere. Era solita affrontare un tema partendo da un punto che sembrava preso a caso, approfondirlo nelle sue infinite sfaccettature, con voli in avanti e passaggi repentini indietro, per riacciuffare qualcosa sfuggita al suo fitto e fine argomentare. Le argomentazioni si affiancavano, a volte sembravano sovrapporsi, accavallarsi, rimanevano sospese e si ricongiungevano come i cerchi di una danza, e, pur stringendoti in una morsa, erano leggere, appena appena sussurrate.

La Politica, la Forza, la Fabbrica, la Grazia, l’Amore sono i temi della Weil di cui si parlava. L’infinito era il nostro tema preferito, anche se, quando lei si sospingeva sul piano della matematica e di Cantor, io non la seguivo più, un po’ perchè fermata dal mio blocco infantile verso la matematica, un po’ perché ero pressata da un interrogativo più terreno, da un’urgenza dettata dal mio vivere più direttamente dentro i meccanismi del potere di una politica che mi appariva sempre meno convincente, e avvertivo il  bisogno di avere strumenti non solo teorici ma anche di orientamento pratico per agire nel qui ed ora. Quando si  allontanava dalle mie urgenze, pazientemente aspettavo il momento opportuno per riagganciarmi ad un lembo del suo ragionamento che improvviso, come il classico lampo nelle tenebre notturne, tornava a rischiarare le mie idee.

Il miei interrogativi finivano sempre  per  ricondursi  sul «come» l’infinito  operi  nell’ordine delle cose del mondo, nella politica, nella nostra singola esistenza singola.

I miei primi tre saggi sono tutti e tre protesi a  ricercare punti di contatto, nel pensiero della Weil, tra la politica e l’infinito: Angela era maestra su  pensieri che appunto riguardavano l’infinito che entra nelle cose mondane, il  legame tra limite/illimitato, quella concezione di limite che, appoggiato agli infiniti cantoriani, diverrà «un niente» sottratto all’enumerazione aritmetica, quell’infinitamente piccolo che struttura «un’intima estraneità».

Ma solo ne testo Il Lavoro e la Grazia affronto più direttamente questo nucleo attraverso l’operare del soprannaturale nel mondo e nella politica come unica prospettiva per  sospendere i meccanismi costrittivi del lavoro alienato, del sociale e del potere.

Come sono arrivata a questo concetto di «sospensione»?

Non leggendo il libro di Angela, già stampato, ma ascoltando, in anticipo, piccoli racconti di cui avrebbe intessuto il suo testo Simone Weil e La passione di Dio, e che è stato per me,  un testo più ascoltato che letto. In definitiva anche questa mia relazione ha la forma di una narrazione , è come un racconto.

Il nucleo teorico dei tre racconti di Angela riguarda proprio l’infinito, ovvero il movimento dell’amore, unico ostacolo alla potenza della forza. Angela mi parlava delle cose del mondo,stoffa intessuta, dono d’amore di Zeus, della pietà del poeta Omero, dell’amore di Dio e dell’incarnazione di Cristo e dell’amore del guerriero Arjuna, come azioni non-agenti, ossia gratuite, non finalizzate. Ho appreso da lei  che l’infinito non è al di là ma agisce nel mondo proprio sullo stesso terreno della forza ma con altre modalità,ossia con le  modalità dell’amore in quanto Grazia, che è, appunto, gratuita e non finalizzata.

Nel mio testo   Il Lavoro e la Grazia i racconti di Angela non sono riportati, ma  sono stati essenziali per me per entrare nell’ambito del pensiero weiliano. Pur non essendo mai stata comunista, comunque mi muovevo all’interno di categorie come dialettica, rivoluzione. Angela ha spostato il mio punto di vista, mi ha insegnato che non c’è possibilità di ribaltamento della situazione per chi subisce la costrizione. La costrizione è come una morsa che ti toglie il respiro, annienta ogni volontà di reazione, annienta lo stesso io. L’oppressione lavorativa, la crudeltà della guerra in cui non ci sono vincitori ma sono tutti vinti, la sventura, sono condizioni invalicabili. «Weil tiene a distanza la parola rivoluzione perché propone un  capovolgimento interno. E non una frattura verso l’estraneità» ha sostenuto poi Angela nel suo libro Un’intima estraneità.[3] (I-E pp.152-3).

Ma è proprio nel punto in cui l’io viene annientato , è nel vuoto dall’io che s’incunea la misericordia divina, l’amore di Dio, l’infinito.

È sempre l’amore ciò che sospende il gioco della forza e della sua riproduzione, che spezza in due parti l’uomo, il poeta, l’eroe, il guerriero e finanche Cristo, figlio di Dio: Omero che prova pietà sia per i Greci che per i Troiani, ma che non abbandona il campo di battaglia, Cristo redentore che spezza l’essere umano in innocente e criminale  e prende su di sé la parte del crimine per non propagare la forza,   Arjuna lacerato tra il suo dharma di guerriero e l’amore per l’impotenza rappresentato da Krsna.  E’ la ferita che apre il passaggio  al soprannaturale inteso non come ascesa , ma come discesa nel singolo granello di senape, o chicco di melograna.

Nel libro “Un’intima estraneità” il passaggio al soprannaturale  diverrà «un niente», un infinitamente piccolo cantoriano, che è «come un foro nella realtà per accedere al reale».[4](Cfr, I-E, p.112)

Noi esseri umani siamo un campo di battaglia in cui si combatte una guerra tra un granello di senape contro tutto l’impero della forza, occorre allora come suggerisce Krsna ad Arjiuna<< non  godere dei frutti dell’azione (…) egli deve agire per l’atto, distaccandosi anche dallo stesso agire >>[5](P-D, p.69) ossia annientare la volontà. Questo è l’atto di de-creazione o azione non -agente.

Ma non è facile, però, che l’io di fronte alla ferita accetti la de-creazione , è più facile che si aggrappi alla massa, perché associa la de-creazione alla disgregazione, a quella percezione di un fondo primordiale decomposto , ossia l’Apeiron che Angela,  interpretando in modo estremo il frammento di Anassimandro,  ci descrive come il cominciamento, «un luogo ingovernato, aperto a qualunque occorrenza, tenuto in balia del tempo».[6] (I-E, p.68).

L’io che crede di essere ancorato ad  un fondamento, che in quanto tale dovrebbe avere una sua forte  stabilità, nell’avvertire, invece, di stare  su un fondo  tutt’altro che solido, pur di non subire  il naufragio, si aggrappa alla massa; l’io di fronte alla ferita  cerca il legame  nella massa «quale antitodo alla sventura» ( I-E; p. 83).

Solo l’amore, collocando la singolarità nel centro di una contraddizione sbilanciata, apre il passaggio all’infinito. Il tema dell’infinito si intreccia con quello della contraddizione come bilancia di bracci diseguali, ma soprattutto si intreccia con il desiderio. Un desiderio che non parte dall’io, che fa vuoto dell’oggetto ma anche del soggetto e attraversa la singolarità, dall’infinito  verso l’infinito.

La forza si attaglia all’interno di un oggetto, promuovendo una conciliazione indebita e perciò irreale o anche sognata. La centralizzazione  sulla figura di un capo, che subentra al posto della ferita, è “il tratto distintivo della suggestione di massa”[7](I-E, p. 87) Il movimento dell’amore è il movimento opposto a quello della massa che per non percepire il vuoto lo colma:   l’amore del poeta l’amore del guerriero l’amore di Dio fa vuoto,  de-crea.

L’amore  è come la grazia, è un evento non previsto che muove da una parte opposta ai meccanismi della forza, e agisce dall’interno sospendendone gli effetti.

L’amore è la proposta politica che la Weil matura ci porge, altro che abbandono del campo di battaglia  in una fuga nel misticismo, come sostiene una certa critica weiliana!

 

L’ultimo capitolo dell’ultimo libro di Angela, ossia Un’ intima estraneità parla di lutto, del morto. Mi sono chiesta banalmente se Angela avesse presentito la morte.  Ma approfondendo la lettura ho rilevato che non è forte il legame tra morto e  morte, ma tra il morto come passaggio dell’infinito nel finito e il morto come estraneità vissuta nell’intimità singolare.

Gli infiniti si danno secondo l’interpretazione che Angela fa della Weil  sia nella politica come molteplice che nella relazione duale. La relazione duale  si dà nell’incontro ,in un incontro in cui i due non diventano mai un noi, sono in una relazione  che si dà nella sua sospensione, mai nell’unificazione, ossia si dà nel lutto. Il lutto esprime non la mancanza dell’altro che non può più soddisfarci, ma «la separazione da cui non possiamo dividerci e che non possiamo eliminare»(I-E, p.158)

La relazione si afferma  proprio nel suo essere impossibile.

Non è l’impossibilità della  comunità batailliana – in cui non si può incontrare l’altro se non nella morte e quindi nell’annientamento dei due – ad orientare il pensiero di Angela,  ma la comunità  impossibile di Blanchot che Margherite Duràs  mette in scena in un luogo senza tempo, immortalando l’incontro di due  amanti che s’incontrano senza incontrarsi e vivono l’impossibilità della fusione in un noi, insieme all’impossibilità di un definitivo distacco. E’ il morto che li unisce nella separazione , non è la morte in cui l’io e il tu si annientano e si fondono:  Angela non a caso riprende le parole di uno degli amanti che dice:

«Ho visto che lo guardavo.(…) Sapevo che sapeva. Sapeva che a ogni ora del giorno io pensavo: Non è morto (…)»[8] (I-E, p.159). E continua sostenendo che desideriamo l’altro, non malgrado sia irrimediabilmente diviso, estraneo a un noi, ma grazie a ciò. Questo non ci conduce, alla considerazione maschile del desiderio come mancanza e  ricerca continua di riempire con il possesso questa mancanza, ma a considerare lo spazio della separazione come struttura affermativa del desiderio.

Un desiderio che non si consuma nell’oggetto, né si attaglia all’io inteso nella sua insuperabile atomicità, ma che attraversa la singolarità, una singolarità depurata dall’io, già in relazione con un tu. Un desiderio che come la grazia giunge da un altrove.

Non c’è nessun movimento d’ascesi nel pensiero della Weil, perché è sempre il soprannaturale, l’infinito a scendere ed a piegarsi nel finito, «le cose del mondo sono le pieghe dell’infinito», come le onde del mare rese dalle pieghe  della stoffa di Zeus.

“Simone Weil e la Passione di Dio”si conclude con la lacerazione, con “la lotta interiore” e la de-creazione, dentro cui fa capolino l’infinito. Così si conclude  anche “Un’ intima estraneità” con la ferita come piega dell’esistenza che non si chiude nell’intimità e si apre all’altro da sé, ferita che tiene insieme i due momenti non nella conciliazione, ma come  campo di battaglia.

Così si legge nel libro di Angela: «Nonostante alcune posizioni della critica weiliana siano a favore di una presunta costruzione armonica e unitaria dell’essere umano, quello che mi sembra evidente è che invece lei faccia agire sempre una dimensione conflittuale, irriconciliata. La soggettività si produce a partire dal dividersi. E solo la materia del separarsi è quella che dà intimità» [9]( I-E, p.169)

E’ questo un pensiero neutro ed è per caso che siano due donne  a parlarne?  No.

Non è ininfluente che sia una donna a parlare  ed una donna a farsi interpretare di questo parola:  “ donna”, il cui  significante  , parte da un fuori , proprio da un’estraneità, «un’esteriorità che ci previene e si raccoglie in un interno- scrive Angela- un’infinità  (…)che s’inaugura a partire dal non contabile».[10](Cfr.I-E, p.168)

Nel gioco fra gli amanti della Duràs, gioco del sapere e del non sapere, del si sa e del non sapere del si sa, è la donna che sa: una donna sa, perché  ha gia sperimento come suo, prima di saperlo,  l’accadimento di un’estraneità che non è un assoluto fuori, e di un’intimità che non è un assoluto essere dentro. Proprio come gli infiniti cantoriani che non  si presentano mai come puro “fuori”, né come assoluto “dentro”.

Vivere è stare in questa ferita e in questa lacerazione, non nell’omologazione del contabile e della numerazione del più uno.

Angela ha vissuto la lacerazione e la ferita prima di descriverla, l’ha interpretata veramente fino in fondo, ha vissuto fino in fondo la vita .

Per noi che dobbiamo continuare a vivere anche nella lacerazione e nella separazione data dalla sua morte, la cosa migliore da farsi  per  seguirla nella sua ispirazione e non solo in uno sterile ricordo, è coltivare e far lievitare quel granello di senape, quell’infinitamente piccolo che è in ognuno di noi, preso nella sua assoluta singolarità, aperto al soprannaturale, a quell’infinito amore, che ancora ci lega ad Angela e a Lucia  [che – ricordando le parole di Angela sul concetto di“limite ” – potremmo dire che si sono appena svegliate dall’altra parte]. Angela e Lucia, accomunate  in una relazione che si muove  in quell’infinito che ignora la barriera tra  vita e  morte.

 

 

Testi consultati:

Angela Putino, Simone Weil e la passione di Dio, EDB,Bologna,1997

Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità,Città Aperta,Troiana(En),2006.

 

 

 

 

[1]              In ordine seguente : Iride, n.10,sett.1992-dic.1993, Atti del convegno Internazionale Filosofia,Donne,Filosofie, ED.Milella,Lecce,1994. AAVV,Obbedire al tempo,ESI,Napoli,1996.

[2]              Giovana Borrello: Il Lavoro e la Grazia.Un percorso attraverso il pensiero di Simone Weil. Liguori,Napoli,2001.

[3]              Angela Putino, Un’intima estraneità, Città aperta, Troiana(En),2006,pp. 152-3

[4]              Cfr , Angela Putino, cit.p.112.

[5]              Angela Putino, Siamone Weil e la passione di Dio,EDB,Bologna 1996, p.69.

[6]              Angela Putino.cit., p.68

[7]              Angela Putino, cit.,p.87

[8]              Angela Putino,cit.p.159

[9]              Angela Putino, cit.p. 169

[10]              Cfr , Angela.Putino,cit.p.168