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XVª edizione della “Biennale Donna” Ferrara – “Violence, l’arte interpreta la violenza”

( 22 aprile – 10 giugno 2012)

 

“La più grande debolezza della violenza è l’essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male lo moltiplica.” È questa frase di Martin Luther King ad introdurre il catalogo della mostra “Violence, l’arte interpreta la violenza”, tema scelto per la XVª edizione della “Biennale Donna” di Ferrara, inaugurata sabato 21 aprile 2012. Organizzata dall’Unione donne in Italia (Udi) e dalle Gallerie di Arte moderna e contemporanea della città estense, la mostra ospita le opere di 7 artiste di nazionalità diversa: Naiza H. Khan (Pakistan), Yoko Ono (giapponese naturalizzata statunitense), Loredana Longo (unica italiana), Valie Export (Austria), Regina Josè Galindo (Guatemala), Lydia Schouten (Olanda), Nancy Spero (USA, scomparsa nel 2009)[1].

 

C’è una foto nella mia memoria che rimane incisa, che ha segnato il mio percorso filosofico-estetico e femminista, una foto indimenticabile, che mi ricorda la forza dirompente di cui una donna è capace.

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Sono corsa da Donatella Franchi, insostituibile amica e preziosa artista, per andare con lei ad incontrare finalmente quella donna, Valie Export, presente all’inaugurazione della Biennale Donna di Ferrara del 2012.

L’agitazione tra noi era palpabile, chissà dopo oltre 40 anni se quell’arte arrivava ancora come un pugno nello stomaco e come sarebbe stato incontrare gli occhi di quell’artista, presente alla Biennale, Violence, non poteva esserci titolo più azzeccato.

Gli occhi di Valie Export mi hanno ricordato immediatamente quelli di Luisa Muraro, dotati di una luminosità che sa leggere i tempi, che sa precorrerli e quindi che li rende capaci del rischio e della schivata.

Occhi sapienti di chi è consapevole della propria potenza e radicalità, e allo stesso tempo schivi e distanti, come se in alcuni momenti fosse necessario un distacco dal mondo per poterlo afferrare con forza.

Quando ho salito le scale e mi sono trovata davanti all’installazione che l’artista austriaca aveva reso materia pulsante, il senso di nausea e soffocamento, dato dall’odore dell’olio esausto, hanno avuto la meglio su qualunque impatto visivo, che passava così in seconda battuta.

Quei pochi centimetri di spessore di lago tossico, in cui ci si poteva specchiare, creavano una superficie così densa ed oleosa da far sentire in ogni cellula la pesantezza dell’oro nero, del petrolio, come di un pozzo così profondo da cui una volta entrate è impossibile uscirne. La forza di una violenza che schiaccia, ingoia, invischia e soffoca senza scampo. Ad erigersi su quella macchia mortifera, in forma piramidale, una torre alta oltre tre metri di Kalashnikov, veri, assolutamente veri, metallo freddo, eretto, fallico… vedere tutte quelle armi, 105 armi, non mi era mai capitato e l’effetto di inquietudine e il regime di guerra insostenibile si rendevano immediatamente palpabili.

Mi sono sentita male, sono dovuta scendere e poi risalire, per riuscire a sostenere lo sguardo e attraversare tutte le sensazioni che l’artista riusciva a provocare, dimostrando ancora una volta la sua totale assenza di alcun desiderio di mansuetudine o addomesticamento. Come se gli anni non fossero passati e quella forza provocatoria, a gambe aperte con un’arma in mano, continuasse a nutrire la sua arte e a sconvolgere e turbare la mente e i sensi di chiunque osasse avvicinarsi.bab2

Ho sempre pensato che l’arte fosse questo, qualcosa che una volta entrato in contatto agisca sulle viscere e non possa passare inosservato, tanto è forte la capacità di entrare e stravolgere, lasciando storditi e stordite, annullando così l’anestesia della quotidianità che tutto ingoia.

La Biennale Donna è stata un’esperienza quindi incredibile, tutte le artiste esposte hanno dato un contributo assolutamente essenziale e potente su una tematica che di questi tempi sempre più è al centro e ci interroga; ma quello che personalmente più mi rimane sono quegli occhi, gli occhi di Valie Export, che mi guardano e mi ringraziano mentre finalmente posso dirle quello che la sua arte ha cambiato dentro di me.

Nonostante io odi le fotografie, Donatella ha voluto siglare quell’incontro ed ora non posso che ringraziarla per quella foto che mi parla della relazione tra donne, tra generazioni di donne, e di quanto l’arte delle donne ne sia profondamente ed indissolubilimente intrecciata.

[1]   http://www.biennaledonna.it/home/contattaci/udinotizie/violence/comunicato-stampa

 

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