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Wanda Tommasi, Oggi è un altro giorno

 Oggi è un altro giorno (Liguori, Napoli 2011)

 Questo libro ha una sua linea di pensiero che prende via via corpo, tuttavia si presenta anche ricco di idee a margine, come tra parentesi. A me, leggendolo, le annotazioni e le riflessioni di questo genere mi sono sembrate altrettanto importanti della intenzione generale. Il risultato è che è pieno di idee, e si potrebbe scherzosamente dire che è una specie di manuale per le giovani marmotte di riflessioni, intuizioni, e così via. Lascio a chi legge scoprirle pagina per pagina. Mi concentro qui sul taglio del libro.

La linea del libro è di mettere al centro quale sapere della vita quotidiana abbiano le donne, quale misura possiedano e possano offrire. A partire da qui mostra come questo sapere sia una via percorribile per attraversare trasversalmente gli attuali conflitti, le contraddizioni simboliche che stiamo patendo. Wanda Tommasi è dunque guidata dall’intenzione di entrare nel dibattito contemporaneo sulla vita e sulla vita quotidiana – dove i due concetti sono vicini, anche se non perfettamente sovrapponibili.

Vorrei ricostruire le due tendenze che sgranano dall’interno il senso della nostra vita e che si intersecano. Potrei sinteticamente nominarle come il controllo sui corpi attraverso tecniche di governo e la precarizzazione del lavoro.

Il Ministro della Sanità sembra – nei diversi Stati – essersi sostituito, con tutti i suoi tecnici, alle cure femminili per il benessere del corpo. Le direttive della Sanità e le legislazioni in merito tendono a espropriare il rapporto singolare che una donna ha con la maternità, con il corpo proprio e altrui. Toglie così autorità ai tradizionali saperi femminili del corpo.

La seconda tendenza in atto riguarda la precarizzazione del lavoro. Non riguarda soltanto la generazione fino ai quarant’anni, ma, nel giro di poco, anche la generazione fino e oltre i sessanta, con i licenziamenti e le trasformazioni del lavoro dipendente in lavoro a contratto.

Questo significa che il lavoro invade la vita, perché nei periodi in cui non lo si ha, lo si cerca, e quando lo si ha, è assorbente in modo frenetico. D’altra parte la vita invade a sua volta il lavoro, perché per chi sa che un contratto dura tre mesi e non è sicuro che sia rinnovabile, saranno i suoi bisogni di vita a fargli preferire un lavoro a termine piuttosto che un altro. E a cercarlo qui piuttosto che là.

È in questo contesto che si inserisce il libro di Wanda Tommasi, per vedere come e in che forma il sapere femminile della vita e della vita quotidiana in particolare dia una misura nel giocare trasversalmente un altro stile, un altro senso della vita, un altro approccio.

A suo modo di vedere sono le donne, più degli uomini, ad avere più chance nel campo dei conflitti che si stanno disegnando oggi. Innanzitutto nei confronti dei suggerimenti performativi sul corpo dei cittadini. Perché le donne non hanno rinunciato ad occuparsi degli altri, del corpo, alla cura dei bambini, nonostante la strada dell’emancipazione implicitamente le invitasse a delegare ad altri, salariati, questo impegno. La possibilità che si apra un conflitto dipende dalla autorità che le donne riescono a mettere in campo a partire da tali saperi, avendo come fonte di forza le relazioni con altre donne.

Contemporaneamente il pensiero delle donne sul lavoro ha una originalità, che dipende dalla loro consapevolezza dello stretto rapporto tra vita e lavoro.

Ora, questa consapevolezza ha preso forma e si è irrobustita nella cultura femminista attraverso l’interrogazione dell’esperienza. Il fare un sapere del legame tra vita e lavoro dipende dalla capacità di narrare le proprie esperienze di lavoro, ascoltare le narrazioni altrui. Vedere che cosa ci accomuna e differenzia. Ricavare autorità da questo sapere.

Wanda Tommasi fa riferimento, nel cercare le fonti di una sapienza di vita, non solo alle nostre pratiche e al sapere d’esperienza che ne ricaviamo, ma anche a ciò che grandi scrittrici ne hanno detto. A quello che hanno mostrato del loro rapporto con la vita e del significato che ha preso nella scrittura, dove lo scrivere ne ha fatto un valore circolante collettivo. In questo senso Tommasi ha dato molto spazio a scrittrici come Virginia Woolf, Marguerite Duras, Paola Masino, perché nei loro testi si avverte forte la domanda che le donne pongono sul significato dell’esistenza.

Una pensatrice che risulta il fulcro del suo ragionamento è Carla Lonzi, e in particolare quell’aforisma di Sputiamo su Hegel dove si legge che per le donne la vita e la ricerca di senso della vita si sovrappongono. Non sono separabili. E tanto più oggi, come abbiamo visto, per cui ci troviamo ad avere la necessità di confrontarci giorno per giorno con il significato da dare all’esistenza. Se la cultura femminile ci aiuta in questo, ciò non significa che il confronto sia semplice, facile. Occorre pensare continuamente al senso della vita mentre la stiamo vivendo; in corso d’opera, se così si può dire.

Il libro lascia aperte delle contraddizioni. Una di queste, forse la più interessante, riguarda il fatto che noi viviamo in nicchie d’esistenza, ognuna scissa dall’altra. L’idea portante di Wanda è che attraverso i racconti, le narrazioni d’esistenza sia possibile attraversare trasversalmente queste nicchie – gli spazi di vita separati -, che danno la sensazione di avere un’esistenza frammentata in contesti molteplici. D’altra parte si avverte anche che per lei la possibilità stessa di tali scissioni permette di serbare, difendere, dare un po’ di spazio di respiro, un tempo lungo, ad esperienze che altrimenti non avrebbero un loro luogo simbolico per crescere e prendere consistenza.

L’intero libro termina programmaticamente con una figura rasserenante e di speranza di fronte alle difficoltà della vita quotidiana. È l’immagine del grande circo del mondo, nel quale tutti, proprio tutti, sono invitati e accolti. È un punto di intensità del testo. Nonostante l’autrice non ne parli in questo senso, la vedo come una figura religiosa.

Wanda Tommasi cita Kafka per dire di un uomo a sua volta a disagio nella vita così com’è, anch’egli alla ricerca di altro.

Tra i suoi romanzi quello meno distruttivo e più aperto alla speranza è America. Parla di Karl Rossmann, costretto ad emigrare in America per aver messo in cinta una donna. Il romanzo inizia dunque con l’assunzione simbolica di una colpa da parte del protagonista maschile. Karl si sente un fallito, umiliato in questa America, dove non trova la propria collocazione. Alla fine del romanzo si imbatte nel teatro di Oklaoma, ed è colpito da quel che legge nell’invito ad andarci quel giorno: «Il grande Teatro di Oklaoma vi chiama! Vi chiama solamente oggi per una volta sola (…) Tutti sono i benvenuti! (…) Noi siamo il teatro che serve a ciascuno, ognuno al proprio posto». Wanda Tommasi sottolinea la speranza contenuta in questa chiamata, e osserva: «Il grande teatro di Oklaoma è disposto ad assumere proprio tutti: gli emarginati, gli umiliati, i nullatenenti, quelli incapaci di recitare una parte o che non hanno affatto voglia di recitare, gli inadatti alla vita, gli inetti, i falliti. Tutti sono i benvenuti».

Prende forma un’immagine di speranza all’interno dell’esistenza. Dove è interessante notare che non c’è l’attesa di una redenzione del presente a partire da un tempo messianico collocato nel futuro che salverà dalla colpa e dal senso di colpa ad essa legato. La fatica della vita ha a che fare con il senso di colpa e di inadeguatezza. Tuttavia nel presente c’è un pertugio, una feritoia che lo apre dal suo interno: solo oggi, qui e ora, siamo accolti per quello che siamo e non per quello che dovremmo essere. Siamo accolti nelle nostre mancanze, nel nostro essere inetti. Maternamente accolti nel nostro semplicemente essere e non giudicati.

Naturalmente dipende da noi infilarci nel pertugio del presente, dare ascolto al richiamo del manifesto che invita al grande Teatro di Oklaoma. Ma allora la speranza si dispiega proprio qui, ed è a disposizione, non nel futuro. «[E’] una speranza per tutti quelli che si sentono incapaci di assumere un ruolo nella vita, per i maldestri, gli incapaci, gli emarginati, i folli». La vita che ci accoglie non è in un altrove, ma qui, se la vediamo da un’altra prospettiva.

Trovo che sia una conclusione molto dolce per questa indagine sulla vita quotidiana, che ne lascia visibili le ferite.

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