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Voci fuori campo

Le brevi riflessioni qui avviate sono voci fuori campo sia perché nate in un’occasione pubblica ma rimaste in quel contesto inespresse, sia perché radicate in quei luoghi pratici dell’universo ecclesiale cristiano difficili da intercettare senza un coinvolgimento diretto. Esse hanno preso questa forma scritta dopo uno scambio via email con Diana Sartori, la filosofa che le ha suscitate con la sua conferenza al Grande Seminario di Diotima 2014, intitolata Noi che non siamo indifferenti.

In quell’intervento, Sartori portava giustamente l’attenzione su due paradigmi filosofici e culturali particolarmente insidiosi per una significazione libera della differenza sessuale: l’essenzialismo e l’indifferentismo. La loro fisionomia è molto diversa, per non dire opposta: nel primo caso si nomina la “differenza” ma si programma un destino antropologico, deducendolo e giustificandolo attraverso il riferimento alla “natura”, mentre nel secondo si reagisce al determinismo biologico con gesti di dissoluzione, come se il lavoro maschile e femminile di diventare uomini e donne potesse avvenire in modo totalmente sradicato dai corpi. Si tratta di due posture molto distanti concettualmente e praticamente, dagli effetti però molto simili: mettono fine all’idea, vitale per i femminismi, che sia necessario riconoscere la differenza sessuale come qualcosa di reale, senza farne un pretesto per normare la vita dei soggetti.

In questa cornice l’universo cattolico sembra occupare una posizione problematica: da un lato si inserisce nel discorso come custode della differenza, puntando su un atteggiamento responsabilmente ostile verso tutto ciò che rischia di renderla evanescente, ma dall’altro mostra di non avere l’alfabeto giusto per prendere la parola, generando equivoci, distorsioni e false alleanze, come emerge chiaramente dalla vicenda che ruota attorno alla cosiddetta “ideologia di genere”. Questa ideologia viene bollata come una pericolosa mentalità costruttivista e relativista, che inviterebbe ciascuno/a a plasmarsi secondo un arbitrio indipendente dal dato corporeo. Il pensiero di Judith Butler, quasi mai conosciuto direttamente o seguito fino in fondo nella complessità del suo percorso, è chiamato in causa come la sorgente avvelenata di tutte le storture antropologiche, senza sospettare che le provocazioni dell’autrice hanno finalità inclusive e non distruttive, e che non sono di per sé incompatibili con il riconoscimento della differenza sessuale, purché libero e non prescrittivo.

È importante sottolineare che la questione non è trattata in modo univoco dal mondo cattolico. C’è altro rispetto a ciò che si vede, si ascolta, si avverte, si incontra e che fa rumore a livello pubblico e ufficiale. Come fuoco sotto la cenere, alcuni contesti teorici e pratici vivono di un atteggiamento decisamente più dialogico sul tema del “genere” e lavorano per mostrare che una sua eventuale forclusione metterebbe fuori gioco la possibilità stessa di criticare i modelli di maschilità e di femminilità violenti o soffocanti per le singolarità. Una sorta di monolingua – ecclesiale e non – tende a emarginare la forza politica di queste riflessioni ed esperienze, o delegittimandole come forme di compromesso con una cultura diretta verso un futuro senza vincoli morali e religiosi, o riassorbendole nella voce principale, più facilmente riconoscibile. Tuttavia, è in nome della stessa appartenenza ecclesiale che qualcuno ha espresso divergenza. Interessante a questo proposito è la Lettera aperta che un gruppo di donne cattoliche di Parma ha inviato ai/alle responsabili di associazioni e movimenti della diocesi, affinché l’universo religioso non venga riportato come pensiero unico1:

Osserviamo infine che riguardo a tutti i temi che vengono evocati quando si parla di “ideologia gender” ci sono – crediamo legittimamente – pareri diversi tra persone e gruppi che pure hanno la stessa fede cattolica, sia nel merito che nel metodo individuato per intervenire nel dibattito in corso nella società civile. Le posizioni e i linguaggi espressi nella manifestazione svoltasi il 20 giugno a Roma, per esempio, non erano rappresentativi dell’intero mondo cattolico, e diverse associazioni ecclesiali hanno deciso di non prendervi parte. Tuttavia, anche al netto di una certa malafede per esigenze di “audience”, qualcosa nella comunicazione di questo pluralismo non deve aver funzionato, se i mass media hanno spesso sintetizzato, e continuano a farlo, con titoli come “Cattolici in piazza contro…”.

Con lucidità, questo appello invita a cogliere la pluralità e la disomogeneità interna alle comunità ecclesiali. Allo stesso tempo, esso ammette che qualcosa nella comunicazione non ha funzionato. È a questo livello, infatti, che resta ancora molto lavoro da compiere.

Analizzando il percorso fin qui avvenuto, sembra che si possano riconoscere due fasi differenti, anche se il passaggio dall’una all’altra non è nettamente identificabile.

In una prima fase, quando scoppia la polemica e si avvia una vera e propria strategia psicologica del terrore, solo quelli che avevano familiarità con gli “studi di genere” oppongono resistenza, denunciando come sia questa stessa interpretazione demonizzante a configurarsi come ideologica. La reazione è immediatamente aggressiva e non lascia spazio ad alcuno scambio reale. I casi sono due, sostengono quelli più preoccupati: coloro che mantengono una certa serenità o non si accorgono del pericolo gravissimo che incombe sul futuro delle nuove generazioni, oppure fingono di non vederlo, probabilmente perché complici del progetto destabilizzante in atto. Non ha sortito grandi effetti di ripensamento nemmeno la presa di posizione ufficiale di voci autorevoli provenienti dalla sociologia, dalla psicologia e dalla storia, che smentivano l’esistenza di una “ideologia gender”, qualificandola come un fantasma creato dalla paura delle differenze.

In un clima ormai avvelenato dal sospetto l’ermeneutica si fa inevitabilmente opaca e tende a riconoscere ovunque l’azione diretta o indiretta del nemico: nell’ombra, agenti senza moralità starebbero introducendo nel mondo educativo e giuridico elementi scriteriatamente sovversivi, per distruggere l’ordine simbolico “naturale” e aprirne un altro che, in nome della tolleranza, giustifica qualunque prospettiva o progetto “contronatura”.

A vincere il conflitto è la confusione. Lo confermano gli innumerevoli equivoci linguistici e concettuali che circondano il tema. Qualcuno fa come il senatore di Forza Italia Lucio Malan, che si accontenta di trovare la parola “genere” per sentirsi giustificato a dare l’allarme2, qualcun altro si inserisce nel dibattito senza avere né competenze né la pazienza di formarsele, come ha sperimentato per esempio Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta che lavora da più di vent’anni nel settore dell’educazione emotiva, affettiva e sessuale rivolta all’età evolutiva3, qualcun altro ancora smette di ascoltare un discorso o reagisce come un toro di fronte a una muleta agitata, non appena compare un riferimento agli «stereotipi di genere»4, senza accorgersi che i progetti educativi che li vogliono contrastare sono rivolti alle forme rozze e disumanizzanti con cui una cultura intende e traduce la differenza sessuale.

Si è poi avviata una seconda fase, caratterizzata da una maggiore consapevolezza della complessità dei termini in gioco e da un clima che predispone con più facilità all’ascolto di voci differenti. Per restituire alcune immagini di questo (ancora immisurabile) cambio di rotta, si può ricordare che il giornale Avvenire ha recentemente pubblicato un articolo di Chiara Giaccardi che provocava il cristianesimo a confrontarsi con la questione di “genere” e a riconoscere i guadagni epistemologici e pratici dei gender studies, invitando l’antropologia cristiana a farsi processuale senza rinunciare al radicamento: donne e uomini si-nasce-e-si-diventa, in un intreccio inscindibile5. Assieme a lei, Rita Torti, autrice del testo Mamma perché Dio è maschio?6, è stata inoltre invitata dalla Radio Vaticana per un’intervista7, esprimendo l’idea che gli studi di genere sono essenziali anche nel mondo religioso, perché permettono di criticare le costruzioni sociali e simboliche del maschile e del femminile sulle quali esso, più o meno inconsapevolmente, si appoggia.

Tra i segnali di cambiamento, cito anche la nota dell’Ufficio Pastorale diocesano della scuola di Padova, che si rivela perfettamente consapevole dell’assurdità di una battaglia ideologica contro qualcosa che, di per sé, va contro le discriminazioni sessuali8. La Lettera, a firma del direttore don Lorenzo Celi, precisa che la questione del gender è complessa e invita a non esprimersi su questo tema senza un’adeguata conoscenza. Essa auspica che ci sia informazione/formazione, «senza creare inutili, se non nocivi, allarmismi».

Tutto questo ha inevitabilmente riacutizzato la reazione negativa delle forze più conservatrici, ma ormai lo sguardo non si accontenta più della superficie, e vuole andare più a fondo. Si è potuto individuare con maggiore trasparenza la reale sorgente di tanta inquietudine: dietro alla lotta contro il neutro e l’indifferentismo, si nasconde il disagio per l’omosessualità. È questo il reale nervo scoperto che fa scattare proteste così spaventate. Il lavoro sulle modalità con cui una cultura e una società veicolano discorsi sul maschile e sul femminile viene dunque avvertito come una forza disorientante, che potrebbe dirottare il desiderio verso quelli/e del proprio sesso.

Inutile spendere parole in relazione a questa posizione davvero ingenua e, in fondo, tristemente discriminatoria. Essa, tuttavia, va raccolta come uno dei sintomi più espressivi della mancata recezione culturale di ciò che i femminismi sono stati e delle eredità che hanno prodotto.

Dove sono le teologhe in questo quadro? E che cosa significa il fatto che il Coordinamento che in Italia riunisce alcune di loro (CTI) si presenti come un gruppo che fa teologia di genere?

Non posso certamente prendere la parola a nome di tutte: le sensibilità su questi temi sono molto diverse. A dire il vero, alcune non ritengono nemmeno che la loro condizione di donne abbia un valore simbolico e una potenzialità euristica, e la loro riflessione non reca esplicitamente traccia di questioni di genere. Quelle più attente a questo aspetto formano invece un mondo complesso e difforme. È importante sottolineare che questa disomogeneità, seppure faticosa per un lavoro che aspira a essere comune, è custodita con cura, come l’irrinunciabile spazio per la singolarità di ciascuna. Per questo, il Seminario CTI del 2014, dedicato proprio all’approfondimento critico della categoria di “genere”, aveva come sottotitolo io non ti scomunico: nella discussione ciascuna doveva avere modo di collocarsi a partire dalla propria prospettiva teorica e pratica.

Questa varietà, comunque, non dipende solo da una pratica di tolleranza. La compresenza articolata di paradigmi è il frutto di una scommessa di senso. “Uguaglianza”, “differenza” e “genere” sono chiavi di lettura certamente non sovrapponibili, che tuttavia possono fecondarsi reciprocamente all’interno di una logica complessa e sistemica. Diventa così possibile intrecciare il riconoscimento della finitezza sessuata che ci rende uomini e donne, con lo sguardo decostruttivo che, oltre a correggere eventuali essenzialismi, denuncia con attenzione socio-politico-economica le situazioni di povertà, di emarginazione e di oppressione causate da squilibri di genere impastati di ingiustizia.

Certamente questa scommessa dialogica può divenire autoreferenziale in qualunque momento. La polemica sul “genere”, per esempio, ci ha sorpreso mentre eravamo impegnate in un esame epistemologico della categoria, per capire quali aspetti della realtà essa fa intravedere e quali invece lascia in ombra o tradisce. In quel momento le comunità pativano laceranti conflitti giocati su tutt’altro piano, che coinvolgeva sostanzialmente il mondo educativo e quello giuridico. Noi eravamo altrove con lo sguardo, con il pensiero e con le azioni. A questa distanza abbiamo forse contribuito alla nascita dei fantasmi e alla loro progressiva deformazione mostruosa. Una volta incrociata la questione, siamo state investite da una polemica aggressiva, che ci ha messo di fronte al mancato passaggio di immagini, simboli, concetti e storie guadagnate dai femminismi.

Non ci siamo sottratte al conflitto, anche se questo ha comportato degli spostamenti importanti, a livello teorico e pratico, per convergere su quella che si profilava come un’urgenza del presente. Abbiamo cercato di mostrare che la categoria di “genere” non è automaticamente costruttivista, che ha delle risorse preziose là dove viene intesa come un incrocio tra corporeità, universo simbolico e contesto sociale, e che in un orizzonte come quello cattolico, che ancora risente di androcentrismi ed essenzialismi, essa può aiutare a scardinare la differenza da quella cornice di simmetrica complementarità in cui spesso viene collocata.

Tra le espressioni più autorevoli dello scambio avviato, va ricordato il dossier di Cristina Simonelli Dire la differenza senza ideologie, pubblicato dalla rivista «Il Regno», quindicinale dehoniano particolarmente impegnato nella comunicazione e nel confronto intra/extra-ecclesiale9. Partendo dalla convinzione che la differenza sessuale sia il rimosso della nostra come di altre culture, Simonelli sostiene la necessità di portarla a parola anche nel contesto teologico, nonostante le molte resistenze, tali «da spingere molte volte le stesse teologhe, anche quelle che mostrano gratitudine nei confronti dei femminismi, a circonlocuzioni varie che evitano termini rischiosi». Sulla questione del “genere” Simonelli ha inoltre rivolto parole coraggiose e arrischiate anche a papa Francesco:

«Santità, certo che come ha affermato nelle scorse catechesi «la rimozione della differenza è un problema, non una soluzione» (16/04/15). Ma è sicuro che sia corretto limitare l’idea di genere (o gender che dir si voglia) a questo spauracchio di indifferenziazione? È in corso una campagna accanita, che procede per affermazioni abbreviate e semplificate, che cerca di coinvolgere capillarmente diocesi e parrocchie: non mi sembra che porti chiarezza, che aiuti a discernere in questioni così delicate e complesse. Ci sarebbe bisogno di calma per andare in profondità, per “distinguere” prima di tutto gli aspetti implicati e poi per discuterne, senza massificarli e senza schiacciarli negli aspetti più provocatori. E senza ipotecare le parole. Questa campagna accanita, poi, si accompagna, guarda caso, a posizioni che criticano le Sue affermazioni sulla misericordia, sulla chiesa ospedale da campo, sul dovere di non porsi in condizione di giudizio dell’omosessualità: non vogliono criticarla se non in privato, ma in pubblico trovano una breccia di accesso con lo spauracchio del gender. Santità, guardi che “genere”, da tempo peraltro inviso in ambito ecclesiastico, è utilizzato in molteplici modi, spesso con una carica etica e inclusiva che, sono convinta, le piacerebbe se la potesse ascoltare senza interferenze! Proviamo, che ne dice, a tornare per un’altra strada (Mt 2,12), anche per questo aspetto? Magari proprio quella che lei stesso insegna, «la via della testimonianza che attrae», «la sola che può essere persuasiva» (30/04/15), perché conforme al vangelo non solo come contenuto ma anche come metodo, portatrice della festa di Cana e della vita in abbondanza»10.

Difficile misurare la risonanza di queste parole. Mi piace pensare che esse, intrecciate alle molte altre nate dalla rete tanto fragile quanto vitale tessuta dalle donne innamorate di Dio e del mondo, qualcosa abbiano mosso.

 

 

Note

 

1 La Lettera può essere letta integralmente al seguente indirizzo: http://www.adista.it/articolo/55304
2 Cercando in rete delle conferme che questa perversa “teoria del gender” esiste ed è un pericolo reale in quanto attenta alla differenza innata dei sessi e promuove la transessualità e l’omosessualità, Malan ha twittato il testo di un compendio online di sociologia che riportava in inglese la definizione di gender theory. Peccato che qualunque traduzione ne svelerebbe tutt’altro significato: «La teoria di gender indica atteggiamenti e convinzioni che riguardano i ruoli appropriati, i diritti e le responsabilità dell’uomo e della donna nella società. L’ideologia gender tradizionale enfatizza l’importanza della differenza tra uomini e donne, e assegna agli uomini il ruolo di lavoratore e alle donne quello di cura della casa e della famiglia. La teoria di gender si riferisce alle ideologie che legittimano le diseguaglianze di genere». Cfr. http://27esimaora.corriere.it/articolo/lerrore-di-malan-sulla-teoria-di-gender-esiste-davvero-ma-in-realta-e-lopposto/
3 Pellai ha recentemente sentito il bisogno di scrivere un lungo messaggio sul web, spiegando che da alcuni mesi gli succede una cosa strana: al termine delle sue numerose conferenze, il dibattito viene costantemente monopolizzato da qualcuno che tuona contro la cosiddetta “ideologia gender”. Presentando a Trento il suo libro Tutto troppo presto, si è sentito accusare in questi termini da un signore del pubblico: «Non ho molto da dire su quello che lei ci ha fatto sapere stasera, però ho qualcosa da dire su un libro che lei ha scritto e che in alcuni passaggi giustifica e può indurre nei bambini l’omosessualità». Si trattava di Così sei fatto tu, un testo scritto per contrastare gli stereotipi di genere. Pellai ha deciso così di leggerlo a voce alta, chiedendo di essere fermato quando qualcosa avrebbe potuto giustificare quell’accusa. Arriva però in fondo, fino all’ultima pagina. Il signore in questione, ammette: «In realtà io non l’avevo letto bene e del tutto. Sì forse questo libro non è pericoloso, ma l’ideologia del gender lo è». http://www.tuttotroppopresto.it/2015/03/16/proposito-dellideologia-gender/
4 Gli stereotipi di genere sono «processi di astrazione e di definizione della realtà che associano una caratteristica o un insieme di caratteristiche a una categoria o un gruppo, sulla base di una limitata e inadeguata informazione e conoscenza», Graziella Priulla, C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole, FrancoAngeli, Milano 2013.
6 Rita Torti, Mamma perché Dio è maschio? Educazione e differenza di genere, Effatà, Cantalupa (TO), 2013.
7 Rita Torti, Studi di genere oltre il genderismo, no alle disparità, accessibile al seguente indirizzo: http://it.radiovaticana.va/news/2015/08/06/studi_di_genere_oltre_il_genderismo,_no_alle_disparità/1163486
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