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Vita Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013

Iniziando a parlare di questo libro vorrei presentare almeno un poco Vita Cosentino per far capire come lei arrivi alla scrittura di un libro così drammatico non solo per il desiderio di raccontare, ma da un amore vero per la lingua. Sappiamo che un libro è scrittura, dunque qualcosa di scritto che prima non esisteva. Ha un suo ritmo, un modo proprio di disporsi nel tessuto linguistico. Si potrebbe dire che crea un nido nella lingua: un luogo-nido, una culla di parole, che prima non aveva spazio, non aveva essere.

Dicevo che si tratta di un libro drammatico, perché Vita parla della paraplegia, che ha radicalmente cambiato la sua vita due anni fa. Allo stesso tempo il testo mostra tutta la passione per la lingua che Vita porta con sé da anni e anni, ben prima della malattia.

Introdurrò dunque il libro parlando di Vita Cosentino e del suo lavoro di pensiero che, da quando la conosco, si è orientato a capire la lingua, a seguirla. Farle la corte. Questo ha a che fare, come vedremo, con Tam tam.

Vita ha avuto da sempre, o almeno da quando la conosco, una grande attenzione alla lingua materna, sorgente di conoscenza e di scambio e di piacere. Lingua che apre alla lingua di tutti, condivisa, che lei con altri ha indicato come il vero bene comune che ci è offerto dalla vita, il più radicale, nel senso che è alla radice della nostra esistenza. Scrive di questa sua passione in Un’altra possibilità alla vita: «Ho un rapporto difficile con la scrittura, eppure è la mia grande passione fin dall’adolescenza. Di lei mi attira in modo irresistibile la possibilità che può darmi di stare al mondo con una parola mia. Per questo sono disposta a stare ore e ore a smozzicare parole per arrivare vicino – mai pienamente – a quello che vorrei dire. Nel mondo così come va oggi questa può sembrare una futilità, uno sfizio. L’importante sembra tutt’altro: il denaro? Il successo? Esercitare i propri diritti? Averci sicurezza? Invece io sostengo che proprio in questo nostro mondo occidentale (…) esserci nella lingua per sé e per gli altri è un bisogno che sta diventando primario, per ritornare ad abitarlo, liberamente e assieme»1.

Ora è vero che la lingua è a disposizione, sempre e in ogni momento. Nessuno la può comperare, vendere, farne proprietà privata togliendola agli altri. Occorre tuttavia un esercizio rinnovato di azione politica, perché la cosa non è automatica, dati i rapporti di forza sempre in mutamento delle nostre società. In un libro di Diotima Vita ha scritto La lingua come strada di libertà, dando un deciso taglio politico a questa questione, ricordando come la lingua ci doni sì libertà se però noi possiamo e sappiamo esercitare questa libertà nella lingua2.

Vita Cosentino questo lo sa bene perché è stata insegnante di italiano. L’idea dell’esercizio della lingua come potenziale di libertà l’ha guidata nel suo lavoro a scuola. Esercitare libertà nella lingua significa guadagnarsela in una pratica costante che è politica a partire dal fatto che il simbolico dominante suggerisce solo una lingua conforme e convenzionale.

Ora Tam tam è un libro che nasce esattamente come esercizio di libertà nella lingua e attraverso di essa. È questa la sua forza, diversa da una semplice descrizione di quel che è avvenuto. Perché la composizione della scrittura, con dei tratti formali molto precisi e inusuali, ci obbliga ad affrontare la malattia di Vita con un ascolto linguistico sempre attento, che ci disloca e provoca in noi che leggiamo quella trasformazione, a cui la malattia pur vissuta da altri può portare.

La malattia crea un taglio. Molto banalmente: c’era un prima, in cui la paraplegia non c’era. C’è un dopo dove invece c’è e tutto diventa difficile.

Luisa Muraro, nell’introduzione, scrive: «Lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del taglio patito»3. Io vorrei capire meglio questo rifarsi una vita salvando quella di prima e rifiutando la rassegnazione, appoggiandomi a quello che so di Vita, a quello che ha scritto prima della malattia. A come l’ho conosciuta. Allora risulta per me importante un altro testo – scritto questa volta a due mani da lei e da Federica Marchesini. Si tratta di un saggio nel quale Vita dichiara una fedeltà all’infanzia, alla lingua delle favole, vicina alla lingua materna. Perché nella favole si parla di un mondo vero, quello della fiaba, che protegge l’invisibile4. Se ne nutre e lo rilancia.

Ora non accettare il tempo della rassegnazione e dell’adattamento, cercare di creare una continuità nella tremenda discontinuità, tutto questo io credo abbia a che fare con la fedeltà all’infanzia, al mondo della fiaba.

Sia chiaro che non intendo l’infanzia come ritorno regressivo e nostalgico ai giorni perfetti di un tempo mai esistito. Né l’infanzia come storia, che è frutto di rimozioni che ne cancellano le svolte ambigue e pericolose. Intendo piuttosto la disponibilità a lasciarsi incantare, attrarre dal movimento della vita. A vivere la vita con grandezza comunque essa sia. L’infanzia come rifiuto pervicace, profondo ad adattarsi alla realtà così com’è, in questo caso la malattia invalidante.

Certo la paraplegia è un fatto inaggirabile. Ma adattarsi a questo fatto come unico progetto di vita, accontentarsi di una vita a metà, smettere di giocare il gioco della vita, ridurre il proprio spazio di desiderio al perimetro della malattia, significherebbe essere più che realisti. Porterebbe a leggere il fatto avvenuto, irreversibile, come la fine del desiderio.

La risorsa dell’infanzia è saper giocare il gioco dell’esistenza anche nella situazione particolarmente difficile, complicata oltre che dolorosa della paraplegia.

Mi sembra che Vita Cosentino sia così e che il libro ne sia una testimonianza. C’è tutta la forza di una fedeltà allo slancio dell’infanzia. La continuità, che ha cercato e cerca tra un prima della malattia e un dopo, è nella posta che ha messo sul tavolo verde, rilanciando. Rilanciando nonostante quel taglio tremendo. Rilanciando a causa di quel taglio tremendo.

Mi riferirò ora a un sogno che mi è capitato di sognare mentre stavo leggendo Tam tam e scrivevo questo testo. È un sogno che mi ha aiutato a capire il libro. Lo racconto. Un’amica litigava con il suo compagno. Lei diceva che bisogna accogliere il dolore della malattia. Bisogna adattarsi. Lui rispondeva che sì, la malattia è innegabile, ma è illuminata da momenti di felicità. Io dicevo nel sogno: la malattia cambia la percezione della realtà con un filo di felicità. Tutti i protagonisti del sogno erano d’accordo nel sostenere che questo non aveva a che fare con la psicoanalisi.

Proviamo a prendere il sogno sul serio e a vedere quel che ci dice. Parto da questo ultimo punto: Tam tam non si appoggia su una interpretazione psicoanalitica dei vissuti e delle esperienze. Sarebbe stato possibile, ma non è stato fatto.

Lo scontro tra l’amica che fa della vita dopo il trauma solo un vissuto di dolore cui adattarsi e l’amico che aggira il negativo, dicendo che momenti felici sono sempre comunque possibili, mostra due posizioni molto statiche, che non corrispondono a Tam tam.

Tam tam, come dico nel sogno, mostra una trasformazione radicale della percezione. Vita racconta una modificazione della vita quotidiana nel rapporto percettivo con la realtà molto semplice, il letto, la stanza, la città, la piscina. È il corpo a essere immobilizzato. Non solo c’è il dolore, l’insensibilità di una sua parte, la semi immobilità, la fatica, ma tutto questo crea lentezza dilatando gli spazi, rendendoli improvvisamente diversi. I tempi rallentano, sono scanditi in un altro modo. La vita nel suo vissuto quotidiano si deforma. La vita può essere sì reinventata, ma prendendo atto dello scardinamento del tempo e dello spazio.

Dov’è allora il filo di felicità che con tanta sicurezza dichiaro nel sogno? Ho pensato a lungo a questo e credo che in Tam tam sia procurato dall’amicizia, le amicizie. Il libro ha una gran parte dedicata alla lista delle amicizie. Ogni amicizia è una storia a sé. L’amica più cara come una sorella, l’amica di cinema, l’amica lontana che viene da Bellinzona, l’amica così e anche l’altra amica, e ancora amiche, ognuna con una qualità singolare che la contraddistingue tra tutte, che la fa riconoscibile e unica.

Sono amiche che diventano una ricchezza nel bisogno. Il bisogno del corpo, dei tempi lenti e degli spazi difficili. Amiche dunque preziose nella necessità della dipendenza. Ma amiche altrettanto preziose nelle conversazioni vitali, nella passione del discorso. Le chiamerei amiche scintille.

Mi vorrei fermare su questo a partire da una riflessione di Hannah Arendt sull’amicizia. In L’umanità in tempi bui Arendt descrive la solidarietà, che è propria dei momenti difficili, in cui ci si aiuta gli uni con gli altri e si crea una sorta di calore umano intimo, privato. È un appoggiarsi nel bisogno.

L’amicizia politica è qualcosa in più. Arendt osserva che siamo talmente abituati a pensare l’amicizia come un fatto privato, che abbiamo perduto il senso che nell’antichità si aveva di amicizia politica. Possiamo interpretare l’amicizia politica come il saper fare discorso con gli altri di ciò che ci è capitato a caso e perciò è inumano – in questo caso l’evento traumatico. Portandolo a discorso con gli altri, non solo lo si condivide, ma viene significato e risignificato. Non è più muto, inerte, ma diviene evento del mondo che abitiamo con gli altri.

In Tam tam l’amicizia unisce i due aspetti. È legata al bisogno, all’aiuto di cui si ha bisogno per il corpo in difficoltà e per la fatica e gli ostacoli del quotidiano, ma tra amiche se ne parla e si parla di tutto. E se ne parla, quando si è con Vita, con un non so che di politico, perché qualsiasi questione, qualsiasi problema ha per lei a che fare con la passione per il mondo.

Ricordo quando l’andavamo a trovare a Negrar e parlavamo sotto i sempreverdi dell’ospedale dove era ricoverata per la rieducazione. Le amiche allora erano lì per aiutare, per portare qualcosa di necessario, per fare compagnia, ma erano lì con il piacere di parlare di tutto, degli ospedali, dei medici, degli infermieri, delle città, Verona e poi Milano, degli spazi difficili nelle città, dei film, del rapporto con le istituzioni pubbliche. Tutti argomenti difficili alcuni, facili altri, in una conversazione intelligente che non evitava i nodi dolorosi.

Tutto ciò che è inerte, che capita a caso, che è senza significato, diventava umano allora e ora nel discorso tra amiche. Si parla, si giudica, si discute di tutto e tutto il mondo entra nel discorso. Non il mondo astratto, ma quello concreto degli ospedali, delle panchine, delle piscine, del personale medico e paramedico. Dei loro comportamenti.

La dipendenza e il discorso umanizzante stanno nel cerchio dell’amicizia politica. È questo che Tam tam esprime.

Torno circolarmente all’inizio di questa riflessione su Tam tam. Alla qualità della scrittura. Diciamo che la verità del testo sta nella sua scrittura. Non semplicemente nel raccontare i due o tre anni di malattia. Non si tratta di un diario, ma di una sperimentazione espressiva.

La sua scommessa non è di raccontarci quel che è stato nel passato prossimo, ma di farci vivere in presa diretta – noi che leggiamo – qualcosa che accade momento per momento come in un film. Prima scena, seconda scena e poi un’altra e un’altra ancora. Il distacco dello sguardo è dato dall’uso della terza persona singolare. Niente nomi di persone. Le frasi sono brevi, una dopo l’altra. Una grammatica volutamente semplice. Un registro povero. Il ritmo delle frasi sempre al presente. Tutto al presente.

Il libro diventa un unicum. Reso tale dal ritmo di situazioni che capitano addosso. L’incalzare delle frasi una dopo l’altra, delle scene una dopo l’altra. La pratica di scrittura ci porta al loro interno. Siamo avvolti da questo presente, dove in ogni momento non sappiamo che cosa ci capiterà dopo. La verità di scrittura ci cattura dentro un’esperienza.

Vorrei concludere con una frase di Guido, marito di Vita. Non c’è nel libro. È un ricordo personale. Eravamo a cena a casa mia dopo essere stati da Vita all’ospedale di Negrar. Parlavamo. Io dicevo che Vita nella malattia era una donna coraggiosa. Lui si è arrabbiato. Il coraggio non è una qualità, che si ha o non si ha. Non è un progetto, ha detto. È giorno per giorno fare delle scelte piuttosto di altre. Si tratta di atti concreti, piccoli e molto precisi. È esercizio umile e quotidiano. Niente di eroico o grandioso.

Note

  1. Vita Cosentino, Un’altra possibilità alla vita, in Aa. Vv., Lingua bene comune, a cura di Vita Cosentino, Guido Armellini et alii, Città Aperta Troina (En)2006, pag. 19
  2. Vita Cosentino, Basta che parli. Lettera a una professoressa riletta da una professoressa, in Aa. Vv., Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli 2002, pp. 107 – 128.
  3. Luisa Muraro, Introduzione, in V. Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013, pag. 11.
  4. Cfr. Federica Marchesini e Vita Cosentino, C’era e non c’era, in Chiara Zamboni (a cura di), Il cuore sacro della lingua, Il Poligrafo, Padova 2006, pp. 13 – 30.
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