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Vernon Sélavy, Stressed Desserts Blues

“Le pendu”

Interviste, luoghi comuni, interpretazioni celebrative del proprio vuotole pendu

Durante gli ultimi anni di Università la filosofia mi ha portata all’arte e l’arte all’incontro di artiste e artisti, seguendo l’esigenza, diventata presto necessità, di rimanere sempre più vicina alla vita e allo scambio relazionale; dove la polvere dei libri potesse diradarsi e la creatività fosse circolante, non oggetto di studio ma mediazione di ogni fare: dal gesto di un pennello a quello della penna, per arrivare alle mani che muovono, incontrano, si muovono e indicano.

Nel mio percorso ho incontrato come fertile guida, in testi come “Vai Pure”, la voce di Carla Lonzi ed il problema di che cosa sia la critica e se abbia alcun senso è diventato per me, come lo era stato per lei, sempre più centrale. Lonzi aveva scelto di uscire dai luoghi Ufficiali dell’Arte dopo aver respirato l’autocelebrazione narcisista dell’artista e la conseguente impossibilità di stare in una relazione autentica; dall’altra parte invece, troppo spesso, come lei stessa sottolineava in Autoritratto, chi scrive prende l’opera e l’artista come oggetto fisso e statico su cui applicare teorie/categorie immutabili apprese all’Università.

Avvolta in questo turbinio di insofferenza, mi sono ritrovata quest’estate a parlare con un musicista in profonda risonanza con questo sentire, che mi raccontava dell’imbarazzo di tante interviste in cui si voleva per forza trovare un senso metafisico/ultimo a qualcosa che non necessariamente doveva averlo e come il bisogno di inquadrare, inscatolare, parametrare rispetto ai propri standard distruggesse qualunque possibilità di scambio ed interazione reale. Oltre, a volte, a rendere le conversazioni vuote e prive di senso, dove nessuno ad un certo punto sapeva più di cosa stava parlando, completamente slegato dal piano di realtà e da chi avesse di fronte, tanta era la distanza creata. La conclusione più immediata parrebbe dirci che forse la critica non dovrebbe esistere, e le persone dovrebbero semplicemente guardare un’opera, ascoltare un’opera, senza alcun tipo di intervento, di filtro, di qualche esperto, esperta di settore.

Quando le parole rotolano vuote, lontane dal senso, facendo perdere forza all’azione simbolica è riprendendosi i corpi e gli organi che il sangue torna a pulsare.

Si rende necessaria una scrittura incarnata che non viva la creatività dell’altro e dell’altra come separata da sé e dal mondo per essere celebrata o demolita, ma la attraversi e la rilanci come un bene comune, che risuona nelle viscere di tutte e di tutti, dove l’arte non è per addetti/e ai lavori, ma lavoro relazionale che non ha alcuna potenza né efficacia se non viene messo in circolo.

Se scrivere di arte e mediare ha ancora un senso è forse dichiarando l’impossibilità e l’inutilità di una scrittura neutra, oggettiva, super partes.

E’ forse aprendo porte dentro di sé apparentemente chiuse, perché estranee, e solo successivamente restituirle aperte a nuovi mondi e nuovi significati e rilanciare questa apertura nel vortice di un’autentica esperienza che parli di un incontro vero, di una risonanza tra chi scrive e chi dipinge, suona, scolpisce… e il mondo, come diceva Hannah Arendt, per amore del mondo.

 

Vernon Sélavy – “Stressed Desserts Blues”

E così, permanendo nella scia di questi cortocircuiti, sul finire dell’estate esce questo disco: Stressed Desserts Blues di Vernon Sélavy.

In fretta e in un attimo già l’ascolto scivola nell’elica dei giudizi, delle associazioni e delle influenze, la voce a Cohen, forse a Waits, la chitarra chissà quanti rimandi potrebbe avere, la musica sarà un po’ blues e un po’ rock, c’è del gospel, del soul, del pop, del latino, un po’ di Brasile, un po’ di Louisiana…e bla, bla, bla.

Le parole si rincorrono moltiplicandosi, gli accostamenti prolificano, annullano l’effetto di significazione.

Il simbolico è un tappeto lacero pieno di buchi.

Tutto questo scenario mi ricorda alcuni sommelier visti in beceri programmi televisivi che, assaggiando del vino, con atteggiamento sofisticato, iniziano a parlare di orchidee selvagge, topi al limone, muschi, torba, bacche e colibrì speziati, mentre nella mia mente profana semplicemente e ingenuamente penso: ma dove è finito il vino? E ripenso a tutti quegli organi da riprendere e a che fine avrà fatto così esposto quel corpo di chi ha inciso il disco, e che forse è il caso di sostare nel silenzio prima di ogni ascolto, per vedere se qualcosa, qualche pezzo, si ricompone di fronte ai miei occhi.

E in questo fertile silenzio, mi sospendo e osservo come faccio sempre, e mi lascio condurre dai segni, ci sono spesso delle tracce per chi alza gli occhi e guarda rimanendo sulla superficie delle cose. Lasciare che le cose ti guardino, come insegnava Benjamin riferendosi al sex appeal dell’inorganico, senza volerle immediatamente invadere, incasellare, sospendendo la propria soggettività, lasciandole agire, permettendo loro di cambiare la curvatura della nostra retina.

Inizio così ad intravedere le tracce che ognuno lascia di sé sulla superficie.

La superficie è una copertina con un’immagine, una mano che stringe un ananas ed un titolo palindromo: stressed desserts… blues.

Conosco l’ossessione della mano che stringe l’ananas, per la forma ancora prima del significato, quindi tralascio il mio istinto di andare alla ricerca del senso delle parole del titolo e rimango ancorata alla sua forma .

Che cosa può significare un titolo palindromo?!

Forse vuole segnalare che per ascoltare questo disco bisogna mettersi al contrario, al rovescio, a testa in giù come l’appeso dei tarocchi, Le Pendu.

E in questa posizione la prospettiva si trasforma completamente, ogni cosa diviene altro, permettendoci di lasciare che tutto quello che abbiamo imparato, esperito, e che imposta la nostra percezione auditiva e che incessantemente ci mette nella condizione di interpretare immediatamente, possa uscire e scivolare dalle nostre tasche, come i soldi al bancone di un bar.

E così eccoci trasformati per un istante in improvvisati Michey Rourke in Barfly, barcollanti, disorientati e con un vinile in mano… e con questa for-sennata leggerezza artaudiana provare per una volta a sperimentare un nuovo ascolto privo di lacci e di fili che dirigano le nostre orecchie e le nostre sinapsi, troppo spesso ingabbiate nella costante ricerca di etichette e di strutture preconfezionate per essere in grado di giudicare, ancora prima di essere riusciti e riuscite a udire.

Perché spesso capita così, che per entrare in relazione con qualcosa di nuovo dobbiamo ricorrere ai vecchi parametri a noi noti, paragonare l’altro a quello che già conosco, rimanere con le scarpe incollate ai nostri punti di riferimento e perché non provare a saltare nel vuoto a piedi nudi?

E mentre salto mi fermo e penso che non sono una musicista, non mi interessa l’enciclopedia della musica, le tecniche, gli effetti, i non effetti, la registrazione, ma amo la musica e questo disco mi piace e penso al perché e dove risuoni dentro di me e non mi interessano gli infiniti altri dischi che ho già sentito perché mi allontanerebbero indefinitamente da quello che ho di fronte ora.

 

La prima cosa che mi colpisce è la voce, come sempre mi accade, è lo strumento che più mi risuona. Mi chiedo il perché di questa mia particolare attenzione alla voce in ogni situazione musicale, e credo sia legato a mia madre, il primo accesso alla musica che io abbia avuto e i suoi canti impregnano quasi tutta la mia infanzia e mi ricordano quanto la musica sia profondamente relazionale e risonanza, una nel corpo dell’altra, dell’uno, dell’altra…

La voce che sento incisa mi trasporta immediatamente in spazi stretti, serrati, invischiati di una dolcezza languida, nostalgia intrisa di laudano, a tratti roca, a tratti compassionevole.

Una voce che gioca con delle erre che arricciano il naso, e con delle vocali su cui si può quasi sostare in silenzio, fluttuare, nell’attesa che qualcosa d’imprevisto accada, vocali che ricordano il sapore di uno dei migliori whisky scozzesi, caldo e ruvido, che nello stesso momento in cui entra ti riporta a una distanza insanabile da te stessa, sino se si è fortunati e fortunate, a una melanconia che inciampa intrisa di una lucidità instancabile.

 

C’è qualcosa di trattenuto e quando sembra scemare, andarsene esausto, sfiancato, viene riafferrato con decisione e maestria per i capelli.

Il suono scivola leggero in apparenza, per poi insinuarsi sottopelle e mostrare i denti o forse sole le gengive. Qualcosa di distensivo e rilassante che non smette di portare con sé una malinconica inquietudine, una forza che mentre ti accoglie e ti avvolge sino quasi a toglierti il fiato, simultaneamente ti allontana, ti rinchiude in una desolata solitudine con la faccia schiacciata nella terra, in cui nulla può cambiare perché non dipende da nessuno.

Gli occhi rimangono chiusi, il viso coperto da un ananas, un incontro costantemente annunciato che non accade, sfuma. Qualcuno si sottrae.

Rimangono le mani cui affidarsi che scaltramente, attente e intense, si muovono sulle corde della chitarra, continuando a cambiare e a chiamare ritmi che evocano, ricreano o semplicemente giocano, inventandosi nuove forme.

La forza in gioco, ben ammaestrata, orchestrata, trascende l’intento di addomesticare i capelli della Medusa, che contagiosi gridano strozzati risuonando in questi tempi pervasi dal no sense.

Luis Buñuel taglia un occhio per vedere, qualcun altro mescola nuove con vecchie strade per tornare a sentire e mentre stringe un ananas ci/si capovolge, probabilmente nella speranza di renderci più leggeri e leggere.

Il risultato finale, come quando si pubblica un taccuino di appunti, non dovrebbe essere cercato, perché il senso di questo disco non è alla ricerca di una chiusura, ma di una nuova apertura creatasi grazie al movimento trasformativo che ha iniziato ad essere ma non è concluso.

La sensazione che mi rimane, è che il primo Pendu sia il musicista torinese e che il suono di ciò che esce dalle sue tasche suoni vento di cambiamento….liberando genealogie, gerarchie maschili, fondate sul nome dei padri, che crollano.

La leggerezza così sprigionata potrebbe portare ovunque.

Come diceva Angela Putino per trovare radici occorre sradicarsi.

stressed

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