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Uscire da me per incontrare la libertà della grandezza femminile. Il dolore dell’incesto[1]

 

(Traduzione dallo spagnolo di Luciana Tavernini)

 

Noialtre aprimmo il silenzio perché esca il dolore e si curi la ferita

Noialtre, camminiamo dalla guerra alla pace… costruendo equità

Noialtre rifacciamo la vita in tante forme.

Oggi siamo qui convocate per la speranza di emergere dall’oblio.

Di avere voce nel mondo

Di smettere con tutto quello che ci fa

camminare, svegliare, respirare con paura

Siamo qui perché siamo più forti della guerra,

Più forti del dolore

Siamo vive.

 

Lucia Moran

Poesia scritta durante l’incontro di Nairobi sul diritto delle donne alla riparazione

(marzo 2007)

 

Il tema che ci ha riunito in questo Seminario di primavera è forse uno dei labirinti tessuti nel modo più raffinato dal patriarcato, in cui non esiste un unico percorso di uscita, al contrario, tesse bordi sinuosi e complessi di uscita nei quali sembriamo raggiungere la libertà, ma è solamente un miraggio, un inganno che gli permette di rafforzarsi e proteggere il suo tessuto.

Questo lo ottiene perché il potere dell’incesto si radica nel togliere a noi bambine e bambini il legame di fiducia più pregiato: non quello del nonno, del padre, zio o fratello che ci ha fatto danno, ma quello di nostra madre. Con questo atto abominevole quello che in realtà ha fatto è incolpare lei di non proteggerci, non curarci o difenderci. Quindi, nell’essere spossessate del legame di fiducia in chi ci diede la vita, perdiamo tutto il senso del nostro essere e ci ritraiamo in noi stesse piene di paura, di timore verso la vita; ci isola nel nostro silenzio per poter continuare a commetterlo, non solo con le altre nella nostra famiglia, per generazioni, ma attraverso il tempo dei secoli da quando questo sistema esiste.

Riflettendo su questo mi sorge la domanda: come avrebbe potuto mia madre insegnarmi a rompere il silenzio di ciò che succedeva in casa, quando è stato lo stesso mostro che le ha fatto danno quando era una bambina? Di fronte a questa domanda, allora, ho potuto vedere la grandezza di quello che oggi mi tiene qui: il dolore dell’incesto.

 

Quando sviluppai la mia ricerca di master intitolata Una mirada plástica ante el abuso sexual infantil (Uno sguardo plastico davanti all’abuso sessuale infantile) nel Posgrado de artes visuales della mia università, mi trovavo sola davanti a tale lavoro, poi a poco a poco (mi) incontrai con altre donne che nei corridoi universitari si avvicinavano a dirmi per la prima volta che “anche a loro era capitato”. Oggi scrivendo il testo che qui condivido con voi ho scoperto che non vado più sola, che questa volta mi accompagnano tutte quelle donne che per la prima volta riuscirono a uscire e pronunciare il dolore dell’incesto. All’inizio furono compagne di studio, a poco a poco si aggiunsero anche accademiche, ricercatrici, casalinghe, artiste, vicine, filosofe e amiche.

Uscire dal silenzio è stato per me, oggi lo so, non solo un impulso, una ragione, ma una postura politica davanti a quello che mi faceva soffrire dalla mia infanzia fino all’età adulta. Ricordo di vedere perfettamente intorno a me amiche di successo, soprattutto nell’arte, nella cui vita, nella nostra vita personale, le relazioni emozionali amorose erano caotiche, dolorose e in molte occasioni molto violente. Mi domandavo il perché, non riuscivo a decifrare cosa ci succedeva, fino a che non ebbi fiducia in un potere superiore a me e riuscii a vomitare tutto il dolore della mia infanzia. Quando questo avvenne mi resi conto che non potevo uscire solamente dal silenzio dell’esperienza vissuta nell’infanzia all’interno della mia famiglia, ma che dovevo condividere con altre e altri come me che esisteva una vita in cui il dolore dell’incesto non faceva più soffrire e che, non soffrendolo, ti ritorna la vita, recuperi la coscienza del corpo, recuperi te stessa, si esce da sé per trovarti con te.

Però, come fare? Decisi di farlo dal campo professionale in cui sto impegnandomi, solo con una variante: non dal disegno, ma dall’arte. Questo perché, come dice bene Boris Cyrulnik “una vittima di violenza, parlando di fronte ad altri di ciò che è successo, si trasforma in qualcosa come un mostro”,[2] ed è così che l’arte attraverso i suoi differenti linguaggi ha molto da dire in modo che le persone possano ascoltare. All’inizio farlo da questo punto mi permise di districare definizioni, concetti, teorie e fenomeni sociali; tuttavia è stato l’incontro con l’epistemologia della differenza sessuale che mi ha permesso di vedere molto di quello che già era lì, ma che il modo con cui lo proferivo non mi permetteva di dire tutto quello che volevo perché costantemente dovevo legittimare ogni parola nominata con regole teoriche.

Ho detto che nello sviluppare quello di cui qui vi parlo mi accompagnano tutte e ciascuna di quelle donne che mi si avvicinarono nei corridoi per condividere per la prima volta con me il dolore dell’incesto nelle loro vite, a tutte loro devo aggiungere la compagnia di Luisa, Nieves, Elisa, María-Milagros, a cui, alcune sanno e la maggioranza no, costantemente domando tante cose. Sono in costante dialogo con loro. Confesso che dovevo fare attenzione a Luisa Muraro quando a pagina 104 del numero 38 della rivista DUODA ci raccomanda che, se siamo in conflitto con nostra madre, non leggiamo L’ordine simbolico della madre.[3] Ho invece prestato attenzione a Elisa Varela quando parla del tempo della creazione[4]; riflettere a proposito mi ha permesso più volte di rallentarmi non solo fisicamente ma anche nel pensiero, di non disperare e cercare di camminare secondo il mio proprio tempo, di iniziare la ricerca del tempo delle donne, del tempo del mio essere donna. Essermi incontrata con questo testo di Elisa è stato vitale perché io stessi qui oggi con voi e per la creazione di quello che qui vi leggo. Il tempo del potere del patriarcato è schiacciante. Opprime così tanto il tempo della creazione femminile che, se non ne abbiamo coscienza, camminiamo al suo ritmo senza nemmeno notarlo. Così, ogni volta che sento che il tempo mi sfugge, ci ritorno una volta e un’altra per tornare a recuperare il mio tempo dell’essere donna. Le nomino perché tutte loro mi hanno permesso, appoggiato e spinto a dare autorità alla mia esperienza ed è vitale in questo che ci tiene qui, non solo per nominare ma per poter raggiungere la libertà.

Dunque, in questo dialogo, uno dei punti più complessi che ho trovato è stato quando María-Milagros Rivera nel suo testo Nombrar el mundo en femenino (Nominare il mondo al femminile) dice che dalla presa di coscienza femminista adulta una prima tappa per fare ordine simbolico sarebbe il recupero della relazione infantile con la madre.[5] Invece di aiutami a saltare l’abisso di fronte a me, intendendo per abisso questa conferenza, in prima istanza me lo ha reso più complesso. Come recuperare questa relazione, quando è nell’infanzia che c’è più dolore? Perché? Cos’è il dolore dell’incesto? È il non capire quello che ci accadeva, che ci succedeva, è la paura, è sapere che quello che vivevamo non ci piaceva, è la perdita di fiducia in quello o quelli che ci facevano del male, è il non sapere che fare, è l’aver paura di dire quello che ci succedeva, il sentire la minaccia al posto dell’amore, il timore che ci pensino bugiarde, paura che ci considerino colpevoli di quello che accadeva o il timore che facessero del male a coloro che amavamo, come nostra Madre. Però, le domande non si fermano qui. E nell’età adulta? Cosa succede per cui è tanto estremamente difficile uscire dal silenzio di quello che abbiamo vissuto nell’infanzia?

Posso dire che uno dei principali motivi, come nell’infanzia, continua ad essere la paura, la paura che provoca il tornare a ricordare tutto come se tornassimo a riviverlo, paura della recriminazione per non averlo detto, per non rompere il silenzio di quello che abbiamo vissuto, paura di affrontare la nostra famiglia e dirle quello che al suo interno ci facevano senza che facessero nulla per aver cura di noi e difenderci, paura della nostra colpa per non dire quello che abbiamo vissuto, paura di causare un dolore a nostra madre per non averci protette e non essersi presa cura di noi. Prima di entrare in quello che più mi interessa desidero far notare che, se nell’età adulta è immensa la paura di rompere il silenzio del dolore dell’incesto che portiamo lungo la nostra vita, come avremmo potuto uscire da quello stesso silenzio quando eravamo appena delle bambine, quando ci tolsero il nostro essere bambine, quando quel senso di essere dell’infanzia ci è stato strappato senza che noi lo sapessimo?

Lascerò qui una pista. Da bambine e da adulte c’è un gran timore a dire alla mamma quello che ci è successo per non causarle un dolore o provocarle una colpa.

Il femminismo mi ha permesso di trovare il filo di ciò di cui mi occupavo, mi ha svelato non solo il sistema patriarcale, ma gli infiniti suoi ingranaggi e come questo prende suoi i corpi delle donne e infanti. Conoscerli e comprenderli mi ha portato a capire che niente è fortuito, come non lo fu nel secolo XIX il cambiamento da uno sguardo innocente davanti all’infanzia a uno erotico, per esempio nell’arte; di come questo sistema produce le famiglie patriarcali in cui tutto è finemente strutturato in modo da essere padrone di tutto quello che si produce al suo interno e per questo si perpetua il suo sistema. E benché il femminismo, principalmente negli anni Sessanta, mostri la violenza esercitata in questo sistema su donne, bambine e bambini, non mi fornisce risposte sufficienti davanti al dolore dell’incesto; per questo dico che il patriarcato ci inganna facendoci credere di aver trovato una porta di uscita davanti al dolore dell’incesto nelle nostre vite.

La politica delle donne e il pensiero della differenza sessuale mi hanno aiutato ad attraversare spiragli di cui non avevo coscienza che potessero esistere, a prendere coscienza e autocoscienza delle ferite e cicatrici che noi donne portiamo nei nostri corpi, anime e spiriti, cosa che mi porta a ritornare alla domanda: che cos’è il dolore dell’incesto? E la risposta è il dolore dell’assenza di nostra madre che non era lì per proteggerci e curarci quando sentivamo così tanta paura.

Continuando il nostro sviluppo fino all’età adulta il dolore dell’incesto è la perdita della relazione primigenia della nostra creazione, quella di nostra madre. Luisa Muraro sostiene che il patriarcato inizia con la separazione violenta della figlia da sua madre, se a questa separazione violenta aggiungiamo la violenza dell’incesto è inevitabile l’infinita tristezza e desolazione in cui ci lascia il patriarcato. Ora può annullarci completamente per continuare a commetterlo, generazione dopo generazione, in ogni famiglia patriarcale.

Giunta a questo punto cercherò di fare simbolico sul dolore dell’incesto a partire da L’ordine simbolico della madre. Devo dire che non so se ci riuscirò, comunque desidero provarci. Richiamò la mia attenzione e produsse in me grande incertezza il riferimento che Luisa Muraro fece nei suoi testi all’esperienza di liberazione degli alcoolisti anonimi: la “resa”, dicono, davanti a un potere superiore, come loro lo concepiscono, e accettazione che da soli non possono. Dunque, non so se avete notato che all’inizio di questa conferenza dissi “fino a che non ebbi fiducia in un potere superiore a me e riuscii a vomitare tutto il dolore della mia infanzia”. Non so come poterlo spiegare: nel dire “vomitare tutto il dolore” è stato esplicitamente, è stato lasciarmi sentire tutto il dolore che portavo dentro il mio essere adulta di quell’esperienza vissuta nell’infanzia, nel farlo non c’è più, solo quel dolore infinito, nel permettergli di uscire e sentirlo non è diverso dal tornare a quel punto in cui il maggior rifugio davanti alla paura erano le braccia della mamma; però giungere a quel momento dell’infanzia è richiederle perché non si prese cura di me, non mi protesse. Una volta vomitato questo dolore il mio essere adulta ha creduto di aver raggiunto la libertà per aver perdonato mia madre davanti a quello che avevo vissuto e credere che lei non avrebbe potuto fare più di quello che fece.

Rileggendo L’ordine simbolico della madre e con gli insegnamenti di María-Milagros nel seminario che fece alla UNAM di Città del Messico (novembre 2018) ho scoperto la trappola del patriarcato qui già esposta: l’incolpare la madre per il dolore dell’incesto, lungo tutta la nostra vita o fino al momento in cui decidiamo di affrontarlo e ricorrere a qualche terapia per curarlo, è il modo in cui il patriarcato ci priva di tutta la relazione con la madre lasciandoci in una solitudine infinita.

Il patriarcato non occupa tutto e nel corpo delle donne esiste la potenzialità della creazione. Prima ho lasciato una pista, ora vi torno: il dolore dell’incesto, benché sembri immensamente infinito da isolarci nel nostro silenzio facendoci ritirare dal mondo, non riesce a toglierci del tutto la relazione con la madre. Quante volte abbiamo taciuto il dolore dell’incesto da bambine e come donne adulte cercando di non provocare dolore a lei, a nostra madre, perché nel nostro essere donne sappiamo che siamo la sua più valida creazione. Cioè, oltre quel dolore abbiamo conservato quell’insegnamento della creazione che è la cura tra noi; viene così svelato il fine del patriarcato, svelando la trappola in cui ci ha posto nell’accusarla per continuare a commetterlo, è allora che possiamo raggiungere la libertà recuperando noi stesse. Si tratta di uscire da sé per incontrare me nella grandezza della creazione recuperando quel piccolo legame di relazione con l’origine che mai si perse.

 

Parole chiave

Incesto – Violenza maschile – Libertà femminile – Arte e incesto – Madri e figlie.

 

[1] Presentato al XXX Seminario internacional de Duoda. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019. Il video dell’incontro si trova in https://www.youtube.com/watch?v=_Gm_7Mk3LdM

Il testo in spagnolo è pubblicato in Duoda. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, N.57/2019, pp. 106-113.

[2]Cuadernos de Pedagogía”, 393 (settembre 2009), n. identificativo 393.011.

[3] Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991.

[4] María Elisa Varela Rodríguez, La experiencia y el tiempo de la creación siendo fiel al origen, in “Duoda. Estudios de la diferencia Sexual”, n. 33, 2007, pp. 61-83.

[5] María-Milagros Rivera, Nombrar el mundo en femenino.Pensamiento de las mujeres y teoría feminista, 3 ed., Icaria, Baellona 2003, p.70; Nominare il mondo al femminile. Pensiero delle donne e teoría feminista, Editori Riuniti, Roma 1998.

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