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Uscire anche se c’è aria di tempesta

 

A partire da Cambiare (il) lavoro. Indagine tra necessità e desideri,

a cura di Roberta Di Bella e Romina Pistone,

Qanat, Palermo 2016.

 

 

 

Quando le donne interrogano con coraggio la loro storia – quella personale e quella del mondo intero – andando fino alla radice dei problemi, anche di quelli più scomodi e scottanti, senza tirarsi indietro e senza rinunciare alla possibilità di non trovare risposte definitive e consolanti, vengono fuori pensieri e pratiche che poi si condensano in libri come questo. Libri che hanno il merito di un’analisi lucida su un tema complesso e doloroso quale quello del lavoro che, oggi più che mai, lascia fuori di sé fasce sempre più ampie di persone, oppure le ingloba ma a un prezzo altissimo in termini di sfruttamento e di alienazione. Le donne in primis, ovviamente, non potendo sfuggire alla logica ricattatoria imposta dal mondo del lavoro, sono le prime a subire questa dura realtà e a dover far fronte ai colpi della crisi e delle difficoltà economiche. In più, le differenze reali tra sud e nord dell’Italia non sono taciute in questo libro: anzi, sono ben messe in evidenza in vari saggi, poiché questo libro narra di esperienze di donne che vivono al Sud, precisamente in Sicilia. Si parte dalla differenza di qualità dei servizi di base, cioè di tutti quei servizi che riguardano in particolare l’infanzia come gli asili, la mensa scolastica, la qualità ed efficienza dei trasporti pubblici, fino ad arrivare alla questione delle case di cura per anziani e persone con disabilità, dei rifiuti, dell’illuminazione stradale dei centri abitati come delle periferie, della corruzione diffusa, della disoccupazione femminile e giovanile, ecc.

Dalla situazione disastrosa e complessa che emerge, il cambiamento di prospettiva, di sguardo, che molte e molti di noi auspicano già da tempo per un presente e un futuro più sostenibile e giusto, parte innanzitutto dalla ricerca di un’aderenza massima ai vissuti – come scrivono le curatrici di questo libro – e da un vero e proprio ripensamento del lavoro, dal modo in cui saremo in grado di rivalutare tutto ciò che ruota intorno ai bisogni, ai desideri, ai servizi, in una parola, alle nostre vite, sempre soggette alle necessità dei corpi e, insieme, sempre proiettate in un orizzonte di libertà (Giardini). Mettere al centro del cambiamento la “visione differente” che emerge dall’esperienza politica delle donne, è un buon punto di partenza per sottarsi – attraverso le molteplici nuove invenzioni che tentano di tenere insieme vita quotidiana, maternità, lavoro – ai modelli imposti dal di fuori, ma stando attente a non essere ulteriormente fagocitate da nuove strategie economiche e sociali che si avvalgono proprio della messa a lavoro della vita tutta, in un continuum senza precedenti di produzione e riproduzione. Importantissima, a questo proposito, è la messa in guardia di Sandra Burchi quando scrive che “oggi rischiamo che molte di queste invenzioni assumano un segno diverso, che parole come cura, relazione, riproduzione, perdano il loro portato critico ed eversivo per riconfigurarsi come nuovo terreno di sfruttamento e messa a profitto”. Quel “lavorare diversamente” che la Burchi prende dal libro di Laura Balbo[1], rischia di essere assimilato e neutralizzato nel suo potenziale sovversivo e rinnovatore. La presa totalizzante del biocapitalismo, infatti – quello che mette a profitto la vita in quanto tale –, attenua e vanifica i conflitti appropriandosi di tutti quegli attributi individuali che, in nome di una presunta libertà e di una piena disposizione di sé, allargano la sfera del mercato. Lo sapeva bene la filosofa napoletana Angela Putino che, sul conflitto tra imprenditoria di sé e libertà femminile, si era soffermata proprio in uno dei suoi ultimi scritti, ripreso poi da Tristana Dini e da me in occasione dell’organizzazione, qualche anno fa, di un convegno all’Università di Salerno di cui i vari contributi sono stati raccolti in un libro[2]. Per schivare questo pericolo e questa confusione, penso sia necessario ancor di più avvalersi del lavoro pratico e teorico che le donne hanno fatto e stanno facendo per trasformare radicalmente il tessuto sociale, economico e politico del nostro presente. Il femminismo possiede una cultura politica poliedrica e plurale che, in maniera e forme diverse, si è interrogato e continua a interrogarsi sulle forme di dominio e di sottomissione, d’ingiustizia e d’ineguaglianza che, un po’ ovunque nel mondo, subiscono le donne e buona parte di quell’umanità relegata ai margini che vediamo ormai dappertutto nelle nostre città. La stretta correlazione tra discriminazione di genere, sessualità e capitalismo (Castronovo-Pirrone), così come la correlazione tra eteronormatività e regolazione dei corpi, rappresenta un punto cruciale su cui avviare questo processo trasformativo. Analisi attente mostrano quanto neanche le tanto discusse politiche di austerità siano state neutrali ma, anzi, quanto e come abbiano avuto impatti diversi per uomini e donne evidenziando, come al solito, un netto svantaggio per le donne (Paulì). L’aver concepito l’organizzazione lavorativa sul mero corpo maschile e sui suoi tempi, ha creato delle contraddizioni enormi che si sono rese evidenti quando il corpo femminile ha fatto irruzione sulla scena del lavoro. Il corpo “imprevisto” delle donne continua ad essere il campo di battaglia su cui si giocano partite importanti di civiltà che però, in nome di continue emergenze e di altre priorità, vengono reiterate nel tempo e messe da parte.

La separazione netta tra l’ambito dell’economia domestica e quello della produzione e del consumo è stata analizzata da molte femministe. Non potendo ricordarle tutte, segnalo solo un saggio di Ina Praetorius che considero molto importante, dal titolo Il mondo come ambiente domestico inserito nel libro La vita alla radice dell’economia pubblicato dalla Mag di Verona[3]. Qui l’autrice mostra come il significato etimologico di alcuni concetti faccia emergere il senso originario di parole riconducibili a una società non ancora patriarcale. Tra questi, spicca il concetto di economia che, anticamente, non significava altro che “legge dell’ambiente domestico”. Già per gli antichi, la soddisfazione dei bisogni era considerata un’attività servile e di basso livello, giacché riguardava soprattutto la “fatica” e la “consumazione” fisica del corpo e dell’anima. Il rapporto quotidiano con i bisogni ineliminabili – scrive Praetorius –, cioè con il nutrimento e con la sua espulsione in senso lato, era compito delle schiave/i e delle donne, di coloro che non erano nati liberi. Su questo aspetto, la pensatrice politica Hannah Arendt si è soffermata nel terzo capitolo della sua opera più nota, Vita activa, in cui non solo porge una serrata critica al pensiero di Marx, ma sottolinea anche la mancata distinzione tra lavoro e opera che, nella tradizione filosofico-politica della storia occidentale, è passata del tutto inosservata e impensata. Le lingue e i vari dialetti, invece, rendono conto di questa differenza. La svalutazione e il disprezzo per tutto ciò che riguarda la sfera della necessità, di contro la sfera della libertà, è al centro dell’analisi arendtiana. Anche lei scava nell’etimologia delle parole per mostrare la distinzione e la grande differenza che passa tra lavoro (da labor che ha in sé un rimando alla ripetizione, alla fatica e alla pena) e opera (da facere che ha in sé un rimando a opere che permangono nel tempo). Nell’età moderna, per quanto ci sia stata un’inversione di tendenza attraverso la glorificazione del lavoro, è accaduto però che il lavoro si sia continuato a considerare solo come opera e non come fatica. Il lavoro produttivo diventerà, per Marx, l’unico ostacolo da superare per una vera e propria emancipazione dell’uomo dal lavoro. Ma Arendt gli obietta che non ci si libera né dal corpo, né dai suoi bisogni primari e che le persone “emancipate” avranno comunque bisogno di soddisfarli fino alla fine della loro vita. È questa la grande contraddizione irrisolta che permane lungo tutto il corso della tradizione filosofico-politica. In una parola, Arendt sa che non ci si libera dalla necessità e che “l’essere umano non può essere nemmeno libero se non sa di essere soggetto alla necessità”. La necessità, del resto, come sapeva un’altra grande filosofa e come viene ricordato nel libro, è la madre delle invenzioni. Non ci si può affrancare dal lavoro/fatica perché il lavoro è intrecciato ai processi biologici del corpo, è strettamente legato alla nostra appartenenza alla terra e alla nostra human condition. Di contro allo spregio che la tradizione patriarcale ha sempre avuto proprio per questa sfera necessitante, la Arendt riconosce che solo nella fatica ci può essere gioia, contentezza, felicità. Un punto questo di straordinaria forza per noi che oggi riflettiamo insieme sul senso stesso del lavoro[4].

Eppure, nonostante le analisi di Arendt e altre riflessioni, il passaggio di segno dal capitalismo al neoliberalismo più sfrenato e cinico ha acuito, invece di diminuire, il divario tra chi si occupa della soddisfazione dei bisogni primari e chi invece si arricchisce con la speculazione finanziaria, tra chi può disporre di qualcosa grazie al proprio lavoro e chi non può disporre di nulla malgrado il proprio lavoro. Anzi, c’è di più. Attraverso quella che è stata definita la “femminilizzazione del lavoro” (Di Martino), si è giustificata la flessibilità e il precariato proprio in quei settori in cui le donne trovano maggiormente lavoro, come il terziario avanzato e i servizi. Il disprezzo sociale per la vita materiale, la riproduzione, la cura in generale che oggi, come sappiamo, è svolto maggiormente dalle immigrate, continua ad essere presente e forse – come si legge in uno dei saggi – è alla base di quella denatalità che segna, in maniera preoccupante, il tempo presente. Eppure, sono convinta, che quella fatica fisica e relazionale che ruota attorno alla materialità della vita (Garofalo), è il banco di prova su cui si dovrà costruire una nuova civiltà. Così come lo sarà la capacità di saper trasformare in maniera creativa gli scarti e i resti (Sposito).

Ecco perché anche se sembra che ci sia poco da sperare, c’è qualcosa che tuttavia continua ad alimentare in me la fiducia di un cambiamento di rotta. Come segnalato giustamente da Emma Baeri Parisi, per non fermarsi all’analisi di ciò che è, è necessario andare oltre l’analisi dell’esistente. Si tratta di pretendere che quel “di più” di esperienze positive e costruttive sparpagliate qua e là nel mondo siano viste, amplificate, valorizzate, ripetute. Così, se da un lato la condizione femminile continua a essere svantaggiata e le donne sembrano essere “inadeguate” a colmare lo scarto tra vita quotidiana, maternità e lavoro, dall’altro si può e si deve attingere da quel bagaglio esperienziale del femminismo che può essere la base per nuove e fruttuose invenzioni. Per ripensare tutto ciò si deve partire proprio da quel senso di “inadeguatezza” che, da una prospettiva altra, è qualcosa di sano, vitale, vero[5]. Solo da qui è possibile mettere un argine al continuo sradicamento e a questa reiterata marginalizzazione. Forse si tratta anche di dismettere la rinegoziazione, in sé e fuori di sé, di spazi e di tempi di vita, ma questo, all’interno di una logica ricattatoria è difficile e arduo ed è un problema che riguarda molte donne della mia generazione – soprattutto quelle che oggi si trovano ad avere tra i trentacinque e in quarantacinque anni – e della stragrande maggioranza delle donne immigrate. Tutte sperimentiamo sulla nostra pelle che cosa significa la fatica del montare insieme pezzi di vita disarticolati (Baeri Parisi). Di questi pezzi di vita che tentiamo giorno dopo giorno di tenere insieme senza perderci e senza perdere la nostra più intima libertà di donne, ne facciamo esperienza continua in quel precariato ormai diventato stabile che accomuna molte di noi. Il rapporto così difficile e ambiguo tra libertà femminile e condizioni materiali di vita è e resta una questione capitale. Tale situazione produce anche forme di sottrazione e di inattività che sono indagate in alcuni dei saggi presenti nel libro (Tonarelli). I motivi che spingono molte donne a porsi fuori dal mercato del lavoro sono molteplici e variegati. Tra i tanti contribuisce in modo determinante il trovarsi di fronte a quell’aut aut del “mollare tutto o starsene a casa” (Corsi) e, più sottilmente, quella richiesta di integrazione in un sistema che ci espropria, oppure che ci induce a introiettare una bassa autostima di noi stesse (Toscano). Dal desiderio di affermazione di una libertà femminile creativa e inedita, siamo arrivate tristemente all’affermazione della mera libertà di mercato. Non c’è dubbio che qui alcune donne hanno trovato il modo di affermarsi lavorativamente, sfruttando quell’identificazione del corpo femminile come oggetto sessualmente desiderabile che è la colonna portante di qualunque patriarcato. Lo spazio mediatico della pubblicità, del marketing, dell’immagine, è l’amplificatore di questo mercato in cui, il poter disporre di sé in maniera illimitata come oggetto erotico di consumo, è diventato il fulcro di queste soggettività imprenditoriali. A tutto questo si aggiunga che confondendo e sovrapponendo etica, morale e moralismo, il mercato dei corpi e delle vite, delegittima cinicamente tutto ciò che si sottrae a questa grande e proficua compravendita fatta in nome della libertà e del possesso di sé (Priulla). Solo ogni tanto ci si ricorda – quando il circolo vizioso della violenza maschile sulle donne assume contesti e cifre drammatiche – che lo “stupro della dignità è l’anticamera dell’aggressione” (Priulla).

Sono convinta che la condizione della libertà e dell’autonomia delle donne è sempre intrecciata a condizioni di vita materiale favorevoli e concrete. Ecco perché penso che il male profondo che accomuna esistenzialmente molte di noi, può indebolire, sfilacciare quel legame vitale delle relazioni umane su cui abbiamo tessuto il senso stesso delle nostre vite. Eppure, la scommessa del femminismo, è tutta qui e questo libro ce la restituisce in tutta la sua portata attraverso pratiche e forme altre di concepire il nostro vivere. Ripensare il lavoro a partire dal senso delle relazioni, da un’idea di solidarietà condivisa in cui la libertà è sempre dentro un processo d’interdipendenza e mai qualcosa di autoreferenziale e solitario è il punto di avvistamento su cui iniziare a costruire nuove esperienze e nuove narrazioni. Passare dalla competizione alla condivisione significa in fondo riconoscere che la libertà è “qualcosa che non si fa da soli ma fiorisce con altre e altri nelle relazioni che fortificano perché le relazioni sostengono il pensiero e più in generale l’esperienza” (Miceli).

Solo un tale senso della relazione può aprire degli orizzonti inediti e originali. In fondo, le donne ci mostrano da sempre i salti impossibili di cui sono capaci, come nel racconto esilarante delle tre principesse della termodinamica (Lombardo). Certo, l’Italia più di molti altri paesi europei non è un paese per donne, si sa. Eppure, le donne italiane hanno molte risorse da mettere in campo per pretendere che lo diventi. Ecco perché vorrei concludere questa recensione riprendendo l’incipit del romanzo di Virginia Woolf, Gita al faro, citato nell’intervista di Delia Altavilla. Ciò che per un uomo non si può fare perché irragionevole (non si esce mica con l’aria di tempesta che sta arrivando!) per una donna è invece possibile (si può uscire lo stesso, anche se c’è aria di tempesta!). Parlare di lavoro, provare a cambiare (il) lavoro, porta aria di tempesta. Ebbene, nonostante la pioggia, il vento forte, i fulmini e i lampi, le donne sono già da tempo in cammino, proprio in direzione di quel faro, e nel pieno di una tempesta che non le spaventa!

 
NOTE

[1] Laura Balbo, Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare, Einaudi, Torino 2008.

[2] Tristana Dini-Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile vs imprenditoria di sé e precarietà, Natan, Benevento 2014. Cfr. l’editoriale del numero 2 della rivista on line www.adateoriafemminista.it al link: http://www.adateoriafemminista.it/wp-content/uploads/2013/10/ada2_01_editoriale.pdf e il contributo di Angela Putino, Neoliberismo e camorra al link: http://www.adateoriafemminista.it/wp-content/uploads /2013/10/ ada2_02_ putino.pdf

[3] A.A.V.V., La vita alla radice dell’economia, a cura di Vita Cosentino e Giannina Longobardi, Mag, Verona 2007.

[4] Segnalo il numero 7 della rivista on line www.adateoriafemminista.it dedicato proprio al tema della fatica e del lavoro.

[5] Cfr. il mio, Un punto fermo per andare avanti: l’inadeguatezza, in Marisa Forcina, Un punto fermo per andare avanti. Saperi, relazioni, lavoro, politica, Milella, Lecce 2015, pp. 157-163.

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