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Ursula K. Le Guin sulla lingua materna. Una silloge

 

 

 

 

 

 

 

We are volcanoes. When we women offer our experience as our truth, as human truth, all the maps change. There are new mountains

 

Ursula K. Le Guin ha oltrepassato i confini del nostro mondo per l’ultima volta il 22 gennaio del 2018.

Lei inventrice di mondi, attraversatrice di confini, narratrice di storie, glossopoieta, scrittrice utopista e insieme lucida lettrice della follia del nostro mondo, lei femminista, anarchica, taoista, lei dissonante e lei tanto amata e riconosciuta.

Pensando al tema di questo numero della rivista, La lingua materna taglia e cuce, mi è tornato alla mente quanto fosse presente il tema della lingua nelle sue opere narrative, ma ancor più avesse detto sulla lingua materna e la lingua dei padri anche nella produzione saggistica. In particolare in un suo storico e ispirato discorso inaugurale al Bryn Mawr College, nel 1986. Si rivolse alle alunne con “autorità senza supremazia” dicendo: “Non ho il diritto di parlarvi. Quello che ho è la responsabilità che mi avete dato di parlarvi.”. E terminò chiamando alla parola, a parlare con lingua di donna. Quando le donne parlano in verità sono vulcani, la loro parola è sovversiva.

 

Non è un discorso molto noto in Italia, ne ho tradotto alcuni brani. Non avrei potuto aggiungere alcunché, per chi non ha quelle che lei chiama “orecchie di pietra” ma ha orecchie per intendere.

 

 

 

 

Discorso inaugurale tenuto nel 1986 Bryn Mawr College Commencement. Pubblicato in Dancing At The Edge of the World: Thoughts on Words, Women, Places, New York: Harper & Row, 1989 (147-160).

Il testo originale completo del discorso è disponibile in rete,  su autorizzazione dell’autrice, sul sito: https://serendip.brynmawr.edu/sci_cult/leguin/

 

 

Father tongue . La lingua paterna

 

“Ho pensato a come ho imparato, più o meno bene, tre lingue, tutte  Inglese; e a come una di queste lingue sia quella che sono andata all’università per imparare. Pensavo che avrei studiato francese e italiano, e l’ho fatto, ma quello che ho imparato è stato il linguaggio del potere – del potere sociale. Lo chiamerò la lingua paterna.”

 

“Questo è l’effetto, idealmente, del discorso pubblico. Fa accadere qualcosa, fa fare qualcosa a qualcuno – di solito qualcun altro -, o almeno gratifica l’ego del parlante.”

 

“La lingua della politica parla ad alta voce – e guardate come la radio e la televisione hanno riportato il linguaggio della politica a dove è nato – ma il dialetto della lingua paterna che voi ed io abbiamo imparato meglio al college è scritto. Non è che parli. Tiene lezione. Ha cominciato a svilupparsi quando la stampa rese la lingua scritta comune invece che rara, cinquecento anni fa o giù di lì, e con l’elaborazione e riproduzione elettronica continua a svilupparsi e proliferare in modo così potente, così dominante, che molti credono che questo dialetto – della esposizione e in particolare del discorso scientifico – sia la più alta forma di linguaggio, la vera lingua, della quale tutti gli altri usi delle parole sono vestigia primitive.”

 

“È il linguaggio del pensiero che cerca l’obiettività. Non dico che sia la lingua del pensiero razionale. La ragione è una facoltà molto più ampia del semplice pensiero oggettivo. Quando il discorso politico o quello scientifico si presentano come la voce della ragione, sta giocando a fare Dio, e dovrebbe essere sculacciato e ficcato in un angolo. Il gesto essenziale della lingua paterna non è il ragionamento ma il distanziamento: creare uno spazio, uno spazio, tra il soggetto o sé e l’oggetto o l’altro. Enormi energie sono state generate da quella lacerazione, che costringe a creare un divario tra l’Uomo e il Mondo.”

 

“Così la continua crescita della tecnologia e della scienza si auto-alimenta; la Rivoluzione Industriale ha avuto inizio con la scissione dell’atomo del mondo, e ancora oggi rompendo il continuum in parti diseguali manteniamo lo squilibrio dal quale la nostra società attinge il potere che le permette di dominare ogni altra cultura, così che ovunque ora tutti parlano la stessa lingua nei laboratori e negli edifici governativi, sedi centrali e uffici commerciali, e quelli che non lo conoscono o non lo parlano sono silenziosi o messi a tacere, o inascoltati.”

 

“Voi siete venute qui al college per imparare la lingua del potere – per essere empowered. Se vuoi avere successo negli affari, nel governo, in legge, ingegneria, scienza, educazione, media, se vuoi avere successo, devi essere fluente nella lingua in cui “successo” è una parola significativa.”

 

“L’uomo bianco parla con lingua biforcuta; l’uomo bianco parla attraverso dicotomie. Il suo linguaggio esprime i valori di un mondo diviso, valutando il positivo e svalutando il negativo in ogni divisione: soggetto/oggetto, sé/altro, mente/corpo, dominante/sottomesso, attivo/passivo, Uomo/Natura, uomo/donna, e così via. La lingua paterna è parlata dall’alto. E’ a senso unico. Nessuna risposta è prevista o ascoltata.”

 

“Nella nostra Costituzione e nelle opere del diritto, della filosofia, del pensiero sociale e della scienza, nei suoi usi quotidiani al servizio della giustizia e della chiarezza, quella che chiamo la lingua del padre  è immensamente nobile e utile in modo indispensabile. Ma quando pretende una relazione privilegiata con la realtà, diventa pericolosa e potenzialmente distruttiva.”

 

Mother tongue. La lingua materna, lingua madre

 

“Il linguaggio dei padri, dell’Uomo che si eleva, dell’Uomo conquistatore, dell’Uomo civilizzato, non è la vostra lingua materna. Non è la lingua materna di nessuno. Non avete nemmeno mai sentito parlare la lingua del padre nei vostri primi anni, tranne che alla radio o alla televisione, e poi non avete ascoltato, e nemmeno lo ha fatto il vostro fratellino, perché si trattava di qualche vecchio politico con i peli nel naso che blaterava. E tu e tuo fratello avevate di meglio da fare. Avevate un altro tipo di potere da imparare. Stavate imparando la vostra lingua materna.”

 

“Usando la lingua paterna, posso parlare della lingua materna solo, inevitabilmente, per allontanarla – per escluderla. È l’altro, inferiore. È primitiva: imprecisa, poco chiara, volgare, limitata, triviale, banale. È ripetitiva, la stessa più e più volte, come il lavoro chiamato delle donne; legato alla terra, legato alle case. È volgare, la lingua volgare, comune, linguaggio comune, colloquiale, basso, ordinario, plebeo, come il lavoro che fa la gente comune, come le vite che vivono le persone comuni. La lingua materna, parlata o scritta, aspetta una risposta. È conversazione, una parola la cui radice significa “girarsi insieme”. La lingua madre è linguaggio inteso non come mera comunicazione, ma come rapporto, relazione. Connette. Funziona nei due sensi, in molti sensi, è uno scambio, una rete. Il suo potere non è nel dividere ma nel legare, non nel distanziare ma nell’unire. È scritta, ma non da scribi e segretari per i posteri: vola dalla bocca sul respiro che è la nostra vita ed è andata, come l’espirazione, completamente scomparsa e tuttavia tornata, ripetuta, il respiro sempre lo stesso sempre, ovunque, e lo sappiamo tutti dal fondo del cuore.”

 

“E’ un linguaggio sempre al limite del silenzio e spesso al limite del canto. E’ il linguaggio nel quale vengono raccontate le storie. È la lingua parlata da tutti i bambini e dalla maggior parte delle donne, e così la chiamo la lingua materna, perché la impariamo dalle nostre madri e con essa parliamo ai nostri figli. Sto cercando di usarla qui in pubblico dove non è appropriato, non adatto all’occasione, ma voglio parlarla con voi perché siamo donne e non posso dire quello che voglio dire sulle donne nel lingua dell’Uomo con la U maiuscola. Se cercassi di essere obiettiva, direi: “Questo è più elevato e quello è più basso”, farei un discorso inaugurale sul successo nella battaglia della vita, vi mentirei; e non voglio.”

 

Disimparare e imparare a parlare

 

“All’inizio di questa primavera ho incontrato una musicista, la compositrice Pauline Oliveros, una bella donna come una roccia grigia in un letto di fiume; e ad un gruppo di noi, donne, che cominciavano a litigare per teorie in un linguaggio astratto e oggettivo – e io,  con la mia splendida formazione in lingua paterna da Eastern Women’s College  ero nel bel mezzo della lotta e pronta a uccidere – Pauline, che è di poche parole, disse dopo aver schiarito la voce: “Offrite la vostra esperienza come la vostra verità.” Ci fu un breve silenzio. Quando abbiamo iniziato a parlare di nuovo, non abbiamo parlato in modo obiettivo e non abbiamo combattuto. Siamo tornate a sentirci a modo nostro nelle idee, usando l’intero l’intelletto e non solo metà, parlando l’una con l’altra, il che implica ascoltare. Abbiamo cercato di offrire la nostra esperienza l’una all’altra. Non pretendendo qualcosa, offrendo qualcosa.”

“La gente brama l’oggettività perché essere soggettivi significa essere incarnati, essere un corpo, vulnerabile, violabile. Gli uomini in particolare non sono abituati a questo; sono addestrati non ad offrire, ma ad attaccare. Spesso è più facile per le donne fidarsi l’una dell’altra, provare a parlare a partire dalla nostra esperienza nella nostra lingua, nella lingua con cui ci parliamo, nella lingua materna; quindi ci rafforziamo a vicenda. Ma voi ed io abbiamo imparato a usare la lingua madre solo a casa o al sicuro tra amici, e molti uomini non la imparano affatto. Viene loro insegnato che non esiste un posto sicuro per loro. Dall’adolescenza in poi parlano tra di loro una sorta di versione degradata della lingua del padre: risultati sportivi, aspetti tecnici del lavoro, tecnicismi sessuali e politica televisiva. A casa, alle donne e ai bambini che parlano la lingua materna, rispondono con un grugnito e si mettono a guardare la partita. Si sono lasciati ammutolire e vagamente lo sanno, e così sono risentiti con chi parla la lingua materna; le donne balbettano, farfugliano sempre …. non possono sentire quella roba. Le nostre scuole e i college, istituzioni del patriarcato, generalmente ci insegnano ad ascoltare le persone che hanno potere, uomini o donne che parlano la lingua paterna; e così ci insegnano a non dare ascolto alla lingua materna, a ciò che dicono i senza potere, poveri uomini, donne, bambini: a non considerarlo come discorso valido.

Io sto cercando di disimparare queste lezioni, insieme ad altre lezioni che mi sono state insegnate dalla mia società, in particolare lezioni riguardanti le menti, il lavoro, le opere e l’essere delle donne. Sono una disimparatrice lenta. Ma amo le mie disinsegnanti – le pensatrici e scrittrici femministe, le poete, artiste, le cantanti, le critici e le amiche, da Wollstonecraft e Woolf attraverso le furie e le glorie degli anni settanta e ottanta – celebro qui e ora le donne che per due secoli hanno lavorato per la nostra libertà, le disinsegnanti, dismaestre, disconquistatrici e disguerriere, le donne che a rischio e ad alto costo hanno offerto la loro esperienza come verità. “NON lodiamo le donne famose!” Virginia Woolf scarabocchiò a margine quando stava scrivendo Tre ghinee, e giustamente, ma devo ancora elogiare queste donne e ringraziarle per avermi liberato nella mia vecchiaia per imparare la mia propria lingua.”

 

The unlearned tongue. La lingua non imparata , lingua nativa.

 

“La terza lingua, la mia lingua nativa, quella che non saprò mai sebbene io abbia  passato la vita a impararla: dirò ora alcune parole in questa lingua. Prima un nome, solo il nome di una persona, l’avete già sentito Sojourner Truth[1]. Un nome che è un linguaggio di per se stesso. Ma Sojourner Truth parlava la lingua non imparata; circa un centinaio di anni fa, parlando in un luogo pubblico, disse: “Sono stata per quarant’anni una schiava e quaranta anni libera e starei qui per altri quaranta anni per avere uguali diritti per tutti”. Alla fine del suo discorso disse: “Volevo dire qualcosa sui diritti delle donne, e così me ne sono uscita dicendo: sto seduta in mezzo a voi a guardare, e ogni tanto me ne verrò fuori a dirvi a che punto è la notte.”

 

“Quindi di cosa sto parlando con questa “lingua non imparata” – di poesia, di letteratura? Sì, ma può essere anche di discorsi e della scienza, qualsiasi uso del linguaggio quando è parlato, scritto, letto, sentito come un’arte, in quel modo in cui la danza è il corpo che si muove come arte. Nelle parole di Sojourner Truth si sentono l’unione, il matrimonio, del discorso pubblico e dell’esperienza privata, facendone una forza, una cosa bella, il vero discorso della ragione. Questo è un matrimonio, una ricomposizione, della coscienza alienata che ho chiamato la lingua del padre e del coinvolgimento indifferenziato che ho chiamato la lingua materna. Questo è il loro bambino, questo bambino parla, la lingua che potete passare la vita cercando di imparare.”

 

“Impariamo questa lingua, come la lingua materna, in primo luogo solo ascoltandola o leggendola; e anche nelle nostre sotto finanziate e sovraffollate scuole pubbliche insegnano ancora A Tale of Two Cities e Uncle Tom’s Cabin; e al college puoi prendere quattro solidi anni di letteratura e persino corsi di scrittura creativa. Ma… Tutto è insegnato come se fosse un dialetto della lingua paterna.”

 

“La letteratura prende forma e la vita nel corpo, nel grembo della lingua materna: sempre. E i Padri della Cultura vanno in ansia per la paternità. Iniziano a parlare di legittimità. Rubano il bambino. Assicurano con ogni mezzo che l’artista, lo scrittore, è un maschio. Il che comporta l’aborto intellettuale di secoli di donne artiste, l’infanticidio di opere di donne scrittrici e un intero corpo medico di critici sterilizzanti che lavorano per purificare il Canone, per ridurre l’argomento e lo stile della letteratura a qualcosa che Ernest Hemingway avrebbe potuto capire.”

 

“Ma questa è la nostra lingua nativa, questo è il nostro linguaggio e lo stanno rubando: possiamo leggerlo e scriverlo, e ciò che gli portiamo è ciò di cui ha bisogno, la lingua delle donne, quella terra e sapore, quella relazione, che parla oscuro nella lingua materna ma chiaro come la luce del sole nella poesia femminile, e nei nostri romanzi e storie, nelle nostre lettere, nei nostri diari, nei nostri discorsi. Se Sojourner Truth, quarantenne schiava, sapeva di avere il diritto di pronunciare quel discorso, che dire di te? Ti lascerai mettere a tacere? Ascolterai ciò che gli uomini ti dicono, o ascolterai ciò che le donne stanno dicendo?”

 

Noi siamo vulcani

 

“Ritorno alle parole perché le parole sono il mio modo di essere nel mondo. Ritorno alle parole perché le parole sono il mio modo di essere nel mondo, ma il significato del linguaggio come arte è una questione infinitamente più grande delle cosiddetto linguaggio elevato. Ecco una poesia che cerca di tradurre sei parole di Hélène Cixous, che ha scritto Il riso della Medusa; lei disse: “Je suis là où ça parle”, e io strizzai quelle sei parole come un delizioso limone e ne tirai fuori tutto il succo che potevo, più una goccia di vodka dell’Oregon.

 

I’m there where
it’s talking
Where that speaks I
am in that talking place
Where
that says
my being is
Where
my being there
is speaking
I am
And so
laughing
in a stone ea
r

 

L’orecchio di pietra che non vorrà sentire, non ci ascolterà e ci incolperà per il suo essere pietra … Le donne possono chiacchierare e blaterare come scimmie nella giungla, ma le fattorie e i frutteti e i giardini della lingua, i campi di grano dell’arte – gli uomini li hanno reclamatI per sé, mettendole fuori: Non oltrepassare, è il mondo dell’uomo, dicono. E io dico,

 

oh donna

ricorda chi sei

donna

è la terra l’intera

 

Ci viene detto, a parole e non a parole, ci viene detto a partire dalla loro sordità, dalle loro orecchie di pietra, che la nostra esperienza, l’esperienza di vita delle donne, non ha valore per gli uomini – quindi non ha valore per la società, per l’umanità. Siamo considerate dagli uomini solo come un elemento della loro esperienza, come le cose di cui fanno esperienza; tutto ciò che possiamo dire, qualsiasi cosa possiamo fare, viene riconosciuto solo se detto o fatto a loro servizio.”

 

“Alcune donne la maneggiano (nb :la lingua paterna) – potrebbero colludere, ma non si vendono come donne; e sappiamo che quando parlano per quelli che, nel mondo degli uomini, sono gli altri: donne, bambini, poveri … Ma è pericoloso mettersi i pantaloni di Papi, anche se non, forse, tanto pericoloso quanto è sedersi sulle ginocchia di Papi.

Non c’è modo di offrire la tua esperienza come la tua verità se neghi la tua esperienza, se cerchi di essere una creatura mitica, la donna bambola che siede lì in grembo al Grande Papi. Quale voce uscirà dalla sua bocca graziosamente cucita? Chi è quella che dice sempre di sì? Oh si, si, lo farò. Oh, non lo so, decidi tu. Oh, non sono capace di farlo. Sì, colpiscimi, sì mi stuprami, si salvami, oh si. È così che parla una Donna, quella Donna di cui si parla in “Quel che non sapremo mai è cosa vuole una Donna”. “

 

“Se una donna vede le altre donne come Medusa, le teme, rivolge loro orecchie di pietra, uno di questi giorni tutti i suoi capelli potrebbero iniziare a rizzarsi sibilando: ascolta, ascolta, ascolta! Ascolta le altre donne, le tue sorelle, le tue madri, le tue nonne – se non le ascolti, come capirai mai quello che ti dice tua figlia?

E gli uomini che sanno parlare, conversare con te, non cercando di parlare con il manichino della donna che dice sempre di sì, quegli uomini che sanno accettare la tua esperienza come valida – quando trovi un uomo così amalo, onoralo! Ma non obbedirgli. Non penso che abbiamo alcun diritto all’obbedienza. Penso che abbiamo una responsabilità nei confronti della libertà.

E soprattutto della libertà di parola. L’obbedienza è silenziosa. Non risponde. È coatta.”

 

“Ora, questo è quello che voglio: voglio sentire i vostri giudizi. Sono stufa del silenzio delle donne. Voglio sentirvi parlare tutte le lingue, offrire la vostra esperienza come la vostra verità, come verità umana, parlare di lavoro, di fare, di disfare, di mangiare, di cucinare, di nutrire, del prendere seme e dare vita, dell’uccidere, del sentire, del pensare; parlare  su cosa fanno le donne; su cosa fanno gli uomini; sulla guerra, sulla pace; su chi preme i bottoni e su quali bottoni vengono premuti e se premere i bottoni è, a lungo termine, un’occupazione adatta per gli esseri umani. Ci sono una quantità di cose di cui voglio sentirvi parlare.”

 

“So che molti uomini e persino donne sono spaventati e arrabbiati quando le donne parlano, perché in questa società barbara, quando le donne parlano veramente parlano in modo sovversivo – non possono farci niente: se sei sottomessa, sei tenuta giù, allora esplodi, sovverti tutto. Noi siamo vulcani. Quando noi donne offriamo la nostra esperienza come nostra verità, come verità umana, tutte le mappe cambiano. Ci sono nuove montagne.

Questo è quello che voglio – sentirvi scoppiare. Voi giovani allieve di Mount St. Helenses, che non conoscete il potere che è dentro di voi – voglio sentirvi. Voglio ascoltarvi parlare l’una all’altra e a noi tutti: che voi stiate scrivendo un articolo o una poesia o una lettera o insegnando una lezione o parlando con gli amici o leggendo un romanzo o facendo un discorso o proponendo una legge o formulando un giudizio o cantando la ninna nanna al bambino, o discutendo il destino delle nazioni, voglio sentirvi. Parlate con lingua di donna. Venite fuori e diteci a che punto è la notte! Non lasciamoci ricadere nel silenzio. Se non diciamo noi la nostra verità, chi lo farà? “

 

 

 

 

[1]       Sojourner Truth fu schiava, fuggita lottò per l’abolizionismo e i diritti delle donne. Famoso il suo discorso del 1851 Ain’t I a Woman?  .

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