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Una visione organica della pratica femminista

Quando Chiara Zamboni e Daniela Pietta mi hanno chiesto di partecipare a questa giornata di studi, non ho esitato a proporre una riflessione sulla malattia attraverso i testi di Carla Lonzi. Il mio intervento nasce da un interesse generale su questo tema, forse inizialmente una curiosità, e da lì sono partita per offrirvi oggi alcune idee maturate nel frattempo, delle ipotesi incompiute; il ragionamento che vi propongo è un po’ sinuoso, con qualche curva spericolata.

La prima questione, che contiene in sé tutte le altre, credo sia: come mai ho scelto di rintracciare e pensare la “malattia” attraverso i testi Carla Lonzi?

Questa domanda è tornata tante volte durante la lettura dei testi che sono stati il corpus di appoggio per la preparazione di questo intervento: il diario Taci anzi parla (Lonzi 1978), e la raccolta di materiale per una ricerca sulle Preziose intitolata Armande sono io! (Lonzi 1982).

Il desiderio di seguire il filo dei pensieri e delle immagini di Carla Lonzi su questo soggetto mi era nato l’estate scorsa, ed è stato generato da un puro cortocircuito.

Mi ero ritrovata infatti a leggere Taci anzi parla per tutt’altre ragioni, ovvero per approfondire il diario come forma metodologica di ricerca su di sé e ricerca tout court. Intanto mi incontravo e scontravo con la malattia, sia sul piano biografico che su quello dello studio. Mi ronzavano in testa interrogativi come: in quale cultura della cura e della malattia posso riconoscermi? Quali possono essere i legami con le mie pratiche di vita e di femminismo? Poi, lavorando da apprendista antropologa con l’etnoterapeuta Rosanna Cima nell’ambito della formazione rivolta ai professionisti del settore sociosanitario a Verona, ci siamo ritrovate in ospedali o a contatto con chi (si prende) cura (di) persone che vengono da universi simbolici altri da quello locale. Ci chiedevamo: come altri sistemi linguistici e culturali, e quindi di riflesso quello che noi condividiamo, attribuiscono dei significati a stati psicofisici che qui vengono definiti «malattia»? Quali pratiche di cura e codici corporei transculturali incarnano i vissuti meticci e migratori? Quali rivoluzioni nella relazione con le istituzioni di cura suscitano le soggettività che non ne condividono la cultura?

Per me è importante esplicitarvi questi passaggi, il processo del cortocircuito, perché, per andare in cerca di risposte a questo tipo di interrogativi, sarebbe stato molto più ovvio e diretto, scegliendo di restare nell’ambito della riflessione femminista, puntare sulle elaborazioni e testimonianze di pensatrici che hanno tematizzato la malattia, come Audre Lorde, Maria Zambrano, Susan Sontag e ancora altre.

Invece Carla Lonzi non sceglie la malattia come oggetto di studio o riflessione a parte, ma ne parla nel diario come parla di tutto il resto, o quasi. La precarietà fisica, il cancro, il pensiero della morte sono sempre in una riga-due in mezzo a quello che ci suona “altro”, per esempio il tempo meteorologico, il libro che ha letto, la relazione con un’amica.

Questo ha suscitato una prima scintilla nella lettura del diario.

Sono partita dalla contraddizione che nasceva dentro di me: perché il suo passare costantemente ad ‘altro’ mi sembrava come un filo sempre spezzato? Perché stridevano questi accostamenti? Ero infastidita dall’andamento della scrittura – immagino fosse per il desiderio che si ha spesso, in fondo, quando si legge, di volere trovare quello che si cerca – quando ho pensato che quel gesto apparentemente dello spezzare e del nascondere, nella scrittura poteva essere un gesto diverso. Era l’esercizio di “tenere insieme” per rendere la malattia un elemento costitutivo della vita, e del racconto della vita. Forse questo dipende anche dal dato biografico. Carla Lonzi si ammala da giovane e poi costantemente fino alla morte. In ogni caso l’apparire della malattia come elemento costitutivo della vita è il primo senso che si può dare all’espressione ‘visione organica’ che ho proposto nel titolo di questo intervento. La malattia come un elemento semplicemente mescolato a tutto il resto, per stare nell’evidenza di quello che è. In un passaggio del diario Carla dice che i sogni sono evidenti, si deve appuntarli ma non bisogna sempre commentarli (Lonzi 1978: 243). Verrebbe da dire, come la malattia, che c’è, è evidente. Ciò non toglie però che su certi sogni si possano fare dei discorsi come anche su certi stati fisici, quando sono parlanti.

A partire da queste considerazioni in poi, ho smesso di leggere il diario solo per la mia riflessione sulla metodologia, ed ho iniziato a mettere a fuoco la visione della malattia. Mi sono appassionata a questa lettura, persino alla forma del discorso sulla malattia prescelto da Carla, a quei fugaci accenni e brevi frasi, anche perché è facile ritrovarvi un atteggiamento nei confronti del malessere fisico che la rende vicina a molte di noi, alla sensazione che abbiamo, quando ci confrontiamo con la malattia, di non essere all’altezza dell’eroina che ci proponiamo di essere. La malattia, scrive, è “un segreto per circostanze speciali” (Lonzi 1978: 283). Se la sofferenza è un segreto, la malattia è un tabu, come starci? Lei non squarcia il velo, imponendo un discorso su tutti i non detti che la riguardano, ma ci porta integralmente, organicamente nel suo mondo di cui la malattia e la sofferenza sono appunto degli elementi di vitale importanza. Con cosa si legano indissolubilmente?

E qui c’è stata per me ancora una scintilla.

Mi ha colpito che già nelle primissime pagine del diario la lettrice si confronti con il laccio che Carla propone tra la pratica dell’autocoscienza, la tubercolosi di cui soffre a 22 anni e il pensiero femminista. Questo nodo strano ha acceso qualcosa in me. Nella cultura femminista degli anni settanta, nel vissuto femminista di una donna cosa poteva significare ammalarsi di tbc o di tiroide, o di cancro? Ecco che mi sono soffermata sulle autorappresentazioni, i simboli, le nozioni chiave della sua pratica ed esperienza femminista, che si ritrovano attraverso le sue esperienze di malattie, su cui riflette a tratti, su cui sogna tanto. Ci tengo a dire che nel mio approccio non ci sono tracce di interpretazioni psicanalitiche, perché non ne avrei alcuna competenza, e mi discosto anche da un’analisi sui significati psicosociali delle malattie nelle società occidentali come quello di Sontag, che pure ha analizzato le malattie di cui Carla si ammala, la tbc e il cancro. Il taglio è soffermarmi sul nodo di cui vi ho parlato: il nodo tra pratica femminista e vissuti di malattia. Taci anzi parla ha come sottotitolo: diario di una femminista, e quindi di femminismo scrive. Vorrei stare in questo nodo.

In che senso la visione organica del femminismo di Lonzi è scomoda?

Intanto, il diario stesso è una pratica in sé scomoda, e visto che parlo di visione organica, mi è piaciuto raccogliere un suggerimento di Giannina Longobardi una volta che ne abbiamo parlato; lei l’ha definito una pratica «sporca»: perché nel diario si parla delle paure, delle sbavature, delle reticenze, delle accuse nei gruppi, le invidie e le prepotenze, i cattivi pensieri, le miserie, i conflitti, il malessere delle pratiche femministe. Credo di essermi appassionata a tal punto alle 1300 pagine del diario perché dice di molte questioni spinose che sto vivendo insieme alle persone con cui condivido il femminismo. Il racconto di questa complessità è per Carla Lonzi un atto politico e per questo è privo di edulcorazioni, del mito del femminismo, ma in continua valorizzazione dei nodi in cui ci si imbatte. Una volta, che afferma la necessità di abbandonare il femminismo come ideologia, come rapporti ipotecati del bene, il bene di essere donne innocenti, in favore di relazioni aperte al vero di come ognuna è, scrive: “Questa sera il femminismo e tutto quanto hanno fatto un’involontaria scorreggia. Beh, era ora.” (Lonzi 1978: 922).

Sporcarsi le mani, l’anima e la penna nel femminismo, come ha fatto Carla, mi sembra una pratica preziosa ma abbandonata. Lei lo fa, può farlo, perché per lei il femminismo non è un evento, né una proposta culturale, non è un contenuto, né una lotta contro le discriminazioni, ma una postura esistenziale che ha a che fare, mi sembra, con le ragioni trascendenti e interiori del fare politica.

È un femminismo scomodo nel senso che leggerlo ora immette nel discorso delle riflessioni importanti che spostano rispetto ai contemporanei interrogativi femministi. E lo dico non solo da giovane femminista, ma anche da ricercatrice all’interno di dipartimenti e centri di ricerca in studi di genere (che sicuramente non sarebbero piaciuti a Carla Lonzi, e crederei di poterle fornire alcune ragioni).

Quindi, lo sporco e le ragioni trascendenti e interiori del fare politica insieme.

E più precisamente parlare di malattia, che c’entra con la pratica femminista? Mi sembra che lo sporco e il trascendente di questo femminismo vengano detti attraverso metafore e riflessioni che hanno a che fare con il corpo e con una certa esperienza del corpo, come se Carla proponesse una visione organica della sua pratica femminista. Quando dico “organica” intendo che si può rintracciare lungo il diario una costante corrispondenza tra le sue pratiche e i suoi organi: per esattezza lei chiama questa corrispondenza “ripercussione”, (“ho nel fisico le ripercussioni degli stati d’animo con una violenza che rende tutto troppo travolgente” Lonzi 1978: 557): organi come punti di vibrazione e intensità da cui nasce il pensiero: “il mio cervello coincide con il capire la mia vita” (Lonzi 1978: 888), scrive. O basti pensare a: donna clitoridea e donna vaginale. Nei suoi testi il cattivo umore è fisico, il pensiero si intossica con i farmaci, le visioni della mente si dilatano con l’lsd. “Stranamente non ho nessun conflitto a livello psicosomatico. Sto svolgendo il punto più importante della mia autocoscienza senza mal di testa, insonnia paranoia. Sono compresa nella solennità del momento” (Lonzi 1978: 1097). È una visione pienamente, non banalmente, psicosomatica. Parlando della prima volta che si è ammalata a 22 anni scrive: “mi sono dibattuta per non accogliere la sofferenza come una realtà finché tra sforzi e iniziative di ogni genere (…) mi sono ammalata di tbc: quasi materializzazione e riscontro fisico di conflitti interiori” (Lonzi 1978: 15). Il “quasi” complica e ci dice che Carla è cosciente del fatto che si tratti di una autorappresentazione, di una volontà consapevole di mettere in relazione degli aspetti della sua vita, che non sempre, non per forza, sono connessi. Le connessioni le fa grazie ad una certa visione dello statuto della sofferenza. “È troppo preziosa questa sofferenza perché la lasci inoperante, ma poi lavora da sé, frenetica, infaticabile. Sono ricognizioni continue, emersioni sbalorditive, collegamenti. Tutto va a posto tassello dopo tassello, un quadro della cui costruzione prima mi sarei sentita incapace (…) Non capiscono che approfitto della cosa per vivere. Questo risponde alla mia identità” (Lonzi 1978:1287-1288).

La malattia fisica, la depressione, la sofferenza, il malessere delle contraddizioni e conflitti interiori nel suo pensiero fanno un tutt’uno, e fanno un tutt’uno con la pratica femminista. Rispetto a questo vi dico ora il cuore della mia proposta, così che magari avremo tempo di parlarne dopo, anche se sarò riuscita ad accennarvi solo alcuni passaggi. Mi pare che il grande portato della sua riflessione costante sulla malattia, e quindi sullo statuto della sofferenza, sia che, grazie alla pratica femminista, Carla Lonzi spezza il legame diretto della catena malattia/sofferenza-cura/terapia-guarigione/salute, per dislocarsi in un’altra dimensione che connette invece direttamente la malattia con la liberazione. La liberazione implica una trasformazione del reale che la guarigione non sempre, non propriamente prevede; la guarigione si configura come un cambiamento di stato che porta da un disequilibrio ad un equilibrio che la liberazione, invece, non presume.

Ho letto il diario come una continua interrogazione su quali possano essere le cure, le terapie, con chi condividerle, ed una costante affermazione che in fondo non c’è bisogno di cure, se non in termini di liberazione. Non c’è una dicotomia cure/liberazione da giocare, ma le cure possono agire pienamente solo in termini di liberazione. Vorrei brevemente ripercorrere con voi questo percorso.

La malattia e la paura della morte sono il punto estremo, il laccio più stretto che la limita nel suo percorso di liberazione. Sono nello stesso tempo il legame più forte e la via che individua per la liberazione. Questa è la sua agonia. Infatti se Carla si dice clinicamente malata, quando parla di sé in termini politici si definisce “agonizzante”, ovvero in disfacimento ma anche in lotta costante. “Ero sommersa da una catastrofe interiore: all’interno di me una sconosciuta agonizzava. Tendevo l’orecchio per cercare di cogliere nella sua agonia la chiave di una verità di cui mi accorgevo all’improvviso di essere priva.” (Lonzi 1978: 1109). Sembra una contraddizione che la ricerca di sé, della propria autenticità abbia come condizione l’agonia il cui esito naturale dovrebbe essere la morte. Invece l’esito dell’agonia è altro nel suo pensiero. È andare verso il mondo, direi, e ancora di più, come vedremo. Per questa sua condizione agonizzante, che è psicosomatica nel senso che tiene insieme sempre il corpo e il pensiero, si mette alla ricerca di un modello di cura.

Tenta di nascondere e sublimare in qualche scopo superiore la sofferenza.

Tenta di immaginare la sofferenza come un incidente, superabile da una natura vitale ed energica. Tenta di legarsi a degli uomini; scrive: “Di nuovo la malattia ad avvertirmi che avevo fallito; e Raffaele, una sortita onorevole. Mi sono legata stabilmente ad un uomo per il bisogno di essere tenuta in vita. (…) Il mio coraggio ha avuto un limite: la paura della malattia e della morte.” (Lonzi 1978: 1228).

Tenta di curarsi con l’omeopatia. Non tenta la psicanalisi, perché è certa che la psicanalisi divida ancora l’umanità in sani e malati, professi una normalità senza autocoscienza e sia funzionale alla società più che liberatoria.

Si ritrova nel femminismo e inizia a domandarsi se sia una terapia. Si chiede tante volte se il suo ruolo in Rivolta sia quello di una terapeuta, addirittura di una psicanalista. Che genere di relazioni si instaurano con i medici? Insiste su questa domanda, e per cercare una risposta è un andirivieni continuo tra l’esperienza concreta di malattia con i medici e il femminismo, in cui il medico è una volta lei, una volta le amiche di Rivolta o il suo compagno, a seconda di chi sembra sapere di volta in volta qualcosa in più.

Oscilla tra affermazioni opposte, da: “i medici non ti dicono niente, non sanno niente” a “i medici sanno tutto perché hanno una tecnica che li mette in una posizione di superiorità”. Essere in balia dei medici è peggio di morire.

In fondo, il mio terrore non è stato tanto la morte tout court, la morte che entra nella mia casa, si avvicina a me mentre scrivo, leggo, sorrido, parlo, cammino, preparo da mangiare, guardo la tv, rispondo al telefono, piango, indosso i miei vestiti, mi guardo allo specchio. Il mio terrore consisteva nell’affidare ad altri la mia vita e la mia morte, essere la loro cavia, essere spossessata del mio corpo e di me stessa, ascoltare il verdetto e le minacce, entrare in loro balia. Svegliarmi dal sonno anestetico senza sapere se sarò ancora io o un’altra in funzione ridotta, debilitata e impoverita, priva dell’identità precedente, con a disposizione un’identità fittizia opera del chirurgo X o Y, abituato a queste sottili sostituzioni di persona. Quello è il mio vero insopportabile incubo, non la morte. (…) Dentro un essere ci sono il dubbio e la certezza di sé. Lui (il chirurgo) non lo sa. (…) Così il dubbio è all’origine di ogni donna. Io all’inizio avevo molto poco che mi dava sicurezza quando ho cominciato il femminismo e ho capito che lo dovevo abbandonare o quel poco mi avrebbe giocata (Lonzi 1978: 1180-1181).

Questo è un passaggio esemplare del modo in cui vissuto della malattia e pratica femminista sono accostati, fusi, confusi. Stare nel dubbio di sé e potere credere in sé è il grande guadagno del femminismo contro l’inganno della cultura patriarcale. L’analogia con il vissuto di malattia chiarisce cosa sia il femminismo: “A un tratto mi sono ricordata di quando da bambina fui portata da un tale che mi offrì un gelato a scelta. ‘Di fragola’ risposi io, e poi, invece di darmi il gelato, mi tolse le tonsille. Io mi sentii in trappola ed ero terrorizzata: c’era qualcosa di inquietante, di subdolo che però non potevo additare. Non so il perché di questa analogia, fatto sta che non si può essere autentici se non si corrono gli stessi rischi e imprevisti. E se non si è ugualmente all’oscuro dei meccanismi che muovono il rapporto” (Lonzi 1978: 675). Nel gruppo o nell’avventura a due, altrettanto inesperte e sprovvedute che solo per strada scoprono in che pericoli si sono cacciate, in un alternarsi di inferiorizzazione e superiorità, senso di innocenza e colpa, la base per la riuscita si fonda sul riconoscimento reciproco dell’autenticità che deve averla vinta sui dubbi e sulle angosce di fallimento. È il processo, che spesso si compie separatamente, per distaccarsi dall’equilibrio delle influenze complementari e ritrovarsi in una luce diversa, dove ci sono due soggetti distinti. Questo è il processo di liberazione.

L’agonia sbocca qui, in una liberazione, che è: “vedere le cose come stanno, e stanno male.” (Lonzi 1978: 617) Anche se nel formare un intreccio di relazioni tra donne avverte il principio di un modo di vita liberatorio, la nascita di una realtà connessa alla scoperta di sé e non al suo rifiuto o mascheratura, infine non salva neanche il mito del femminismo. La liberazione non apre su un eden, su un’armonia, su una soluzione dei rapporti umani. E se non c’è un eden non può esserci allora neanche il mito della morte, del nonsenso, del nichilismo, del vuoto.

Rispetto a Sylvia Plath, poeta suicida amata da Lonzi, che affermava di essere “viva per caso”. (Rivolta 1977: 25) Carla scrive di essere “viva per miracolo” (Lonzi 1978: 551); la sua pratica femminista nasce dal senso di essere sopravvissuta, di provenire dal lager (Lonzi 1978: 786). “Vivere risale ad una mia decisione di vivere. Adesso so che per vivere nel mondo è necessario, e io avevo il mondo come meta.” (Lonzi 1978: 990).

E forse il fatto che noi oggi ci incontriamo a partire da lei è segno che al mondo ha scelto di esserci e c’è rimasta davvero.

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