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Una vicinissima lontananza: il teatro antico nel progetto Theáomai dell’Università di Verona: Μήδεια – Medea – Metamorfosi

Μήδεια – Medea – Metamorfosi

 

Lo spettacolo di Fatebenesorelle Teatro, Medea-Metamorfosi, ci ha attirato fondamentalmente per due motivi: conoscevamo la bravura dell’attrice Patricia Zanco, che avevamo tra l’altro visto come protagonista della Tomba di Antigone di Maria Zambrano, e trovavamo stimolante il testo, composto dalla poetessa Franca Grisoni rielaborando i testi di Euripide, Seneca e Apollonio Rodio nel dialetto di Sirmione, le cui sonorità ci sono parse evocative di una lingua barbara e arcaica che ben si prestava a farsi eloquio della maga straniera. Non ci sbagliavamo: la potenza espressiva della Zanco, vocalmente tenuta su toni cavernosi e carichi d’ombra,risultava esaltata dall’impasto linguistico del dialetto, al punto da rendere persino troppo tenui le apparizioni degli altri personaggi che, muti, le si materializzano attorno quasi fossero immagini di un suo incubo. Lo spettacolo è infatti solistico sul versante verbale, ma non su quello dell’immagine, che la regista Daniela Mattiuzzi popola di visioni e di doppi. Visioni dei personaggi maschili, Giasone e Creonte, marionette tirate dai filidi interessi estranei ai sentimenti umani; visione di Creusa, la rivale, che muore atrocemente in una scena di parossistica efficacia. E doppi come immagini dei personaggi riflesse dalle lastre metalliche che spezzano lo spazio scenico, ma anche Creusa e Medea che si specchiano l’una nell’altra, e una cantante che appare in alcuni momenti quale alter ego di Medea, a esprimere col canto ciò che la nuda parola nemmeno nelle sue risonanze più tenebrose riesce a esprimere. Come il titolo segnala, lo spettacolo è anche il racconto di una metamorfosi: la Medea che alla fine parla italiano è come distolta dai suoi incubi privati e dalla rabbia con cui li coltiva, e pronuncia un dolore che è di tutte le madri che hanno dovuto sacrificare i propri figli all’orrore e alla menzogna. Così nel finale la voce di Medea non è più individuale e il monologo viene proiettato in una dimensione corale: a conferma del fatto che gli spettacoli che riflettono con intelligenza sul teatro greco, laddove non conferiscono al coro un ruolo esplicito, ne palesano però spesso la nascosta urgenza anche attraverso la risonanza collettiva che singole voci assumono; il che comporta qualcosa di più sottile e complesso della semplice assegnazione a un attore delle parole del coro.

 

Tratto da Dionysus ex machina IV (2013) pgg 604-615

 

La registrazione di tutti gli incontri, unitamente a interviste a Serena Sinigaglia e Patricia Zanco, è reperibile in podcast nel sito di FuoriAulaNetwork, la web radio dell’Università di Verona, all’indirizzo – vedi link

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