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Una questione di centimetri

Quando ho incontrato Sofia era inverno e camminava tutta storta, a passi stretti sui marciapiedi bagnati. Con il caldo portava scarpe pesanti e quando si decideva per i sandali non si capiva cosa le prendesse, faceva strane smorfie di dolore. Specie sugli scogli e la sabbia del mare. In autunno, in montagna, lungo i sentieri in discesa saltellava per evitare che le pietre la sfiorassero.

L’ho incontrata ad una riunione femminista. Non sono mai riuscita a intervistarla. Tutte le volte che provavo, finivamo a fare dell’altro. Così ho iniziato ad accendere il registratore quando eravamo insieme, perché quando eravamo insieme finivamo sempre a fare discorsi importanti. E’ nel quotidiano, nei microcontesti, nei fraintendimenti, nei conflitti, nell’imprevedibile, negli innamoramenti che si può imparare a dare un senso condiviso ai gesti semplici e agli incontri, a prendere forza per incoraggiare i cambiamenti, personali e collettivi, che desideriamo.

E una primavera, per la prima volta, le ho toccato i piedi.

Quando Cloe me l’ha chiesto era d’estate. Un anno fa. Non c’erano i mondiali e io, sdraiata sul letto di casa sua, ascoltavo alla radio l’ultima partita dell’Inter. E’ entrata nella stanza, e con la stessa determinazione con cui entra nelle cose della vita, mi ha chiesto: “Non ci vorresti fare qualcosa di tutto questo? O ti basta dire che ti piace il calcio, che trovi piacevole ascoltare e guardare le partite?! Hai vissuto il calcio per tanti anni; forse è arrivato il momento di raccontare questa tua passione, di farne pensiero”. L’ho guardata stranita, anche se intuivo cosa mi stava chiedendo.

Sì, te lo chiedo perché il mio scarno, ma ben definito immaginario sul calcio riecheggia delle radiocronache delle partite della domenica, dei noiosi appuntamenti con gli amici dei ragazzi di cui mi innamoravo, dell’inutile spreco del calcio mercato, dei cori razzisti, della violenza degli ultras negli stadi. Sai, mi sono sempre tenuta distante anche dalle partite tra amiche, non ritrovando, non solo in tutto quello che il calcio è diventato, ma proprio nel calcio in sé, niente di interessante. In generale la mia opinione è che il calcio sia, con i suoi riti di iniziazione e ricorrenze settimanali, uno dei pilastri della costruzione sociale e del consolidamento del maschile e dell’eteronormatività.

Così ci siamo ritrovate per la prima volta in fuorigioco.

Non avevo mai sentito una storia simile a quella che mi hai raccontato la volta che ti ho massaggiato i piedi. Le smorfie di sollievo si alternavano ad espressioni di dolore.

 

Pibe de oro: genealogie calcistiche impreviste

I piedi ti fanno sempre male?

Non è che sempre mi facciano male i piedi. Avevo i crampi dopo le partite di calcio, quando mi facevo la doccia. Ma il punto è che non è un vero e proprio dolore il mio. Questo dolore ai piedi ce l’aveva mia nonna, la mamma di mia mamma. Mi ricordo una sera d’estate, dormiva nel mio letto e aveva i piedi fuori dalle lenzuola, piangeva e diceva “Ho un dolore, ho un dolore ai piedi”, e io, “ma nonna, cosa senti? cosa è questo dolore?”, “è come se avessi degli aghi piantati sotto”. E’ la stessa sensazione che ho io, mi colpisce in mezzo, come se avessi una lama che mi taglia in due. Un fisioterapista mi ha detto, “A te serve un plantare, hai una metatarsalgia che si acutizzerà con il tempo”, e mi aveva fatto un massaggio, mentre io piangevo come una disperata. Sono le lame di mia nonna, questo discorso di essere divisa in due. I piede divisi in due: come se facendo il passo ci fosse una rottura, come se, crac, qualcosa mi tranciasse a metà. Mi fa male, e poi cercando di cambiare camminata e postura, appoggio d’esterno: l’esterno è il mio forte. I gol più belli li ho fatti d’esterno.

Tagliavo il piede in due, legando i lacci sotto, a metà, strettissimi. Non è il modo giusto per legare un paio di scarpe da calcio. Soffrivo, ma mi dava più sicurezza in campo, sentivo il piede tutt’uno con la scarpa, in ogni parte del piede avevo sensibilità. La mia forza stava nella rapidità dei movimenti, come se camminassi con il pallone incollato al piede. Facevo ore e ore di allenamento, e avevo fatto una scelta di scarpe, lacci, parastinchi, tutta una serie di cose. Delle caviglie non me ne è mai fregato niente, non soffrivo, le altre si bendavano le caviglie, io no, mi sembrava di non avere la scarpa. Non sono mai riuscita a camminare a piedi scalzi, altrimenti non avrei avuto questa attenzione maniacale alla scarpa, alla legatura, a tutto l’artificiale che mi copriva il piede. Anche giocando in spiaggia, la palla mi rimaneva incollata al piede, però facevo molta fatica a correre, sulla sabbia ci devo camminare per forza con le ciabatte. Giocavo, era più forte di me, ma piangevo dal dolore. Non ho mai camminato a piedi scalzi. In un certo senso, il piede è la mia parte da proteggere.

In una lettera a Silvia Jop, Maria Luisa Boccia scrive: «una donna quando gioca a calcio non ha dietro di sé tradizione, culture, comportamenti, storie (o meglio ci sono ma sono poche, molto poche e, rispetto a quelle degli uomini, non fanno né genealogia né senso comune condiviso)».1 In un certo senso la mia esperienza la contraddice.

E’ stata mia nonna, la mamma di mio papà, nonna Adele, soprannominata da me Dida, a farmi conoscere il gioco del calcio. Io non ho frequentato l’asilo, passavo il mio tempo con mia nonna per i campi e quando c’erano dei momenti di calma, lei mi raccontava di quando era piccola. Due cose tornavano sempre con orgoglio nelle sue narrazioni: la sua esperienza di pastora di oche e i pomeriggi d’estate trascorsi a giocare con gli altri bambini a calcio in strada con una palla di pezza cucita.

Poi i discorsi andavano al presente, e alla sua passione per due squadre del cuore l’Inter e il Verona. Due squadre alle quali è legata in modo diverso. L’Hellas è la squadra della sua città, che ha iniziato a seguire da giovane allo stadio, l’Inter, la squadra della sorellanza: una delle sue tante sorelle, a cui è particolarmente legata, vive da tempo a Milano.

Mia nonna mi ha portato allo stadio che avevo quattro anni: mio padre, i suoi amici, io, mia nonna e Pina, la sua amica. Era il 1984, l’anno in cui vinse lo scudetto il Verona. Sempre attenta all’azione, Adele esultava con un sorriso, e quando parlava, parlava direttamente con i giocatori come se potessero sentirla, non ha mai insultato nessuno e tantomeno l’arbitro: il cattivo arbitraggio non è mai un alibi sufficiente per una sconfitta. Mi entusiasmava andare allo stadio, sudavo, ridevo, piangevo per un calcio di punizione andato male. Mia nonna è la linea di una passione al di là di una affezione morbosa per il calcio. Lontano dal sensazionalismo e dalla spettacolarizzazione a tutti i costi, mi ha insegnato a partecipare a un calcio non competitivo, a vedere le geometrie del gioco da un parterre vicino al campo, il piacere di guardare tutte le partite con la stessa attenzione.

Ora andare allo stadio non mi diverte più: i controlli, le file ai tornelli, la carta d’identità.

Spogliatoi ed eterotopie

Sono stata la capitana della squadra per 15 anni, tranne un periodo che mi è stata tolta la fascia.

Al di là degli stereotipi, all’interno dello spogliatoio si crea competizione tra donne, nessuno lo dice, c’è invidia, rivalità, a me hanno fatto la guerra quelle più forti, fisicamente potenti, possenti. Eravamo in una fase di sbandamento, non c’era nessun allenatore o allenatrice disponibile, e così si era optato per una delle più forti che aveva un po’ di esperienza, però lei giocava, e quindi con lei si metteva in campo tutto il suo gioco di amicizie e inimicizie. Aveva puntato Giulia e ce l’aveva con me perché io ero tanto amica di Giulia. Tutte me lo avevano detto: “mettitela via, non giochi, ti fai tutta panchina, non ti metterà mai in campo”. Invece, quando arriva dentro nello spogliatoio a dare la formazione mi mette davanti nel ruolo di attaccante. Dopo 20’ dall’inizio della partita, faccio un gran gol, si esulta, e dopo due minuti lei seria si gira verso la panchina e fa il segno del cambio: dice a un’altra di scaldarsi. Uscendo le ho detto “sei una testa di cazzo, la perdiamo questa partita, se continui a giocare ed allenare, lo spogliatoio andrà facilmente a male.” Per un certo periodo di tempo si è giocato molto sull’invidia, la gelosia: da che parte stai, stai con me? Era insostenibile.

Sin dalle prime esperienze e figure di cui racconti sembra che giocare a calcio sia connesso con la tua genealogia femminile e che sia stato per te un’esperienza omosociale di formazione in cui hai potuto vivere relazioni di amicizia, amore, conflitto e invidia in un mondo comune delle donne.

Una visione che stride fortemente con l’immaginario di questo sport come produzione performativa e spaziale di identità e desideri prettamente eteronormativi e maschili.

La tua narrazione mi fa vedere per la prima volta il campo da calcio come una eterotopia.

In una conferenza del 1967 intitolata “Des espaces autres. Hétérotopies” Foucault afferma che l’inquietudine contemporanea riguarda soprattutto lo spazio, meno la dimensione del tempo. In particolare questa inquietudine riguarda come gli esseri umani organizzano le relazioni di vicinanza, le forme di circolazione, le costellazioni dei punti di riferimento, le classificazioni, i depositi e come questa organizzazione produce gli esseri umani stessi e il loro mondo. Il filosofo afferma che nonostante tutte le reti di sapere e le tecniche che permettono di determinare lo spazio, questa dimensione continua ad essere caratterizzata da alcuni binarismi difficili da desacralizzare. Per esempio la differenza che percepiamo tra lo spazio del sé e del fuori di sé, lo spazio privato e il pubblico, lo spazio della famiglia e quello sociale, lo spazio del divertimento e del lavoro. Anche se Foucault non prende in considerazione il grande lavoro auto/critico del femminismo su queste categorie e le pratiche per sovvertirle, della sua proposta mi sembra interessante l’attenzione su alcune collocazioni che, tra tutte «hanno la curiosa proprietà di essere in rapporto con tutte le altre collocazioni ma in modo tale che sospendono neutralizzano o invertono l’insieme dei rapporti che sono, attraverso di loro, determinate e riflettute. Questi spazi in connessione con tutti gli altri e che pertanto li contraddicono, sono di due tipi»2 : le utopie e le eterotopie.

Foucault individua alcune caratteristiche e tipologie di eterotopie: esistono le eterotopie di crisi cioè dei luoghi privilegiati, sacri o vietati, riservati a chi si trova in uno stato di crisi (per esempio gli adolescenti, le donne mestruate o incinte, i vecchi) o quelle di deviazione per chi assume dei comportamenti diversi dalla media e dalla norma (cliniche psichiatriche, prigioni etc); esistono luoghi eterotopici che sono anche eterocronici, come i cimiteri. Si tratta di spazi in cui è possibile giustapporre in un solo reale delle dimensioni considerate spesso incompatibili, come avviene nei teatri, il cui accesso è fortemente regolamentato: isolati e permeabili, vi si accede per costrizione, attraverso riti, rituali di purificazione, è necessario un permesso, un invito. Infine, le eterotopie sono il luogo dell’illusione, capace di svelare come sia illusorio e normato lo spazio del reale (per esempio i bordelli), o il luogo della compensazione in cui si ricrea ad hoc un mondo a propria immagine e somiglianza (Foucault fa qui l’esempio delle colonie).

In che geografia della socialità si situava il campo da calcio come eterotopia quando avete iniziato a giocare?

Se penso alla geografia della socialità della provincia di Vicenza dove sono nata e ho trascorso l’adolescenza negli anni 90 del pieno miracolo economico, il paesaggio emotivo nel quale ero immersa lo renderei con l’immagine della laboriosità di una macchina che ha solo un motore. Il nord che ho vissuto mi appare un grande SUV, corre dritto per la sua strada. Trasuda un senso di potenza finta, esteriorizzata, noncurante della strada e di chi ci cammina. Il nord è il Suv che con i doppi fanali se ne fotte delle buche e di non vedere. Rimane così com’è, senza interrogarsi su come potrebbe essere fermarsi ad assaporarla, la nebbia. La campagna è la Coldiretti, tutta gente in cravatta e giacca la domenica mattina a messa, tutta intenta nel contare i suoi campi, le sue bestie, i suoi profitti. E poi il polo industriale, che è sfruttamento: donne che lavorano dieci ore al giorno per lucidare mobili che poi vengono venduti in Germania. Quello che mi suscita inferiorità è la dimensione di chiusura: il nord traccia confini in cui l’immaginario è già dato e non c’è voglia di trasformarlo.

Il campo da calcio si inseriva in questo paesaggio, era la nostra unica passione. Diciamo che preferivamo andare a giocare tre volte a settimana piuttosto che andare in discoteca, o stare in un bar del paese, oppure farsi portare da qualche tipo in camporella, nelle macchine piene di fumo, annebbiate dai respiri.

Abbiamo scelto il calcio mosse dalla passione. Passione verso il gioco in sé, che ci dava piacere e ci divertiva. C’è un godimento soggettivo e condiviso nel giocare, le due cose vanno tenute assieme, ed è necessario partire da qui.

Il calcio, da noi amiche, è visto e vissuto come un gioco collettivo, dove, al di là delle abilità individuali, se non c’è squadra, se non c’è gruppo, non si gioca. Il calcio femminile non è uno sport professionistico, questo vuol dire che in nessun caso ti pagano per giocare. Se ti capita di essere contattata, come mi è successo, da squadre forti che militano in serie A, devi fare una scelta, non economica, ma di squadra. Lascio le mie amiche, questo “spogliatoio”, l’autorità che mi sono guadagnata, per un po’ di gloria? Io non l’ho fatto. Andarmene avrebbe significato qualcosa solo per me; la realtà invece mi suggeriva che c’era da fare qualcosa per noi. Si doveva partire dall’esperienza condivisa delle nostre relazioni in quel contesto, nel nostro presente.

Così ci siamo innamorate tra di noi e dei passaggi del pallone in campo. Si creano traiettorie e relazioni semplici, imprevedibili, azzardate quando ci si passa la palla. Non si può stare ferme, occorre dettare il passaggio alla compagna, occorre muoversi tra le linee, cercare di farsi vedere, andare in appoggio, invitare allo scambio. Partire da linguaggi e pratiche condivise ci ha permesso di orientarci all’interno dell’esperienza in corso. Il calcio è diventato così lo spazio dove, ancora a distanza di quindici anni, si esprime la nostra differenza, a partire da corpi liberi, in movimento. Questo ci ha permesso di capire che il calcio non era solo un’alternativa di deviazione/divertimento o godimento, ma soprattutto rappresentava una possibilità per esprimerci in un luogo inedito, alla luce di nominazioni che non sono già date.

Le donne che giocano a calcio non sono più un imprevisto in assoluto, anche se per molti versi rimangono un’eccezione. Noi siamo consapevoli di essere eccezione ogni volta che finiamo o veniamo messe in fuorigioco, perché è lì, su quella linea, che cerchiamo di riguadagnare nel simbolico ciò che rientrerebbe nello stesso giro di parole di sempre.

Il campo di calcio diventa così il rettangolo delle passioni, delle intuizioni, un luogo di immaginazione e di apertura, l’inversione della chiusura, della norma, della ripetizione, della mancanza di fantasia che la provincia di Vicenza ci avrebbe offerto. Questa consapevolezza emotiva della nostra geografia nasce da alcune prese di coscienza e da percezioni corporee vissute sul campo da calcio che in nessun altro luogo avrei potuto sentire.

Quando giocavo il mio corpo è sempre entrato nel gioco con estrema disinvoltura. Quando giocavo mi sentivo graziosa, bella, mi sentivo elegante, mai fuori posto, anche quando avevo i pantaloncini troppo stretti, troppo larghi, troppo corti o bermuda e magliettina larghissime, e non mi si vedeva. Adoravo mettermi la muta. Mi piaceva quando pioveva, essere tutta bagnata, capelli bagnati. Ero la prima ad entrare negli spogliatoi e la prima ad uscire fuori. Magari le altre si facevano problemi: chi aveva le tette grosse e allora si prendeva quei reggi seni fascianti, i pantaloni con le cosciotte perché non voleva fare vedere le gambe. Io quando ero un po’ grassa non mi sono mai fatta problemi, ero felicissima.

Era una bellezza quasi greca, sai quella delle statue che sono sì delle donne, ma non sembrano donne. Dove le forme non hanno la priorità. Equilibrata, ben fatta, perché mi sentivo a casa. C’era la mia forza, come in tutti i contesti in cui la mia personalità può essere totalmente esplicata, una forza che non ho ritrovato per esempio in alcuni luoghi del femminismo che pure ho frequentato. Sul campo posso attaccare perché ho gli strumenti per farlo, mi sento competente, ho forza di poter dire quello che penso, te lo so argomentare. Consapevole di poter dire le cose che penso, che hanno un valore per me e per gli altri, assomiglio a una donna con i capelli corti o con la barbetta che piace a me. Mentre parlo io sono quella persona lì, e così prendo ancora più forza, vigore, e gli altri sono strasicura che mi vedano come mi vedo io. Giocare a calcio ha aperto dentro di me uno spazio di esplorazione ampia in cui in gioco è stato anche, durante la mia adolescenza, riconoscermi e identificarmi di un sesso o di un altro, imparare a rappresentarmi, lavorare sulla mia estetica perché corrispondesse alla mia interiorità e ai miei sogni.

Non ero sola. L’eterotopia inizia dagli spogliatoi: lì è come se si entrasse e vivesse in un altro mondo. Si creano le solidarietà, nascono le storie d’amore. E’ una situazione totalmente staccata dalla realtà. Ci sono dei codici, delle parole, dei simboli, dei ruoli che conoscono solo le persone della squadra. C’è anche una ritualità nei numeri delle maglie, nelle scelte. Prima di entrare in campo, lo spogliatoio è il luogo in cui si indossa l’armatura, poi, dopo la partita, è il luogo protetto della stanchezza e della nudità. E’ il luogo dell’esposizione, le docce sono disposte perché ci si guardi. Un contatto così profondo, creativo e sovversivo non l’ho trovato in nessun altro luogo.

 
 

Bibliografia

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Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, trad. It. Di P. Marchetti, Sperling & Kupfer, Milano 1997.

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Sergio Salvi, Alessandro Savorelli,Tutti i colori del calcio. Storia e araldica di una magnifica osessione, Le Lettere, Firenze 2008.

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Sitografia

http://www.listalesbica.it/content/index.php?module=pagemaster&PAGE_user_op=iview_page&PAGE_id=434

http://www.calciomercato.com/news/ulivieri-ecco-perche-ho-deciso-di-allenare-una-squadra-femminile-897933

www.teledurruti.it

http://blog.futbologia.org/

http://www.lavoroculturale.org/quando-la-differenza-scende-in-campo/

http://transfemifestesportiu.wordpress.com/manifiesto/

http://www.globalproject.info/it/produzioni/omosessualita-e-sport/14116

 
 

Note

1 Luisa Boccia, “Il lavoro culturale”, Su Fùtbologia: riflessioni sparse in brevi accenni autobiografici, consultabile online a questo link: http://www.lavoroculturale.org/su-futbologia-riflessioni-sparse-in-brevi-accenni-autobiografici/.

2 Michel Foucault, Des espaces autres. Hétérotopies, 1967, p. 3

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