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Una postilla

Ci sono momenti in cui le porte dell’anima sono così spalancate che gli eventi che riguardano gli altri si miscelano con quelli più esistenziali della nostra vita. Questa è la politica: il fluire della vita dell’anima nell’evento sociopolitico e viceversa.

 

Questo non è spiegabile con parole e ragionamenti: è pratica. Forse si può solo scrivere tra le righe di una lettera indirizzata a un’amica o un amico, come accadde per Caterina rivolgendosi a Raimondo da Capua.

 

In questo caso l’evento è profondamente politico, anzi direi: violentemente politico, visto che si tratta di una condanna a morte di un prigioniero politico: Niccolò di Tuldo (Lettera 273).

 

“Posesi giù con grande mansuetudine; e io gli distesi il collo e mi chinai giù e gli rammentai il Sangue dell’Agnello. La bocca sua non diceva se non `Gesù e Caterina’. E così dicendo, ricevetti il capo nelle mie mani, fermando l’occhio nella divina bontà, e dicendo: `Io voglio’! Allora si vedeva Dio e Uomo, come si vedesse la chiarità del sole. Ma egli faceva un atto dolce, da trarre mille cuori. E non me ne meraviglio, perché già gustava la divina dolcezza. Volsesi come fa la sposa quand’è giunta all’uscio dello sposo suo che volge l’occhio e il capo addietro, inchinando chi l’ha accompagnata e, con l’atto, dimostra segni di ringraziamento… Riposto che fu, l’anima si riposò in pace e in quiete, in tanto odore di sangue che io non potevo sostenere di levarmi il sangue che m’era venuto addosso, di lui. Ohimè, misera miserabile, non voglio dir di più. Rimasi nella terra con grandissima invidia…”

 

Apofatica del linguaggio, cioè insufficienza del racconto di un’esperienza in cui anima e realtà storica, sono davvero una cosa sola. D’altronde lei glielo aveva promesso: “E io t’aspetto al luogo della giustizia…”. Infatti lo attese al patibolo, all’alba di quel terribile giorno. “Aspettailo, dunque, al luogo della giustizia, e aspettai ivi con continua orazione…”.

 

Quale invito sottendono questo e altri testi che fuoriescono dalla vita e dal pensiero di Caterina?

 

La pratica politica, quella pratica così maltrattata, abbandonata, lasciata nell’oblio delle nostre malinconiche esistenze passate. Quella pratica politica che in realtà non si esaurisce in sporadici gesti di solidali avventure, ma in quell’io ti aspetto, così cateriniano che significa presenza inquieta. Travaso continuo del pensiero e del gesto che non permette riposo né vuoto, nella vita di Caterina ma, chissà, possibile anche in quella nostra.

 

Forse fu questo il significato dello studio del pensiero e dell’esperienza di questa donna senese. Forse fu questa la nostra ascesi di studio di non facili testi di scrittura a volta contorta.

 

Trovare la porta d’entrata per una pratica politica dell’esistenza. E così ci provammo.

 

Alcune di noi tentarono la prima uscita politica; condivisero lo studio con altre, ad alta voce.

 

Chi?

 

Giannina Longobardi. Membro della comunità filosofica di Diotima. Veneziana di nascita, dunque cresciuta in un ambiente cui i dettagli irrompono sullo sguardo. Con questi dettagli negli occhi, Giannina Longobardi ha studiato letteratura, insegnato filosofia nel liceo e praticato la scrittura sulla vita. Il suo stile aristocratico –appreso sempre nella laguna- rende la sua visione sulla storia e il suo pensiero sereno ma allo stesso tempo sofferto e dunque ancora in ricerca di pratiche politiche capaci di trasformare la realtà reale. Come la sua città d’origine, Giannina pazienta, davanti a quelle maschere che custodiscono identità nascoste e che l’attraggono come portatrici silenti di cultura differente. Nel gruppo fedele all’ascolto di Caterina da Siena ha avuto il ruolo di chi a tutti i costi ha voluto offrire spazio a questa inconsueta pratica di lettura e di studio insieme.

 

Chiara Zamboni. Nota filosofa nel panorama nazionale e internazionale. Docente di filosofia del linguaggio alla Facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Verona. Autrice di molti libri e articoli che attraversano le coordinate geografiche del pensiero filosofico attuale, in Italia e all’estero. Chiara è il suo nome, espressione delicata della città che abita da anni: Verona, modellata sul gioco di luce della pietra di Lessinia che scolpisce le cose obbedendo alla luce, evidenziando sfumature del roseo-bianco veronese. Chiara è fluita a Verona non dalle sorgenti dell’Adige ma dal sud luminoso della Puglia. Dunque un percorso al contrario, fuori dalle norme classiche del movimento. Così è la sua pratica di scrittura e la sua dedita vita all’incontro. Il suo ruolo in questo gruppo è stato quello di chi tesse una trama d’incontro, appunto, dal giorno che questa possibilità si profilò nelle nostre polifoniche intuizioni, mantenendo il gruppo fedele a questo appuntamento di studio.

 

Mercedes Spada. Nata a Napoli all’ombra del Vesuvio anche se adottata dalla città di Verona. L’estemporaneità di quella città che l’ha vista nascere l’ha resa maternamente effervescente, il fumo vulcanico ha arruffato le sue idee, rendendola interdisciplinare. La sua quotidianità sembra scorrere come lava, tra pratica sociale e intellettuale. E’ amante della letteratura, in particolare di quella moderna che, per 35 anni, ha insegnato nelle scuole superiori. Attualmente fa parte di alcuni circoli di poesia, e gruppi alternativi interculturali. Il suo ruolo nel gruppo è stato anche quello di lettrice dei testi ad alta voce, durante il nostro studio, facendoci gustare -da brava napoletana- la filodrammatica di quella antica storia esistenziale, quasi per aiutarci a capire meglio ciò che stavamo ascoltando.

 

Elisabeth Jankowski. Nata ufficialmente a Herne in Germania, ma esistenzialmente portatrice di un DNA plurale proveniente dalla Polonia. La sua storia attuale incarna molto bene questo percorso cominciato nella sua famiglia, così che le lingue divengono la sua passione, fino a portarla ad essere docente nell’Università di Verona. Poetessa e scrittrice, è soprattutto narratrice di storie e di storia delle donne. Il linguaggio per lei è il luogo rivelativo dell’esistenza di un popolo e per questo non si stanca mai di scomporre ogni parola perché tutti possano udirne il suono. La sua lingua forse oggi come oggi è davvero polifonica diventando la porta d’entrata nel suo modo di comprendere la vita. Ai suoi molteplici linguaggi il suo udito si è dovuto abituare anche a quell’italiano non solo antico ma molto proprio e creativo di Caterina, di cui lei ne ha interpretato il senso ma soprattutto ha raccolto il suono.

 

Antonietta Potente. Sono io e non so parlare di me stessa e presentare il mio curriculum se non piuttosto ricordarmi che sono nata più volte: dalla Liguria ai più alti territori delle Ande della Bolivia e ancora, dopo essere stata catapultata di nuovo in Europa. Teologa, docente di teologia tante volte, ma soprattutto iniziata al pensiero cateriniano fin dagli inizi della scelta più avvolgente della mia vita: quando entrai nei sentieri della spiritualità domenicana. La stessa che ispirò Caterina da Siena. Amante del mistero così da sospingere la mia mente e il mio corpo fino all’utopia. Amante della scrittura come strumento di esplosione dell’anima che non mi lascia mai in pace. Fortunata tante volte nella mia vita, per aver visto e udito cose bellissime dell’umanità e del suo habitat. Ho incontrato Diotima prima per sentito dire, attraverso pagine di libri e articoli e oggi ho la fortuna di respirare la stessa aria. Nel gruppo di studio cateriniano ho avuto soprattutto il ruolo di ascoltare l’interpretazione di quelle pagine a me familiari per appartenenza ma ogni volta inquietanti e ispiratrici di pratiche misticopolitiche diverse.

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