Carissimi,

 

vi scrivo queste righe come materiale di riflessione. Alla fine del mese di febbraio si è tenuta al polo Zanotto una riunione su:”Università e scuola: quali pratiche di libertà oggi? Per un laboratorio di pensiero politico.” nella quale sono emerse, a mio avviso, alcune cose molto interessanti. In primo luogo da molti interventi è stata sottolineata la condizione di delusione e scoraggiamento per non essere riusciti, nonostante le numerose iniziative di protesta, soprattutto, ma non solo, degli studenti, a fermare i processi di smantellamento dell’istruzione pubblica e dell’alta formazione messi in atto da questo governo e da quelli che lo hanno preceduto. E’ stato evidenziato che i tagli sono solo un aspetto di questa politica; è altrettanto importante e grave il fatto che si tende a smantellare un modello che lasciava spazio all’istruzione e formazione come elaborazione di nuove forme culturali, anche attraverso l’elaborazione di linguaggi che consentivano di esprimere in modo creativo bisogni e interessi e allargare le prospettive di riflessione, sostituendolo con un altro basato su un sapere strutturato e codificato, inteso in senso quantitativo, da trasmettere e fare acquisire in modo acritico e prevalentemente ripetitivo. In questo quadro si colloca sia la riduzione di spazi e tempi dell’attività didattica, sia l’ampliamento della sua parte burocratica. Anche il rilievo assunto da un’idea di valutazione che si realizza attraverso griglie che pretendono di definire in modo sempre più puntiglioso capacità e competenze astrattamente codificate in modo da poterle misurare oggettivamente, tende a esprimere l’idea di un sapere dato e strutturato da trasmettere come corpus dottrinario costituito da acquisire così com’è in funzione dell’inserimento in un mercato del lavoro governato dalle sue regole rispetto alle quali il singolo si configura come variabile esclusivamente dipendente.

Ovviamente il problema non è quello di mantenere e conservare l’esistente, che peraltro accusa parecchi problemi che vanno superati, e che comunque non è più possibile riportare in vita dopo i colpi d’ascia subiti per mano di queste politiche di smantellamento, bensì di riproporre e ricostruire quell’idea di istruzione e formazione come strumento vivo e creativo di una cultura aperta e capace di dare risposte ai problemi ed alle sfide che il tempo ci pone.

E’ stato tuttavia rilevato come molto spesso accanto alla frustrazione si accompagni la rabbia per lo svilimento e la rottura del “senso” che molti docenti formatisi negli anni settanta e ottanta hanno attribuito alla loro attività di insegnamento, e come spesso da questa si origini una pratica quotidiana che cerca di ricostruirlo questo “senso” utilizzando quegli spazi di libertà che ancora permangono all’interno dell’istituzione scuola (e università). In questo senso diventa essenziale l’attenzione alle reali esigenze e ai bisogni degli attori principali del lavoro scolastico, gli studenti, visti non come numeri di un futuro mercato del lavoro o come potenziali fruitori di nuovi consumi attraverso i quali rilanciare un ipotetico “sviluppo”, ma in funzione di una loro formazione critica e creativa, come soggetti in grado di immaginarlo e progettarlo un nuovo tipo di sviluppo economico, che sia meno subordinato al profitto e più rispettoso dell’ambiente, della qualità della vita, della dignità delle persone, delle differenze intese come ricchezza, della pace e della democrazia. Si tratta di coltivare e rispettare il loro essere “persone” a pieno titolo, riconoscendo legittimità alle loro aspettative e alla loro voglia di partecipare all’organizzazione e alla gestione dell’attività didattica.

Tutto ciò tuttavia non ci mette al riparo dal rischio di essere “residuali” e di sopravvivere stancamente fino a quando, giunti all’età della pensione, se ancora resisterà questo istituto del welfare, usciremo da un sistema formativo ormai definitivamente mutato nella sua struttura e nel suo significato rispetto a quell’idea di istruzione e formazione che ci ha animato finora. Per questo è necessario che assieme ad un’idea “alta” di politica, nel senso fin qui utilizzato, si facciano i conti con gli ostacoli più rilevanti che ci si pongono davanti e che devono in qualche modo essere eliminati se si vuole mantenere aperta quella prospettiva “alta” di cui sopra. E non c’è dubbio che il più grosso è rappresentato da questo governo e dai valori su cui si fonda, e che incarna e rappresenta.

I momenti più significativi che in questi ultimi mesi hanno evidenziato il rifiuto di queste scelte politiche sono stati, a mio avviso, proprio quelli nei quali erano in discussione quei diritti su cui si fonda la dignità e il rispetto di cui necessitiamo in quanto cittadini consapevoli: in primo luogo la lotta degli studenti in difesa del diritto allo studio ed alla possibilità di pensare ad un futuro dignitoso, non fatto di precariato, marginalità e prostituzione morale, intellettuale e fisica agli interessi di un profitto dietro cui scompare ogni altro valore; in seguito la strenua difesa, al di la delle reali possibilità di successo (praticamente nulle), della dignità del lavoro in fabbrica messa in atto dagli operai della FIOM contro un contratto (quello FIAT) che asserviva ogni esigenza ed ogni diritto alle necessità di un interesse imprenditoriale elevato a valore assoluto e indiscutibile. Ultimo, ma non ultimo, il grido delle moltissime donne che, assieme ai loro compagni, sono scese in piazza a tutela della loro dignità insultata da un modello proposto dal potere, in base al quale il loro valore si identifica con la bellezza esteriore che possono esibire e con la disponibilità che possono offrire al potere stesso.

A mio avviso è necessario, ma anche possibile, coniugare quella pratica quotidiana del lavoro di cui si diceva sopra, con la lotta per la difesa dei diritti e della dignità e per fare finire la deriva autoritaria e populista di questo governo che altrimenti ci porta inevitabilmente ad essere marginali e residuali, perché i contenuti di quella pratica non possono che coincidere con la tutela di quei diritti e di quella dignità.

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