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Una filosofia femminista. In dialogo con Françoise Collin.

Quando ho preso in mano il libro dedicato a Françoise Collin sono rimasta colpita dal titolo: “una filosofia femminista”. Mi incuriosiva il fatto che venisse usato il termine “femminista” dato che, ad alcuni e alcune, poteva far pensare una dottrina storica caratterizzata da determinati obiettivi e strategie di lotta. Mi sono avvicinata al testo pensando che oggi, probabilmente, una donna della generazione di Collin, che ha vissuto in prima persona il femminismo radicale, non sente ciò che la parola “femminismo” evoca a chi non è di quella generazione. Invece non è così. Leggendo i suoi testi si capisce che Collin ha pensato quello che è stato ed è ancora il femminismo e, intenzionalmente, usava quel termine.

Per questo motivo vale la pena confrontarsi con lei: leggere Collin è per le giovani donne che si avvicinano a una filosofia femminista un esercizio di libertà.

Nulla di nuovo quando Collin ricorda come negli anni settanta il femminismo ha permesso un’esplosione di libertà per molte donne, mentre davvero interessante e, in certo senso, liberatorio è stato invece leggere che ancora oggi il femminismo deve sapere andare oltre e, in un certo senso, tenersi alla larga da strade già battute e quindi anche dal suo stesso percorso. Tutto il pensiero femminista non ha arché, non ha fondamento, non ha un modello: non solo quello storico ma anche quello moderno o contemporaneo. La fedeltà e il dissenso che Collin insegnava non ha una durata limitata: la fedeltà alla parola vera di donne e di uomini, e il dissenso rispetto ai meccanismi di pensiero già dati sono antidoti di un pensiero e una politica trasformatrici che non tramontano mai. Non hanno né un inizio né una fine.

Ciò non significa negare l’esistenza storica del femminismo quanto piuttosto liberare il presente da condizionamenti del passato e da finalità future. Significa imparare dal femminismo delle origini quello che ha permesso a tutte e a tutti di vivere una profonda modificazione del simbolico. Alla fine della lettura del libro, si capisce che la ripresa del termine “femminismo” diventa una scommessa filosofica e politica: trasformare il campo del simbolico per modificare il mondo comune.

Quando Collin insisteva sulla libertà che il femminismo ha dato inizio non intendeva affatto designare un percorso con modalità e obiettivi dati: il femminismo è stato per lei un’esperienza senza il desiderio di permanenza, perché quello che contava, allora come oggi, era agire liberamente in rapporto a situazioni contingenti.

È questo un insegnamento che va ripreso e rilanciato, perché ne va della libertà non solo delle donne dato che la posta in gioco del femminismo non è solo il dispiegamento di libertà femminile, ma di tutti. Il femminismo può infatti generare senso che va ben oltre la sensibilità delle donne.

Ecco quello che vorrei dire a Collin e che non ho saputo dire quella volta che la vidi a Roma in occasione del convegno internazionale sul “Pensiero dell’esperienza”: mi rivolsi a lei per chiedere un suo contributo per organizzare a Verona un seminario, che poi alla fine non si tenne, sul rapporto tra il femminismo storico e le nuove generazioni di giovani donne che guardano con curiosità il femminismo ma non si dicono femministe. Ricordo come ella mi guardò cercando di capire qualcosa di più di me e delle mie intenzioni. Vorrei ora saper dire quello che allora non sono riuscita a pensare: le giovani donne non sono chiamate a confermare quanto altre hanno elaborato; qualsiasi pensiero non può nascere per un dovere verso il pensiero femminile delle origini. Compito del femminismo, di qualsiasi tempo e luogo, è un invito alla libertà e all’autenticità senza per questo negare il contributo delle altre.

Il desiderio che accompagna qualsiasi azione politica e artistica non si ripete identico nella storia e nemmeno nelle singole esistenze. Ciò non significa l’indifferenza verso quello che è stato. Nulla nasce dal nulla. Una condizione necessaria per la politica e la scrittura femminile sta nell’ascolto e nel rilancio da parte delle donne delle opere delle donne. In tal modo ho letto il libro dedicato a Françoise Collin. Così mi sono spiegata il fatto che alcune donne di origine diversa (italiana, francese, spagnola), di generazioni diverse (alcune più giovani altre meno), che avevano rapporti diversi con la pensatrice (amiche, lettrici, studiose) si sono relazionate con Françoise Collin e i suoi testi. Il loro desiderio non era solo quello di ricordare una donna scomparsa che per alcune che hanno scritto era anche un’amica, per altre solamente una donna che ha dato un contributo notevole nel femminismo francese. Esso invece chiedeva di riprendere il suo pensiero oggi per una scommessa filosofica e politica, quella di cogliere parole capaci di innovare e parlare un linguaggio per tutti.

I pericoli che Collin avvertiva, nella sua riflessione sul mondo in cui viveva, erano due: il primo riguardava l’indifferenza, quella ben nota e radicata nella storia del pensiero, quella che ha escluso le donne da molti ambienti, anche dalla lingua corrente. Il secondo pericolo Collin lo vedeva nei pressi del femminismo stesso: l’esaltazione della specificità femminile, ovvero la definizione di un territorio specificatamente femminile, dotato di qualità determinate e altre da determinare, uno spazio insomma esclusivo e non per tutti. I due pericoli, infine, non apparivano così diversi l’uno dall’altro: Collin aveva capito che ciò che le donne rivendicano come proprio somigliava a ciò che gli uomini avevano loro imposto, il femminile alla femminilità tradizionale. Fare della differenza tra i sessi una differenza generale comportava paradossalmente un’indifferenza tra i sessi.

Tali ammonimenti avevano a che fare con un’altra questione che per Collin andava risolta molto chiaramente: la differenza sessuale è irrappresentabile. La differenza è un dato e non un postulato; è un dono a cui rispondere con le parole e le azioni ma non un’essenza. La differenza è teoricamente indicibile e irrappresentabile. La posizione di Collin non lascia ambiguità: la sua fermezza deriva dalla forza con cui la pensatrice ha sempre lottato contro il tentativo di normalizzare il femminismo, di istituzionalizzarlo, rendendolo un codice tra gli altri.

Da questo punto fermo nasce la battaglia contro i tentativi di costruire un’identità femminile, una definizione di ciò che le donne sono e di ciò che non devono essere. “Non esiste un cogito donna”, non c’è nemmeno un pensiero e un’azione specificatamente femminili.

Così il femminismo può essere visto come una scrittura artistica. La riflessione di Collin sul rapporto tra arte e politica è quello che ho sempre preferito nel suo percorso filosofico. Per Collin la poesia, l’arte e la scrittura sono esercizi di libertà, pratiche definalizzate attraversate da un irrappresentabile e un immemorabile che è la differenza sessuale. Collin pensava il femminismo come un testo che si scrive, ignorando il libro concluso. Un testo che si scrive passo passo, interrogando la realtà e dialogando con le donne con cui si è in relazione sia del passato che del presente. Collin credeva che l’agire politico si facesse come l’agire artistico: senza rappresentazioni a priori di verità, ma vigilando senza sosta là dove sorge l’invenzione pensante.

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