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Un prezioso imprevisto. Il nodo della sessualità nella biografia e nel pensiero teorico di Carla Lonzi

*Libere riflessioni a partire dalla mia tesi, relatrice: Chiara Zamboni.

 

Per me parlare di sessualità ha significato capire le energie che avevo trattenuto dentro di me e il motivo per cui l’avevo fatto. Ne ho voluto parlare principalmente per motivi miei, senza ricorrere al contesto politico attuale – gli attacchi alla 194 o i cosiddetti scandali Berlusconi, solo per fare qualche esempio – per giustificare questa scelta. Dico “motivi miei” perché non so come altro definirli dal momento che né la vita pubblica né quella privata riesce a contenerli. Non per questo non si tratta di una questione politica, ma i motivi a cui mi riferisco non si risolvono con dichiarazioni di piazza e non si esauriscono in casi eclatanti. Si tratta, piuttosto, di un disagio nella sessualità che ha a che fare con un nodo politico che richiama una storia millenaria di rapporto tra i sessi. Faccio riferimento, quindi, a problemi che riguardano o hanno riguardato me in prima persona e altre donne in prima persona e che derivano non tanto da degenerazioni o cellule impazzite del sistema, ma che attraversano quotidianamente le nostre singole vite.

Nella sessualità vanno a convogliarsi un’infinità di dinamiche relazionali, so che per me la scoperta della sessualità e del piacere hanno a che vedere con la mia identità, con il rapporto con me stessa, con l’altro, uomo, e con l’altra, donna.  La sessualità è sempre stato un campo in cui, in maniera differente in base alle epoche storiche, c’è stato un tarpare le ali alla libera espressione sessuale femminile. Quello che posso dire di me è di aver sentito di far parte di quella lunga tradizione di donne che è stata definita nevrotica, ridicola o frigida con qualche complesso che Freud potrebbe spiegare certamente meglio di me. Nonostante questo ho sempre avuto la fortuna o la presunzione di pensare che, in fondo in fondo, non ci fosse niente di sbagliato in me; così, ho sentito di far parte anche di quelle donne che hanno avuto l’audacia di non fermarsi al dato di fatto del disagio. Infatti, il disagio di primo acchito è una primissima espressione di autenticità ma, se perseguito, significa, tutto sommato, mantenere lo status quo dei rapporti. Dovrei anche aggiungere che, a tratti, mi sono sentita meravigliosa proprio per come ero e questa è stata la molla, il punto di leva per non stagnare nel disagio. E da questo ho capito che chi non ha mai provato il soffocamento dell’espressione di sé non sa cosa significa la magnifica sensazione di cominciare a farlo.

È nella sessualità, difatti, che entrano in gioco dinamiche di potere e subordinazione tra uomini e donne ed è quindi da lì che Carla Lonzi parte per capire l’oppressione femminile nel sistema patriarcale. Siamo nell’Estate del 1971 quando scrive il tanto controverso libretto verde La donna clitoridea e la donna vaginale[1]. Un testo che ha segnato un importante passo della sua autocoscienza, ma che, nonostante questo, è stato troppo spesso dimenticato, come, d’altra parte, lo è stata tanta della sua radicalità. Scrive, infatti, sei anni dopo la pubblicazione: “All’epoca di La donna clitoridea e la donna vaginale, pur facendo leva su me stessa, non ero ancora cosciente che proprio in quel punto tutto si decideva.”[2]

La donna clitoridea e la donna vaginale gioca intorno al dato di fatto che esiste un modello sessuale patriarcale dominante, frutto di un “gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione.”[3] Questo modello sessuale è il coito.

Ho notato che alla rivelazione di tale dato le donne reagiscono in maniera molto differente: c’è chi, a prescindere dal fatto di averne sofferto, lo ammette come vero e palese; c’è chi oggi, invece, pone della resistenza riguardo alla veridicità di tale affermazione. Sono sempre un po’ spaesata di fronte a queste donne – io faccio parte della schiera di donne che trova lapalissiano che il coito sia il modello sessuale – perché non so come far valere le mie ragioni. Avrei due vie. Una, quella di far notare il linguaggio, le situazioni, la storia, le teorie, la letteratura a riguardo, insomma mostrare tutto un sistema che avvalora la mia tesi. L’altra via sarebbe quella di parlare di me, dire che ho capito quale era e qual è il modello sessuale perché, avendo avuto una resistenza inizialmente incosciente a tale modello, ne ho, per un certo periodo della mia vita, sentito il peso. Nel primo caso forse convincerei, ma perderei il punto più autentico di me, come direbbe Carla Lonzi; nel secondo caso, invece, non lo perderei, ma forse non convincerei: il problema si ridurrebbe a un fatto assolutamente privato, frutto di un mio particolarissimo gusto sessuale. Che fare? Questo è l’eterno problema che ha reso difficile la comprensione del femminismo e che ha fatto sì che le donne cedessero per rendere i loro problemi più comprensibili all’uomo. Uso il termine “uomo” intendendo, non tanto l’uomo singolo, quanto la cultura di cui è referente.

C’è, in effetti, un altro problema che mi preme ed è quello dalla politicità e dell’incisività sulla realtà dell’autocoscienza. Si spalanca così un ulteriore questione che forse mi porterà a divagare per un attimo dal tema della sessualità.

Perché l’autocoscienza è stata abbandonata dopo i primi anni di femminismo? Le ragioni addette dalle stesse femministe sono varie. In Non credere di avere dei diritti, per esempio, si legge: “Per sua natura [l’autocoscienza] era una pratica politica a termine, non prolungabile oltre al frutto che fu di far nascere nelle donne la consapevolezza di essere un sesso, altro, non subordinato né assimilabile a quello maschile”[4] e poco più avanti si adduce la noia come prova dell’impotenza della pratica dell’autocoscienza; si dichiara che tale pratica, pur essendo stata un fondamentale momento inaugurale, doveva trovare un suo seguito. Un seguito che fosse più incisivo sulla realtà perché “l’effetto di noia o, peggio, d’impotenza che generava la raccolta di tante esperienze o idee fra loro diverse, […] cominciava a pesare anche dentro al piccolo gruppo di autocoscienza.”[5] Potrebbe essere una spiegazione, ma non mi convince.

Io credo, invece, che l’uomo, e quindi l’uomo dentro di noi, esalti le modalità delle donne di fare politica che lui capisce e l’autocoscienza non è una di queste ed è per questo che viene cancellata. Da qui nasce la paura da parte delle donne di essere di nuovo non capite, di nuovo sommerse; le donne temono di non incidere sulla realtà e corrono ai ripari: cercano delle modalità che l’uomo capisca. Ma così facendo entrano in un circolo vizioso: per modificare la realtà, cucita su misura sull’uomo, non abbandonano mai ciò che piace ed è consono all’uomo. Sotto questa prospettiva incidere sulla realtà significa trovare modalità comprensibili per l’uomo. E per l’appunto Carla Lonzi parte dal fatto che “la donna appartiene alla specie vinta, vinta dal mito dell’uomo”[6] e da qui inizia il cosiddetto lavoro di tabula rasa di tutti quei concetti e quelle identificazioni di sé che derivano da una cultura patriarcale. Vuole cioè sottrarsi a tutte quelle interpretazioni maschili di sé per togliersi le lenti con cui ci hanno insegnato a guardare il mondo e noi stesse nel mondo. La peculiarità dell’autocoscienza femminista, secondo Carla Lonzi, infatti, sta nell’“accorgersi che ogni aggancio al mondo maschile è il vero ostacolo alla propria liberazione, [questo è ciò che] fa scattare la coscienza di sé tra donne.”[7] In questo continuo smaltimento si scoprono i propri agganci culturali e ideologici e nel vuoto che ne consegue si può trovare finalmente un appiglio in se stesse. Ogni elemento che non parta da uno scatto interiore e che non punti alla scoperta di sé è un aggancio culturale che conferma la cultura dell’uomo. Molti gruppi, secondo Carla Lonzi, hanno avuto paura del vuoto che la tabula rasa – altre volte chiamata disacculturazione – provocava e per questo Carla Lonzi notava: “Certo non è facile, spesso disperante, ma chi ha detto che sarebbe stato facile e non disperante?”[8]

Carla Lonzi e le donne di Rivolta Femminile sono state fondamentali nel femminismo, ma non rispecchiavano l’andamento di un gruppo tipo del femminismo per svariate ragioni, tra cui la loro decisione di non abbandonare l’autocoscienza. Le donne di Rivolta, infatti, non la considerarono mai un affastellarsi di storie, come spesso si legge nei testi delle stesse femministe, così come non la ridussero a propedeutica, concezione negli anni Settanta largamente diffusa all’interno del movimento. Se ne deduce, quindi, che la concezione stessa di autocoscienza fosse differente. Per Lonzi non era semplicemente un modo per “far nascere nelle donne la consapevolezza di essere un sesso altro, non subordinato né assimilabile a quello maschile”[9], ma anche per “fare in modo che chi parla prenda coscienza che trovare se stesso è riconoscersi nell’espressione di sé, che non esiste verità al di fuori nell’adesione o nell’uso di chiavi interpretative.”[10] La visione è qui molto più ampia e ha come centro nodale la scoperta di sé legata all’espressione di sé che chiama l’altra a fare altrettanto, uno scambio che Lonzi chiama rispondenza o risonanza.

Per avere un’idea di quanto potesse essere sui generis la concezione di autocoscienza in Rivolta basta leggere Autocoscienza[11] di Alice Martinelli, il diario di una ventenne appartenente a Rivolta che scrive per affermare se stessa nel mondo. Si legge sul retro del libro una frase firmata dell’autrice stessa: “Era il mio diario. L’avevo cominciato per non perdermi. Poi lo scrivevo per affermarmi. Rileggendolo mi ci ritrovavo: questa sono io. Così ero e così vedevo di essere, anche se non mi piacevo. Acconsentire che ero quella, ufficialmente, ma senza cerimonie. Qualcosa di più della valorizzazione del personale e del privato. Per questo lo intitolai Autocoscienza, e misi il mio nome per esteso. La mia storia è la mia autocoscienza.”[12]

Sono le stesse donne di Rivolta ad accorgersi della diversità della loro concezione di autocoscienza. Scrivono infatti in una lettera alle donne del gruppo di lavoro che ha elaborato l’articolo Il neo femminismo in Italia, come è nato, che cosa è[13]: “Sta per uscire nei nostri scritti un volume dal titolo Autocoscienza, e forse sarete sorprese dal costatare che cosa intendiamo per autocoscienza. Il suo contenuto esistenziale è ancora troppo nuovo e in movimento perché possa corrispondere a concetti già acquisiti: affermando che ”l’autocoscienza è il metodo adatto alla politicizzazione del privato femminile” cadete appunto nell’ingenuità di collegarla a categorie più che logore.”[14]

In Non credere di avere dei diritti si legge ancora: “La pratica dell’autocoscienza […] presupponeva e favoriva una perfetta identificazione reciproca. Io sono te, tu sei me, le parole che dice una sono parole di donna, sue e mie.”[15] Sulla stessa lunghezza d’onda, ma facendone vedere i pericoli, Adriana Cavarero scrive: “Nello specchiarsi dell’una nell’altra, proprio l’identità personale consegnata al racconto di un’irripetibile storia corre il pericolo di perdere la sua realtà espressiva confluendo e fondendosi nel comune ”essere donne” che viene qui rappresentato.”[16] Queste affermazioni sono legate alla concezione, come ricordato prima, che il frutto dell’autocoscienza fosse “semplicemente” far fiorire nelle donne la coscienza della propria differenza sessuale, di essere cioè un altro sesso non subordinato e nemmeno fatto ad immagine e somiglianza di quello maschile. Ovvero aveva avuto la forza inaugurale di sottrarre la donna alle interpretazioni altrui per farla iniziare a parlare da sé. Ma se ci si ferma qui è ovvio che si ricade, a lungo andare, in un impasse: non si prende più coscienza di sé ma ci si richiude in una sorta di identificazione di genere. Si ricade o in un’identità vittimistica e di risentimento o in un’indistinta gioia di essere donne, ma se si ristagna qui l’individualità non prederà mai il volo[17]. Nel “io sono te e tu sei me” scattava, infatti, quel rispecchiarsi tra donne che modificava la percezione di sé; scrivono a questo proposito le donne della Libreria delle donne di Milano: “La singola donna, specchiandosi fedelmente nella sua simile, si scopre diversa da come si pensava prima e si riconosce nella nuova immagine quella che lei era da sempre senza averlo saputo.”[18] Quindi, dicono, la pratica dell’autocoscienza aveva questo potere, che era anche il suo limite più grande: il limite di non mettere in luce le differenze tra donne.

Leggendo il diario di Carla Lonzi, Taci, anzi parla[19], ho trovato parole come riconoscimento e risonanza con diverso significato rispetto a quello del rispecchiarsi descritto dalle donne della Libreria delle donne di Milano. Io posso solo dire come l’ho capita io, ma soprattutto come l’ho vissuta io. Cercare la risonanza di sé nell’autenticità dell’altra donna non significa rispecchiarsi fedelmente nell’altra, ma riconoscere reciprocamente quel punto di verità, di autenticità appunto, di sé con e attraverso l’altra. L’autenticità non è né la sincerità né la coerenza; è, piuttosto, la propria via, la fedeltà a se stesse, la propria “piccola verità”[20], è il punto più vivo che riconosco nell’altra e vedendolo in lei posso riconoscerlo in me mentre lei sta facendo altrettanto nei miei confronti. L’autenticità, quindi, non è un contenuto ed è anche per questo che non può esserci adesione totale con l’altra. Tale identificazione con l’altra, devo ammettere, è sì una tendenza che riconosco in me e in altre, ma non è qui che scatta la risonanza. In realtà la risonanza è qualcosa di quasi  paradossale: riconosco l’autenticità mia nell’altra e quindi abbiamo in un certo senso un punto di contatto, ma allo stesso tempo è questo stesso punto di contatto che ci fa vedere le nostre reciproche differenze.

Non a caso nel 1971, agli albori del femminismo, Carla Lonzi scrive La donna clitoridea e la donna vaginale con cui rompe un indistinto tra donne puntando su una differenza tra donne in base al rapporto che esse hanno con il patriarcato – cosa che ha creato non pochi malcontenti tra le donne stesse. Nell’autocoscienza le donne di Rivolta, infatti, hanno cercato anche di capire la loro posizione a partire da questo testo, come Lonzi ha sempre tentato di trovare una via per un possibile riconoscimento per due donne così diverse, la donna clitoridea e la donna vaginale.

Riassumendo l’autocoscienza per Carla Lonzi parte dalla coscienza che la donna è altra rispetto all’uomo e dalla ricerca di quel “punto più interno che ciascuna ha in comune con l’altra e che è per tutte così vivo quanto doloroso”[21] – tale punto è l’oppressione patriarcale. Ma questi non sono punti di arrivo dell’autocoscienza, se mai sono punti di partenza. Fare autocoscienza significa non solo porsi come soggetto – azione già imprevista per la donna nel patriarcato –, ma anche e soprattutto il processo di scoperta di sé che questo soggetto in dialogo fa.

È quindi molto difficile dare una definizione di autocoscienza univoca e che vada bene per tutte; si legge, a questo proposito, in Lessico politico delle donne: “L’autocoscienza non è […] un processo linearmente codificabile e teorizzabile.”[22] Ognuna, però, può dire come l’ha vissuta, con questo non intendo certo invitare ad una torre di Babele. Maria Bianca Frabotta, per esempio, scrive: “La pratica del piccolo gruppo e dell’autocoscienza in generale è stata […] per ciascuna di noi una fonte soprattutto di identificazione con le altre, di difesa dall’esterno, di ricerca e di comunicazione solo su quello che ci univa.”[23] Io posso dire di aver vissuto questo con il mio gruppo – gruppo di giovani donne, chiamato Benazir, con cui ho intrapreso un percorso di autocoscienza – nei primissimi istanti o meglio era la tendenza a cui volevo aspirare. Mi sono subito accorta che era un’illusione e che soprattutto non mi corrispondeva, lì non sarei potuta essere io. All’interno del gruppo non ho trovato e non trovo protezione e neppure identificazione con le altre; è tutto molto più duro, più tagliente, più tremante, più fragile, ma più mio. Ed è per questo che ho potuto sentire vicina Carla Lonzi quando affermava: “Mi sento idonea [al gruppo] non perché è un angolo protetto e selezionato di incontri, ma al contrario perché posso dare agli incontri tutta l’ampiezza, l’avventurosità e l’evoluzione che né la vita privata né quella pubblica, entrambe strutturate e rese previste dai ruoli, mi hanno permesso di sperimentare come mio apporto.”[24]

Forse ho divagato troppo ed è il caso chericominci a parlare di sessualità. Il punto è che continuano a girarmi nella testa due pensieri, quello dell’autocoscienza e quello della sessualità, insieme. Non so ancora bene perché, ma per ora è il caso di portarli avanti in parallelo.

Tornando alla sessualità, continuo a ribadire che il modello sessuale descritto con tanta vivacità dalla Lonzi esiste ed è ancora oggi in ottima forma, anche se non si presenta più con le sembianza che aveva quarant’anni fa, ma con strumenti e strategie più congeniali al nostro tempo. Strategie che Lonzi già prevedeva e di cui sospettava: si accorgeva, infatti, che la deriva emancipazionista e di sportiva disinibizione sessuale della donna stava facendo il gioco di un patriarcato dal volto progressista.

Sono gli anni della rivoluzione sessuale il cui principale profeta è Wilhelm Reich. Lonzi, pur apprezzando in un primo momento il movimento hippy del libero amore, scopre molto presto che si tratta, in realtà, di un inganno molto affascinante. Scrive a questo proposito: “La delusione che il femminismo ha avuto anche sui movimenti hippies deriva dal fatto che il giovane che non fa la guerra, ma l’amore finisce per ristabilire suo malgrado quel funzionamento che lo conferma difensore del nucleo primario del patriarcato. […] L’invito all’amore è una formula pericolosamente affascinante perché attribuisce nuovo valore, candore, alone taumaturgico al modello sessuale maschile, rafforzando così il mito della bontà arcaica della coppia e dei relativi ruoli.”[25]

Ne La rivoluzione sessuale[26] Reich si scaglia contro la morale autoritaria che reprime l’espressione sessuale di uomo e donna rendendoli impotente l’uno e frigida l’altra. Carla Lonzi appunta che Reich manca di notare che ciò di cui soffre la donna non è la repressione, ma l’oppressione sessuale. Reich tiene fermo il modello sessuale patriarcale – il coito – ammantandolo di un potere armonizzante tra i sessi che coronano la loro unione in un orgasmo contemporaneo rafforzando, così, l’ideologia freudiana dell’orgasmo vaginale. Così, per essere abbastanza progressista,  mantenendo il carattere nevrotico del piacere clitorideo, è costretto a negare la procreazione come scopo specifico e ultimo dell’attività coitale. Reich combatte contro l’istituzione del matrimonio, l’esclusività dei rapporti, la possessività, la frustrazione di una fedeltà coatta, ma mantiene fisso e ben saldo quello che Lonzi chiama il privilegio pene-vagina. Questa rivoluzione, predicando la disinibizione della coppia, getterà ancora più nel senso di colpa la donna non adatta al modello sessuale perché dovrà vivere i suoi drammi interiori nella segretezza visto che in una società progressista, disinibita e emancipata questi saranno sempre più fuori luogo. Ora non avrà nemmeno la scusante della repressione.

La rivoluzione profetizzata da Reich non si è ovviamente realizzata in tutte le sue parti, ma il nocciolo della questione – ovvero la disinibizione nei rapporti – credo di sì. Anche molti usi e costumi sono cambiati: ci si sposa ancora, ma il matrimonio non ha più il valore di un tempo, è accettata di buon grado la convivenza fuori da matrimonio, i figli fuori dal legame matrimoniale non sono più una vergogna.

A me stupisce molto che tante siano deluse di come si sono declinati oggi i frutti della rivoluzione sessuale; io mi chiedo piuttosto: “Cosa ci si poteva aspettare da tali premesse?” Perché alcune femministe si stupiscono che il Sessantotto e i suoi dintorni abbiano portato cattivi frutti? Cosa poteva portare alle donne? Il Sessantotto è una rivoluzione maschile o meglio, pur attaccando il patriarcato, sono rimasti entro logiche maschili, ma, ci ricorda Carla Lonzi, che il mondo dentro al patriarcato non si salva. Qui la domanda è d’obbligo: e fuori dal patriarcato si salva? Non mi sento così ideologica da rispondere di sì.

Può risultare strano che una giovane donna negli anni Duemila usi ancora una parola, per certi versi così datata, come “ideologico”, ed è per questo che devo spiegare cosa intendo. Ci sono certamente molte sfumature di significato della parola ideologico anche all’interno del femminismo; io per ideologico intendo un pensiero che nega la scoperta di sé, che segue dei dettami imposti e immodificabili. È un discorso consolatorio, fatto a priori che semplifica notevolmente la realtà. So di persona che non è sempre facile non essere ideologiche, lo scioglimento dei nostri lati ideologici, ho scoperto, passa attraverso il continuo dialogo.

Tornando al tema della sessualità, mi sono chiesta, quindi, se in questa deriva di stampo reichiano non si insinui un inganno che ci fa credere di esserci liberate dal patriarcato, mentre è semplicemente rinnovato sotto mentite spoglie. Ne La donna clitoridea e la donna vaginale Lonzi poneva due condizioni per la fine del patriarcato: lo smantellamento del mito della penetrazione e la presa di coscienza della donna vaginale. Ho molti dubbi che entrambe le condizioni si siano verificate; si potrebbe così dedurre che il patriarcato non sia finito, semmai semplicemente rinnovato. Questa deduzione, ovviamente, presuppone che siano vere le premesse: data l’ipotesi si dà la tesi. Ma chi va a verificare la veridicità dell’ipotesi? Ovvero, dando per scontato che il modello sessuale sia il coito, chi verifica che per la fine del patriarcato sia necessario che il modello sessuale venga sgominato?

In ogni caso a me dà la misura di come ancora si abbia un’aspettativa su di me: chiedermi un trasporto psicofisico nella penetrazione significa chiedermi un atteggiamento passivo o disinibito che non mi appartiene. Si tratta di una richiesta fatta non semplicemente a livello letterale, fisico, ma che si estende a più livelli, da quello sessuale, a quello sociale, culturale e psichico. Mi si chiede, cioè, di essere una donna vincente, tutta d’un pezzo, che si perde ancora nel languore di un orgasmo all’unisono, ma che lo ricerca con l’intraprendenza emotiva e senza drammi della donna emancipata. Oggi, infatti, non mi si chiede più di mostrare il lato remissivo e passivo – se non in modo camuffato – di quello che era stata definita la mia(?) femminilità, mi si richiede piuttosto una certa intraprendenza sessuale, una certa sportività nel rapporto erotico con l’uomo, mentre io ho constatato volta per volta che questo significava cedere ad un rapporto sessuale tutto modellato sulla sessualità maschile. Come potevo non domandarmi: cosa prendo a fare l’iniziativa se poi finisce che non mi posso esprimere? Ora so che le cose non andavano bene perché ero abbastanza sprovveduta da non capire il mio piacere e perché il desiderio dell’altro mi si presentava in modo più invadente del mio, ma il fatto che non ne provassi senso di colpa mi ha tenuta a galla. Le cose hanno cominciato a cambiare quando ho preso coscienza e ho affermato ciò che via via scoprivo dal mio corpo e quando a tale scoperta c’era di pari passo la pazienza, il desiderio e l’attenzione da parte dell’altro di amarmi per come ero. Se avessi insistito sul piano dell’emancipazione sarei rimasta a mezza via, frustrata, dovendomi convincere che andava tutto bene.

La donna emancipata, infatti, nella critica di Carla Lonzi, è quella che offre all’uomo un tipo di servitù diversa, ma complementare alla moglie tradizionale. Essa deve comportarsi secondo il noblesse oblige della donna all’altezza dei privilegi di cui il maschio ha sempre goduto ma così facendo tradisce la propria autenticità “nell’illusione di non essere sconfitta”[27]. Il rapporto sessuale dovrà ancora palpitare nel brivido di un orgasmo all’unisono, ma non dovrà più avere la  componente emotiva di cui necessita, poiché sarà un rapporto emancipato.

Dal momento che l’emancipazione – per me diretta conseguenza delle premesse della rivoluzione del libero amore degli hippy – non è negata, ma è diventata semmai la facciata progressista della società, possiamo dire che davvero il patriarcato sia finito? Non si è piuttosto astutamente rinnovato? Non ha, in buona sostanza, affinato le sue armi?

Via via che penso mi viene in mente un’immagine un po’ strana per il contesto: l’etere delle onde elettromagnetiche. Mi sono così domandata se l’ipotesi “Il patriarcato è finito” non sia un’ipotesi consolante che a volte non ci fa leggere la realtà, proprio come faceva l’etere. Mi sono chiesta se non occorra essere un po’ come Einstein, che non ha avuto la forza di dimostrare l’esistenza o meno dell’etere o del tempo assoluto, ma che ha avuto l’audacia di abbandonare quelle idee. E quanto spazio che si è aperto.

Come mai – mi si potrebbe chiedere – ti sei lambiccata il cervello con questa domanda? Di nuovo mi trovo nell’eterno dilemma: dare una spiegazione, per così dire, a livello sociale, o mostrare il mio vissuto. Mi limito a chiedermi: come rigioco la frase “Il patriarcato è finito” essendomi sentita fuori luogo proprio come la clitoridea che Lonzi descriveva quarant’anni fa quando il patriarcato non era certamente finito? Perché non lasciare l’etere e tutte quelle idee che intralciano la realtà che a poco a poco scopriamo in noi stesse e che via via testiamo sulla realtà esterna? Cosa succede se tale frase contrasta con la mia sensazione di non avere un posto nel creato? Un po’ come vuole Dora, la paziente di Freud. Vuole, dice Lonzi, quello che vogliamo tutte: vuole esprimere una complessità di emozioni e di domande, vuole capire se quello che prova ha diritto di esistenza nel mondo.[28]

Ovviamente potrebbe esserci anche un’altra ipotesi: che il patriarcato sia finito, ma che questo non implichi la venuta del regno dei cieli e questo è certamente vero e così si spiegherebbero molte cose. Quindi il patriarcato è finito o no? Chi può dirlo? Ognuna parte da sé per dialogare con l’altra. Quello che vedo io è ancora tanto spaesamento da parte delle donne, soprattutto giovani, circa il loro piacere e la loro sessualità ed è in base a questo che mi sto convincendo che il patriarcato non sia finito. Infatti, se la figura del Padre con la p maiuscola si sta sbiadendo, non è detto che il patriarcato sia necessariamente finito dentro di noi.

La sessualità non è un problema che devo risolvere attualmente, ma, come ho già detto, non è sempre stato così e la questione, credo, non si chiuda con me. Ho esperito che non basta che lo superi io perché lo superino tutte; pensare che quello che capisco da me in un contesto di gruppo sia automaticamente una conquista di tutte le donne è un’illusione, è proiettare sé sull’altra. Io contribuisco alla liberazione del genere femminile perché ne faccio parte, ma non la risolvo, non la esaurisco in toto. Ognuna deve fare il proprio scatto interiore.

Mi chiedo anche se questo sia ancora necessario perché il modello sessuale non è ancora stato superato oppure se sia qualcosa, in certo senso, di eterno. Cosa succederà quando questo mito si sgretolerà non ci è dato sapere. Ci saranno sorprese, ma come diceva Carla Lonzi: “L’importante è cominciare.”[29]

Tirando le somme di questo breve scritto la mia domanda è se l’abbandono dell’autocoscienza non sia in qualche modo ricollegabile all’abbandono del nodo della sessualità nel contesto femminista. Ma ora capisco che la questione è mal posta o che almeno non intendevo porla in questi termini.

Il punto rivoluzionario, secondo me, non è tanto rimettere in gioco la sessualità, ma rimetterla in gioco attraverso l’autocoscienza poiché il nodo esistenziale più complesso di scoperta di sé non può che uscire nell’autocoscienza e senza scoperta di sé non esiste liberazione per la donna. Se una donna non è se stessa come fa ad essere in un processo di liberazione? Perdere l’appiglio in se stesse, che deriva dal vuoto provato grazie alla tabula rasa e alla scoperta di sé, significa perdere la stella polare. Ogni altra proposta – a cui Carla Lonzi darebbe l’aggettivo di culturale –  che allontani da sé e renda oggetto, anche di studio, la donna, risulta ingannevole. Se la cosa non parte da uno scatto personale in un processo di autocoscienza essa  riconferma, in un modo o nell’altro, una cultura che nega la soggettività femminile e la sua singola presa di parola.

Che rivoluzione è se una donna non può essere se stessa? Lascio cadere, con tutte le difficoltà, le imposizioni ideologiche.

 

 

 

Per la stesura di questo testo vorrei ringraziare vivamente e sentitamente Chiara Pettenella e Ludmila Bazzoni.

[1]             Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile 1, 2, 3, Milano 1974

[2]             Carla Lonzi, Itinerario di riflessioni in AA.VV. Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jaquinta, È già politica, Scritti di Rivolta Femminile 8, Milano 1977, p. 24-25

[3]             C. Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, cit., p. 78

[4]             Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Rosenberg&Sellier, Torino 2005, p. 39

[5]             Ibidem

[6]             Rivolta Femminile, Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, cit., p. 146

[7]             Ivi, p. 141

[8]             C. Lonzi, Mito della proposta culturale, cit., p. 147

[9]             Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, cit., p. 39

[10]           Carla Lonzi, Mito della proposta culturale in AA.VV. Marta Lonzi, Anna Jaquinta, Carla Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta Femminile 9, p. 147

[11]           Alice Martinelli, Autocoscienza, Scritti di Rivolta Femminile 6, Milano 1975

[12]           Ivi, retro della copertina

[13]           Uscito su <<Il Mainfesto>>, 16 gennaio 1975

[14]           Rivolta Femminile, Perché si sappia in AA. VV. È già politica, cit., p. 113

[15]           Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, cit., p. 35

[16]           Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano 2005, p. 81

[17]           Citazione inesatta della frase “le individualità hanno preso il volo”, Maria Grazia Chinese, La strada più lunga, Scritti di Rivolta Femminile 7, Milano 1976, p. 17

[18]           Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, cit., p. 37

[19]           Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile 10, Milano 1978

[20]           Espressione che Lonzi prende da Julia Kristeva.

[21]           Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, cit., p. 47

[22]           Manuela Fraire (a cura di), Lessico politico delle donne, volume III Teorie del femminismo, Gulliver, Milano 1978, p. 125-126

[23]           Ivi, p. 132

[24]           C. Lonzi, Mito della proposta culturale, cit., p. 150-151

[25]           C. Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, cit., p. 131-132

[26]           Wilhelm Reich, La rivoluzione sessuale, trad. it. di Vittorio Di Giuro, Feltrinelli, Milano 1963

[27]           C. Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, cit., p. 100

[28]           Cfr. C. Lonzi, Mito della proposta culturale, cit., p. 148

[29]           Carla Lonzi, Intervista di Michèle Causse a Carla Lonzi in AA. VV. È già politica, cit., p. 109

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