La rivista »

Un momento straordinario. La scuola a distanza

 

*Questo testo è stato precedentemente pubblicato sulla rivista lavoroculturale al seguente link:

https://www.lavoroculturale.org/un-momento-straordinario/alessandra-pantano/2020/

 

È servito qualche giorno di silenzio prima che i docenti si muovessero seguendo una loro modalità di insegnamento, modalità che non è solo diversa ma è del tutto singolare. Così è iniziata la scuola a distanza.

Molti dei testi di teoria della didattica iniziano con l’appello a insegnare in modo diverso. Alberto Gaiani, per fare un esempio, lo scrive nella prefazione a Insegnare concetti indicandolo come una necessità. Di che cosa si sta parlando?

Quella che stiamo vivendo durante l’emergenza del Covid-19 è stata sì una necessità ma nel senso della costrizione. Così l’abbiamo sentita noi docenti: l’obbligo di attuare una didattica diversa, come quella a distanza, che ha avuto inizio, in Veneto, a partire dalla fine delle vacanze di Carnevale, dal giovedì 27 febbraio.

La necessità di una modalità diversa di insegnare avvertita dai teorici della didattica non può essere confusa con la necessità stabilita dall’emergenza che l’Italia sta affrontando. Eppure, le due necessità si sono incontrate. Senza confondersi, l’una ha cavalcato l’onda dell’altra. Quel che interessa a questa riflessione è il modo in cui la didattica ha approfittato dell’emergenza del virus per inventarsi, ravvivarsi e riscoprirsi.

Dopo poche settimane dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ho preso parte a una sorta di consiglio di classe online. Il coordinatore di una classe, attento e sensibile al suo compito, ha organizzato una riunione senza obblighi di partecipazione. Cercava un confronto tra docenti sulle modalità in opera dopo la sospensione delle lezioni. In quell’incontro ho sentito dai docenti un forte disorientamento: alcuni erano preoccupati perché non riuscivano a contattare gli studenti, altri diffidavano dell’avvio della scuola digitale, altri ancora si lamentavano perché non avevano la serenità per continuare a lavorare. Troppo legati a quello che avevano perso: lo spostamento a scuola, l’incontro in presenza con i colleghi e le colleghe, l’insegnamento nelle aule dell’Istituto.

In quel disorientamento qualcosa si è mosso. Avvertiamo tutti e tutte che forme cristallizzate della pratica didattica si sono finalmente rotte. Da quel giovedì di febbraio i docenti hanno fatto esperienza che la didattica non si riduce a un agglomerato di informazioni e nemmeno a una lista di competenze.

Recenti studi e dibattiti di didattica si sono focalizzati sulla questione delle competenze che, per quanto importante nell’organizzazione del lavoro in classe e nelle scelte relative all’insegnamento, ha escluso il desiderio, il senso, la relazione, insomma la dimensione (non propriamente) soggettiva del docente.

Questa dimensione era tenuta a lato. Non può che stare ai margini di un inquadramento teorico una dimensione che, in fin dei conti, è propulsiva e creativa, rigenerante e propositiva. Con questo non si propone di spostare l’attenzione dalla problematica delle competenze, con i suoi contenuti correlati, a quel qualcosa di marginale, che è assolutamente determinante nella docenza. Se si vuole dare spazio allo spirito creativo implicito in ogni insegnamento occorre rinunciare al modo di operare della teoria, consistente nel selezionare una parte principale, l’insegnamento con i suoi contenuti, obiettivi e metodi, da un’altra subordinata, la singolarità del docente. Sostituire lo sforzo faticoso della teoria con le movenze leggere dell’invenzione creerebbe le condizioni per un insegnamento vitale.

È un momento straordinario questo. Straordinario perché a partire dall’evento del virus è stato possibile per i docenti porre in questione alcuni elementi della didattica. In modo singolare i docenti si sono mossi senza un supporto teorico e soprattutto senza un minimo quadro normativo che li guidasse. Così ogni docente ha inventato una modalità di insegnamento che al meglio tenesse la nuova situazione scolastica. Inventare, va chiarito, non vuol dire che il docente ha dato avvio a qualcosa di originale, unico o inaudito. Vuol dire che, all’interno di un intervallo dettato dalla discontinuità del percorso didattico, ogni singolo docente si è posto delle domande che forse da tempo non si faceva e che gran parte delle teorie didattiche gliele impediva: sono domande che ruotano attorno al suo esserci in un ambiente scolastico, al suo rapporto con la disciplina, al suo essere docente.

Sento ancora tra colleghi un pullulare di modalità didattiche tutte diverse tra loro. Alcuni prediligono le video lezioni, altri le audio lezioni, altri ancora preferiscono inserire nel registro elettronico delle sintesi o mappe concettuali. Persino la strategia scelta subisce una trasformazione, passando da una forma ad un’altra. Ne ho sentite tante e nessuna è più corretta dell’altra.

I docenti procedono per tentativi. Non perché siano alla ricerca di qualcosa che possa valere per il resto delle lezioni. Procedono per tentativi perché ogni tentativo apre una possibilità, quindi più tentativi costruiscono un campo di sperimentazione.

Quel che mi ha colpito non sono le diversità metodologiche ma qualcosa che si produceva in esse. Qualcosa, a cui è impossibile attribuire un nome, si è fatto sentire nelle diverse strategie. Era il desiderio di continuare la didattica, era il senso che si cercava di riprendere all’interno di tanto sconcerto, era la relazione con studenti e studentesse. Era qualcosa di soggettivo anche se non riducibile al soggetto.

Il termine, didattica a distanza, è circolato senza sosta. Probabilmente era già in uso in qualche manuale, anche se non poteva certo indicare lo stato di emergenza che la scuola si è trovata a vivere ora. Non si è modificato nemmeno nel periodo di rodaggio, man mano cioè che stava prendendo forma.

Ho notato che gli insegnanti l’hanno mantenuto. A mio parere non è stata, la loro, una presa d’atto di un uso linguistico corrente. Quel termine invece, “a distanza”, legato a “didattica”, offriva a chi lo pronunciava una moltiplicazione di differenti scorci, tagli e movimenti. Una moltiplicazione che nel suo moltiplicarsi non finiva.

Che cosa della didattica è a distanza? che cosa può significare a distanza? online, digitale, telematica, in rete?

È certo che quella distanza, invece di frantumare, ha spezzato la continuità del percorso scolastico, forse anche la sua ovvietà. Invece di far scomparire un legame, la distanza ha fatto comparire una relazione. Invece di allentare, la distanza ha intensificato il senso di quel che accade nell’insegnamento/apprendimento. Questo ha fatto la distanza. Ha allentato la didattica. L’ha distesa. La trama che finora l’ha tessuta si è dilata: qualcosa ha agito al suo interno.

È chiamata didattica a distanza ma il suo effetto non è stato quello di allontanare. Tutt’altro.

Non mi riferisco al fatto che la scuola pubblica è entrata nelle stanze di una casa privata; che i docenti sono entrati nelle camere dei loro discenti; che studenti e studentesse hanno sentito le voci dei figli dei docenti o visto l’ombra del loro gatto.

Il mio pensiero va invece agli intervalli, che sono venuti meno, come il transito da scuola a casa, oppure l’attesa di entrata e di uscita da scuola, insomma a quegli spazi o momenti, a cui nessuno pensa e in cui tutti pensano. Mi spiego. Facendo esperienza della didattica a distanza ho preso atto che in questa modalità scomparivano quegli snodi, assolutamente importanti, in cui il vissuto riverbera, l’esperienza decanta, la vita prende delle pieghe. Sono precisamente intervalli in cui si pensa e a cui non si è mai pensato. Chi mai medita sul tragitto del bus che dalla città porta in provincia? Eppure, quello che non è mai stato un oggetto del pensiero è precisamente là dove il pensiero si forma.

Allora la distanza, termine che accompagna la didattica nei tempi dell’emergenza, non è precisamente quella che si attua online ma è quella che ogni docente deve attuare per non essere schiacciato da quell’ammasso di dimensioni (lavorative, familiari, amicali, parentali, personali) che in altri tempi sono dotate di intervalli ariosi.

Distanziare significa aprire lembi, allentare, agire in diverse direzioni, sconfinare, dilatare. Sono tutti movimenti che hanno potuto ravvivare quell’insegnamento che tendeva a spegnersi nella sua ripetitività. Nelle movenze della distanza, la didattica ha formato nuovi modi di insegnamento, con sfumature, colori e accenti del tutto nuovi.

Una collega riferiva, tra il preoccupato e il divertito, alcuni fatti che le erano accaduti: studenti che si alzavano dal tavolo (forse era il tavolo della cucina, là dove la wi-fi funziona al meglio), che parlavano con qualcuno che stava al di fuori dello schermo (forse un familiare che, preso dalle sue faccende, aveva attraversato la stanza), che tiravano un po’ dalla sigaretta elettronica. Che cosa poteva dire la collega?

Essere a casa, e non a scuola, fa la differenza per l’insegnamento. In questo scenario diverso, la collega ha agito in un modo diverso. Si è occupata meno dell’aspetto comportamentale degli studenti e delle studentesse. Ha fatto appello invece a quel che in quel momento contava: insegnare filosofia, nel suo caso; la passione per quel tema filosofico che stava trattando; la curiosità di pensarlo.

Nell’esperienza della collega la didattica a distanza ha prodotto un contatto. Tra uno schermo e l’altro si è venuto a creare uno spazio che lasciava, a chi era presente, di esserci con ciò che conta.

Non a tutti e a tutte la didattica ha funzionato in ugual maniera. Non la si può quindi eleggere come la condizione necessaria per il nuovo funzionamento dell’insegnamento. Faremmo di questo stato di emergenza, assolutamente occasionale, uno stato permanente.

Dalla sua occasionalità si deve trarre i tratti di intensità, di contingenza, di effervescenza senza per questo farne un progetto programmabile per ogni anno scolastico. Trasformarli in un tempo più lungo equivarrebbe devitalizzarli.

Che la didattica a distanza non abbia funzionato a tutti e a tutte alla stessa maniera ci porta a pensare che, al contrario di quanto è stato detto sulla didattica in generale, l’insegnamento non è un affare universale. Non si possono delineare delle modalità didattiche valide per tutti e tutte. Ognuno e ognuna invece metteranno in atto un dispiegamento di modi e di strumenti che in quella circostanza valgono.

Condividi:
FacebookTwitter