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 “Un brav’uomo è difficile da trovare” (Flannery O’Connor)

 

La narratrice americana Flannery O’Connor (Georgia 1925-1964) ha sorprendentemente ispirato  per questo seminario sia Luisa Muraro (Il cielo è dei violenti, romanzo) che me, anche se per ragioni non identiche. Non ci eravamo dette che avremmo attinto entrambe a questa autrice maestra di scrittura, di pazienza (era molto malata) e di sapienza riguardo alla perenne lotta tra male e grazia provvidenziale, motivo quest’ultimo per cui la sua ispirazione è fondamentale per parlare di violenza[1]. Una parte del mio contributo si riallaccerà necessariamente al discorso esposto da Luisa Muraro per la comune radice dell’orientamento nel trattare il tema del seminario.

Un’altra parte di quello che sto per esporre si riallaccia al mio testo contenuto nel libro di Diotima La magica forza del negativo[2], a cui rimando implicitamente in alcuni passaggi, poiché contiene pratiche di tutela dell’anima in presenza della violenza intesa come “male”. In effetti, anche qui la violenza su cui rifletto è quella che si mostra sottospecie di crudeltà, non si tratta del tipo di violenza di base, per così dire, quella “già là” forse dall’inizio con cui abbiamo comunque a che fare, e che ha una sua efficacia positiva se convogliata in pratiche che facciano entrare in qualche modo in una relazione trasformatrice con questa violenza. Sotto la specie della crudeltà, che si propone come tale, troviamo altri termini, parole come cinismo, indifferenza alla sofferenza altrui, piacere nella distruzione, annientamento dell’altro. Sono parole pesanti che qualificano la violenza che si propone come intrattabile crudeltà capace ormai di riempire cronache, contesti, studi e rapporti in genere.

Il racconto di Flannery O’Connor che dà il titolo a questo contributo[3], e che fa da sfondo al mio discorso, segue una famigliola in viaggio per andare a trovare certi lontani parenti, su insistenza di una nonna bisbetica e piuttosto antipatica, capace di molestare con continui interventi. Durante il viaggio, la radio dell’auto avverte dell’evasione dal penitenziario di tre criminali il cui capo, chiamato il Balordo, è noto come uomo molto crudele. A un certo punto capita un incidente in cui è si capovolge l’auto su cui sta la famigliola; non ci sono feriti, tutti escono dall’auto pensando a come farsi portare aiuto. Sopraggiunge un’altra auto su cui si scopre che viaggiano i tre famosi evasi, purtroppo riconosciuti immediatamente dal bambino. Il Balordo dà ordine di ammazzare uno per uno i componenti della famiglia, lontano dallo sguardo degli altri. Ma si sentono gli spari. Uno ad uno. La nonna, unica componente della famigliola a non avere paura, comincia uno scambio con il Balordo, ed è questo il punto centrale che ci interessa: in modo petulante cerca di convincerlo che lui è un uomo buono e bravo. Lei non vuole credere che lui sia così cattivo come è evidente dai fatti; cerca continuamente di fare minuscoli ragionamenti in cui cerca di portare l’uomo a considerare che in fondo a se stesso un po’ di bontà potrebbe averla ma lui le risponde chiudendole la bocca così: “Non c’è piacere al di fuori della cattiveria”, e la sua voce “divenne quasi un ringhio”. La nonna si zittisce non ancora convinta, e il Balordo, visto che la donna non si rassegna a comprendere che in lui non c’è bontà, le dice ipocritamente: “Se fossi stato presente (ai miracoli di Gesù) avrei saputo la verità e non sarei come sono adesso.” La nonna a quel punto capisce qualcosa che dobbiamo capire noi donne quando siamo in presenza del piacere della crudeltà: non si può  ragionare, non si può convincere l’altro che è meglio essere buoni piuttosto che cattivi, solamente un intervento soprannaturale può cambiare un tale comportamento estremo. E, a quel punto, la nonna fa il gesto risolutivo del racconto, preceduto solo da una frase che accompagna una carezza sulla spalla del criminale: “Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature!” La nonna, prima del sacrificio, assume una posizione soprannaturale e pronuncia una frase simile a “Lasciate che i fanciulli vengano a me”. Il Balordo le spara e la uccide, ma in lui cambia qualcosa, e lo veniamo a sapere da una frase rivolta ai suoi compagni che ridono dell’omicidio appena avvenuto: “Zitto, Bobby Lee. Non c’è vero piacere nella vita”. Per Flannery O’ Connor il gesto e la frase della nonna realizzano il momento della redenzione. Ma per quale motivo questa avviene?

Fino a che il Balordo non ha evocato Gesù la nonna era ossessionata dalla “volontà di bene”[4], voleva opporre al piacere della crudeltà la innocenza del bene e ragionamenti che potremmo chiamare giustificazionisti. Ma Flannery O’Connor ci invita a vedere la realtà senza ricorrere a consolazioni: noi abitiamo in un territorio dove sempre più frequentemente prevale la crudeltà e il poco bene di cui siamo capaci può accadere non per volontà o per morale ma solo se lasciamo spazio all’intervento di ciò che la scrittrice, cristiana cattolica, era convinta fosse la Grazia. Teniamo conto, per proseguire, che l’insegnamento ricavabile da questo racconto consiste nell’indicazione di non appropriarsi del bene come di una virtù del tutto individuale da imporre come modello di comportamento a chi vorremmo “salvare”.

Ma ora ricordiamo che, nel racconto di Flannery O’Connor, chi si fa attraversare da un’intuizione divina è una donna, la nonna che pronuncia parole ispirate, diremmo  evangeliche, in cui è contenuto il riconoscimento di una fragilità originaria che non ha bisogno, per essere ripristinata, di ragionamenti né di giustificazioni. Questa è la cosa che cambierà il crudele Balordo, il quale fa il primo passo correggendo la sua prima  affermazione: la cattiveria non è più l’unico piacere della vita, anzi nella vita riconosce che non c’è alcun piacere. Potremmo tradurre: il criminale non riuscirà più a provare godimento perverso nel vedere soffrire gli altri, come fino ad allora aveva fatto.

Sottolineo due acquisizioni: di fronte alla crudeltà, al piacere della cattiveria non si può opporre la volontà del Bene, non si può convincere, educare, trasformare, attraverso le numerose retoriche del Bene, in questo non c’è efficacia. La seconda acquisizione consiste nel vedere che il gesto trasformativo lo fa una donna.

 

Nel mondo attuale dilaga la crudeltà e questo dato viene sostenuto da molte testimonianze e e da molte diverse riflessioni, ma soprattutto è testimoniato nella viva carne da moltissime donne e forse ormai anche da molti uomini che hanno la sventura di incontrare donne crudeli. Direi che nel mondo in cui siamo molti contatti incappano in quell’affermazione “balorda”: “Non c’è piacere al di fuori della cattiveria”. Si parla sempre di più di violenza perversa e di narcisismo malvagio. Si sono stabilizzate queste espressioni nelle psicoterapie post-traumatiche, in psichiatria, negli approcci che cercano disperatamente di vedere una patologia in questi comportamenti, ma si è giunti alla conclusione che non si tratta di patologia poiché se fosse si potrebbe tentare di curare e, prima di tutto, si potrebbe tentare di giustificare. Ma la violenza perversa, la crudeltà non si può curare, come ci insegna Flannery O’Connor; è un aspetto endemico dell’antropologia contemporanea e un duro segno dei cambiamenti disastrosi in corso. La preoccupazione per la crescente crudeltà nelle relazioni è allusa nella presentazione di questo seminario; notiamo infatti l’intuizione che siamo vicine a una “rottura del patto sociale tra donne e uomini” per l’inestinguibile violenza maschile latente o esplicita sul corpo delle donne. Ma ciò di cui sto parlando non è più solo questo poiché è avvenuto il passaggio nella crudeltà psico-fisica, endemico per la prima volta nella storia conosciuta dell’umanità, e anche per questo così intrigante nella sua totale negatività. Si nota sempre più questo passaggio terribile che si chiama crudeltà, non più rivolta solo ai corpi ma ai legami, alle relazioni, tramite il perverso piacere di poter distruggere l’anima dell’altro, dell’altra. Si tratta di un attacco alla innocenza fiduciosa nel poter trovare sempre amore e bene, si tratta di una forma di aggressione alla capacità di leggere la realtà e di affidarsi alle intuizioni empatiche che regolerebbero così correttamente le relazioni, si tratta di un’aggressione al bisogno di comunicare tra esseri umani secondo il vero dell’esperienza, secondo il vero di quanto ci risulta nella carne e nel corpo, nell’anima. La crudeltà, prima di ogni altra cosa, cerca di distruggere dal di dentro, minando amore, fiducia, realtà, speranza.

 

In Francia è nata una comunità di ricerca intorno al dilagare della crudeltà: una delle rappresentanti più conosciute è Marie France Hirigoyen, una psichiatra, psicoanalista , esperta in “vittimologia”, una nuova disciplina per la quale in Francia è stata istituita una cattedra. Hirigoyen ha elaborato uno degli approcci pionieristici tra i più simili a quello che è stato elaborato da Diotima nel seminario “La magica forza del negativo”. In Molestie morali, un suo libro fondamentale[5], Hirigoyen rompe finalmente lo schema un po’ volgare della collaborazione tra carnefice e vittima e denuncia la violenza silenziosa che molte persone, donne soprattutto, subiscono nella vita quotidiana, una violenza che non si scorge nemmeno se si prova a mostrarla perché è sotterranea e chi aggredisce sa sedurre, persuadere, manipolare. La psichiatra sostiene la completa innocenza delle vittime di quello che può essere considerato un “vero e proprio assassinio psichico” e lancia l’allarme sulla diffusione della violenza perversa, della crudeltà, senza fare alcun sconto a chi la impone nei luoghi di lavoro, nei legami familiari, nei legami di coppia. A proposito di luoghi di lavoro: un altro rappresentante di questa scuola è Christophe Dejours (psichiatra e psicoanalista) che, in un libro tradotto con il titolo L’ingranaggio siamo noi[6] descrive lo scenario della nostra vita quotidiana come quello di un conflitto armato, una guerra economica in cui si sacrificano le vittime “sull’altare del neoliberismo”, e punta il dito sulla complicità diffusa alle angherie, sulla rassegnazione fatalistica alle ragioni micidiali della organizzazione e della produzione. Secondo Cristophe Dejours, il mondo del lavoro è il mondo in cui più si sta esercitando questa forma di crudeltà attraverso “l’istituzione della menzogna”, cioè l’uso della negazione del reale, la confusione tra vero e falso per coprire la crudeltà dei processi organizzativi, la cancellazione del valore conoscitivo dell’esperienza concreta. È la stessa strategia comunicativa e aggressiva usata nella violenza perversa nei rapporti affettivi. Non a caso Dejours trova adeguata l’espressione “distorsione comunicativa”[7], elaborata da Habermas,  per indicare lo scarto tra le comunicazioni che riguardano l’organizzazione prescritta e l’organizzazione reale o necessaria, cioè “ la negazione reale del lavoro che scarica i fallimenti dell’organizzazione manageriale su chi lavora incolpando di negligenza, incompetenza, malevolenza, esattamente come fa l’aggressore psichico con la sua vittima.” Dejours racchiude questi fenomeni disgregatori della verità come “razionalizzazione del male”, come “cinismo virile” che ignora la sofferenza che comporta questa razionalizzazione perversa. Nella crudeltà di questo tipo, quella che non finisce direttamente sui corpi ma si dirige sul senso della verità e della realtà, la questione fondamentale è rappresentata dalla distorsione nella comunicazione che delegittima l’autocoscienza, la percezione di chi si è e di che cosa si sta facendo veramente, di cosa corrisponda veramente o no ai dati intuitivi e sensoriali..

È facile comprendere il debito di Dejours nei confronti di Hannah Arendt e della sua teoria della “banalità del male”[8] maturata durante l’osservazione del nazista Eichmann processato a Gerusalemme, dove l’ufficiale si difendeva declinando ogni responsabilità nello sterminio degli ebrei perché per lui si era trattato “solamente” di aver ubbidito agli ordini. La complicità diffusa con la “razionalizzazione del male” nel mondo del lavoro contemporaneo è paragonabile, secondo lo psichiatra francese, al comportamento indifferente, cinico e perciò crudele del gerarca studiato dalla Arendt. Indubbiamente c’è in corso una mutazione antropologica che rende totalmente passivi nei confronti della crudeltà banalizzata, perché resa quotidiana, della crudeltà resa normalità, della distorsione comunicativa come mezzo manipolatorio che uccide l’interiorità per asfissia del vero e della sua attingibilità per via di esperienza. Di fronte a tutto questo Dejour propone di “lavorare direttamente alla decostruzione scientifica della virilità come menzogna” e di “riprendere la questione etica e filosofica del coraggio liberato dalla virilità, partendo dall’analisi del coraggio femminile e dall’esame di forme specifiche di costruzione del coraggio nelle donne, forme di comportamento che non tentano di opporre negazione alla sofferenza e alla paura, non propongono il ricorso alla violenza, non procedono alla razionalizzazione e non hanno a che fare con la ricerca della gloria.”[9]

 

A questo punto sembra abbastanza evidente, seguendo il filo del discorso a partire dai suggerimenti contenuti nel racconto di Flannery O’ Connor, che forse è venuto il momento storico di chiudere definitivamente l’argomento della correità delle vittime, e in particolare della correità delle donne con i loro carnefici; questa chiusura significa rendersi conto che sono proprio la “tentazione del bene” e la “volontà di bene” a essere le vere forme di correità. Essendo “buone e compassionevoli” si diventa complici dei comportamenti crudeli che si nutrono del piacere di far fallire l’indulgenza, la giustificazione, l’atteggiamento amorevole, la sollecitazione morale, come faceva la nonna con il Balordo, o come fanno molte donne vittime di femminicidio.

Vedo la complicità profilarsi anche in quella forma di inerzia evocata da Luisa Muraro nella sua lezione che porta a perdere il cielo, a lasciarlo ai violenti. Il cielo è conquistato dai violenti quando per via di tentazione del bene soprattutto, o per via della paura della solitudine si scivola nell’acquiescenza fino a perdere il cielo, cioè a sfinirsi nel chiedere amore, riconoscenza e bene là dove c’è solo disprezzo e violenza perversa. Hirigoyen stessa sostiene che è proprio l’insistita, inefficace, disperata, inascoltata richiesta di amore e di riconoscenza a innescare l’odio e il sadismo nel perverso narcisista che, stando ai racconti delle nostre compagne, amiche e sorelle, è un tipo abbastanza comune di comportamento virile nelle coppie: tanto più una donna chiede amore, tanto più si scatena violenza verso l‘anima, il cuore e la psiche. Malamore, odio, sadismo, misoginia: quante volte abbiamo ascoltato racconti in cui si fa questo elenco che ferisce molte relazioni. Allora forse bisognerà farsi coraggio e provare a chiudere definitivamente la chiamata a correo delle donne, chiamata ancora presente in approcci psicologici volgarizzati, mentre nemmeno l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera più credibile lo schema che lega il carnefice a donne vittime complici e compiacenti. Gli autori e le autrici della scuola francese a cui ho accennato delegittimano l’idea che la vittima sia complice del proprio carnefice o che addirittura vi siano masochiste inguaribili che cercano chi farà loro del male. Esistono invece vere vittime, per nulla compiacenti, finite in trappole relazionali impossibili da prevedere all’inizio di incontri che si presentano luminosi e pieni di promesse d’amore. Dobbiamo cancellare definitivamente la chiamata a correo, perché altrimenti si lascia il cielo ai violenti, che continueranno a farla franca con facilità, ma allo stesso tempo dobbiamo riflettere ulteriormente sull’avvertimento dato da Simone Weil: “Al contatto della forza, l’uno e l’altro, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.”[10] Nella logica del discorso che sto conducendo è fondamentale notare quel “o” posto da Simone Weil tra “muti” e “sordi”. Non capita infatti la stessa cosa al/alla crudele e alla sua vittima: chi colpisce è “muto” – non è in grado di comunicare e anzi aggredisce la comunicazione come qualcosa di odioso, o addirittura aggredisce con il mutismo, con il silenzio violento e destrutturante. Chi è colpita (o colpito), diventa “sordo”, può non essere più in grado di udire la violenza crudele delle non-risposte, o anche la crudele volontà di indurre l’annientamento dell’altro con il disprezzo, e cadere perciò sordamente nella irreale opera del cambiamento dell’altro. Insomma si resta innocenti fino a che il male si rivela nella sua evidenza, ma il contatto prolungato e insistito con chi fa del male non lascia innocenti perché induce una forma di complicità che riguarda l’opporre il proprio voler bene.

 

Ricordiamo che Luisa Muraro ha affrontato la questione della violenza, necessaria perché efficace, coniugandola al bisogno di giustizia – il vero problema –, e alla altrettanto giusta intenzione di perseguire la giustizia. La sete di giustizia che accompagna il cammino umano esige di non disdegnare l’adeguato gesto violento. Sono d’accordo con questa messa a fuoco perché va d’accordo con la genealogia femminile del gesto politico: ricordiamo che un attributo che accompagna la sovranità di Maria di Nazareth è speculum justitiae, specchio della giustizia che indica la capacità di riflettere  ciò che ristabilisce l’equilibrio giusto nel mondo e nel cosmo. Questo attributo conferito a Maria nelle Litanie Lauretane sembra ricongiungere la vicenda terrena della vergine di Nazareth con quella della vergine detta Astrea, un’antica figura che porta in sé il compito di riportare la giustizia sulla terra[11]. Ma nel caso della crudeltà su cui sto riflettendo, proporre il gesto che fa giustizia, anche se violento quanto basta, forse non basta perché non c’è alcuna ricezione né intuizione da parte di chi programmaticamente distorce la realtà fino al punto da farne saltare la percezione a chi è vittima di tale distorsione; non c’è possibilità di ristabilire giustizia perché si è verificato che, in quasi tutti i casi di crudeltà, non c’è una violenza adeguata se non quella che Simone Weil indica come estremo ricorso nella Prima Radice[12]. Ma poiché ci fa inorridire non la consideriamo e vediamo, invece, se non sia possibile perseguire la giustizia coniugandola con altre misure, per i gesti e per le pratiche. Flannery O’ Connor ci insegna che questa misura è il bene, che però è ritenuto da lei come un’impossibile umano, come un dono della grazia, solamente.

Nella ricerca delle donne, delle pensatrici femminili e femministe, il bene è spesso chiamato Amore, ma voglio provare a parlare qui proprio di bene. Desidero provare a parlarne perché sono convinta che sia necessaria la riconcettualizzazione di ogni nome che porta con sé troppe stratificazioni della cultura di radice maschile, dunque accademica o istituzionale o schiettamente patriarcale.

In effetti, il “bene” ha già avuto un inizio di ri-concettualizzazione secondo un orientamento femminile; mi riferisco soprattutto al lavoro di due pensatrici lontane nel tempo tra di loro, ben sapendo che ce ne sono molte altre, compresa la mia amata Zambrano. Le due a cui intendo fare riferimento sono una filosofa, Helene Von Druskowitz, che nel 1891 all’età di 35 anni fu chiusa in manicomio, e una scrittrice-filosofa, Iris Murdoch. Helene Von Druskowitz non è mai stata studiata come meriterebbe, anche se è una grande pensatrice. Ci sono momenti del suo pensiero che potrebbero andare benissimo d’accordo con quello che dopo di lei ha sviluppato Iris Murdoch. Che cosa scrive la Von Druskowitz a proposito del bene? Nel suo momento storico (seconda metà dell’800) si discute, nella contesa filosofica, di libero arbitrio, di senso di responsabilità, di libertà, e la filosofa prende parte per la piena e totale responsabilità personale e, perciò stesso, per l’imputabilità in ogni condizione si svolga un crimine: “Responsabilità e imputabilità non smettono di esistere, distruggendo l’ipotesi di un’attività sovrana dell’Io nell’atto di volontà, ma sono fondate sull’importanza dell’individuo come rappresentante autocosciente di determinate potenzialità della natura”[13] E ancora: “Autore delle sue azioni l’essere umano lo è anche senza premettere la libera volontà se lo si considera, se egli stesso si considera espressione parziale di un determinato lato della natura… A ogni persona conformemente al suo carattere fisico e intellettuale è data una certa sfera che in nessuna direzione si trasgredisce impunemente.”[14] In queste estrapolazioni si legge un ridimensionamento dell’ipotesi di un’attività sovrana dell’io nell’atto di volontà, in cambio di una inaggirabile assunzione di responsabilità dell’individuo come rappresentante autocosciente di determinate potenzialità della natura presenti anche in ciascun essere umano. La filosofa fa dunque riferimento alla violenza che è già là per potenzialità inscritte nella natura e lo fa mentre si avvicina il momento inaugurale della psicoanalisi e dunque della frammentazione del soggetto, che è stata intesa anche come sua deresponsabilizzazione, mentre – sostiene Von Druskowitz – anche se si sospendesse l’integrità dell’Io e perciò un uomo non avesse più padronanza completa di sé, ebbene anche in quel momento non decadrebbero né responsabilità né imputabilità perché entrambe sono fondate sulla natura originaria degli individui, sono fatte della stessa pasta di cui è fatto l’essere umano, che si chiami tale. Von Druskowitz spende molto del suo impegno filosofico per contrastare tutte le posizioni che cercano una giustificazione agli atti crudeli, come faranno quelle che si ispireranno alla psicoanalisi per invocare l’attenuante delle infanzie difficili, dei genitori cattivi, della difficoltà a uscire dalle abitudini, ecc. Ma c’è di più: nella ricerca della filosofa ci sono i motivi per sostenere la fuoriuscita dallo schema logico causa-effetto, a sua volta usabile come ottima giustificazione che promuove l’effetto, la crudeltà, come conseguenza innocente e automatica di una causa-movente (è crudele perché ha subito violenza, ci sono le frustrazioni, i maltrattamenti infantili, la mamma disfunzionale, ecc.). Una volta che si introduce la distruzione del perfetto funzionamento dell’Io per qualche causa, allora un individuo se fa del male non ha più la piena responsabilità. Helene Von Druskowitz è una pensatrice radicale che non ammette nell’agire umano crudele l’alibi della patologia.  Nelle sue “proposizioni cardinali pessimistiche”[15] lancia un’invettiva terribile contro i maschi, perché sono principalmente loro ad usufruire della non imputabilità, della non responsabilità, e questa invettiva è così inflessibile e così sgradevole per chi ama il quieto vivere che, non per caso, è finita in manicomio anche se era perfettamente sana di mente. L’indignazione senza sconti e senza consolazioni nei salotti borghesi non è mai stata ammissibile.

Ciò che offre la sua filosofia femminile radicale solamente ora è stato acquisito dalla osservazione psichiatrica e dalle formazioni impartite a coloro che andranno a operare nei centro antiviolenza: la sua filosofia sorregge ciò che è stato necessario esperire drammaticamente nei casi di femminicidio odierni, e cioè che non si devono considerare malati quelli che hanno picchiato, molestato moralmente, ammazzato fisicamente o psichicamente la loro compagna. Deve essere tenuta ferma la responsabilità e l’imputabilità sempre e comunque, perché sempre e imprescindibilmente siamo in grado di scegliere quello che fa bene e quello che fa male, poiché siamo sempre costituiti di parti della sostanza della natura che da sempre “è già lì”.  Fare del male, dice Von Druskowitz, è sempre una scelta.

 

Iris Murdoch ha la stessa posizione riguardo alla responsabilità e all’imputabilità delle azioni malvagie. Nel suo lavoro sulla “sovranità del bene”[16] si disloca rispetto alla tradizione che si appoggia sul senso del Bene moralisticamente o metafisicamente, e ci insegna prima di tutto a cercare all’interno dell’esperienza umana il significato e il mistero della nostra vita che, secondo lei, non ha l’obbligo di cercare alcun principio fuori di sé: “Il nostro destino può essere preso in esame ma non giustificato o spiegato nella sua interezza. Siamo qui, semplicemente. E se c’è un qualche tipo di significato o di unità nella vita umana, il cui sogno non smette di ossessionarci, si tratta di qualcosa di altro genere, che deve essere ricercato all’interno di un’esperienza, quella umana che non ha nulla fuori di sé.”[17] Non saper spiegare nella “sua interezza” la condizione umana apre le porte anche alla considerazione del male come mistero incarnato, non come principio metafisico.

Non c’è forse contraddizione nel contrappunto a cui io sottopongo una pensatrice come Flannery O’ Connor, cristiana e osservante dei dogmi della Chiesa cattolica, e una pensatrice che si dichiara non credente? Direi di no perché la O’Connor, a sua volta, dice che bisogna cercare di capire ciò che ci accade dall’interno dell’esperienza umana che si volge tutta intera nel “territorio del diavolo”[18], questo pianeta che è teatro del piacere della crudeltà. Anche lei come Iris Murdoch sostiene ciò che nel materialismo della filosofia di origine maschile non è possibile affermare: l’esistenza del mistero nella stessa condizione umana. Il materialismo tradizionale, compreso quello consumistico contemporaneo, dice che come non c’è nulla al di fuori dell’esistenza terrena, tanto più non ci può essere mistero in questa nostra condizione. Iris Murdoch rovescia completamente questa posizione perché ammette da subito qualcosa di misterioso che accompagna la vita umana, quindi è una pensatrice metafisica sui generis, perfino potremmo dire che sia una pensatrice della trascendenza nell’immanenza, ed è questa una delle novità del pensiero femminile: il fatto che rinuncia a ricorrere a Dio per spiegare tutto ciò che ci accade, mentre nello stesso tempo non nega la trascendenza.

Iris Murdoch dunque dice che, per cominciare, bisogna “cogliere come connaturato a quel particolare genere di creature che siamo il fatto che l’amore debba essere inseparabile dalla giustizia, così come la visione chiara dal rispetto del reale.”[19]. Dunque qui è rappresentata e sviluppata la concezione della Von Druskowitz (ciò che ci costituisce è “connaturato”). Ma se è vero che la violenza è già là, alle origini, e noi ne siamo “fatti”, Iris Murdoch aggiunge anche il bene là, alle origini, anche se non si interroga su chi ce l’ha messo, differentemente da Flannery O’Connor che lo toglie dalla capacità umana di produrlo come “natura” propria. Il corto circuito che si crea nel destino umano tra bene e crudeltà è da entrambe accettato come misterioso, ma la ricerca tutta interna alla condizione umana permette a Iris Murdoch di concepire  l’amore, cioè il bene, come inseparabile dalla giustizia, quindi come qualcosa alla nostra portata. Ma ci fa fare un passo ulteriore: mette in analogia il saper fare giustizia-bene  al potere conservare e coltivare una visione chiara che è sinonimo di “rispetto per la realtà”. Se ritorniamo a pensare a quella forma dei rapporti che emerge sulla superficie del presente e si annuncia con la distorsione comunicativa come un’arma tagliente e mortale, comprenderemo come la giustizia-bene sia pienamente interdipendente dal rispetto per la realtà inteso come desiderio di comunicazione chiara e veritiera, di coltivazione di un linguaggio comunicativo che sia, per l’appunto, speculum justitiae. Dalla visione chiara, dal parlare secondo il vero reale dipende il saper fare giustizia: ecco perché il bene è sovrano rispetto ad altre virtù politiche, ecco perché non si tratta di un concetto morale, ma pienamente politico. L’amore assicura la risposta “giusta”, è un esercizio di giustizia e di realismo, è un guardare a occhi aperti e realisticamente, accettando ciò che non si può né piegare, né spiegare razionalmente, né cambiare. Qui sta la prova più grande: “La difficoltà sta nel mantenere l’attenzione fissa sulla situazione reale, e nell’impedirle di ritornare furtivamente all’io con le sue consolazioni, autocommiserazioni, risentimento, fantasia e disperazione.”[20] Si sentirà qui una risonanza con Simone Weil e la sua disciplina dell’attenzione che la Murdoch non ha difficoltà a riconoscere e che, in sintonia con Weil, traduce nel mantenere l’attenzione fissa alla situazione reale “senza consolazione” e la assume come una delle posture che possono mantenere il bene nell’ambito dell’esperienza riconcettualizzata dalle donne. La difficoltà, lo sappiamo, sta nell’impedire di ritornare all’io, al continuo riferimento a sé; un compito, una pratica, un esercizio quelli di guardare il mondo così com’è non conquistati una volta per tutte, ma da coltivare ogni giorno, così come va coltivato ogni giorno il bene-giustizia che aiuta a rispettare la realtà e la verità dell’esperienza.

E per completare leggiamo ancora che il bene ha in sé “ un assoluto essere-per-nessuno-scopo. Si potrebbe dire che la morale autentica sia una sorta di misticismo non esoterico, che ha la sua scaturigine in un amore austero per il Bene privo di consolazione.” [21] Dunque il bene riconcettualizzato da Iris Murdoch non è moralistico, come già sapevamo, ma per esserlo non deve avere scopo, perciò non si tratta della tentazione del bene, non significa essere buoni per ricevere i complimenti altrui, non significa tentare di convincere altri ad essere buoni o a diventarlo. Questa forma dell’amore ripensato dalle donne non disdegna la sofferenza, non esclude che la vita, la realtà, il mondo così com’è comporti una dose di sofferenza. E’ una forma di amore che è interamente riposta nel saper leggere chiaramente la realtà e restituirla nella verità che ci risulta, nel guardare il mondo e le cose che vi capitano senza vie di fuga: “ (Dire che) il Bene è una realtà trascendente significa (dire) che è il tentativo di squarciare il velo della coscienza egoistica per congiungersi al mondo come esso realmente è.”[22] Questo ci riporta al punto sottolineato da Dejours: impariamo dal coraggio delle donne che concepisce il bene senza consolazione, il bene per nessuno scopo, l’umiltà del rispetto disinteressato per la realtà.

 

Dovrebbe essere divenuto chiaro il punto per cui il bene resta misteriosamente libero, efficace e quasi indefinibile. Carla Lonzi direbbe, allo stesso modo, che c’è un universo senza risposte che mette alla prova il femminismo. Anche Carla Lonzi, controcorrente rispetto alla corsa per erigere difese improbabili contro la sofferenza contenuta nella condizione umana, voleva che il femminismo si assumesse questo compito di praticare l’amore necessario per stare in un “universo senza risposte”, in un essere del bene senza scopo, in un mondo privo di finalità chiaramente leggibili per noi umani. Questo è il percorso che mi è stato necessario per capire di che cosa si trattava quando si evocava il coraggio delle donne da opporre al “cinismo virile” che sorregge la crudeltà. Iris Murdoch dà alle donne il compito di presidiare la concezione del bene che ha proposto, riconosce che agisce nelle donne questa concezione del bene, perché gli esempi che fa sono umili, minuscoli, direi casalinghi: “La persona comune, a meno di non essere stata corrotta dalla filosofia, non crede di creare valori con le proprie scelte. Essa pensa che alcune cose siano realmente migliori di altre, e di poter sbagliare a questo riguardo. Di solito non ha dubbi riguardo alla direzione nella quale si trova il Bene.”[23] Ma qual è l’unico esempio che Murdoch fa per illustrare come si comporta una “persona comune”?  Eccolo: “Quando ci sforziamo di amare in maniera perfetta ciò che è imperfetto, il nostro amore si dirige verso il suo oggetto attraverso il Bene, così da essere purificato e reso disinteressato e giusto. E’ il caso della madre che ama il bambino ritardato o la seccante parente anziana… è il segno inequivocabile del fatto che siamo creature spirituali, attratte dall’eccellenza e fatte per il Bene.”[24]

 

Dato l’esempio proposto, possiamo dire che anche per Iris Murdoch si tratta di imparare dalle donne. Perché per le donne è più facile orientarsi al bene? Perché è una qualità dell’autorità femminile, potremmo rispondere; perché c’è un amore per la realtà rimasto intatto in quanto non ha collaborato con molte finzioni costruite nel mondo voluto dagli uomini; perché anche in presenza della crudeltà che attacca con odio e aggressione la risposta che le donne danno resta comunque un’ostinata, anche se inutile, richiesta d’amore.  E perciò bisognerà trovare forme nuove con cui indicare agli uomini la necessità di una radicale assunzione di responsabilità nell’essere i principali autori della violenza crudele che oggi sta conquistando perfino l’anima di parecchie donne. Noi donne dobbiamo vigilare su questo strambo raggiungimento di parità, perché se contiene qualche verità il percorso che ho proposto, bisogna lasciare le responsabilità a chi le ha, smettere voler cambiare chi non chiede di farlo, se si vuole mantenere la radicalità della pratica del bene, compito quotidiano che la genealogia di pensiero che ho rintracciato mette in conto alla radicalità dell’autorità femminile.

Sono consapevole tuttavia che rimane sul tavolo della ricerca un’altra domanda: perché a molti uomini piace la crudeltà? Qui si apre un’altra storia che va ancora risignificata.

La inauguro proponendo una lettura che aiuta a pensare la questione: si tratta del capitolo intitolato “Voler bene e amare” della psicoanalista Françoise Dolto dove, sulla base delle evidenze cliniche del suo lavoro, fa la differenza sessuale e mostra come il voler bene e l’amore siano entrambi necessari alle donne per la pienezza della nostra vita spirituale e materiale. Agli uomini no, agli uomini basta l’amore inteso come desiderio sessuale e scrive: “Un uomo non prova l’angoscia della solitudine fintantoché può lavorare, creare e appagare il proprio desiderio sessuale, quale che sia la sua compagna, benché non l’ami d’amore né le voglia bene.”[25] Questo non provare l’angoscia della solitudine, essere in grado di non provare sofferenza, ha fatto sì che si sia plasmata l’interiorità fino al punto che, anche di fronte alla sofferenza altrui, è diventata struttura della comunicazione? A questo noi donne non possiamo rispondere, in un momento in cui torniamo a constatare come sia difficile per un uomo amarci e volerci bene, come testimonia l’aumento paradossale della misoginia in un mondo che vede l’inarrestabile protagonismo femminile.

Forse vale la pena rilanciare sempre di nuovo l’auspicabile femminilizzazione qualitativa della società, chiedere con fermezza l’assunzione totale delle responsabilità che qualificano l’azione storica dei sessi, abbandonare il fantasma della complicità con gli esseri crudeli, e fare avanzare l’autorità femminile portatrice del bene-giustizia.

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NOTE
[1] Cfr. Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, a cura di Ottavio Fatica, Theoria, Roma 1997. Questo libro è una raccolta di interventi pubblici in cui l’autrice espone la sua idea circa la realtà in cui viviamo (il titolo rende l’idea) per trovarvi “lo spirito che la rende quella che è”. La sua indagine senza consolazioni è perseguita per “provocare un terremoto delle coscienze.”

[2] Cfr. Annarosa Buttarelli, “Maledire, pregare, non domandare” in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005, pp.35-51.

[3] Flannery O’Connor, “Un brav’uomo è difficile da trovare”, in id., Tutti i racconti, vol. 1°, a cura di Marisa Caramella, Bompiani, Milano 1993, pp. 132-148.

[4] Così ho chiamato nel saggio “Maledire, pregare, non domandare” ciò che Diana Sartori ha formulato come “tentazione del bene” nel suo saggio nello stesso volume La magica forza del negativo, cit.

[5] Marie-France Hirigoyen, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, tr. di Monica Guerra, Einaudi, Torino 2000.

[6] Christophe Dejours, L’ingranaggio siamo noi. La sofferenza economica nella vita di ogni giorno, tr. di Erica Mannucci, il Saggiatore, Milano 2000.

[7] Cfr. J. Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, 2 voll, Il Mulino, Bologna 1986.

[8] Cfr. Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964  (1° ed.).

[9] C. Dejours, L’ingranaggio siamo noi, cit., p. 190.

[10] Simone Weil, “L’Iliade poema della forza” in Ead., La Grecia e le intuizioni precristiane, tr. di Margherita Harwell Pieracci e Cristina Campo, Borla, Roma 1984, p. 31.

[11] Cfr. Francis A. Yates, Astrea. L’idea di Impero nel Cinquecento, tr. di Enrico Basaglia, Einaudi, Torino 2001. Un testo di grande valore che spiega la vicenda di Astrea come mito della renovatio, del ritorno della giustizia.

[12] Simone Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, tr. di Franco Fortini, Edizioni di Comunità, Milano 1973.  Qui si legge: “Come il musicista desta con i suoni il sentimento della bellezza, così il sistema penale deve destare nel delinquente il sentimento della giustizia mediante il dolore, o persino, se occorre, mediante la morte.”

[13] Helene von Druskowitz, “Sono possibili la responsabilità e l’imputabilità senza supporre il libero arbitrio?”, in Ead., Una filosofa dal manicomio, a cura di Maria Grazia Mangione, pres. di Luisa Muraro, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 31.

[14] Ivi, pp. 30.32.

[15] Cfr. Ivi, pp. 43-58.

[16] Iris Murdoch, La sovranità del bene, a cura di Giuliana De Biase, Carabba ed., Lanciano 2005.

[17] Ivi, p. 137.

[18] Cfr. Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, cit.

[19] Iris Murdoch, La sovranità del bene, cit., p. 149.

[20] Ivi, p. 150.

[21] Ivi, p. 151.

[22] Ivi, p. 152.

[23] Ivi, p. 157.

[24] Ivi, p. 162.

[25] Françoise Dolto, “Voler bene e amare (nel loro rapporto col desiderio sessuale nell’infanzia e nell’età adulta)”, in Ead., Il gioco del desiderio. Saggi clinici, tr. di Salvatore Maddaloni, SEI, Torino 1987, p. 258.

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