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Un altro maschile. Il desiderio arcano d’essere uomo.

L’interiorità è sessuata, come ogni pensiero e modo di stare al mondo, ed è mutante, la vostra è senz’altro più curiosa e tenace, più ricca di iniziativa e di coraggio. Più loquace e al contempo più riservata. […] Sia segreta, sia estroversa: disperata, dolente, come sovente è la nostra. In quell’urlo che però ci resta in gola.”

(Duccio Demetrio, L’interiorità maschile)

 

 

Questo intervento prende le mosse da spunti molto differenti, ma che lentamente si sono intrecciati in me, tessendo un’unica trama e aprendomi un nuovo orizzonte di pensiero e di speranza.

Alcune riflessioni sono nate dalla lettura degli articoli di Massimo Recalcati, Ida Dominijanni, Pietro Bianchi e Chiara Zamboni, pubblicati qualche mese fa su Il Manifesto e riferiti al preoccupante quadro delineato dal rapporto annuale del Censis sulla condizione sociale del nostro Paese.[1] Ma il germe di questa idea viene dall’ultimo incontro di Diotima, durante il quale Diana Sartori e Luisa Muraro si interrogavano sulla difficoltà degli uomini a rapportarsi in prima persona alla crisi del patriarcato che li ha travolti, sulla loro incapacità di dare parola, e forse anche ascolto, al proprio inconscio e sul peso che, invece, sembrano dover portare su di sé le donne, quasi toccasse loro assumersi anche questa responsabilità, quella di vivere sulla propria pelle il disorientamento negato e rimosso dai loro compagni maschi.

L’incontro con il testo di Duccio Demetrio, L’interiorità maschile. La solitudine degli uomini[2], ha poi fatto il resto. Si tratta di un testo molto ricco e appassionato, incentrato sul ripensamento del maschile alla luce della scoperta di un’interiorità profonda e troppo spesso trascurata a favore di stereotipi appartenenti al genere considerato dominante, forte della sua assenza di scrupoli, ripensamenti o domande di senso.

Pian piano, incrociando tutti questi fili, ha preso forma e consistenza l’idea che si stia affermando, con una certa urgenza, anche un altro modo del maschile, un modo che non appartiene “né al patriarcato né al padre perverso”[3], ma che nasce dal desiderio arcano di essere ‘uomo’.

Procedo per gradi.

Il fuoco del dibattito, presentato su Il Manifesto, riguarda la questione della crisi che ha investito, con il crollo del patriarcato, sia la Legge (del Padre, ma anche del dettato religioso e della stessa coscienza), sia il desiderio, divenuto via via sempre più fragile, fiacco, ridotto a smania mortifera di un appagamento immediato e senza regole.

Da un lato si è assistito all’evaporazione del padre, alla rottura del bilanciamento fra Padre simbolico – ovvero l’istanza che permette l’assunzione di ruoli e posizioni, determinando l’ordine sociale – e Padre reale, una persona fisica che incarna questa istanza. “Nella relazione di equilibrio fra padre simbolico e padre reale,  il primo aspetto declina rispetto al secondo, così che il padre finisce per diventare un uomo empirico qualunque, «senza qualità».”[4] Perduto il suo carattere simbolico, la Legge, di cui il Padre resta luogo, si è trasformata nella logica del Padre-che-gode senza limiti, del Padre perverso, quello “della violenza acefala, pulsionale, che non si fa progetto, desiderio; che non si fa parola, ma solo passaggio all’atto.”[5]

Dall’altro lato si partecipa allo spegnimento del desiderio, alla sua riduzione a capriccio, a libertà degenere di fare tutto ciò che si vuole. Degenere, perché il desiderio è tale solo nell’articolazione produttiva con il suo limite e “l’appagamento senza limiti” dà vita, invece, a una posizione perversa, “perché incapace di ‘sopportare’ il limite.”[6]

“Se il desiderio è senza oggetto perché è slancio, apertura verso il nuovo, verso l’alterità, verso l’imprevisto, se – appunto – il desiderio non ha mai un oggetto, il «discorso del capitalista» sostiene l’illusione che solo nella fede dell’oggetto vi sia salvezza.”[7] Secondo la lettura di Massimo Recalcati, l’epoca attuale esprimerebbe il punto più alto di questa illusione-perversione: il berlusconismo rappresenta, infatti, la stagione del potere in cui la realizzazione del godimento immediato è divenuta l’unica possibile forma di legge, in cui il capriccio ha perso qualsiasi dimensione privata per farsi “legge ad personam”[8].

Un godimento sfrenato, sganciato da un qualsiasi orientamento progettuale e simbolico, avrebbe occupato tutta la sfera umana, non solo privata ma anche pubblica, politica, restituendoci l’immagine di una società sempre più misera, povera sia di desiderio che di legge, “i quali o vivono in una tensione reciproca o muoiono entrambi” [9].

Ciò che l’intervento di Recalcati, a mio avviso, mette in luce in maniera più preoccupante, è che la società che si è identificata col modello berlusconiano – che personificando il “discorso del capitalista”, sostiene la fede cieca nel possesso, nel potere senza misura e senza scandali, nel qui e ora della propria conquista -, è una società che, rinunciando a vivere all’altezza del proprio desiderio, resta prigioniera di un presente appiattito al livello degli oggetti, senza slancio, senza futuro. Una società senza profondità, completamente sorda al suo inconscio, privato di linfa vitale, di materia su cui lavorare, e nell’ipotesi più rosea, irrimediabilmente afasico.

Perché il desiderio ha natura inconscia. “E dunque non è in realtà qualcosa che io ‘posseggo’, ma qualcosa che mi possiede […]. E’ questa spinta che pur venendo da me stesso, mi trascende.[…]. E da questo punto di vista il desiderio sempre si accompagna all’imprevisto, alla sorpresa, all’inaudito, al non ancora visto, al non saputo. La dimensione dell’incognita e dunque per certi aspetti quella dell’avventura, della creazione e dell’invenzione – appartiene alla dimensione del desiderio. Di fronte ad esso non possiamo fare appello ad un sapere capace di ridare al soggetto la padronanza del proprio essere.” [10]

Per riuscire a ricollocarsi rispetto alla crisi che ha investito Legge e desiderio, a ritrovare una direzione, la strategia è pertanto quella di mettere in campo un altro tipo di sapere, non istituzionalizzato, non oggettivo, una sapienza, che abbia fatto tesoro di pratiche, relazioni e patti simbolici, non rigettando la dimensione pulsionale, ma accettandone il rischio, “che è poi il rischio […] del lato inconscio del corpo”[11].

Il movimento femminista è stato in grado di interpretare questo azzardo. La sofferenza che segna il vissuto e il pensiero delle donne, in seguito al crollo del patriarcato come forma storica, racconta in primo luogo della “porosità tra pulsioni e simbolico”[12] di cui l’esperienza femminile è così intimamente intrisa. Racconta, poi, della straordinaria capacità delle donne di stare vicine alla propria interiorità, al proprio inconscio e della forza che ha permesso loro di dare parola a queste istanze. Racconta di un’altra forma di sapere che è sapienza di partire da sé per andare incontro al mondo. Racconta, da ultimo, l’importanza della testimonianza come mezzo per educare il desiderio. Perché la testimonianza della propria esperienza altro non è se non “un sapere che si incarna in un desiderio”[13], permettendogli di lavorare, ancora una volta “sottotraccia”, al mutamento del mondo.

Le donne sono sempre state più dalla parte del desiderio che dalla parte della Legge, forse anche per abitudine consolidata ad essere escluse dalle dinamiche dettate dal patriarcato. Al desiderio si sono affidate con tutte se stesse, facendone motore del proprio pensare e del proprio agire pratico.

E se è vero che è a partire dall’esperienza, dalle pratiche simboliche, che il desiderio trova nuovo nutrimento e vitalità, muovendo il pensiero, la creatività e l’azione, le donne si sono rese protagoniste di una politica che ha posto proprio il desiderio al centro, così come al centro sono stati posti i vissuti e i legami profondi intessuti di mondo e con il mondo. “E’ nelle pratiche simboliche che il lato pulsionale diventa forza creativa e dinamica.”[14] E’ in queste pratiche che il desiderio minacciato può trovare ancora respiro e forza trasformativa.

Gli uomini hanno meno dimestichezza con la pratica dei vissuti e risultano più refrattari alla voce che risuona al loro interno.  Sono – per stereotipo – più rigorosi, meno disposti a doversi misurare con l’imprevisto, con il caos, con la “contaminazione di sé” cui il desiderio ci espone, con il conflitto e la solitudine a cui la dimensione pulsionale irrimediabilmente ci consegna. Per preservare un’identità “di pietra”, immune da rischi o inconvenienti, scontano il caro prezzo dello spegnimento di ogni moto desiderante, che non sia schiavitù nei confronti di un oggetto.

Ma ci sono anche uomini che non accettano di dimenticarsi di sé, del proprio corpo, del proprio inconscio. Che guardano al modello maschile consolidato con sguardo critico, auspicando ad un nuovo modo di essere uomini che non si identifichi nella violenza del potere, ma neppure nell’astrattezza di una legge senza corpo. Uomini pronti a stringere nuove alleanze con quel mondo femminile che per primo ha sfidato e ‘minato’ l’ordine simbolico del Padre.

Lo si sente nelle parole di Pietro Bianchi, che nella crisi del patriarcato riconosce anche l’interruzione del meccanismo di trasmissione del sistema simbolico che ha segnato quella forma storica, fatto che può lasciar sperare non solo nella ‘liberazione’ di un altro maschile, ma anche nella diffusione di nuove forme di condivisione delle esperienze e di costruzione del desiderio.[15]

E lo si sente anche nelle riflessioni di Duccio Demetrio che, nel testo L’interiorità maschile. La solitudine degli uomini, narra le sorti del maschile, rivendicando una posizione di uomo, più che di maschio e interrogando “con sguardo preoccupato” l’incapacità atavica di questi ultimi di intrattenere una relazione vitale con il proprio mondo interiore.

Demetrio fa leva fin dalle prime righe sulla sua appartenenza di genere: lo sguardo “è il suo”, quello di un uomo che guarda ad altri uomini “non per prenderne le difese, per trovare alibi e scusanti alquanto fragili e impudenti”[16], ma perché “la contesa tra uomini miti, mansueti, riflessivi e i maschi bellicosi, prevaricatori, divorati dalle smanie del potere è tutta interna al genere maschile”[17]. Non soltanto le donne, per prime, ne hanno fatto le spese, bensì tutti coloro che hanno lottato per esprimere una visione della vita (e delle donne) che non fosse maschio-centrica. “La sottocategoria prepotente,violenta, dispotica dei maschi dominanti e dominatori non ha mai cessato di offendere, eliminare o rinchiudere in ghetti di varia natura tutti coloro che tentassero […] di prendere le distanze dai patriarcati culturali, religiosi e politici di ogni tempo.”[18]

Ma si può realmente affermare l’esistenza di due “sottocategorie”, separate e opposte, in grado di intercettare in maniera inequivocabile differenti porzioni di realtà al maschile? E’ davvero possibile tracciare una linea di demarcazione così nitida all’interno del genere maschile?

Demetrio lo fa, forse come provocazione, forse come monito.

I maschi sono coloro che hanno scelto di appartenere all’ordine del potere e della violenza, tramandato loro dai padri. Sono cresciuti con l’idea che “chi si ferma è perduto”, che l’esistere coincide col fare, col trionfare. Sull’onda di questo imperativo, non lasciano mai la presa, non si concedono mai una tregua, terrorizzati dal poter mostrare una qualsiasi debolezza, un’esitazione, un dubbio su se stessi o sul senso del proprio esistere. L’interiorità è regione troppo “friabile e inconsistente. Inconcludente”[19] per addentrarvisi e così camminano su percorsi già tracciati dai loro padri, come automi, illudendosi di essere liberi. Resta loro sconosciuta la bellezza dell’inutile e del gratuito, perché “possono e sanno amare soltanto quello che vedono, trangugiano, comprano, possibilmente con un po’ di sconto”[20]. (Non è difficile riconoscervi i tratti dell’uomo di questo tempo, consumatore di oggetti in nome di un godimento senza limite e senza legge.)

Gli uomini, invece, sono coloro che, al potere dell’arroganza e della violenza, hanno preferito quello delle parole e dell’intelligenza. Più connessi a Eros, al desiderio di sentire, di provare e meravigliati nel turbamento di “scoprirsi viventi”, si sono arrischiati in territori sconosciuti, “votati a contemplare, a frugare negli abissi dell’animo o nel cosmo, a custodire il proprio errante intelletto”[21]. E così si sono scoperti dotati di una profonda sensibilità, di talenti e vocazioni che hanno dato loro la possibilità di rialzarsi come “specie interiore”[22], prendendo le distanze dal modello consolidato dell’homo faber, per divenire piuttosto “inventori e infaticabili artefici di un agire […] in grado di aggiungere ad ogni esperienza pratica e sensibile il sublime mistero della poesia”[23]. Si tratta di una minoranza. Ma una minoranza feconda, di uomini che hanno saputo assumersi il rischio e la responsabilità di addentrarsi nei meandri di se stessi, “in lande desolate dove la solitudine li addestrò alla loro diversità”[24]. E che scoprendo la propria interiorità, hanno potuto creare dei ponti verso l’Altro e verso l’Altra. “L’interiorità ha bisogno di specchi non fabbricati da sé a propria immagine e somiglianza e di qualcuno che li sorregga. Ma diverso da noi. Le occorre il confronto, il riconoscimento della differenza […] Per alimentarsi d’altro.”[25]

Questi uomini, sono stati spinti a vivere l’appassionata vita interiore alla stregua delle donne, condividendo la loro sorte e rubando un po’ della loro energia vitale, “donne più libere e più determinate quando si tratti di conquistare posizioni in fatto di rivendicazioni di un sapere interiore, che è cura di se stesse, senza dimenticare mai il mondo”[26].

La linea è segnata. Quasi fosse realmente possibile ridurre il maschile ad un aut-aut.

La ripartizione in “sottocategorie”, quella di maschio e quella di uomo, può far nascere ora l’obiezione di restituire un’immagine un po’ semplicistica, limitata, debole, del genere cui si riferisce.

Personalmente, ho cercato di guardare oltre l’apparente inconciliabilità che si nasconde dietro a questa opposizione e di leggervi, invece, la volontà, da parte dell’autore, di affermare proprio l’assurdità di questa stessa riduzione. A mio avviso, Demetrio vuole denunciare primariamente un’illusione, la grande ‘favola’ che ha addormentato il maschile narrando si potesse vivere  ‘mutilati’ per sempre di una parte, per guadagnare in virilità, o semplicemente per pigrizia e disattenzione.

Quando, invece, è la fatica di stare nella tensione, mai soddisfatta, fra poli differenti d’attrazione – in grado di spostare energie e resistenze, di disegnare nuove configurazioni – ciò che rende più ricca e più vitale la “forma d’uomo” che ogni uomo è: né solo maschio né solo uomo, bensì un groviglio di sfaccettature, di intenti, di inclinazioni, prodotto di polarità oscillanti, di altalene e contaminazioni che si riflettono in molteplici atteggiamenti e visioni della vita, del mondo.

L’augurio che possa finalmente compiersi la “metamorfosi da maschio a uomo” è, allora, la speranza che l’uomo possa imparare a rinunciare all’ordine delle scelte escludenti e violente, per riscoprirsi altro. E che questa scoperta possa divenire la nuova “conquista”, la nuova “battaglia da vincere” del genere maschile. Ma senza brama di vittoria, senza dominatori e sconfitti, solo con la passione nel cuore di poter essere fedeli a sé stessi e al proprio lato più pulsionale e più autentico.

In questo percorso le donne possono essere, davvero, faro e guida.

L’esortazione di Demetrio, affinché possa affermarsi un altro maschile, è di “andare a scuola dalle donne”, di confrontarsi con la sensibilità femminile, per apprendere un po’ di quella porosità che caratterizza la loro esperienza, capace di andare oltre le opposizioni simboliche (interiorità-esteriorità, soggettivismo-oggettivismo, corpo-legge), e di vivere  fra il dentro e il fuori, in una duplice interiorità fatta di “carne mortale”, “di visceri” (che le fa essere madri e quindi già da sempre corporee) e di intelligenza del cuore, “capace di oltrepassare ogni fine”[27].

L’interiorità stessa “attinge a polarità in eterno conflitto: la vita e la morte,  il piacere e la gioia, la tentazione e la rinuncia, il giusto e l’iniquo”[28], si nutre sia di solitudine e di calma, che di inquietudine. Ci esercita a incarnare il conflitto come possibilità di vivere appieno, senza dover rinunciare a una parte di noi, senza doverci scindere per scegliere la fedeltà a noi stessi.

Per natura e per vocazione, le donne abitano la dualità, lo scambio, il commercio degli opposti. Ed è per questo che Demetrio le invita a fare agli uomini “anche questo regalo”, occupandosi “oltre che dei calzini e di tutto il resto”, anche delle loro “esili, impacciate, debuttanti, saltuarie vocazioni interiori”, aiutandoli ad essere più soli interiormente “e cioè più pronti ad arricchirsi con la solitudine.”[29]

Ci vuole impegno e anche una notevole attenzione da parte di entrambi.

L’interiorità può trasformarsi in una “trappola mortale” quando si riduce solo alla contemplazione alienata dei propri fantasmi, quando “da luogo di bellezza o di tormenti prolifici, incominci ad apparirci un cestino dei rifiuti nel quale stipiamo le nostre immondizie”[30], sottraendosi così ad ogni eco e ad ogni esperienza di condivisione dei suoi effetti.

Il pericolo più serio che corre il nostro tempo è che la vita interiore si riduca “a una iterata commiserazione […], a un cicaleggio mondano premeditato, a un monologo frivolo, a un gioco di intrighi e malizie”[31]. Oggi più che mai, urge attingere ad essa come ad una ricchezza per migliorarsi reciprocamente e migliorare il mondo, ad una possibilità per creare un ponte, che attraversando i nostri vissuti, ci permetta di stringere alleanze tra donna e donna, tra uomo e uomo, tra esseri umani.

La responsabilità che dobbiamo assumerci in questo preciso momento storico, così segnato dallo spaesamento, dall’atteggiamento passivo di accettazione e adattamento ai modelli veicolati dai “papi” di turno, è che la nostra interiorità sia luogo privilegiato in cui si formano, prendono parola e cittadinanza i nostri stati di coscienza, coscienza che è ciò che ci garantisce la nostra costante presenza a noi stessi e alla vita, “al pulsare dei sensi, quanto dei pensieri”[32].

“La coscienza è l’esito di diritti conquistati. Perché le nostre vite interiori non sono il frutto di qualche miracolo e concessione divina, non il dato scontato di un’evoluzione provvidenziale, né l’assicurazione non sempre puntualmente pagata per la salvezza del proprio spirito. La coscienza è storia del pensiero libero o scontento della sola vita che ci è dato vedere; è conseguenza di una inquieta consapevolezza individuale, indisponibile ad accontentarsi delle promesse e dei dogmi.”[33]

L’interiorità e la coscienza, quindi, sono le armi di cui disponiamo per non cadere nelle false promesse di felicità legate al godimento immediato e violento di oggetti e di corpi. L’arma che ci permette di combattere il rischio di ridurre il maschile a retaggio di un genere tutto votato all’esteriorità e il femminile a ‘martire’ di questo modello o, ancor peggio, a complice troppo tollerante e accondiscendente verso di esso, perché esposto ogni giorno al contagio, alla deriva di quel desiderio da sempre propulsore del movimento delle donne.

La posta in gioco è molto alta. Da un lato si tratta di prestare profonda attenzione e valorizzazione al proprio vissuto concreto, dall’altro ciò ci permette di superare la dimensione privata per fare della cura e dell’attenzione di sé, della sapienza di partire da sé, un segnale concreto per il mondo e del mondo in cui viviamo.[34] “La strada del partire da sé non è affatto quella di parlare di sé e di crogiolarsi nell’interiorità, bensì quella di interpretare un vissuto personale come modo di darsi del mondo.”[35]

L’interiorità come consapevolezza di stare al mondo, “percezione di essere individui in grado di decidere, scegliere, affrontare la vita con sufficiente responsabilità”, come “autocoscienza politica e civile”, è allora “la rotta sociale della vita interiore”[36].

“Affinché tale posizione possa essere mantenuta a testa alta, possa uscire dalle nicchie e tornare a esporsi, a ridurre l’opacità tra vita interiore e vita esteriore, rendendo l’una e l’altra più trasparenti, diversa via non esiste, se non quella di tornare a ragionare di autocoscienza.”[37]

[1]              Si vedano Le «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010 “Un inconscio collettivo senza più legge, né desiderio” e gli interventi apparsi su “Il Manifesto” a firma di Ida Dominijanni, Il desiderio del Censis (04/12/2010), Godimento senza legge, norma senza desiderio (12/12/2010), Massimo Recalcati, Il desiderio e la legge ai tempi di Berlusconi (07/12/2010), Pietro Bianchi, Il desiderio che lavora sottotraccia (17/12/2010) e Chiara Zamboni, Pulsioni e politica, non c’è solo Papi (07/01/2011).

[2]              D. Demetrio, L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

[3]              P. Bianchi, Il desiderio che lavora sottotraccia, “Il Manifesto”, 17 dicembre 2010.

 

[4]              Ibidem.

[5]              Ibidem.

[6]              M. Recalcati (intervista a cura di Federico Ferraù), Caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?, “Il Sussidiario.net”, 9 dicembre 2010.

[7]              M. Recalcati, Il desiderio e la legge ai tempi di Berlusconi, “Il Manifesto”, 7 dicembre 2010.

[8]              Cfr. ibidem.

[9]              IDA Dominijanni, Il desiderio del Censis. Una lettura intelligente delle verità raccolte nel rapporto del sociostar De Rita e di qualche buccia di banana su cui scivola nei suoi giudizi, “Il Manifesto”, 4 dicembre 2010.

[10]            M. Recalcati (intervista a cura di Federico Ferraù), Caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?, cit.

[11]            CHIARA Zamboni, Pulsioni e politica, non c’è solo Papi, “Il Manifesto”, 7 gennaio 2011.

[12]            Ibidem.

[13]            M. Recalcati (intervista a cura di Federico Ferraù), Caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?, cit.

[14]            C. Zamboni, Pulsioni e politica, non c’è solo Papi, cit.

[15]            P. Bianchi, Il desiderio che lavora sottotraccia, cit.

[16]            D. Demetrio, L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini, cit. p. 10.

[17]            Ivi, p.12.

[18]            Ivi, p. 11.

[19]            Ivi, p. 28.

[20]            Ibidem.

[21]            Ivi, p. 45.

[22]            Ivi, p. 40.

[23]            Ivi, p. 42.

[24]            Ivi, p. 50.

[25]            Ivi, p. 100.

[26]            Ivi, p. 264.

[27]            Ivi, p. 53.

[28]            Ivi, p. 79.

[29]            Cfr. ivi, pp. 18-20.

[30]            Ivi. p. 70.

[31]            Ivi, p. 244.

[32]            Ivi, p. 72.

[33]            Ivi, pp. 248-249.

[34]            Si veda a tal proposito Chiara Zamboni, Il materialismo dell’anima in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori Editore, Napoli 1996, p. 156.

[35]            Ivi, p. 162.

[36]            D. Demetrio, L’interiorità maschile. Le solitudini degli uomini, cit. pp. 246-247.

[37]            Ivi, p. 248.

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