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Ulisse e Penelope in “un mondo migliore”. Film di Susanne Bier

Strana cosa che una donna impegnata nel mondo del cinema come regista si occupi esclusivamente di uomini. Sia nel film “Dopo il matrimonio” che  “In un mondo migliore”. I sui protagonisti sono tutti quanti ragazzi adolescenti, bambini e uomini, generalmente padri. Da femminista mi viene da chiedermi come mai questa regista danese non si occupi delle donne, delle cose meravigliose ed eccellenti che fanno tutti i giorni oppure, come accade più spesso in letteratura e nel cinema,  delle violenze che subiscono da parte degli uomini.

 

Dovremmo forse occuparci di più degli uomini? Susanne Bier ci dimostra le difficili pulsioni del mondo maschile e la scarsa risposta da parte dei padri e delle istituzioni.

E le donne? Non vogliono intervenire? Ovviamente no.

Le sue non sono superdonne che fanno sempre la cosa giusta.  Le donne della regista , però, non hanno bisogno di un apprendistato. Lo dicono? No. Ma nella trama del film, sia del primo che del secondo – sono comunque pochissime le donne protagoniste – non lottano per la parità o per l’autoaffermazione. Fanno parte, secondo un’analisi semiotica, della sfera del tema, cioè dell’informazione base e scontata che rende possibile l’informazione rematica, quella nuova, tutta da rivelare che riguarda il mondo maschile.

Le donne sono già cresciute, sono mature, responsabili, affettuose e sincere. Disponibili sì ad un cambiamento ma il loro vero difetto è la questione del perdono. Non si fidano più delle scuse degli uomini e non riescono a perdonare. Alla fine, il film non lo mette più chiaramente in scena, ma si sente che il perdono arriverà.

La sincerità riveste un ruolo centrale nelle relazioni fra uomini e donne e genitori e figli, tema molto scandinavo che ha a che fare con il mondo protestante e meno con quello cattolico, anche se oggi andrebbe portato in primo piano anche in Italia. La sincerità, per i protestanti è la via sulla quale si potrà incontrare la verità a viso scoperto e anche l’amore.

Le donne protagoniste sono state ferite dal loro uomo perché non capace  di amare responsabilmente. Le protagoniste, invece, restano fedeli al loro compito di amare,  di educare i figli, alla bellezza e all’amore per la professione. Certo, nel fondo dell’ anima hanno perso la speranza di vivere il loro sogno di amore nella vita reale anche assieme a un uomo.

 

Cosa fare? Ovviamente la regista ritiene necessario portare sullo schermo alcuni personaggi ai quali far compiere un percorso di esperienza  che li porti alla consapevolezza. Prende per mano questi uomini che scappano in India o in Africa dove scoprono una vita di affidamento e di affetto, scoprono di essere buoni. Anton, in “una vita migliore” lavora come medico in un campo profughi in Africa mentre nel “Dopo il matrimonio” il protagonista lavora in un orfanotrofio in India. Entrambi hanno bisogno di un esperienza forte, di tuffarsi in contraddizioni ancora assolutamente evidenti dove i bisogni sono espressi chiaramente, mentre nel mondo dell’origine, la Danimarca, i bisogni non sono più facilmente intuibili. Di fatti, i ragazzi protagonisti, Christian e Elias non parlano e non mettono in parole ciò di cui hanno bisogno mentre i bambini in Africa e in India dicono che hanno bisogno dell’altro e gratificano ogni gesto di generosità.

Entrambi i mondi, la Danimarca e l’Africa,  sono continuamente minacciati dalla violenza, una violenza chiaramente maschile nel film “in un mondo migliore”. Consiste nel dominio mafioso di un capo violento che costringe altri uomini al suo servizio a seguirlo promettendo denaro e potere sulle donne.

Ciò che avviene in Danimarca, in una comune scuola media non è diverso da ciò che succede in un lontano paese africano martoriato dalle scorribande di capi feroci. Le contraddizioni sono dello stesso tipo, cioè sono attribuibili, secondo la Bier, tutte al mondo maschile che lei invita a risolvere i propri problemi alla base. Lei invita i suoi protagonisti a venire a capo del loro rapporto con gli altri uomini. Anton, il medico che opera in Africa, fa un tentativo di porre fine alla violenza fra maschi ma nella scena con il meccanico Lars, quando porge senza fare resistenza l’altra guancia, non sembra molto convincente agli occhi dei suoi figli e di Christian anche  se è ormai fermamente convinto che i maschietti abbiano bisogno di un uomo-padre diverso, uno che insegna nuovi ideali, cioè non violenti, ai ragazzi. Comunque Anton, il padre protagonista, toglie valore simbolico a quest’uomo violento. Porgere l’altra guancia, però, è un tentativo storicamente fallito e la regista che ha studiato, fra le tante altre cose, anche teologia, lo sa benissimo. E’ proprio l’uomo che ha creato il movimento nonviolento senza con ciò dare una spallata efficace alla violenza. E’ proprio l’uomo che genera pensiero attorno a questa cosa mentre la donna, forse, è sempre da un’altra parte, è sempre nutrice circondata da piccoli e grandi che hanno bisogno della sua cura e crea pensiero a partire da questa esperienza di cura.

 

Quando il ragazzino Eliàs chiede al padre se gli uomini vogliono essere “macho” perché le donne amano uomini di questo genere il padre risponde di no e cerca di sgretolare tutte quelle frasi fatte e quei pensieri fatti che circolano nel mondo maschile. Ma questo uomo ideale desiderato dalle donne, cioè forte, aggressivo e invadente è certamente un fantasma che anima le menti maschili. Come dice Luisa Muraro “il Femminile fantasticato dagli uomini”.

Susanne Bier dimostra chiaramente che le sue donne avrebbero solo una smorfia amara in risposta a questa domanda: desiderano chiaramente un uomo capace di amare, sincero,cioè disposto a parlare dei propri sentimenti e capace di relazionarsi con i propri figli rinunciando alla rivalità, spesso violenta, fra uomini.

Ma Anton ci arriva. Diventa un uomo esemplare per i propri figli e per l’amico di suo figlio ma solo dopo una lunga Odissea in Africa.

E’ inevitabile pensare a Ulisse di Omero e alla poesia di Bianca Tarrozzi “Penelope”, dove l’uomo non riesce a stare nell’amore e scappa in continuazione. L’Ulisse antico, alla fine, torna e ammazza tutti i pretendenti. Sì fa aiutare da suo figlio in questo crudele compito per insegnarglielo. Anton, invece, va in Africa a combattere la violenza. Preferisco Anton ad Ulisse.

E Penelope? Lavora come medico all’ospedale…..si dedica alla cura ed anche Anton con il suo impegno in Africa si dedica alla cura. Che sia la cura la fonte d’esperienza che aiuta la persona, che sia uomo o donna, a essere capace di amore?

Resta il male da sconfiggere, e si capisce chiaramente, che è quasi inesauribile. Mentre lui medica le donne sventrate dal mostro quello continua a sventrarne delle altre e ad ammazzare i figli di donna. Entriamo in uno scenario quasi apocalittico dove il male e il bene si affrontano a viso scoperto e forse solo se uomo e donna in una amorosa alleanza si mettono a sconfiggerlo potranno costruire una barriera del bene per arginarlo.

 

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