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Testi e contesti. Su Another Mother. Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

Come Charlotte Bronte quando cercava di scrivere un romanzo che potesse bene far seguito a Jane Eyre, anche io ho tentato (almeno) tre inizi per queste considerazioni su Another Mother. Diotima and the Symbolic Order of Italian Feminism. Scelgo infine, perché mi sembra giusto se forse un po’ banale, di condividere innanzitutto il piacere che mi ha dato sapere che grazie a questo libro, e alla pubblicazione della traduzione di L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, anch’essa recente e sempre negli Stati Uniti, sarà ora possibile per un pubblico anglofono avvicinarsi al pensiero della differenza “Italian style”. Ed era tempo! Dunque, ringrazio Ida Dominijanni, che so essersi spesa a tale scopo, per essere riuscita là dove io fallii, giacché dopo i due libri antologici sul femminismo italiano per qualche anno cercai di convincere amiche inglesi a lavorare con me per proporre a qualche casa editrice britannica un reader di Muraro; tentativi abbozzati, in un paio di casi portati anche abbastanza avanti, ma poi non andati a buon fine.

La ringrazio anche, perché penso che in questo abbia non poco indirizzato i curatori, per la scelta dei testi da includere, che nel loro insieme riescono a presentare il pensiero di Diotima in diversi suoi aspetti; organizzati intelligentemente intorno al nodo metafora/metonimia, alla riflessione sulla lingua materna e a quella sul negativo, vi sono saggi della stessa Dominijanni, di Chiara Zamboni e di Diana Sartori, e naturalmente di Luisa Muraro. Brevemente (il mio secondo possibile inizio), vorrei esprimere il mio apprezzamento per la traduzione, che certo non era facile; l’italiano e l’inglese riflettono, e nell’apprendimento e nell’uso creano, strutture molto diverse di pensiero e di taglio interpretativo del mondo, e dunque nell’insieme non si può che giudicare positivamente il lavoro di mediazione culturale oltre che linguistica che il volume porta avanti, cercando di mantenere il ritmo e l’articolazione di ragionamenti complessi e insieme di renderli accessibili a un pubblico anglofono. Un solo, piccolo rilievo – senza scendere in un’analisi complessiva e tantomeno addentrarmi in altri dettagli – su una delle scelte terminologiche; segnatamente, la resa di “lingua materna”, che Diane Lutkin traduce con “maternal language” nel saggio di Chiara Zamboni, mentre Anne Emmanuelle Berger nel suo contributo sceglie “mother tongue”. Credo sarebbe stato importante accorgersi di questa differenza e cercare una soluzione unica. A mio parere, “maternal tongue” avrebbe più precisamente significato il denso intrecciarsi di pensiero intorno a questo concetto; l’aggettivo è più morbido e affettivamente relazionale, mentre “tongue” ha una materialità metonimica che manca a “language”.

Detto questo, poche parole per una soddisfazione profonda che la mia acribia linguistica non intacca, passo dunque al terzo e vero inizio (vi risparmio gli altri tentativi), riguardo alla complessa e assai variegata contestualizzazione, che spesso ovviamente diventa interpretazione, messa in atto dai curatori Cesare Casarino e Andrea Righi, sia nell’introduzione che nei singoli saggi a loro firma, e da Anne Emmanuelle Berger nella sua analisi su femminismo italiano e linguaggio. Certamente per me, ma credo più in generale per chi già conosce il lavoro di Diotima, è questo infatti a configurarsi come principale fulcro di interesse, anche perché tende naturalmente a indirizzare la ricezione e dunque è elemento significativo nelle sorti future del pensiero della differenza italiano nel dialogo con pensatrici e pensatori di lingua inglese.

C’è innanzitutto, e questo risuona in consonanza con la pratica del partire da sé che caratterizza tutto il femminismo italiano e Diotima in particolare, il riferimento dei curatori al “qui e ora” del loro confrontarsi con quel pensiero nella fase finale della preparazione del libro, mentre ne preparavano l’introduzione, in quella estate del 2016 segnata da un “indicibile orrore” di lacrime e sangue (e questa del 2019, mentre scrivo queste righe, non è da meno; sono di pochi giorni fa le stragi in Texas e Ohio). Due episodi ne vengono messi a fuoco, la sparatoria in un locale gay in Florida durante una serata a tema latino-americano – 49 morti e 53 feriti – e la messa al rogo per mano di soldati dello “Stato islamico” di 19 donne yazide a Mosul; in evidenza la comune matrice di odio per il femminile e per ogni alterità – intreccio mortifero di misoginia, razzismo e omofobia –  che permea ogni società patriarcale e che trova espressione nella crescita dell’intolleranza e certamente della violenza contro le donne, in Occidente reazione ferita all’evento storico del femminismo. Vi sottendono il secolare sfruttamento e insieme negazione della potenza materna, motivo per cui è oggi più che mai importante, affermano i curatori, parlare della madre, “relazione primaria – al tempo stesso simbolica e reale – che permette tutte le altre relazioni, con il sé, le altre e gli altri, e il mondo”.

Il volume si apre con le parole appena citate, premessa ai rituali ringraziamenti che fanno parte più del paratesto che del vero contenuto di un libro; dunque prima ancora dell’introduzione, ponendo subito al centro una, o forse la, questione fondante che variamente ricorrerà in tutti i contributi, esplicitamente articolata o da implicito sottofondo di pensiero. E però poi l’introduzione comincia, come in un problematico controcanto, dichiarando una difficoltà propria dell’ambiente intellettuale e accademico statunitense (non è ancora così, mi pare, in Italia – ma forse qualche segnale comincia ad apparire?). Vale a dire, la difficoltà di pronunciare il nome della madre senza incontrare un atteggiamento di condiscendenza se non di fastidio per il supposto ritorno all’indietro, a concetti e riflessioni del femminismo degli anni Settanta, ritenuto superato una volta per tutte nell’effervescenza di dibattiti che hanno – è vero – di molto complicato l’orizzonte di riferimento, interrogando a fondo la categoria “donna” e il binarismo “maschile/femminile”.

Su questo si innesta la riflessione dei due curatori nel prosieguo dell’introduzione, anche con chiarimenti terminologici necessari per un pubblico anglofono, ad esempio rispetto a “differenza sessuale”, concetto visto appunto come residuo essenzialistico di quel binarismo e non come chiave per la pluralità di ogni differenza. Al riguardo è molto interessante il breve riferimento a forme diverse di famiglia e di relazioni parentali, con il richiamo alla teoria e alle pratiche queer e al pensiero di Judith Butler e Sara Ahmed (ma perché dimenticare Donna Haraway?); e dato che di una apertura di dialogo si tratta, sarei curiosa di sapere cosa ne pensano le donne di Diotima, se anche loro vedono la prospettiva di cambiamento aperta secondo i curatori da questa “altra madre” che invita a cercare altre genealogie attraverso relazionalità queer.

Questa infatti è uno dei molti riferimenti ad altri ambiti e sviluppi teorico-filosofici-politici di cui il volume abbonda, e che a mio parere chiamano Diotima a una successiva interlocuzione; ad esempio, mentre si può dare per scontato il rapporto con il pensiero di Irigaray (ma anche qui, giustamente sottolineando che esso non si esaurisce in un debito per sempre dispari, ma sa rilanciare in più ardite direzioni), più problematico appare il posizionamento di Diotima rispetto alla questione biopolitica e alle elaborazioni di filosofi italiani contemporanei il cui lavoro sta incontrando notevole successo negli Stati Uniti – Agamben, Esposito, Negri, Virno, per fare solo alcuni nomi.

Non mi proverò – non ne ho neanche le competenze, essendo non una filosofa ma una letterata – ad approfondire i multipli nodi teorici che si aprono qui, se non per nominare un fondamentale orizzonte di confronto tra il pensiero della differenza e questi filosofi, vale a dire l’analisi della società postmoderna o neoliberale e del suo ordine postedipico, intriso di nuovo razzismo e di antica violenza. Come ricorda giustamente Diana Sartori nel saggio incluso qui (la traduzione di “Con lo spirito materno”), la crisi della legge del padre ha creato forme regressive di disordine che vediamo all’opera ogni giorno, in Italia come altrove. E dunque certamente appare centrale ragionare sulle modificazioni che hanno portato a questo tipo di società, caratterizzata dalla privatizzazione e dallo sfruttamento di ogni bene comune, dall’affermarsi di una produzione immateriale, da una logica totalitaria che si affianca senza contraddizione al richiamo alla trasgressione e al piacere, e  chiedersi quali potranno essere i passaggi futuri – nello specifico soprattutto capire quale sia stato e possa essere il ruolo del femminismo, come movimento politico e fucina di pensiero.

A questo è dedicato il saggio di Andrea Righi sulla psicopatologia del postfordismo, che rivendica per il femminismo italiano e segnatamente per Diotima una sorta di primazia nella genealogia di quello che Esposito chiama “pensiero vivente”. In un serrato dialogo con Lacan e Žižek, Righi argomenta e sostiene questa posizione facendo riferimento alle elaborazioni sul “simbolico materno”, in particolare a Muraro, per sottolineare appunto la centralità di questo concetto per confrontarsi positivamente con il “paradigma della secolarizzazione”. Il passo successivo – a partire da uno dei contributi al volume di Dominijanni (la traduzione di “L’impronta indecidibile”) – lo vede interrogare più da presso il momento presente e il modo in cui le dinamiche del postfordismo chiamano a una nuova riflessione sull’ordine simbolico della madre; di cui, scrive Dominijanni, vanno ripensati i “vuoti” dell’assenza del padre e di un graduale affievolirsi dell’attenzione alla sessualità femminile, in un passaggio che ha visto l’affermarsi del sintomo anoressico su quello isterico. Il saggio rimane assai aderente alle questioni così come sono state poste da Muraro e rilette da Dominijanni, forse non operando davvero un ulteriore spostamento, ma potrebbe essere importante per stimolare il confronto cui accennavo prima, tra pensiero della differenza e il cosiddetto “Italian thought” tanto in voga negli Stati Uniti – perché malgrado non neghino riconoscimenti al lavoro di Diotima, non vi è stata finora da parte di questi filosofi vera e produttiva interlocuzione.

Da tutt’altro punto di vista, anche Anne Emmanuelle Berger ragiona sul rapporto su “Italian thought” e “Italian feminism”, attribuendo al successo del primo la ripresa di interesse nel mondo anglofono per il secondo, e chiedendosi se esista davvero una consonanza tra i due e in che modo la loro contemporanea ricezione negli Stati Uniti potrà influenzarne e modificarne il rapporto. Molto si potrebbe dire riguardo al suo saggio, che ricostruisce e analizza – a volte in modo discutibile, e uso il termine in senso letterale e non intrinsecamente derogativo – le varie fasi del pensiero della differenza italiano. Ma qui mi interessa sottolineare la sua riflessione su quella che (ironicamente?) lei definisce “la lingua sacra”, sostenendo che vi è stata in Muraro, e si suppone più in generale in Diotima, appunto una “sacralizzazione” della lingua materna. Secondo Berger questo processo quasi religioso di idealizzazione  comporterebbe l’assoluta “secondarietà” di qualunque altra lingua appresa in seguito, non solo come è ovvio in senso temporale ma con connotazioni fortemente negative di perdita di senso; se così fosse, si tratterebbe di una posizione per me non condivisibile, per un’esperienza di quasi bilinguismo con l’inglese – e di frequentazione seppur meno intensa di altre lingue – che credo mi abbia arricchito, facendomi a volte scoprire aspetti di me che non conoscevo e che riuscivano a emergere appunto parlando una seconda lingua. Ma forse (così sembra da quel che ne scrive) al discorso sulla lingua materna Berger si è accostata sostanzialmente – e con poca empatia, anzi con atteggiamento pregiudizialmente critico – attraverso L’ordine simbolico della madre, senza tenere in conto la successiva produzione di Diotima. Perché basta la prima pagina del saggio di Chiara Zamboni in questo volume (la traduzione di “Lingua materna tra limite e apertura infinita”) per smentire la sua lettura; ponte per avvicinarsi ad altri codici, quella prima lingua rimane lievito vitale di una storia che continua diversamente, già nel suo apprendimento scolastico e poi man mano che si imparano linguaggi specialistici o seconde o terze lingue.

Naturalmente si potrebbe dire ancora molto su questo libro tanto ricco, che mi ha riportato alla mente il rimescolarsi di emozioni e illuminazioni che provai leggendo per la prima volta i testi presentati e/o discussi qui; particolarmente caro mi è Maglia e uncinetto, di cui si includono i primi due capitoli, con il saggio introduttivo che Dominijanni scrisse per la sua riedizione nel 1998, rileggendolo alla luce di un passaggio politico tuttora denso di conseguenze, con la crisi della rappresentanza politica e l’instaurarsi di una sua sempre più nociva spettacolarizzazione mediatica – che oggi culmina nei siparietti balneari di Salvini, tragicamente ridicoli tra madonne di Medjugorje e cubiste che ballano sulle note dell’inno di Mameli. Davvero è tempo anche in Italia di reinterrogare il lungo e vario lavoro di Diotima, ponendoci le domande dell’oggi e dunque anche riformulandolo e cercando di colmarne i “vuoti”, che possono essere fecondi quanto i suoi nuclei più compiuti.

 

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