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Terra di mezzo. Un po’ racconto, un po’ domanda, tra romnia e non/romnia

Mi piacerebbe cominciare a raccontare dalla fine, sempre, quando parlo, inframezzando il discorso di continue anteprime e previsioni di conclusioni, ed anche quando scrivo. Anche adesso, mi piacerebbe cominciare dalla fine, poter dire brevemente il succo di un’esperienza. Ma, ovvio, non è possibile e nella terra di mezzo[1] di un percorso le vie si intrecciano e si moltiplicano, si aprono le piazze, si moltiplicano le possibili direzioni. Se poi di questo percorso sono chiamata a dire soprattutto l’aspetto dello spazio di vita condiviso con romnia e rom, alla difficoltà di dire in generale si unisce una preoccupazione, molto concreta. Tullia Zevi, nel libro scritto insieme alla nipote Nathania, riporta l’espressione preoccupata del proprio nonno, nell’imminenza della promulgazione delle leggi razziali: «stanno parlando troppo di noi e questo è pericoloso»[2]. Condivido questa preoccupazione, resa attualissima dal fatto che anche molti discorsi iniziati con buona volontà ed anche felici indicazioni vengono perlomeno raccolti in una specie di cestino per le immondizie sotto il registro del “degrado e del disagio”, producendo il contrario di quello che vorrebbero.

Ma ci sono oggi tante ragioni di una parola e le vorrei esprimere con le parole con cui Edith Stein, il 21 settembre del 1933, fa prefazione al proprio Storia di una famiglia ebrea: «Negli ultimi mesi gli ebrei tedeschi sono stati strappati alla tranquilla ovvietà dell’esistenza e costretti a riflettere su se stessi, sulla loro natura e sul loro destino… se solo sapessi in che modo Hitler sia arrivato al suo spaventoso odio per gli ebrei», disse una delle mie amiche ebree… Gli scritti programmatici e i discorsi dei nuovi detentori del potere hanno dato una risposta.

Come uno specchio concavo, essi ci rimandano l’immagine di una spaventosa caricatura. Forse essa è stata disegnata con sincera convinzione. Forse i singoli tratti imitano modelli viventi. Ma, l’umanità ebraica è il prodotto necessario del «sangue ebraico» tout court? … molti hanno un amico ebreo… ma molti altri non hanno fatto queste esperienze. Tale opportunità è negata soprattutto ai giovani, che oggi vengono educati nell’odio razziale fin dalla primissima infanzia. Nei loro confronti, noi, che siamo cresciuti nell’ebraismo, abbiamo il dovere di rendere testimonianza (Breslavia 21/9/1933)»[3].

Anche Zevi esprime in modo simile l’idea di una narrazione dalla valenza profondamente politica: «La trasmissione della memoria non è un lamento, è un contributo affinché l’umanità giovane possa lavorare assieme. Ho sempre faticato tanto e con il passare degli anni ho rafforzato il mio inossidabile convincimento, secondo cui bisogna mettere a disposizione degli altri il destino che abbiamo ricevuto. In questo senso la memoria è un atto che parla nella vita e della vita»[4].

E’ di fronte a quella caricatura che può valer la pena di trovare parole perché «è questa la disgrazia che abbiamo noi, in paesi tanto poveri e isolati, signore, signor gabelliere, o come Sua Grazia si chiama: succedono cose del genere e poi non abbiamo mai chi le racconti!»[5].

 

Con i piedi sul bordo

 

Quello che posso raccontare è una vita un po’ a casa e un po’ fuori luogo, un po’ a proprio agio e un po’ spaesata: da quando ero una ragazza “metà anni ‘70”, convinta di essere oltremodo adulta a 20 anni e ansiosa di lanciarsi in luoghi senza confini, vivo in “zona sinti/rom”, raccogliendo così sia la sosta in cosiddetti “campi nomadi”, sia i periodi di frequenti spostamenti (questi sì, “nomadi”), sia la sosta, abituale in questi ultimi anni una piazzola fuori da Verona Sud, sia gli inframezzati periodi in una casa. Il motivo è legato alla mia appartenenza cattolica, all’idea di un Vangelo che si vive con i piedi e apre nuovi spazi di relazione, anche dove sembrerebbe difficoltoso. L’idea di una ragazza un po’ idealista diventa negli anni lo spazio di vita e di molteplici relazioni della donna che sono: ancora cattolica, con una motivazione di “resistenza” che negli anni ha reso meno “idealista” il convincimento iniziale, innervandolo di cose e persone reali, così che non posso più distinguere quella motivazione, autentica ma un po’ liofilizzata, dalla vita che è passata, così – parafrasando un salmo biblico – in trent’anni come un giorno, come un’ora di veglia nella notte.

Il risultato è la scommessa di una possibilità in atto: un lembo di terra in cui, rifatte le mappe, la vita comune è possibile, promessa di più pacifici universi di vita e di pensiero. Una mia amica, morta alcuni anni fa, ha ben reso il senso profondo di questa possibilità attuata e preferisco lasciarle la parola:

«Creare una vicinanza nel quotidiano, una familiarità nel vissuto, nel tempo e nella storia, ci predispone ad accogliere, giustificare, soffrire, coinvolgerci insomma, perché accada come alla volpe del Piccolo Principe: «Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unico al mondo».

Vivere con i Rom non mette in moto meccanismi particolari: l’unica differenza con molte altre situazioni è che in genere non si tratta di una affinità spontanea, ma di una scelta: è un lontano che diventa vicino, come può accadere però anche in altri casi.

Abiti una roulotte vicino a quella di un’altra famiglia, vi nascono dei bambini, li vedi crescere, condividi i fatti della vita: la scuola,le malattie, i litigi, le feste, i guai e i momenti belli, vai a pregare con loro in quel santuario che loro conoscono e loro vengono con te “alla tua chiesa”.

Ad un  certo punto ti accorgi che quando sali le scale della scuola per parlare con le maestre ti tremano le ginocchia, ti prepari mentalmente le giustificazioni. L’insegnante, dopo aver cercato connivenza, alza una barriera e ricopre anche te dello stesso velo di diffidenza con cui avvolge quella famiglia che, chissà perché,non vuole  essere “normale”.

(…) E’ molto diffusa inoltre la convinzione che nella relazione con gli “zingari” vadano attivate delle dinamiche del tutto speciali. Si sente dire: “Questa gente mi è del tutto sconosciuta” per aggiungere poi: “E’ vero che…” e via con racconti che sembrano appartenere al regno degli elfi e degli gnomi.

Un’accusa si leva spesso, da più parti, contro le singole persone di chiesa che condividono la  loro vita con i Rom: “Voi gridate al razzismo, li difendete sempre, ma poi non ci raccontate chi sono: spiegateci i loro valori, dateci dei motivi per amarli”.

Il motivo è nell’umanità, nel fatto che hai mangiato insieme, che ti è figlio, fratello e tu gli sei madre o sorella ed è lo stesso motivo per cui sei tollerante con gli altri uomini. Ami tuo figlio perché ti è figlio o perché ha dei valori?

(…) Raffica  di domande. Mi piace rispondere col notissimo brano del libro di Saint Exupery: «il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose: “Voi non siete per niente simili alla mia rosa… Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi e vantarsi o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa»[6].

 

Di questo fa parte anche una acuta percezione, come dicevo, di essere sempre un po’ fuori luogo: ho sempre diffidato di quelli che, vivendo in un contesto “altro” come quello di cui stiamo parlando, dicono “sono diventato proprio come loro”, lo trovo non realistico e molto presuntuoso. Pur nella familiarità, sperimento la distanza, l’essere straniera, una volta tanto con proporzioni rovesciate tra “minoranza” e gruppo maggioritario. E questo diventa poi un essere in fondo un po’ a casa ed un po’ fuori posto ovunque: perché anche al di fuori mi restano addosso dei tratti romani[7] che mi rendono non del tutto omogenea al discorso più comune. La stessa cosa vale più ampiamente per i diversi mondi che calpesto, primo fra tutti quello della teologia, tradizionale dominio maschile e clericale.  Anche nella teologia, sto bene, ma anche mi sento sempre un po’ fuori posto. Questa percezione, tuttavia, non è negativa: anche se a volte è faticosa, permette di incrociare linguaggi diversi ed è molto stimolante, tanto da apparirmi una sorta di principio euristico, un modo di stare al mondo, di abitare la città e, nel nostro caso, anche la chiesa, secondo il principio della mula:

«La mula, secondo l’uso dei pari suoi, pareva che facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori e a metter proprio le zampe sull’orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sé, quasi a perpendicolo, un salto o, come pensava lui, un precipizio. – Anche tu – diceva tra sé alla bestia – hai quel maledetto vizio d’andare a cercare i pericoli, quando c’è tanto sentiero!»[8].

 

Guardare fuori dal pozzo

 

Questa posizione un po’ spaesata è dunque utile, è politica, può essere felice – perché permette di vedere altro. Mi piace a questo proposito evocare un testo molto datato e certo non ignoto: Donnalandia, racconto pubblicato nel 1905 (!) da Rokeya Sakhawat Hossain, nata in Bangladesh nel 1880 e morta a Calcutta nel 1932[9]. Il racconto narra ironicamente della trasformazione del regime di separazione (purda), rovesciato simbolicamente ed applicato agli uomini invece che alle donne. Questo lo svolgimento: era stata dare possibilità di studio alle donne. Era di fatto l’unico ambito di cui la regina poteva disporre, perché il Primo ministro, che di fatto governava, la riteneva una cosa inutile e ridicola. Solo nella capitale si aprirono due università di donne: le scienziate crearono un sistema per utilizzare l’energia solare e un altro per incanalare l’acqua dei tifoni, poi un sistema di locomozione veloce e pulito, un modo di cucinare senza carbone, sistemi di lavoro agricolo. «Qui siamo tutte impegnate a far fruttare la terra come essa meglio crede». Potevano farlo liberamente perché «mentre le donne erano occupate in queste ricerche scientifiche, gli uomini del paese erano occupati a incrementare il potere militare». Quando vennero a sapere quali erano i risultati delle scienziate «furono solo capaci di deridere (…) bollando l’intera faccenda come «un incubo sentimentale»!

Si intuisce come va a finire il racconto: dei nemici dichiarano guerra, i soldati sono sconfitti, ma le scienziate trovano dei modi innovativi per concludere a loro favore il conflitto usando la sola luce del sole – non prima però di aver convinto gli uomini a rinchiudersi nel quartiere delle donne. A quel punto gli uomini sarebbero voluti uscire… ma le donne dissero che non era ancora il momento! «Adesso si sono abituati e hanno smesso di protestare..» e le donne hanno cambiato il nome del quartiere riservato.

Con delicatezza e humour, dunque, Rokeya tratteggia la visione di un rapporto non violento con la natura e con la politica. Inoltre, ed è quello che più interessa, mostra non solo i tratti violenti della segregazione/esclusione ma anche la rassegnazione che la reclusione stessa induce: affermando «io sono come una rana in un pozzo», esprime la dolorosa esperienza dell’incapacità di immaginare alternative. A distanza di un secolo il racconto è vicino a quanto afferma Vandana Shiva: si può parlare di “monocolture della mente”[10] quando la sottomissione ai modelli di vita, di produzione, di mercato, di rapporti internazionali è così interiorizzata da annientare alla radice la possibilità critica e la fantasia pratica.

Rispetto a questo, la fantasia e la visione sono un’attività simbolica e pratica, che può trasformare il mondo e generarlo. La fantasia necessaria per “uscire dal pozzo” indica, così, anche una sorta di esodo dall’appiattimento nel presente alla passione per il futuro. Baricco la indica presente in forma esemplare in Walter Benjamin:

«Non cercava mai di capire cos’era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano… qualsiasi cosa su cui si chinava diventava profezia di un mondo a venire, e l’annuncio di una nuova civiltà. Provo a essere più preciso: per lui capire non significava collocare l’oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos’era, ma intuire in cosa, quell’oggetto, avrebbe modificato la mappa, rendendola irriconoscibile… Era il genio assoluto di un’arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come l’arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano»[11].

E l’idea è appunto questa: la terra di mezzo di questa vita comune è un importante modo per “guardare fuori dal pozzo”.

 

Romnia e non: tra donne

 

Forse, però, può essere utile corroborare la qualità politica di queste pratiche con alcune indicazioni di massima ed una mini-bibliografia d’avvio, per contestualizzare la questione e poter poi porre alcuni interrogativi. Iniziando magari dalla denominazione: non è indifferente parlare zingari/nomadi/rom/sinti. Come si può facilmente capire, i primi due sono eteronimi, i secondi due autonimi, ossia termini attraverso i quali essi stessi si nominano. Il termine “zingaro” risulta molto offensivo, anche se talvolta, uniformandosi all’uso diffuso, anche qualcuno di loro lo utilizza. Il termine “nomadi” è stato molto usato negli anni ‘70/’80: spesso è praticamente inteso come alternativa “politicamente corretta” di zingari, diffonde in realtà un equivoco, che è quello di immaginare una miriade di persone in perpetuo movimento, rispetto alle quali si potrebbe dire “tornino da dove sono venuti”. In realtà solo una piccola parte di Rom in Europa è “nomade” o meglio “semi-nomade”, mentre la maggior parte sono stanziali. In Italia si parla di circa 150.000 persone (in tutto!), in buona parte, più della metà, cittadini italiani, alcuni cittadini “comunitari” UE, come i Rom rumeni di recente immigrazione, un numero minore di “extracomunitari”, con passaporti repubbliche ex-Jugoslave, come sono ancora Rom di origine Serba o Bosniaca in Italia dagli ’60. Come suggestivamente si esprime Piasere, si tratta di un “mondo di mondi”[12], la cui storia in Europa[13] si ricostruisce soprattutto attraverso i bandi di cacciata e le persecuzioni, fino alla Shoà o ad iniziative raccapriccianti come quelle realizzate in Svizzera dalla Pro Iuventute, che sottraeva i bambini jenisch alle loro famiglie, sterilizzando le bambine[14]. Molte informazioni si possono trovare anche su siti accurati, spesso allestiti da associazioni rom, come quello di Sucardrom[15] o su pubblicazioni agili ma precise[16].

Ma non è la stessa cosa neanche dire sempre “rom”, lasciando maldestramente in silenzio il femminile romnia: e non solo per ovvia, più generale, considerazione, ma anche perché spesso i “volti” con cui ci incontriamo/scontriamo sono volti di donne, sono manifestazioni avvertite come improvvise e provenienti da altrove di presenze femminili caratterizzate da abiti colorati e lunghi e, quando riescano ad evitare la morsa sempre più stretta delle ordinanze civili ed ecclesiastiche, da inquietanti mani stese. Allora, mi sono molte volte chiesta se questo caso non sia una prova molto seria per una solidarietà tra donne o qualcosa di simile. La domanda non vuole essere ingenua più del decente e mentre si offre come interrogazione, propone anche la convinzione, non certo originale ma comunque discutibile, che la differenza si dia in differenze molteplici e piuttosto resistenti. Si può infatti più ampiamente osservare come la differenza sessuale disegni un campo in cui è possibile uno scambio fra donne che gode di un ordine tutto particolare, ma che non le tiene dentro del tutto come coincidenti. All’interno di questo campo, sorta di ipotesi di parzialità tendenzialmente semi/universale, nel senso che delinea un soggetto femminile per la “metà del cielo”, le singolarità si confrontano e si incontrano sul piano della relazione e non della linearità, dando luogo a intermittenze e scarti: «la singolarità di ognuna, pur avendo bisogno della presenza delle sue simili per significarsi, si radica nella pratica di relazione, piuttosto che nella categoria di somiglianza»[17].  Nella relazione sono coinvolte anche dimensioni economiche, sociali ed “etnico-culturali”[18] che, se non riconosciute, danno luogo a processi proiettivi e a meccanismi stereotipicizzanti, in fondo violenti. Portare tutto questo al linguaggio, senza la pretesa di esaurirne la portata né eliminarne il rischio, interrompe il meccanismo e permette, mi sembra, di rendere pienamente politica questa pratica discorsiva.

A questo scopo, dunque, indico brevemente tre contesti interessanti, e, si direbbe, non sempre “a lieto fine”: una collaborazione tra donne in una cooperativa, il conflitto “virtuale” ma con risvolti realissimi del “presunto rapimento di bambini”, una situazione che si presenta “inedita” in alcuni reparti di maternità.

Nello scorso ottobre la cooperativa Kimeta, dell’Isolotto di Firenze, ha presentato alla Genovesa (Verona Sud) un libro, Mani di donne, che è emblematico per diversi aspetti: per l’intento espresso, per quanto viene realizzato, ed anche… per quanta strada ci sarebbe ancora da fare, rispetto all’immagine deformata nello specchio, da cui ho avviato il discorso. Quanto all’intento: «Inclusione è parola particolarmente equivoca. “Integrazione” è equivoca anch’essa, come tutte le parole del resto, ma forse esprime meglio la fase storica di incontro e di reciproca fecondazione fra culture diverse in cui viviamo (…) Si tratta di assicurare diritti di cittadinanza, con l’assunzione dei rispettivi doveri e di integrare nel tessuto vitale della società i diversi di ogni tipo e gli esclusi, non per dovere di ospitalità, ma come orizzonte progettuale, come pietra fondamentale di una città sicura ed accogliente per tutti»[19]. Poi c’è la realizzazione, piccola ma significativa, con la creazione di un laboratorio di cucito, riparazioni e stireria, ormai ben accettato nel quartiere e abbastanza autosufficiente; poi c’è la strada da percorrere, che si potrebbe evidenziare leggendo con attenzione le narrazioni che compongono il testo, in cui la relazione di amicizia tra donne scalfisce lo specchio concavo, dell’immagine deformata, senza… del tutto abbatterlo.

Quanto ai “rapimenti”, abbiamo adesso a disposizione un prezioso studio di Sabrina Tosi Cambini, elaborato in collaborazione con l’Università di Verona, e che sarebbe dovuto uscire insieme al corrispettivo di Carlotta Saletti Salza sui minori rom sottratti alle famiglie d’origine. I fatti di Ponticelli hanno consigliato di affrettare la pubblicazione del primo: La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) CISU, Roma 2008. Nella prefazione leggiamo:

«Nelle settimane in cui esce il presente volume pare di essere in presenza di una fobia collettiva: la zingara rapitrice sembra essere uscita dalle pagine dei racconti popolari per andare ad infoltire i “campi nomadi” della tarda modernità italiana, le televisioni ne amplificano la notizia anche per il solo fatto di avere la capacità di entrare in ogni casa… Forse non si è mai creduto e gridato così tanto come in questi anni che gli zingari rubino i bambini… Morte (morte?) le streghe d’un tempo, morti (morti?) gli ebrei cannibali, ci sono rimaste le zingare rapitrici a nutrire le isterie di cui un’intera società ha evidentemente bisogno, e di cui l’alterità (donne, ebrei, islamici…) è sempre stata un’ottima fornitrice. Con cicli e ricicli: oggi tocca ancora agli zingari, ed è stagione di caccia. Se poi sono romeni la caccia è bipartisan…»[20]

I casi affrontati, tutti quelli di cui si è trovata documentazione, sono stati ricavati dai comunicati dell’ANSA e, quando il procedimento penale è stato istruito, anche dalla documentazione processuale. Sono sempre “tentati” rapimenti, la maggioranza dei quali si dimostrano poi assolutamente infondati. Alcuni minori sono purtroppo stati trovati presso parenti, uno risulta ucciso dalla madre. Solo tre casi si sono conclusi con una condanna per “tentato” rapimento: Desenzano, Lecco e Roma. A Lecco la donna accusata ha chiesto il patteggiamento, pur di uscire dal carcere, ma la ricostruzione dei fatti rende inverosimile l’ipotesi del tentato rapimento. Consigliamo decisamente la lettura del testo, che mette anche in evidenza come i processi percettivi, mnestici e di categorizzazione siano influenzati da attribuzioni stereotipiche, rappresentazioni mentali che danno forma a porzioni di realtà. In altre parole, se “vedo” una donna zingara vicino ad un bambino e “so” che “gli zingari rubano i bambini”, vedrò con convinzione che lei “vuole” portar via il piccolo!

Un aspetto che connota la questione, come mostra Tosi Cambini, è che si tratta di una “questione tra donne”:

«E’ possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti, sia il contesto che le dinamiche:

  • nella grande maggioranza, si tratta di ‘donne contro donne’ ossia è la madre (o un’altra parente stretta) ad accusare una donna zingara (o più donne zingare) di aver tentato di prendere il bambino:
  • la madre è una sorta di ‘madre coraggio’: difatti è la sua decisa reazione ad impedire che l’azione criminosa si compia. Addirittura, in alcune situazioni, si ha la narrazione di una colluttazione fra le protagoniste;
  • gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali, ma non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati e nessuno interviene in soccorso della madre»[21].

 

Questo quadro, assolutamente tradizionale anche se tutt’altro che desueto, si compone con una constatazione dolorosa, questa, per la mia esperienza, molto recente. In un “incontro” (una specie di conferenza, ma in realtà… è stata piuttosto uno “scontro”) tenutosi a Bologna nel marzo 2008, una signora fortemente contraria alle osservazioni che facevamo sulla questione, ha animatamente raccontato di aver preteso, quando ha partorito, che spostassero lontano da lei una donna rom, che pure aveva partorito. Richiesta del perché dalla mia giovane collega, la dott.ssa Eva Rizzin[22], ha detto che i motivi erano fatti suoi e non era tenuta a dirli, mentre la sua pretesa ragione doveva essere “fatto nostro”. La cosa mi ha colpito, perché molte donne, anche qui al campo in cui vivo, dicono ancora “la mia amica” parlando di donne non/romnia che sono state loro vicine all’ospedale, oppure dicono “ha partorito con me”. Poi, amici di Pisa mi hanno segnalato alla fine di maggio un articoletto de’ “Il Tirreno” in cui si diceva che all’Ospedale Santa Chiara reparto Maternità era successa una cosa simile. Una coincidenza? Una tendenza? Una svolta? Comunque una domanda.

 

Parola come chiusura schiusa

 

Rubo ancora un’espressione, così come ho rubato le terre di mezzo e sono tentata di rubare ancora il vicinolontano di Margherita Porete letta da Muraro. Rubo da De Luca, in parte indotta alla citazione dalla questione materna appena evocata:

«Miriàm, gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono. Ci vogliono le donne al momento della schiusa e all’ora di chiusura»[23].

In parte, in modo più ovvio e non privo di retorica, per dire semplicemente che per adesso il racconto si attesta qui, in sosta schiusa più che conclusa, in terra di mezzo, fra tempi incompiuti e racconti aperti. Con una buona dose, comunque, di fiducia, nella qualità politica delle pratiche discorsive, capaci di socchiudere varchi e di resistere ai recinti.

 

 

 

 

 

[1]              Penso di ricavare l’espressione, ormai molto diffusa, più che dalla mitica terra del Signore degli anelli, dal giornale di strada e dall’omonimo progetto editoriale, “Terre di mezzo”, appunto: «Ci distingue l’attenzione per chi lavora con ostinazione, spesso nell’ombra, alla costruzione di un mondo diverso, scegliendo pratiche quotidiane alla portata di tutti. E la simpatia per le storie delle tante “persone qualunque” cui è capitato di vivere, per sorte o per scelta, nelle periferie del nostro mondo. Emozioni e vicende che raramente guadagnano le pagine dei giornali e i cataloghi dei grandi editori, ma che ci piacciono per quanto sono autentiche e vive. Siamo nati per strada. Forse per questo continuiamo a pensare i libri come spazi e non come oggetti » (http://www.terre.it [accesso: 16/01/09]).

[2]              Tullia e Nathania Zevi, Ti racconto la mia storia. Dialogo tra nonna e nipote sull’ebraismo, Rizzoli, Milano 2008, p.129.

[3]                Edith Stein, Prefazione in Ead., Storia di una famiglia ebrea, Città Nuova, Roma 1999, pp.23-24..

[4]                Tullia e Nathania Zevi, cit., p.129.

[5]              Maria Zambiano, Delirio e destino, tr. it. di Prezzo e Marcelli, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p.275.

[6]              Giuseppina Scaramuzzetti, Ne ho fatto il mio amico in Ead, Una storia tante vite, Il Segno dei Gabrielli, S. Pietro Incariano (VR) 2008, pp. 162-164.

[7]              Quando in corsivo, si riferisce all’aggettivo derivato da rom/romnia.

[8]              Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. 24.

[9]              Sultana’s Dream era uscito in “The Indian Ladies’ Magazine”, Madras nel 1905. Adesso è pubblicato in traduzione italiana in Le dita nella terra. Le dita nell’inchiostro, Giunti, Firenze 2002, 57-68. Il volume, a cura di Anna Vanzan, raccoglie «voci di donne in Afghanistan, India, Iran, Pakistan» presentate come memoria del loro impegno «per affermare la loro libertà contro i patriarcati locali e internazionali» (introduzione). Rokeya Sakhawat Hossain fu fatta sposare ad un magistrato, vedovo e molto più anziano di lei, ma profondamente convinto della bontà e necessità dell’istruzione femminile, che la incoraggiò a studiare e scrivere. Rokeya, attiva nella Associazione delle donne musulmane, scriveva in inglese ed in bengali.

[10]            Vandana Shiva, Monocolture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura “scientifica”, Bollati Boringhieri Torino 1995.

[11]            Alessandro Baricco, I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli, Milano 2008, pp.19-20.

[12]            Leonardo Piasere, Un mondo di mondi, CISU, Roma 1999. Piasere è il coordinatore dell’intera Collana di Studi Zingari, delle edizioni CISU.

[13]            Leonardo Piasere I Rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Roma-Bari 2004.

[14]            Mariella Mehr (Labambina, Effige, Milano 2006: il primo suo libro sul tema, Steinzeit, risulta introvabile) è stata una vittima dell’associazione. Così lei stessa ne parla nell’intervista rilasciata a Petruzzelli: «Il libro Labambina è un incrocio fra finzione e realtà. Il paese, la situazione e la gente sono dipinti secondo la realtà che ho vissuto, ma la bambina si comporta diversamente da me. Quello che mi interessa analizzare nel romanzo è perché una bambina diventa violenta. Quello che voglio dire è che, se un bambino subisce delle violenze, entrerà in un circolo vizioso da cui non sarà più in grado di uscire. Le violenze subite verranno, a loro volta, ripetute». «Ma la popolazione jenisch da dove arriva? C’è chi dice dall’India e chi vi ritiene figli di minatori tirolesi». «É lo stesso – disse Mariella con dolcezza – Sono solo teorie. La verità è che abitiamo tutti questo pianeta» (Pino Petruzzelli, Non chiamarmi zingaro, Chiarelettere, Milano 2008, p.194).

[15]         Http://sucardrom.blogspot.com; cfr anche www.osservazione.org; osservatorioarticolo3.blogspot.com/; comitatoromsinti.blogspot.com/

[16]            Nando Sigona e Lorenzo Monasta, Cittadinanze imperfette. Rapporto sulla discriminazione razziale di Rom e Sinti in Italia, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere (CE) 2006; Lorenzo Monista, I pregiudizi contro gli zingari spiegati al mio cane, BFS, Pisa 2008.

[17]               Adriana Cavarero, in Adriana Cavarero, Fraco Restaino, Le filosofie femministe, Mondadori 2002, p.96.

[18]            Uso questo termine, anche se è sempre rischioso per il pericolo mai del tutto fugato che il lessico etnico/culturale venga letto nell’orizzonte della razza.

[19]            Mani di donne, a cura di Luciana Angeloni, Edizioni regione Toscana, Firenze 2006, p.6.

[20]            Leonardo Piasere,  Presentazione, in Sabrina Tosi Cambini, La zingara rapitrice, Cisu, Roma 2008, pp.VIII-IX.

[21]            Sabrina Tosi Cambini, La zingara rapitrice, cit., pp.44-45.

[22]         Eva Rizzin appartiene alla comunità italiana dei Sinti; si è laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste con una tesi sulla cultura della comunità dei Sinti Gackane Eftawagaria e ha conseguito, presso lo stesso ateneo, il Dottorato di ricerca in “Geopolitica e Geostrategia” rivolgendo la sua attenzione al fenomeno dell’Antiziganismo nell’Europa allargata. Attualmente fa parte del gruppo di studio sulle politiche locali per i Rom in Europa, istituito presso il  Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Milano-Bicocca. ed è socio fondatore di OsservAzione, centro di ricerca-azione contro la discriminazione di Rom e Sinti; è membro della Federazione Rom e Sinti Insieme, primo coordinamento nazionale  di Sinti e Rom, che intende riunire intorno a sé tutte le comunità presenti in Italia. Lavora con l’Istituto di Cultura Sinta e con Articolo 3, Osservatorio sulle discriminazioni razziali di Mantova. Approfitto per sottolineare come sia importante lasciar spazio e parola non solo “genericamente” a Rom e Sinti, ma anche in particolare a donne, appunto, romnia e sinte, come Eva.

[23]            Erri De Luca, In nome della madre, Feltrinelli, Milano 2006, pp.41-42.

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