Senza oneri per lo Stato. Presentazione

I testi che seguono sono le risposte che abbiamo ricevuto in risposta ad un TAM TAM lanciato a primavera per raccogliere contributi a questo numero autunnale della nostra rivista.

Questa è la lettera che abbiamo fatto circolare, annunciando che il titolo che immaginavamo sarebbe stato, come è, “Senza oneri per lo Stato”.

 

TAM TAM per amore del mondo

 

I tempi si sono fatti più duri per chi ha legato la propria progettualità politica ai soldi dello stato.
Il flusso dei finanziamenti si è inaridito, e con ciò anche quelle politiche si impoveriscono.

Forse troppo si è affidato a quel sostegno negli anni passati, per quanto non gli si possa negare una gratitudine per le tante cose buone che ha consentito di costruire e far circolare. E’ una storia che meriterebbe un bilancio e forse il momento è opportuno. Come che sia, non erano quei soldi a fare il valore primo di ciò che pure hanno valorizzato. E spesso ci sono stati dei costi che hanno persino alterato quel valore. Non è mai stata una questione pacifica. Le valutazioni sono controverse, ma non è questo il punto che vorremmo focalizzare (anche se ben vengano le riflessioni in proposito).

Piuttosto a muovere questa nostra richiesta è l’intuizione, e la scommessa, che questa situazione di impoverimento e crisi sia anche il terreno, come fertilizzato dalla penuria, del germogliare di nuove pratiche che prescindono da quell’alimento, nutrendosi d’altro. O anche che questa sorta di carestia renda più preziose e illuminanti esperienze che hanno vissuto nel tempo trovando altre energie.

E’ una idea che sta nello spirito che ci ha fatto intitolare il seminario dell’anno passato e il libro che abbiamo mandato in pubblicazione “La festa è qui”.
Quello che chiediamo è di aiutarci a prendere contatto con queste esperienze, perché alcune sono ben visibili, grandi e note, altre crediamo siano molto più minute, fortemente contestuali alle situazioni e alle vite singolari che le animano, persino nemmeno

ancora si nominano come politiche. Quindi ci è utile sia il poter essere testimoni pensanti di esperienze che si sono fatte, sia il fare da mediazione e tramite segnalando le donne, e gli uomini nel caso, che siano protagoniste di esperienze e sperimentazioni interessanti in questa prospettiva.

Vogliamo raccogliere il materiale alla fine dell’estate, per poter uscire col numero in autunno.
Ogni consiglio è benvenuto, abbiamo già delle idee e dei contatti, ma certo tante cose vitali crescono sotto questo sole che si è fatto spietato.

Il sole è ora quello sempre più avaro dell’autunno e l’odierna pioggia a dirotto non è meno appropriata a segnare il clima di questi tempi. Ciò nonostante sì, cose vitali crescono, continuano a crescere e vengono al mondo con la fiducia di viverci, di farne il proprio mondo, altre resistono, perdurano da lungo tempo anche in questa temperie.

Strana espressione, a pensarci, è “ciò nonostante”: sarebbe a dire che qualcosa “non osta”, ma quando la si usa è chiaro che qualcosa, viceversa, “osterebbe”, però non lo fa. Nel nostro caso quei nuclei vitali, quelle vere e proprie forme di vita, nascono e vivono sebbene quel “ciò”, la realtà in cui si trovano a vivere, lungi dal “non ostare”, perlopiù “osti” e anche duramente.

L’ambiente è ostile, la realtà fa ostacolo, ma c’è un ciò nonostante. E’ così la vita, si dirà, e si suol dire anche che per vivere si deve stare alla realtà, che bisogna misurarsi con la realtà. Indubbio, solo che con ciò troppo sovente si intende che c’è un’unica misura della realtà, quella corrente in denaro sonante, e a quella bisogna piegarsi come alla necessità… “E’ il capitalismo, baby!”

Per fortuna non è lo stesso che “E’ la vita, baby!”, la vita, come la realtà, non ha una sola misura.

Le risposte che abbiamo ricevuto mostrano questo tratto della varietà dei modi di misurarsi con la realtà non facendosi misurare dalla misura corrente. Le accomuna la tenacia con la quale tengono fede ad un’altra misura cui riconoscono altrettanta, e anzi maggiore realtà. Che si rivela tanto più reale quanto più i margini di libertà e azione consentiti dal metro di misura dominante si fanno stretti. E’ un azzardo dare un nome a ciò cui ciò nonostante si tengono strette, ma in queste esperienze raccontate non è moneta ciò che è sonante, risuona desiderio di un altro guadagno, altra contabilità di un altro bene. Non sta sul mercato dei beni e anche sì, altrimenti, non è un bene privato e anche sì, altrimenti, non guarda nemmeno al bene comune e anche sì, altrimenti. Magari è il comune bene cui spinge il nostro desiderio.

La domanda che stava nel TAM TAM chiedeva di come l’indurirsi della realtà e il venir meno delle risorse prima offerte dallo Stato potesse far emergere nuove pratiche e invenzioni che si alimentassero ad altra fonte, o valorizzasse quelle che tradizionalmente avevano fatto a meno delle risorse istituzionali. Emergono alcune indicazioni da questi testi, ma certo molto pensiero e molto lavoro politico servono per capire, nominare,

rafforzare le tante cose che si stanno muovendo sotto il cielo. E’ un inizio, questo, una attenzione che promettiamo di mantenere.

“Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva Mao.

Lo chiamavano il Grande timoniere e di sicuro l’immagine di un mare in tempesta la cui forza pare sovrastare infinitamente la forza di chi deve condurre la propria piccola barca ben si adatta al presente. Il senso di impotenza che la presente tempesta può indurre mi suggerisce di aggiungere alle sue parole anche quelle di Simone Weil:

“Le forze della natura superano infinitamente…” Allora? E tuttavia il marinaio sulla sua barca ha un peso uguale a quello delle forze infinite dell’oceano. (Non dimenticare che una barca è una leva). A ogni istante il pilota – con la debole forza dei suoi muscoli sul timone e sui remi, debole, ma indirizzata – fa equilibrio a quella enorme massa d’aria e d’acqua. Niente è più bello di una barca [1].

 

[1]Simone Weil, Quaderni I, Adelphi, Milano 1972, pp.129-30.

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