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Susanne Langer: la “filosofa ritrovata”

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Questo articolo si costruisce intorno alla figura di Susanne Langer, una donna filosofa vissuta fra il 1895 e il 1985, americana di nascita e di origini tedesche.

Langer è stata autrice di diverse opere di carattere filosofico, di cui solo alcune si trovano anche in traduzione italiana, e le sue ricerche si sviluppano principalmente intorno agli ambiti della filosofia speculativa, della filosofia dell’arte e dell’antropologia filosofica.

Il corpus delle opere della filosofa è davvero rilevante perché chiama in causa una decina di testi di ampio respiro. In traduzione italiana si trovano Filosofia in una Nuova Chiave: linguaggio, mito, rito e arte (1942); I principi della creazione artistica (1950); Sentimento e forma (1953) e Problemi dell’Arte (1957). E’ importante menzionare, inoltre, le altre opere in lingua originale, ossia: The Practice of Philosophy (1930), An introduction to Symbolic Logic (1937), Reflections on Art. A source book of Writings by Artists, Critics and Philosophers (1958). Philosophical Sketches (1962) e Mind: an Essay on Human Feeling (edita in 3 volumi: 1967, 1972, 1982).

Dagli studi critici italiani approcciati, è emerso che anche questi ultimi volumi contengono grande ricchezza intellettuale e sono relativi a temi attuali di dibattito.

A fronte della ricchezza contenutistica riscontrata, si può dunque dire che Susanne Langer rientra fra quelle donne che hanno dato un importante contributo nel mondo della cultura ma che ancora oggi faticano a venire ufficialmente riconosciute.

La ricezione delle sue opere in Italia è avvenuta verso gli anni ’70, ed intorno alla sua figura e alle tesi da lei sostenute si è svolto un vero e proprio dibattito, in particolar modo relativo alle sue concezioni di filosofia dell’arte. Tale ricezione, pur feconda in quanto si può dire che le sue acquisizioni siano entrate a far parte del bagaglio culturale comune, è stata poi considerata conclusa, perché si è ritenuto di avere sviscerato i suoi concetti e individuato le eventuali contraddizioni senza che potessero essere ulteriormente sviluppate.

Tuttavia, in base alla ricerca svolta sui testi che si trovano in traduzione italiana, si rileva come l’autrice sia particolarmente attuale, ricca e ispiratrice di rielaborazioni ulteriori. Inoltre, a partire da quanto emerge attraverso le ricerche di studiosi che vi hanno lavorato, le rimanenti opere non tradotte sono certamente   meritevoli di essere approfondite: particolare è a questo proposito l’originalità di alcune sue ricerche che si sviluppano, specialmente nell’ultima opera, attraverso un mirabile incrocio interdisciplinare fra le scienze e le questioni filosofiche.

L’eclissi o dimenticanza di questa filosofa, che a differenza di altri pensatori americani suoi contemporanei non si trova quasi mai menzionata nei manuali di storia della filosofia, può far pensare che tale disattenzione non sia frutto del caso: forse risulta ancora problematico riconoscere in una donna l’effettiva capacità di raggiungere alti livelli teorici nonché pari acume intuitivo dei propri colleghi uomini.

In ogni caso, riguadagnare e comprendere l’attualità delle ricerche svolte da Susanne Langer rappresenterebbe un arricchimento culturale importante: sia per i suoi contenuti, sia in quanto figura di riferimento autoriale per le posizioni teoretiche sostenute dalla filosofa; infine, la sua figura è rappresentativa in quanto voce della contemporaneità e acuta analizzatrice del proprio tempo.

Nei testi analizzati emerge come la filosofa esprima i propri pensieri e dubbi in continua evoluzione, ponendosi in particolare come voce critica nei confronti dell’esclusività dell’interesse filosofico verso gli ambiti della scienza e del linguaggio: Langer sostiene infatti che, accanto alla comprensione di una modalità razionale di espressione della realtà esclusivamente logico– inferenziale– dimostrativa, esista un’altra modalità espressiva secondo lei ingiustamente interpretata come irrazionale e poco significante: quella propria dell’arte, del mito e del rituale. La filosofa è dunque vicina a quella che può essere definita anche “meraviglia del mostrarsi”, ossia a quelle manifestazioni di una ragione intesa in senso ampio, simbolico ed espressivo.

Langer ritiene dunque che esistano due modalità simboliche attraverso cui si esprime la ragione, modalità essenzialmente differenti per il loro modo di articolarsi, di agire. Questa posizione può essere, alla luce anche delle ricerche attuali sul tema, motivo di rinnovato dibattito; in ogni caso il riconoscimento attribuito dalla filosofa alla funzione e al significato degli ambiti sopracitati in quanto elaborazioni necessarie all’uomo nel suo processo di rappresentazione del mondo, sono stati sensibilmente importanti perché in esse – nell’arte, nel mito e nel rituale – Langer riconosce la profondità di espressioni volte a una strutturazione di significato.

Questo ed altri importanti pilastri su cui si fonda la concezione della filosofia di Langer si trovano esposti in Filosofia in una Nuova Chiave, opera nella quale l’autrice approfondisce alcuni concetti che le saranno utili, successivamente, ad elaborare una teoria estetica ricca e coerente con la sua visione teoretica. Questa affascinante teoria estetica viene esposta in Sentimento e forma ed è qui che la filosofa propone uno dei suoi concetti più cari, quanto enigmatici: quello di sentimento.

In che senso enigmatico, si potrebbe chiedere. Si rende necessario, dunque, un breve excursus storico.

Il titolo originale dell’opera è Feeling and Form e il testo esce in pubblicazione in America nel 1953; il termine “feeling”, però, in area anglosassone non corrisponde precisamente al concetto italiano di sentimento inteso come sentire interiore o sentire col cuore; esso ha una doppia valenza: può indicare l’attività del sentire rivolta verso l’esterno oppure verso l’interno, cioè (nel primo caso) indica una sensazione provata dal soggetto ma causata dall’esterno mentre (nel secondo) indica un sentimento interiore.

Langer a questo proposito si muove come un equilibrista sul filo del pensiero, perché sostiene di poter – e volere – parlare nel suo testo, in connessione con l’espressione artistica, di “sentimento oggettivo”.

La filosofa è consapevole dell’apparenza ossimorica di questa espressione e per spiegarla si avvale delle ricerche svolte da critici d’arte e studiosi anglosassoni su questo concetto (che pertanto non è di invenzione langeriana); Langer però se ne appropria e lo sviluppa ulteriormente: per lei, l’oggettività propria del “sentimento” è data dalla struttura formale di quella che viene definita “vita del sentimento”, ossia dalla dinamica della sua articolazione.

Ciò significa che la filosofa ritiene possibile per il soggetto (e necessario per l’attività artistica) conoscere come si articola la dinamica del sentimento, oggettivamente comunicabile attraverso le forme artistiche (paradigmatica è per lei l’analogia della vita del sentimento con la struttura di un pezzo musicale). L’aspetto oggettivo del sentimento (o del sentire) collega dunque due poli che tradizionalmente sono stati concepiti in opposizione, ossia il polo soggettivo e quello oggettivo. Tale polarità si comprende bene all’interno della tradizione gnoseologica che fa del soggetto un soggetto conoscente e della realtà esterna uno dei suoi principali oggetti di studio. Langer, che bisogna dire non aderisce a questa visione, propone anziché un’opposizione fra i due poli, una ristrutturazione concettuale del sentire – concepito come intelligibile e dunque proponibile in una connotazione oggettiva: da qui l’espressione “sentimento oggettivo”.

La filosofa ricerca dunque una relazione fra le due componenti e propone una concezione originale per cui anche il “sentimento” avrebbe una modalità di strutturazione formale conoscibile e sarebbe per questo intelligibile. Questo è un aspetto molto importante della sua riflessione filosofica perché il sentimento tradizionalmente è sempre stato concepito in opposizione alla ragione o al massimo come suo complementare; in Langer viene invece inglobato nella ragione stessa, ragione che assume dunque una valenza più ampia di quella canonica.

L’attenzione di Langer per le ristrutturazioni concettuali dei termini può davvero insegnare quanto la nostra “forma mentis”, che include anche il nostro pensiero relativo all’interpretazione degli eventi e concettualizzazione dei termini, possa realmente modificare il nostro modo di percepirli e dunque di viverli.

Si auspica perciò, in conclusione, una rivitalizzazione dell’interesse rivolto alla conoscenza del pensiero di Susanne Langer e uno sforzo culturale rivolto alle rimanenti opere ancora non tradotte in italiano, dalle quali si potrebbe raccogliere molto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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