La rivista »

Sul rapporto tra le cose e le parole: la frequentazione

Che rapporto c’è tra le cose e le parole, tra un testo e il mondo? Mi sono chiesta parlando della realtà e dell’ordine simbolico che, bene o male, la tiene insieme.

La risposta, che ho solo abbozzato, cominciava dicendo che un rapporto esiste, certamente. Da dove viene questa certezza? Non viene da dimostrazioni; è una di quelle certezze (pensiamo a alto-basso, destra-sinistra) che non si guadagnano con dimostrazioni, perché si trovano già in noi. La certezza che le parole sono in rapporto con l’essere, e non con niente, la troviamo in noi perché si genera con noi in quanto soggetti parlanti. Il soggetto nasce con il linguaggio, in ciò filosofi e linguisti concordano. Ma con il linguaggio nasce anche il mondo, come ambiente dentro cui si situano l’io e il tu degli scambi simbolici. In un primo tempo questoambiente è la madre (prendo questa terminologia dallo psicanalista inglese Donald E. Winnicott), poi, quando la creaturina comincia ad avere con l’ambiente un rapporto che non si riduce alla pura fisicità del succhiare, mangiare, sputare, quando nel rapporto si inseriscono gesti, versi e parole che la madre capisce e risponde, in un crescendo che porterà la creatura a essere autonoma, ecco che il mondo prende forma.

Questo mio far appello all’infanzia e alla relazione materna, è un modo che adotto per far intuire qualcosa di quello che accade quando c’è parola. La co-nascenza simbolica di io-tu-mondo consta ogni volta che c’è parola, ossia quando i rapporti fra gli esseri umani non sono rapporti di forza, ma scambi simbolici. L’uso della forza, come insiste a dire Simone Weil, getta nell’irrealtà chi la esercita e chi la subisce.

Perché diciamo “scambio”? Che cosa ci scambiamo quando ci parliamo davvero? Fondamentalmente, nello scambio con l’altro quello che ci scambiamo è il posto di soggetto al centro del mondo. La parola di origine latina discorso, discorrere, ricorda nella sua etimologia il movimento di un andare di qua e passare di là, come fa la spola nel telaio su cui sono tesi i fili dell’ordito. Nel movimento di essere io per un tu e diventare a mia volta un tu per un altro, accade che le differenze generate dalla mancata coincidenza di sé con il tutto a causa dell’altro, si convertano in una lingua comune. Della lingua Saussure ci ha insegnato che è fatta unicamente di differenze: differenze significative, non differenze indifferenti.

Del rapporto tra le cose e le parole è noto e comunemente accettato che si configura variamente secondo le diverse lingue e che, all’interno di una stessa lingua, esso cambia secondo il tipo di società e di cultura. (Chiha letto Les mots et les choses di Michel Foucault ha familiarità con questa seconda veduta, magistralmente introdotta con un commento del celebre Las Meninas di Velasquez).

Bisogna rendersi conto, inoltre, che esso rapporto non è affatto semplice in sé, come si potrebbe ritenere, come la filosofia stessa ci ha fatto ritenere in passato, ma complesso, tanto che potremmo parlare di più rapporti, sebbene ciò non sia sempre evidente a causa del prevalere di un tipo di rapporto su altri, i quali non si manifestano per sé stessi, restando occultati nel mutismo.

(…)

 

Mi dedicherò ora a descrivere uno dei modi che hanno le cose e le parole di stare in rapporto fra loro. È un modo che riprende ed esalta certe caratteristiche della metonimia, una figura retorica che nomina lo spostamento del significato seguendo certi concatenamenti già dati e noti. Sono metonimie, ad esempio, “leggere Virginia Woolf”, oppure “bere un bicchiere”: non bevo il bicchiere, ovviamente, ma quello che esso contiene, e quando dico che leggo Virginia Woolf, intendo riferirmi ai testi di cui lei è autrice.

La metonimia configura così, fra parole e cose, una specie di rapporto di collaborazione in cui la pratica che abbiamo del mondo viene chiamata in causa dalle parole e contribuisce a significarlo. E fa capire che il linguaggio ha molte risorse, c’è la sua tendenza a costituirsi in una totalità semantica autosufficiente, che è la tendenza del linguaggio teorico, e c’è la frequentazione del mondo da parte delle/dei parlanti, che troviamo alla base del sapere pratico.

Si tratta di procedimenti simbolici tra loro difformi e chi li ha scoperti e indagati, il linguista Roman Jakobson in un celebre saggio sull’afasia, sostiene che essi concorrono alla vita del linguaggio ma non sono pacificamente complementari1. Il primo procedimento (che è di tipo metaforico) cerca le differenze che definiscono il significato e le cerca nelle parole con le parole: è meta-fisico e meta-linguistico. Il secondo non mette il soggetto parlante in condizione di trascendere, di andare oltre (meta-) la sua appartenenza al mondo, ossia il suo essere parte; il soggetto può dire il vero muovendosi, lavorando, vivendo e parlando, cioè aggiungendo notizie a quello che già sapeva, man mano che le cose succedono. È un procedimento che racconta l’essere, non lo definisce.

Il linguaggio in cui prevale la risorsa della frequentazione sembra condannato a una certa ristrettezza, perché la sua capacità di significare dipende dalle relazioni fra le/i parlanti, e fra loro e con il contesto. Non arriva ad avere valore universale, si dice: c’è il mondo dei bevitori e c’è il mondo delle lettrici di Virginia Woolf, mondi parziali che solitamente non coincidono.

Capisco questa osservazione critica della ristrettezza, ma non la condivido interamente. Alcuni importanti concatenamenti su cui si sposta il significato, nella metonimia, sono offerti dal nostro essere corpi viventi, sessuati, mortali, fragili, gaudenti, bisognosi… Sono concatenamenti che ci portano in vaste aree di esperienze comuni a tutti gli esseri umani.

In termini più generali, io sostengo che c’è un universale che possiamo guadagnare passo passo, per vicinanze e comunanze parziali che non esauriscono l’interezza del mondo ma ce la fanno visitare in una sorta di viaggio inesauribile, con l’aiuto di tutto ciò che accumuna materialmente i soggetti parlanti, in primis il nostro essere corpo. Mi chiedo, d’altra parte, se il valore universale puro, quello che caratterizzerebbe la parola in una totale indipendenza simbolica dal nostro essere corpo, cioè parte del mondo, non sia una chimera: se è vero che le parole e le cose sono fra loro in un rapporto complesso che si avvale di una pluralità di modi, se fra questi modi c’è quello caratterizzato dall’operazione metonimica, il sapere anche il più universale in qualche modo resterà sempre debitore verso il nostro essere corpo e la nostra frequentazione del mondo.

 

Il linguaggio in cui prevale la modalità metonimica, come non manca di una relativa universalità, così non è privo di creatività. Ci sono invenzioni di tipo metonimico che, da sole o in combinazione con altre, muovono l’immaginazione e aprono il mondo a nuovi significati.

Penso, per un esempio cospicuo di ciò che vado dicendo, al primo saggio politico di Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé (1929). Il testo, genialmente concepito come una deviazione su traiettorie apparentemente secondarie, porta a espressione libera la rivolta femminile contro la società patriarcale che covava dentro la scrittrice inglese e innumerevoli altre donne. Con questo saggio e con quello successivo, Le tre ghinee (1938), che ha un’impostazione dello stesso tipo, Virginia Woolf ha dotato di linguaggio un’esperienza fino allora stretta fra un silenzio di paura e una protesta isterica: dove c’erano mutismo e malattia, lei ha fatto venire pensiero.

Nell’autunno del 1928 la scrittrice venne chiamata a Cambridge a parlare davanti a un pubblico di studentesse sul tema “Le donne e il romanzo”2. Ancor oggi si continua a coniare titoli come questo, a due teste, una sono “le donne” e l’altra può essere di tutto, dall’informatica a Dio. La Woolf si presentò dicendo che non avrebbe affrontato il tema in questi termini poiché non aveva nulla di definitivo da dire sulla vera natura delle donne né sulla vera natura del romanzo. In cambio avrebbe offerto alle ascoltatrici una sua opinione che forse conteneva qualcosa di vero circa le donne e il romanzo, e cioè che, se una donna vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé.

A questa prima mossa, ne seguì una seconda, che riguarda il linguaggio: lei avrebbe esposto la sua opinione non con l’intento di farla apparire vera ma semplicemente raccontando, aiutata dall’arte del romanzo, come l’opinione si fosse formata in lei, lasciando a noi, ascoltatrici o lettrici, di cercare quello che c’è di vero nelle sue parole.

Era il suo discorso del metodo. Il pensare è inteso come un aprire passaggi al movimento della mente e come un tracciare percorsi per un’esperienza che non aveva né dove né quando, cioè come una narrazione.

È successo così che, per la prima volta (mi piace dirlo, per quello che vale questo modo di dire), il mondo smise di rispecchiarsi in una tradizione di pensiero che si presentava come universale ma rispondeva soprattutto a un’esperienza di uomini, tradizione ricca e variata, ma pensiero fatalmente unilaterale. E il mondo si fece vedere non per quello che sarebbe nel punto di vista dell’altro sesso, un punto di vista presuntamente complementare o contrario. Il mondo si fece vedere per quella che è una sua caratteristica costitutiva, ossia nella sua possibilità di essere altro. Che vuol dire: una somma di differenze in continuo divenire che si tiene insieme grazie agli scambi simbolici in una lingua comune.

Le due mosse sono fra loro complementari nel risultato che è di attingere il senso libero della differenza sessuale. Ma non si confondono. La prima mossa produce un cambio di ordine simbolico: abbandonato il punto di vista della ricerca dell’essenza e il compito di dare la giusta definizione della donna (e del romanzo), le donne prendono a esistere per sé stesse nell’atto di uno scambio fra una che racconta i “fatti suoi” con parole che trovano risonanza in altre che l’ascoltano.

La seconda mossa riguarda la possibilità del vero. È possibile dirlo? No, sembra rispondere Virginia Woolf, ma, nel vuoto lasciato dall’insostenibile pretesa di sapere e dire la verità, subentra la fiducia che l’altra, colei che ascolta (o legge), ne oda la voce e la faccia risuonare come tale.

E così è accaduto, storicamente, con la presa di coscienza femminista e il movimento politico delle donne3.

 

Anni fa, alla fine degli anni Settanta, avendo scoperto nella pratica femminista dell’autocoscienza la risorsa per parlare fedelmente della mia esperienza e mettere fine alla mia imitazione del linguaggio dominante nella filosofia, avanzai una teoria del linguaggio che valorizzava la risorsa del procedimento metonimico, più o meno in questi termini: noi viviamo in un ordine simbolico che privilegia il procedimento metaforico (lo chiamai “regime ipermetaforico”) e non tiene in conto coloro che fanno “il lavoro di incollare le parole e le cose”. Con questa formula intendevo le persone private della competenza simbolica per interpretare il mondo e se stesse in esso, quindi fatalmente dipendenti dalla parola di altri che si arrogano la competenza simbolica per sé e per gli altri. E questo in forza di un qualche potere, compreso quello che dà la rappresentanza politica nel nostro sistema democratico. Ecco svelato il debito simbolico che dicevo sopra, cioè il debito che il sapere universale ha nei confronti dell’operazione metonimica: l’operazione è tutta demandata a quelli che vivono e parlano incollati al loro contesto di vita4.

Aggiunsi però che la questione non poteva esaurirsi con una teoria: una teoria è una costruzione fatta di parole e capace quindi di rispecchiare meglio i procedimenti simbolici totalizzanti che non quelli più aderenti alla condizione umana. L’ordine simbolico riflette meglio su ciò che gli è omogeneo e conforme. Ma in pratica – scrivevo – sono proprio i procedimenti di tipo metonimico quelli che, pur con la loro inevitabile incompiutezza, rendono conto della condizione umana, meglio di qualsiasi teoria, come io stessa avevo scoperto con la pratica femminista. Siamo al limite di quello che una teoria può esplicitare – scrissi – tant’è vero che la questione sui modi storici della produzione simbolica, oggi la ritroviamo come problema politico posto dal movimento delle donne e da altri movimenti che rifiutano il sistema della rappresentanza.

Il mio lavoro di pensatrice è continuato nella duplice direzione di dotare me stessa e le altre donne di competenza simbolica per interpretare il mondo e se stesse in esso, da una parte, e per promuovere l’innesto della pratica nel pensiero teorico, dall’altra. Senza questo innesto, ho sempre pensato che l’essere donna, dopo essere stato pagato da tante donne, a cominciare da mia madre, con una esistenza faticosa illuminata da magre vittorie, sarebbe caduto per me nell’insignificanza e mi avrebbe destinata alla vacuità di un impegno speculativo sradicato dalla mia storia e dalla mia stessa esperienza.

 

Sono tornata a quel testo di trent’anni fa per più motivi fra i quali che vorrei fargli un’aggiunta. Andando avanti nei miei studi sulla lingua, mi sono imbattuta in una ponderosa ricerca che risale al 1934 nella sua lingua originale, il tedesco, tradotta in italiano nel 1983, dopo una seconda edizione originale nel 1965: Karl Bühler, Teoria del linguaggio5. Il lungo terzo capitolo, dedicato al campo simbolico del linguaggio, termina con un capoverso che citerò quasi per intero e che interpreterò nei termini della mia passata ricerca sulla metonimia come scommessa pratica e teorica.

Scrive Bühler: il linguaggio umano, quale sistema di rappresentazione, così come oggi lo conosciamo, è il risultato di un certo sviluppo che mostra un progressivo affrancamento dall’indicazione e di distaccodall’imitazione. In altre parole, il linguaggio verbale, quello propriamente umano, è un sistema di rappresentazione della realtà che non si serve più di forme imitative della realtà stessa e poco si serve anche dei segni-indici, quelli collegati allo stato presente delle cose: io, tu, qui, ora, ecc. Esso linguaggio, infatti, si caratterizza in quanto denomina le cose e con i nomi dà una rappresentazione simbolica (non imitativa, non indicativa) di valore universale. Ma, aggiunge l’autore, c’è qualcosa di strano, di non chiarito, nel tipo di rappresentazione che si ottiene con il linguaggio. Da una parte, spiega, il linguaggio si è allontanato dalla riproduzione imitativa con cui ha solo un rapporto indiretto, per cui può raggiungere un alto grado di universalità. Ma quanto alla sua capacità primitiva di riprodurre indicando lo stato delle relazioni in cui il parlante è immerso, questa non è andata completamente perduta. Il perché di ciò, io, Karl Bühler, non sono riuscito a dedurlo sulla base di una adeguata teoria linguistica.

Viene di seguito una riflessione problematica che getta molta luce sul nostro tema e conferma la mia passata intuizione sul “regime ipermetaforico”: “Forse sopravvalutiamo l’affrancamento dal campo d’indicazione, forse sottovalutiamo il fatto dell’essenziale apertura, nonché l’esigenza, da parte di ogni rappresentazione linguistica di uno stato di cose, d’integrare quest’ultimo su un piano conoscitivo”6.

In altre parole, scrive ancora l’autore, forse esiste una componente che entra in tutto il sapere costituito linguisticamente ma che scaturisce da una fonte che non si integra essa stessa nel sistema simbolico linguistico, “e tuttavia genera un vero sapere”7. Ebbene, aggiungiamo noi, l’operazione di tipo metonimico risolve l’arcano di una fonte che è nel linguaggio ma non è del linguaggio, generatrice tuttavia di un vero sapere. Il linguaggio è zoppo, scrivevo in conclusione al mio Maglia o uncinetto, l’enigma viene dal nostro essere corpo e essere parola, insieme. Ma attenzione che il linguaggio riproduce in sé l’enigma e conosce nella sua stessa natura il nostro essere corpo e parola insieme e finivo con queste parole: abbiamo ancora da scoprire quanta intelligenza possa venire dal nostro essere corpo e quale stretto legame ci sia tra piacere e sapere8.

Questa conclusione non è di poco aiuto a chi cerca la possibilità di un sapere e di un agire che non siano di fatto la mera espressione dei rapporti di potere dominanti: a chi ha in mente un agire politico la cui efficacia sia affidata al potere delle parole.

Note

  1. Roman Jakobson, Two Aspects of Language and Two Types of Afasic Disturbances, in Selected Wrintings II, Mouton, The Hague-Paris 1971, pp. 230-259.
  2. Inserisco qui un passo tratto dalla mia Introduzione a Iris Murdoch, Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura, tr. it., Il Saggiatore, Milano 2006, p. 11.
  3. La bibliografia è immensa e vano sarebbe voler ricondurla a qualche titolo, perciò mi limito a segnalare un libro che fa capire quello che io ho in mente parlando di presa di coscienza e movimento femminista: Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987 (No creas tener derechos, horas y HORAS, Madrid 1991).
  4. Maglia o uncinetto, Feltrinelli, Milano 1981; il libro è stato ristampato dalla Manifestolibri nel 1991, con una ricca introduzione di Ida Dominijanni.
  5. Karl Bühler, Sprachstheorie, Gustav Fischer Verlag, 1965; io cito da Teoria del linguaggio, traduzione e presentazione di Serena Cattaruzza Derossi, Armando, Roma 1983.
  6. Op. cit., p. 308 (enfasi dell’autore).
  7. Ivi.
  8. Maglia o uncinetto, 1981, p. 111.
Condividi:
FacebookTwitterGoogle+