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Su Dio è violent di Luisa Muraro

 

Dio è violent  (gransasso nottetempo, Roma 2012)

C’è una frase che mi è dispiaciuta in Dio è violent, questa: «Insomma, meno filosofia e più pratica» (p. 38). Mi è spiaciuta perché fissa la filosofia in una posizione in cui quella si è effettivamente spesso sistemata, ma che resta per essa non inevitabile. Quale sia questa posizione, lo si capisce dal contesto: è quella di chi pretende di definire dei concetti in maniera formalistica e astratta, lasciando poi ad altri l’ingrato compito di applicarli facendoseli andar bene, facendoseli bastare. Ma, dicevo, la filosofia può anche non essere questa cosa qui e può non esserlo senza smettere di avere un rapporto stretto col definire. La filosofia può essere anche intesa come una pratica che interviene ogni volta in un qualche contesto per introdurvi una distinzione concettuale che consente ad una questione che si agitava oscuramente in quel contesto di venire alla luce, di poter essere vista e pensata. La filosofia, allora, ‘definisce’ nel senso che introduce una distinzione, fa vedere una differenza e in questo modo ha un effetto pratico: consentendo di reimpostare una questione, infatti, apre la possibilità ad un nuovo modo di avere a che fare con quella e con le realtà che vi si annodano. Questa è ad esempio l’idea di filosofia difesa da Louis Althusser, ma a mio parere è anche ciò che la stessa Muraro mette in pratica in questo scritto. Qui Muraro introduce una distinzione che taglia orizzontalmente la distinzione verticale tradizionale tra forza e violenza e con ciò cerca di farci vedere diversamente qualcosa. Che cosa? Direi innanzitutto: l’agire, che cosa esso sia e in quale rapporto stia con noi; per paradossale che possa sembrare, infatti, l’agire non è semplicemente ‘ciò che facciamo’, è molto meno a nostra disposizione. Prima di arrivare a questo, tuttavia, bisogna soffermarsi sulla distinzione che Muraro introduce e come essa ridisegni la separazione tradizionale tra forza e violenza.

Attraverso il riferimento ad una violenza che sarebbe esercitata da Dio stesso, ossia da colui uno dei cui nomi è Giustizia, Muraro pone sul tavolo «la positiva idea di una violenza giusta». Questa formula della ‘violenza giusta’ sembra dapprima un’assurdità perché di solito la violenza è intesa proprio come quell’esercizio della forza che oltrepassa i limiti della giustizia ed è certo assurdo ipotizzare che una forza esercitata oltre i limiti della giustizia sia ancora esercitata con giustizia. A questo punto, da lettori, dobbiamo chiederci: Muraro sta proponendoci questa assurdità oppure qualcosa di più sottile? Credo qualcosa di più sottile e proverò a dire che cosa.

Il fatto è che il diritto moderno ha operato un’integrazione importante della comprensione tradizionale della violenza ed è su questa integrazione che Muraro vuole portare l’attenzione perché essa non ha niente di scontato e anzi presuppone un quadro che non è più quello attuale. Cerchiamo di vedere questa integrazione operata dalla concettualità giuridica sorta con la modernità. Allora, la comprensione tradizionale della violenza dice che essa è esercizio della forza al di là della giustizia; ebbene, il diritto moderno aggiunge: “e il limite tra giustizia e ingiustizia è esplicitato e definito dalle leggi dello Stato, coincide insomma con il limite tra legittimo e illegittimo”. È un’aggiunta fatale. Ora la violenza è l’uso illegittimo della forza e il confine del legittimo è quello scritto nelle leggi: della conoscenza di quel confine è depositario lo Stato e i suoi funzionari; più esattamente, quel confine è tracciato dal legislatore, autorizzato in tale ruolo dalla procedura giuridica istituzionale. Osserviamo allora ancora una volta come è cambiata la comprensione tradizionale della violenza: essa è ora l’esercizio della forza che oltrepassa i limiti del giusto, limiti che coincidono coi limiti fissati dal diritto. Ecco allora che quando Muraro ci propone l’idea di una violenza giusta ci sta proponendo di considerare l’idea che i limiti del giusto non coincidano coi limiti del diritto, ci sta proponendo di considerare la possibilità che un certo esercizio della forza che oltrepassa i limiti del diritto non stia ancora oltrepassando quelli del giusto. Sia chiaro: non sta proponendo l’idea che ogni uso della forza che oltrepassa i limiti del diritto sia giusto, bensì l’idea che l’oltrepassamento di quei limiti non basti più ad assicurare che sono stati oltrepassati i limiti del giusto.

Il dispositivo giuridico e politico moderno che poteva pretendere di ridurre il giusto al legittimo oggi è in crisi di senso e questo significa che le leggi dello Stato non possono più pretendere di essere il luogo dove l’uso giusto della forza è separato dall’uso ingiusto della stessa. Questo non vuol dire che non abbia più alcun senso tentare di distinguere tra questi due usi, vuol dire che questa distinzione, questa demarcazione non può più essere demandata allo Stato. Un certo esercizio della forza che per il Diritto rientra già nella violenza e dunque nell’ingiustizia, potrebbe invece essere ancora nei limiti della giustizia. Un simile caso è il caso di un uso illegittimo della forza, che però è ancora un uso giusto: Muraro lo chiama caso di “violenza giusta”, ma con questo non intende dire che è ingiusto e insieme giusto, ma che, sebbene sia ingiusto secondo il Diritto, in realtà non è affatto ingiusto.

Secondo questa mia lettura, Muraro sta innanzitutto riaffermando l’antica distinzione tra giusto e legittimo. Non dice che il giusto e l’ingiusto si confondono, una tesi che, presa alla lettera, è priva di senso, ma dice che questa distinzione non si riduce alla distinzione tra legittimo e illegittimo per cui può accadere che qualcosa di illegittimo sia invece giusto e qualcosa di legittimo sia invece ingiusto. Muraro, comunque, non si ferma qui.

Aggiunge che, non solo non è la procedura giuridica interna al dispositivo statale moderno che può pretendere di essere depositaria della distinzione tra giusto e ingiusto, ma anche che questa distinzione, pur essendo reale, non si può tracciare in maniera formale e astratta. Non basta dire che non è lo Stato a dare il criterio per separare giustizia e ingiustizia, ma occorre aggiungere che un criterio generale che si applichi da sé non è proprio possibile. Perché? Perché ciò che è giusto o ingiusto in una situazione concreta non si può che tentare di stabilire dall’interno di quella situazione o comunque a partire da una considerazione di quella situazione nella sua singolarità. Nessuno dispone di un criterio sicuro per sapere quando un certo esercizio della forza ha oltrepassato il limite del giusto. Non c’è modo di stabilire in generale che un esercizio della forza che ha passato il limite del legittimo e che dunque è, per il Diritto, ‘violenza’ abbia davvero passato i limiti della giustizia. Ed è a questo punto che possiamo compiere il passaggio estremo, facendoci guidare da alcune affermazioni di Muraro, in primis questa:

Si tratta di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e che nessuno può fare sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi. (p. 33).

Il passaggio estremo è alla questione dell’impersonale, di ciò che “non si può fare proprio”: di esso fa parte quell’uso della propria forza che riesce ad essere giusto. L’uso giusto della propria forza è qualcosa che non è interamente a propria disposizione. Si può perdere la capacità di realizzarlo (come dice di aver fatto Clarice Lispector quando parla del taglio delle sue unghie), ma non ci si può assicurare di stare realizzandolo: forse si sta cadendo in un eccesso, il rischio c’è.

Ma che cosa significa “cadere nell’eccesso” quando si usa la propria forza? La risposta di Muraro mi sembra questa: si eccede quando si usa più forza di quella necessaria. L’idea, naturalmente, è che la forza necessaria non si tiene sempre nei limiti del legittimo, ma talvolta li eccede costituendosi, per quei limiti e solo per quei limiti, come violenza. (E questo fa capire perché non si possa far rientrare questo libro nei ranghi del “buon senso antiviolento” con questa formula: “è chi non ha abbastanza forza che scade nella violenza”. No, il punto è che chi ha abbastanza forza da avere “tutta la forza necessaria” talvolta compie atti che appaiono violenti e dunque ingiusti, ma che ingiusti non sono giacché appunto sono espressioni di un uso necessario della forza).

La nozione di forza necessaria andrà ripresa e approfondita: ho qui cercato di mostrare che essa è la chiave di volta dell’impianto concettuale di questo libro. Muraro la collega all’idea di giustezza: la giustezza non è la giustizia, intesa come corrispondenza con qualche principio generale, ma è l’appropriatezza di un certo agire all’intero contesto in cui si va a inscrivere e a cui va a rispondere. Il punto fondamentale è che in tale contesto sono inclusi anche i desideri, anche gli ideali su cui ci si orienta e anche i rapporti in cui si è presi e prese. La giustezza dunque non è una convenienza cinicamente calcolata, ma è un tentativo di esser giusti con la situazione, considerata nel modo più comprensivo e dunque includendo in essa anche se stessi e ciò a cui si tiene. Talvolta, per esser fedeli a tale situazione e a se stessi in essa, ossia per produrre una risposta che abbia giustezza e per questo realmente giustizia, occorre forzare i limiti del legittimo. Questa mi pare l’idea.

Più esattamente, questa è l’idea della prima parte del librino: quella che è stata più discussa, spesso malamente. C’è poi la seconda parte su cui invece dovremo tornare presto, ma con calma. Questa seconda parte è più breve e inizia a pagina 61 (o forse a pagina 57): è caratterizzata dall’esplicitazione del riferimento alle donne. Le donne sarebbero portatrici di un’autorità quanto al saper essere giusti con i contesti che si attraversano. Si noti: portatrici di un sapere autorevole come quello della cuoca sulla quantità di sale, non portatrici di quel criterio sicuro che invece non può esserci.

Le donne sono in posizione per sapere tutta la parte di frode che c’è nel racconto moderno del contratto sociale e nel principio del monopolio statale della violenza. Lo sanno per una duplice, opposta competenza: quella che dà loro l’essere dentro-fuori dal contratto sociale e quella che dà loro la frequentazione intima della violenza sessuale, la violenza cioè che le colpisce a causa del fatto che sono di sesso femminile. (p. 64).

A mio parere quest’affermazione è difficilmente comprensibile se viene isolata dal lavoro che su questo tema il femminismo della differenza fa da alcuni decenni – ma questo già vuol dire che non si tratta solo di donne, ma di donne e anche di pensiero femminista della differenza. Il punto è che questo pensiero e il movimento all’interno di cui si genera, da un lato difendono e promuovono l’assunzione, da parte di ogni donna, della posizione di soggetto (il “mettersi al centro”), dall’altro non pensano complessivamente le donne come un nuovo “soggetto politico”. Questo è il nodo teorico che bisogna sciogliere per sviluppare la proposta che Muraro avanza in questo piccolo libro: ogni donna è un soggetto, le donne non sono un soggetto. La differenza femminile non è un soggetto, ma il nome di un campo di relazioni in cui quella parziale estraneità al contratto sociale e quella intima frequentazione della violenza sessuale possono diventare, ma non sono spontaneamente, un sapere autorevole per tutti.

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