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Antonella Moscati, Deliri

Antonella Moscati, Deliri, Nottetempo Roma 2009

 

Il testo di Antonella Moscati, Deliri, si caratterizza innanzitutto per la limpidezza del linguaggio, per la felicità e la lievità della narrazione, che tiene insieme una materia incandescente, magmatica, difficilmente padroneggiabile. Eppure l’autrice ci riesce e questo è uno dei grandi meriti del libro.

Un altro merito, ancora più grande, consiste nel fatto che l’autrice ha il coraggio di parlare dei deliri che ha vissuto. A proposito del delirio, infatti, è importante che chi lo ha vissuto ne parli, facendo sì che questo tipo di esperienze non restino murate nel silenzio, nella vergogna, nel pudore. Inoltre, è importante trovare i tramiti, le mediazioni fra le esperienze deliranti e le nostre esperienze più comuni: questo è a mio avviso un lavoro filosofico che si può fare intorno ai deliri. Penso in questo senso a una filosofia intesa non come filosofia sistematica o speculativa (della quale nel libro si mostra giustamente la pericolosità), ma come ricerca delle necessarie mediazioni per far passare l’immediato nel linguaggio: così intendeva la filosofia anche Hegel, che pure era sistematico; ma, al di là del suo imponente sistema filosofico, Hegel aveva espresso di fondo l’esigenza che l’immediato trovasse la sua mediazione adeguata.

Così anch’io intendo la filosofia. In un saggio che ho scritto sul delirio, Soglia, nel libro di Diotima Immaginazione e politica, ho interrogato filosoficamente il delirio (quello di Schreber e quello contenuto negli incubi che compongono il capitolo centrale di Malina di Ingeborg Bachmann), cercando soprattutto di istituire dei ponti fra l’esperienza delirante e le nostre esperienze più comuni e quotidiane.

L’importanza di parlare dell’esperienza del delirio da parte di chi l’ha vissuta e ne è uscito è sottolineata nell’ultimo bellissimo capitolo con cui si chiude il libro di Antonella Moscati, la parabola dei tonni. Vi si racconta che un tonno preso nella rete avrebbe assolutamente la forza per romperla e per liberarsi, ma, avvicinandosi alla rete, il tonno torna indietro intimidito per un difetto di vista: vede la rete molto più grande e più potente di come è in realtà. Vengono poi fatte varie ipotesi su quello che succederebbe veramente ai tonni, in un susseguirsi di alternative che ricorda il tono di alcuni racconti di Kafka (penso ad esempio al Silenzio delle Sirene o a Prometeo). Fra queste ipotesi, c’è quella che se un tonno, uno solo, potesse tornare da quella esperienza e dire agli altri la scoperta della propria forza rispetto alla debolezza della rete, forse i tonni sarebbero salvi.

Il libro introduce inoltre la differenza fra il raccontare, che implica una distanza rispetto al vissuto del delirio, e le idee deliranti, che sarebbero come uno strato più arcaico. Aggiungerei che c’è un diverso sentimento di certezza in altre forme di pensiero rispetto al delirio. Il delirio è accompagnato da un sentimento di certezza assoluto, è il luogo delle rivelazioni: solo che si tratta di false rivelazioni. Del resto, come vedremo meglio più avanti, un grande problema anche per i mistici è sempre stato quello di distinguere ciò che era messaggio di Dio da ciò che proveniva dal demonio. In termini più razionalistici, nell’ambito della psicanalisi, Freud afferma che il sentimento di certezza nel delirio si sposta da qualcosa di profondamente rimosso o forcluso, del tutto inattingibile alla coscienza, a qualcos’altro: la certezza, l’evidenza riguarda quest’ultima cosa, ma è frutto di uno spostamento. Da qui vengono le false rivelazioni, che si offrono con l’immediatezza di un vissuto rispetto a cui non c’è alcuna distanza. Solo quando si è recuperata una certa distanza (“il primo spegnersi di quel bagliore”, scrive l’autrice), si riesce a farne un racconto. Il libro lavora sul sentimento di certezza che accompagna il delirio quando vi si afferma che gli stati che escono dai cardini, che delirano, hanno la capacità di persuaderci subito, hanno cioè lo statuto della certezza, della folgorazione che spiega tutto.

 

  1. Vorrei ora mettere a tema il rapporto dei deliri con la filosofia: l’autrice è una filosofa e la filosofia, una certa filosofia, ha una strutturazione che si presta bene alle formazioni deliranti. C’è una struttura fondamentalmente paranoica della filosofia per la sua pretesa di spiegare tutto: questa struttura ce l’hanno in particolare certe forme di filosofia, ad esempio le formazioni sistematiche e altamente speculative, ma anche quei pensieri che sono come illuminazioni improvvise, rivelazioni come quella dell’eterno ritorno di Nietzsche, che viene ricordata in effetti nel libro di Moscati. Nel delirio, tutto ha senso, afferma l’autrice. Io aggiungerei: ogni singola parola, evento, situazione è un testo da interpretare, in un’ermeneutica infinita e defatigante.

Un altro elemento importante dal punto di vista filosofico è il fatto che alla narratrice a un certo punto si è imposta, in un delirio, la struttura consequenziale “se…, allora”, che è diventata per lei un percorso rettilineo, un passaggio obbligato. La filosofia si è molto interrogata sulla struttura consequenziale, sulla ricerca delle cause. Tuttavia, a un certo punto, l’autrice ha rinunciato alla ricerca delle cause: “L’esordio di questi episodi deliranti mi sfuggiva”, scrive. Già questo è un atteggiamento che io definirei fondamentalmente sano, perché non vuole spiegare tutto, a differenza ad esempio di Schreber, il quale pretende, anche una volta uscito dal nucleo incandescente del suo delirio, di spiegare tutto, senza lasciare alcun buco, alcun vuoto. Nel testo di Moscati invece restano dei vuoti, dei buchi di senso, come in Malina di Bachmann, il quale infatti è anch’esso un testo letterario: tali vuoti, disseminati nel testo, fanno sì che legge sia convocato a metterci del suo.

A un certo punto l’autrice dice di vivere intensamente una grande intuizione filosofico-religiosa: “In principio era il Verbo”. La narratrice si trova così precipitata in universo fatto solo di linguaggio. Si instaura in tal modo la terribile autonomia del significante: esso si svincola totalmente dal mondo della percezione. L’autrice si sente piena di sensi di colpa per aver preteso la conoscenza filosofica completa ed esaustiva.

A questo punto si inserisce nel testo uno snodo importantissimo: posta di fronte all’alternativa fra morire (per aver voluto la conoscenza completa della rivelazione) e diventare folle, la narratrice sceglie temporaneamente la follia. Sono convinta che ci sia una scelta di questo genere all’origine di certi stati psicotici. Anche una mia amica, che ha vissuto un breve episodio di delirio paranoico, mi ha raccontato che a un certo punto si era sentita di fronte all’alternativa fra uccidersi e diventare matta. In quel momento ha scelto temporaneamente la follia, cioè ha scelto di vivere. Può sembrare paradossale quello che dico, ma non lo è: in certe situazioni, la follia è una scelta per non morire, è una scelta di vita ed è perfino un tentativo di salvezza e di autoguarigione, sia pure non riuscito.

Un ultimo elemento che riguarda il nesso fra deliri e filosofia è l’interesse dell’autrice per le espressioni in cui il significante si è autonomizzato dal significato, come nelle formule tipicamente filosofiche del tipo “pensare il pensiero”, “essere l’ente” e simili. La filosofia, soprattutto quella altamente speculativa, si presta molto bene agli agganci del delirio e dunque, in un certo senso, è pericolosa. Ma la filosofia non è invece pericolosa se è la ricerca delle necessarie mediazioni che rendano intelleggibili i propri vissuti-limite anche agli altri. In questo senso io ritengo che il libro di Antonella Moscati sia, a suo modo, anche un libro filosofico.

 

  1. Un secondo nucleo che mi ha colpito in questi deliri è il loro sconfinamento sul terreno religioso: ci sono fra i deliri narrati la paura di essere un’eletta, la convinzione di essere ingravidata a parole da un padre spirituale, la certezza di essere un messia e di avere un concepimento spirituale. Sul terreno religioso troviamo qualcosa che accomuna fra loro vari deliri, o forse quasi tutti. Si potrebbe dire che il soggetto, nell’impossibilità di collocarsi sensatamente nel simbolico, che è collassato, vada direttamente ad appellarsi all’autorità suprema, cioè a Dio. La religione si presta molto bene a fare da recipiente ai contenuti deliranti. Del resto, la religione è una delle forme di “delirio” consentito e socialmente accettato. Il delirio di Schreber è tutto a sfondo religioso, ma persino da un’autrice così laica come Ingeborg Bachmann, negli incubi deliranti che occupano il capitolo centrale di Malina, viene a un certo punto evocato Dio. Sulla scia della mia lettura di Malina di Bachmann, mi chiedo inoltre se, per una donna, a causa del fatto che l’ordine simbolico e il linguaggio sono strutturati da un’autorità maschile, non ci sia nel suo modo di andare direttamente a Dio (un Dio-padre maschile) un segno del proprio essere espulsa dall’ordine simbolico, resto abietto, lasciato fuori, che non può darsi autorità se non appellandosi a un’istanza maschile.

Qualche indizio in questo senso c’è nel testo di Moscati, quando l’autrice dice a un certo punto che avrebbe voluto scrivere un libro di filosofia ispirata o ingravidata da un maestro. La narratrice deve fare appello a un’autorità maschile per autorizzarsi a scrivere di filosofia.

Tuttavia, è soprattutto in Malina di Bachmann che c’è un passo eloquente in cui si fa il nome di Dio e si dice che Dio è una rappresentazione (teatrale): è come se, per una donna, stare nell’ordine simbolico maschile volesse dire recitare una parte che non è la sua, ma che altri, uomini, le hanno assegnato; nel caso di Bachmann, infatti, è il padre di lei il regista di questa rappresentazione teatrale, di cui lei, che pure vi deve recitare, ignora i contenuti.

Nel caso del libro Deliri, alla narratrice si fanno sentire delle voci di autorità, che sono le voci che le recitano pezzi della cultura che l’hanno formata: sono le voci dell’autorità e della cultura, ricoperte di sacralità e di mistero, che parlano il linguaggio dei preti e dei sacramenti.

C’è però un punto di arresto in questo delirio, ed è rappresentato dal momento in cui la narratrice, a cui sembra che le venga richiesto di essere Cristo, arretra, si tira indietro, perché vuole essere una donna, stare col suo uomo, avere dei figli: l’essere donna diventa un punto di arresto nella vertiginosa scalata dell’ordine simbolico fino al significante supremo, Dio o Cristo.

Su questo aggancio del delirio alla materia religiosa – una materia che, come ho detto, si presta molto bene alle formazioni deliranti – tuttavia l’autrice ha un’obiezione forte: lei ritiene che le religioni confessionali siano come un trapiantare il delirio su qualcosa di reale, e quindi un modo di interromperlo, cosa che è molto pericolosa. Io ritengo invece che le religioni, o almeno alcuni loro simboli che abbiamo fortemente interiorizzato, siano un oggetto privilegiato per le formazioni deliranti.

Il motivo forse più profondo per cui Dio viene chiamato in causa in quasi tutte le formazioni deliranti viene fornito quando si dice che forse delirare significa non lasciare più niente al caso, coprire con una fitta rete di interpretazioni l’alea del mondo. Tutto è da interpretare e tutto ciò che accade nel delirio si riferisce sempre e soltanto al soggetto, il quale si sente il destinatario unico degli infiniti messaggi che un’entità sconosciuta, Dio o altro, gli invia. Tutto deve essere letto come il messaggio di un’entità sconosciuta. Ma il messaggio viene da Dio o viene dal diavolo? Si tratta di una vera o di una falsa rivelazione? Come accennavo prima, tutta la mistica si è interrogata intorno a questo dilemma: è Dio che parla al mistico o è il diavolo? La tradizione mistica, che non è molto lontana da questo tipo di esperienze deliranti, aveva trovato nell’alternativa fra Dio e il diavolo il discrimine fra vere e false rivelazioni, un discrimine difficile da tracciare ma indispensabile per addentrarsi in un territorio pericoloso come è anche quello mistico, che mette a repentaglio i confini dell’io.

Sempre in riferimento alla tematica religiosa, nella sezione “messia”, ci sono i deliri di essere un messia femmina e poi quello della concezione spirituale: qui a mio parere risalta la carica utopica presente nel delirio. E’ stato soprattutto Ernst Bloch nel Principio speranza a sottolineare il contenuto utopico presente a suo avviso soprattutto nei deliri paranoici: gli auspici di cieli nuovi e terra nuova, l’augurio che desiderare e avere facciano un tutt’uno, che ci sia un mondo che non conosce la morte, sono tutti di carattere utopico. Il contenuto utopico è fortissimo in Malina di Bachmann, nei passi lirici introdotti dall’incipit “Verrà un giorno….” Ma in fondo l’auspicio, il contenuto utopico presente in ogni delirio è che ci sia un mondo finalmente corrispondente ai propri desideri e non più invivibile come è quello in cui chi soffre si trova nel momento in cui delira.

A me pare di grande interesse che si sottolinei nel libro, a proposito della dimensione messianica, che un po’ tutti la sfioriamo prima o poi, in una certa misura, cioè che in fondo c’è una certa continuità fra il contenuto delirante (il rimanere prigionieri del luogo messianico) e i contenuti di coscienza più comuni. Infine, mi piace ricordare con l’autrice quello che lei indica come il vero limite del linguaggio e della follia: la bellezza delle cose, le cose in carne e ossa, la loro presenza palpabile e sensibile. Più in generale, questo rimanda al corpo, al sentire, toccare ed esserci, che è un elemento di radicamento forte che può porre un limite al delirio.

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